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domenica 10 luglio 2011

Desacralizzazione dell'immagine; desacralizzazione della liturgia

L'immagine nella liturgia è un tema complesso e interessante. Investe senza dubbio l'arte e quanto la riguarda. Queste righe non vogliono essere esaustive e, tanto meno, definitive. Vorrei semplicemente dare uno stimolo di riflessione a partire da una mia intuizione. Ovviamente tale stimolo può essere seguito da altre riflessioni personali che lo possono integrare o, forse, parzialmente correggere.
A scanso di equivoci per "sacro" intendo tutto quanto, in qualche maniera, ci offre la sensazione del divino, un mondo che si pone oltre al mondo umano e naturale. Anche se il "sacro" permea il mondo naturale si pone sempre oltre, lo trascende. Per poter essere espresso dall'uomo, ha sempre avuto bisogno di forme e modalità sue proprie, modalità che definiamo "simboliche".
L'iconografia cristiana, sviluppata nell'area mediterranea orientale, è, perciò, prettamente simbolica, ha un suo modo particolare di rappresentarsi perché non è tesa a mostrare, nei colori e nelle linee, il mondo fisico, quanto quello spirituale nel quale brilla la luce della presenza divina. Essa è, perciò, una rappresentazione del cosiddetto "sacro". Nel mondo bizantino, l'iconografia, ben presto, è divenuta parte integrante della liturgia e, quindi, si può rinvenire una coerenza simbolica tra l'icona e la prassi cultuale. In altre parole, il modo in cui in un'icona si rappresenta il corpo, i suoi gesti ed espressioni, possono avere delle analogie con il modo in cui si veste un corpo, lo si muove e lo si esprime all'interno della liturgia orientale.
Quest'unità icona-culto è tipica, per la verità, solo di questo mondo poiché assai presto, in Occidente, l'arte grafica si è distaccata dalla liturgia divenendone sfondo e decorazione.
E' consuetudine dell'Occidente cristiano non tributare una grande attenzione liturgica alle opere pittoriche di una chiesa, per quanto splendide ed interessanti esse siano. Tutto ciò non è una critica ma la constatazione di un percorso storico differente determinato,soprattutto, dall'atteggiamento di Carlo Magno verso il secondo concilio di Nicea (787) che condannò l'iconoclastia in Oriente. Tutto l'Occidente, di seguito, non prese le parti degli iconoclasti, che volevano distruggere ogni immagine in una chiesa, ma neppure quella degli iconoduli, che volevano tributare una particolare  venerazione alle icone.
Questa posizione mediana sembrerebbe condivisa da Gregorio Magno quando, tempo prima, suggeriva che le immagini sono una sorta d'istruzione catechetica per il popolo. Invece, come si sà, per l'Oriente bizantino l'immagine è molto di più, poiché vuole rendere vivo e spiritualmente presente il soggetto rappresentato.
La differente posizione occidentale rese agevole un'evoluzione negli stili e nelle scuole pittoriche. Il quadro religioso rinascimentale, perciò, divenne qualcosa di molto diverso e distante dall'iconografia romanica, ancora tutta intrisa di ieraticità e simbolicità spirituale.
L'arte naturalistica cinquecentesca, è stato detto, è un allontanamento dall'arte puramente spirituale e, quindi, sacra. La magnifica rappresentazione dell'Assunta del Tiziano, nella basilica dei Frari di Venezia, più che un mistero divino ci rappresenta la straordinaria capacità di un pittore e la bellezza carnale di una splendida donna.
Frequentemente gli artisti, approfittando della committenza ecclesiastica, realizzeranno atteggiamenti sempre più mondani nei quadri a tematica religiosa. In questo modo abbiamo realizzazioni elevatissime, dal punto di vista artistico, ma sempre più distanti dalla simbolicità sacrale, tipica del contesto liturgico tradizionale di una chiesa. La distanza che intercorre tra un quadro religioso e la liturgia tradizionale è data, appunto, dal fatto che entrambe, oramai, si esprimono con un linguaggio differente. Il naturalismo, anche se ha un soggetto religioso, fa entrare inconsapevolmente la modalità mondana all'interno del tempio, spazio che, di suo, è investito di un carattere sacro, diverso se non opposto al cosiddetto carattere mondano.
Nonostante ciò, la liturgia cattolica, fintanto che ha potuto, si è attenuta alle regole ieratiche della tradizione perpetuando quella modalità d'espressione tipica del "sacro". Il modo moderato in cui il celebrante incensava un altare, si muoveva nel presbiterio, sollevava le mani in preghiera, manteneva lo sguardo; il modo antico con cui chiunque vestiva il suo corpo all'interno del tempio, rimandava ancora alle composte immagini romaniche, tutte asceticamente tese a far percepire il mondo celeste. Gli stessi testi della liturgia latina, per quanto molto sintetici, puntavano efficacemente in questa direzione.
La prassi liturgica cattolica odierna, invece, pare essere sempre più staccata da questi riferimenti. Pare inseguire, in modo forse inconscio, lo stesso percorso fatto dall'arte pittorica all'interno delle chiese occidentali. Come l'arte si è naturalizzata, sostituendo pian piano la rappresentazione della luce ultraterrena e la ieriticità alla realizzazione grafica di una bellezza corporea, così la liturgia diviene sempre più forma spettacolare mondana. I cosiddetti abusi liturgici, lamentati a volte dagli ultimi papi, non sono creazioni bizzarre, estemporanee e casuali, esattamente come non furono casuali certe opere pittoriche religiose che, oramai, nel XV secolo si distanziavano dal severo romanico, creando forse disorientamento e stupore agli uomini del tempo.
Sono il frutto di un albero che, a parer mio, è quasi mutato geneticamente. Non possiamo pensare di "correggere" gli abusi semplicemente come se, ad un melo, levassimo le mele nella speranza di ottenere albicocche. E' il melo la causa di tali frutti. Nel nostro caso, è tutto un nuovo clima d'insegnamento, di azione, di riflessione che genera questa nuova creatura, la liturgia moderna, la quale segue lo stesso crollo naturalistico che conobbe, alcune centinaia d'anni fa, l'arte pittorica religiosa. Non è dunque strano che il modo di muovere il corpo, di vestirlo, di pregare, di parlare, di osservare sia di fatto sempre più distante da quello esistente un tempo. Credo che tali cose non siano dei puri accidenti inifluenti sulla sostanza. Tutto contribuisce a creare un'atmosfera differente e ce ne accorgiamo perché l'impatto psicologico è di tutt'altro genere. Anche le definizioni, in tal senso, sono mutate: il sacerdote è l' "attore della partecipazione attiva dei fedeli", un'attività che si esprime, a volte, in modo ben clamoroso. E' questo che sta al cuore dei liturgisti attuali, non che il sacerdote sia "un ministro sacro", ossia in grado d'introdurre in un mondo spirituale attraverso i composti e simbolici gesti liturgici.
Così, oggi, entrando in una chiesa cattolica, possiamo ancora e sempre dire, come nel passato, "haec est domus Domini et porta coeli"? E' una domanda che, in tutta onestà, ci dobbiamo porre.

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