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lunedì 11 luglio 2011

Qualche appunto sulla celebrazione verso il popolo


Il miracolo di Bolsena. Il dipinto non rappresenta una celebrazione "verso il popolo" dal momento che, al tempo, questo concetto non era concepibile. Si noti come i candelabri e la croce dividano il celebrante dal papa inginocchiato
Il rigoroso discorso di Klaus Gamber, esposto nel post precedente, non lascia molti dubbi: la celebrazione coram populo (verso il popolo) è un'invenzione moderna ideata da Martin Lutero, osservando le rappresentazioni a lui contemporanee dell'Ultima Cena.
Non ci sarebbe nulla da aggiungere, se non fosse per l'esistenza d'infervorati studiosi cattolici i quali pensano di scoprire celebrazioni verso il popolo in epoche nelle quali questo concetto non era assolutamente concepibile.
Un buon intellettuale, per metodo, dovrebbe attenersi alla mentalità dei tempi da lui studiati, non proiettare nel Medioevo o nell'Antichità cristiana i propri desideri ed attese costruendo "prove" artificiali per confortare le sue personalissime teorie.
Quello che veramente mi stupisce in queste persone non sono tanto le loro tesi (belle o brutte che siano, alla fine appartengono solo a loro), ma il costante tentativo di forzare la storia facendole dire cose che non si possono affermare. E' il tipico procedimento d'ogni ideologia.
Tra le tante cose che si può sostenere riguardo la celebrazione verso il popolo, ce n'è una che spicca immediatamente: l'impostazione umanistica o antropocentrica in cui ciò che, alla fine, è realmente importante è il fatto umano mentre il fattore spirituale diviene quasi irrisorio.
Ne segue che, il sacerdote cattolico si pone come "attore", "esortatore", in continuo contatto con il popolo mentre nella liturgia l'attenzione dovrebbe volgersi altrove.
Il popolo,  a sua volta, fissa lo sguardo sul sacerdote. Tra i due pare instaurarsi una dipendenza totalmente sconosciuta in altri tempi. Oramai queste liturgie hanno una forte analogia con un direttore d'orchestra e i suoi suonatori. Il sacerdote, come un direttore, dev'essere necessariamente osservato per stabilire alla celebrazione lo stile voluto. Mi sembra che qui esiste il forte rischio di perdere di vista il vero fine della liturgia, la preghiera verso Dio, dal momento che quant'è importante pare essere solo una partecipazione o esecuzione esteriore, diretta ed orchestrata dal celebrante stesso. Detto diversamente, pare che esistano cose da "fare", non tanto un mistero da vivere.
I liturgisti cattolici devono seriamente chiedersi se questo non fa spostare pericolosamente il baricentro della celabrazione in direzioni pericolose.
Personalmente credo che siamo davanti ad una deviazione eclatante al punto che quando lo "spettacolo" è finito quasi nessuno si ferma a pregare ulteriormente. E, infatti, è giusto così: chi si fermerebbe alla fine di un film o di una rappresentazione teatrale?
Le liturgie ortodosse, come quelle tradizionali latine, non hanno il fine di rivolgersi all'assemblea, se non in momenti molto limitati e circostanziati. Il fine di queste liturgie è instaurare un rapporto con Dio, favorire un'attitudine contemplativa con la quale si è tesi a percepire delle realtà invisibili. Nella letteratura cristiana possiamo trovare ampio sostegno a questa tesi che, quindi, non è affatto originale.
Per questo in Oriente non ci si fa problema alcuno se il santuario è chiuso agli sguardi e se la voce del celebrante giunge da dietro una parete divisoria. Per lo stesso motivo in Occidente, anche nel caso della cosiddetta Messa papale verso il popolo, non ci si faceva scrupolo alcuno di frapporre tra celebrante e fedeli altissimi candelabri e reliquiari che coprivano quasi totalmente la visione di quanto succedeva sull'altare.
Anticamente la tendenza di "vedere" il mistero fece nascere nel rito romano l'elevazione dell'ostia consacrata. Oggi questa tendenza si è spostata dal semplice mistero della trasustanziazione (come si definisce con linguaggio scolastico il misterioso cambiamento del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo) al bisogno d'osservare i più piccoli dettagli del prete mentre celebra per favorire quella che è denominata "partecipazione attiva". A parte che questa curiosità non mi pare sempre opportuna, ma l'atteggiamento non incute, forse, la sensazione d'assistere ad un puro spettacolo? Molte basiliche hanno schermi televisivi che riportano quanto avviene sull'altare e il fatto rinforza ancora più la medesima sensazione. La messa, allora, inizia ad obbedire a criteri di tipo mondano, le persone vi si abituano e gli pare "strano" se vedono quello che, per generazioni, era semplicemente normale: la celebrazione del sacerdote verso oriente, ossia con le spalle al popolo.
E' dunque ovvio che, con tali presupposti, i sacerdoti più volenterosi si spingono alle logiche conseguenze: ecco, allora, che le liturgie cattoliche divengono teatrali e ospitano  balli, scenografie, travestimenti, canti sensuali, ecc.
Così, alla base della celebrazione verso il popolo, in realtà, non pare esserci un tentativo di vivere il mistero divino celebrato, come spesso artificiosamente si dice, quanto di razionalizzare e spettacolarizzare la liturgia, facendola inevitabilmente decadere. Per invertire la rotta il mondo cattolico dovrebbe reintrodurre la celebrazione tradizionale - magari pure in vernacolo - in cui il sacerdote volge le spalle all'assemblea. Personalmente non vedo altra via di soluzione ed è il minimo che si può fare.
Serbo ricordi molto vividi delle liturgie monastiche nel Monte Athos in cui il mistero divino pare percepirsi nonostante il greco bizantino non facilmente comprensibile. Una volta, tornando da una di queste esperienze, mi ritrovai in una messa domenicale, qui in Italia, in una delle tante chiese cattoliche. Il celebrante, di una certa età, era a suo modo molto attento e scrupoloso. Ciononostante,  percepii immediatamente un'incredibile differenza. Ne ebbi chiara sensazione sentendo l'atmosfera del luogo il che mi fece nascere spontaneamente una domanda: "Siamo in una chiesa?". Ebbi,  infatti, la percezione d'essere unicamente ad un incontro conviviale tra amici dove il Divino era stato messo totalmente da parte. Le preghiere, in questo contesto, divenivano banalissime, puro "flatus vocis", Dio sembrava essere diventato una scusa per raccontarsi alcune cose edificanti. In molte chiese cattoliche ho la medesima sensazione, nonostante l'indaffararsi di clero e laici. Che, senza saperlo, queste chiese siano diventate "tombe di Dio", come affermava Nietzche?
A questo punto credo sia assolutamente necessario fermarsi e riflettere. L'attuale direzione intrapresa, infatti, non mi pare affatto buona.

Riproduzione del dipinto della Messa di san Clemente.
Si noti che le persone sono disposte lungo i fianchi dell'altare, non davanti ad esso.

2 commenti:

  1. http://a2.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc6/168593_1794480062859_1265421079_2079982_3296219_n.jpg

    Questa e` una immagine dell'altare nelle cripta dell'antica basilica di s. Pietro a Perugia. La cripta fu scoperta nei tardi anni settanta, durante lavori all'impianto dell'aria condizionata. Viene descritto come altare paleo-cristiano: non so, non sono un archeologo. L'altare, che mi sembra di tipo bizantino, e` staccato dalla parete ma non tanto da permettere una celebrazione coram populo. Il celebrante doveva rivolgersi quindi all'est geografico, verso la parete.

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  2. Gli altari latini alto-medioevali erano cubici come quelli bizantini. Non si può dunque dire che l'altare rappresentato fosse "bizantino" dal momento che l'unica forma d'altare conosciuto allora in Oriente e in Occidente era semplicemente questa.
    Quest'immagine è postata nel blog di un liturgista, Matias Augé, il quale vi rinviene una celebrazione verso il popolo. E' ovvio anche al più illetterato che la spara grossa. Penso che comincino a sentirsi in difficoltà...

    Pietro C.

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