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martedì 16 agosto 2011

Giovanilismo e liturgia


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Chiesa cattolico-tradizionalista Saint Nicolas du Chardonnet (Parigi):
Messa per i giovani universitari. In questo contesto non esiste alcuna differenza tra questo genere di liturgia e quella per altre occasioni se non, forse, il contenuto dell'omelia.


Tempo fa, in un corposo trattato intitolato Iota Unum, il filosofo Romano Amerio criticava, con la sua tipica verve, il giovanilismo nella Chiesa cattolica postconciliare. Egli affermava che il desiderio di creare cose nuove a tutti i costi e di apparire simpatici e giovani ha fatto in modo di rivoltare le generazioni tra loro, accantonando, se non proprio disprezzando, quanto giungeva dalla tradizione. Egli sottolineava come, dal postconcilio, non erano più le realtà ricche di secoli ad avere un valore, ma la novità e la creatività arbitraria che, a differenza di quelle, non è stata lungamente provata e verificata. Il libro non si può certo accusare di leggerezza o di mancanza di documentazione: il filosofo raccolse un cumulo enorme di materiale al punto che, alla fine, gli parve quasi ingestibile. Si dice che nella stessa curia romana fosse letto con grandissimo interesse.
Il giovanilismo, scriveva Amerio verso la metà degli anni ottanta, influisce anche nella liturgia e determina scelte molto criticabili.

Sono sostanzialmente d’accordo e provo a dirne i motivi senza entrare nei particolari ma rimanendo sui principi di fondo.

Provate a immaginare se si può mai parlare di un culto buddista o un buddismo, un culto islamico o un islam, un culto ebraico o un ebraismo… per i giovani! Detto così, pare molto strano, no? Questa definizione parrebbe ancor più strana ad un buddista, un islamico o un ebreo. Subito si chiederebbero: ma che hanno di “speciale” questi giovani rispetto agli altri?

La cosa incredibile è che, dalle nostre parti, si arriva a pensare un “cristianesimo” e un culto cristiano per i giovani e nessuno dice nulla.
Pare, anzi, normalissimo quando non mi pare affatto così.

Il perché è presto detto.

E’ tipico della cosiddetta religione mostrare valori perenni, realtà che superino le generazioni e le stringano tra loro (non a caso il termine latino religio è simile a religo, ossia “lego”), perché il continuo mutamento è antitetico e ripugna alla fede, a qualsiasi fede. Se questo riguarda la religione in senso diacronico, lo riguarda anche in senso sincronico: l’atteggiamento di fondo della religione è quello di porsi al di sopra di tutti per collegarli tra loro, non di settorializzarsi in base all’età. Questo, ovviamente, riguarda anche il culto di cui quella religione è espressione. Per questo, ad esempio, nei templi indù vediamo donne, uomini e bambini assieme, né esiste un culto particolare dedicato ad una di queste realtà.

Bisogna poi tenere conto di un atteggiamento psicologico perenne. I giovani osservano con attenzione gli adulti quando hanno qualcosa d’importante da imparare. Un adulto di valore attira realmente la stima dei giovani che, sembra, non aspettino di vedere altro. I bambini, a loro volta, osservano i loro genitori. Un bambino non è felice se lo facciamo sentire piccolo ma se gli diciamo “ora fai una cosa da grande”. Il bambino osserva un “grande” con il desiderio d’essere come lui, di fare le cose che fa lui.

Se un adulto, davanti ad un bambino, si comporta infantilmente, in qualche modo tradisce le attese del bambino il quale spontaneamente ha curiosità e subisce il fascino degli adulti.

Quando nel culto si da molto peso alla cosiddetta componente “didattica” (comunque sempre presente anche se non lo riteniamo), allora s’inizia a settorializzarlo: esisterebbe un culto per i bambini, uno per i giovani, uno per gli adulti, uno per la terza età…

Ma il culto è innanzitutto diretto a Dio, non a delle fasce d’età! Pensare questo significa trasformare la chiesa da tempio ad aula scolastica! (Per questo non mi piace affatto quando si parla di "liturgia pastorale"!)

Il cosiddetto giovanilismo, un atteggiamento favorevole in tutto ai giovani, finisce per fare, poi, il resto ritenendo “vecchio” tutto quello che non potrebbe piacere ai giovani.

Ritenendo questo, in realtà, si cassa quanto di alto, nobile e durevole ci precede. Lo stesso riguarda le persone le quali non sono valutate per il loro spessore di vita ma per la loro età. Chi non è giovane, si pensa, è ritenuto inutile, non è in grado di dire e trasmettere più nulla. Ma questa è una pessima ideologia, per giunta totalmente errata: è contraria alla storia e alla cultura e non può portare a nulla di buono, quel buono che solo il tempo può provare e ritenere tale!

Sempre per la stessa ideologia, quanto può essere patrimonio della tradizione liturgica viene allontanato e si fa entrare nel culto quanto si ritiene di gradimento alla gioventù. Ma cosa può piacere alla gioventù, quando la gioventù stessa, in realtà, si aspetta di ricevere cose sostanziose? I giovani s’innamorano di quanto gli si mostra di meglio, soprattutto quelli che sono di buona volontà e intelligenti.


Il giovanilismo è un atteggiamente realmente insensato; è simile a quello di un maestro che, entrato in aula, si aspetta di ricevere risposte dai suoi allievi invece di tentare di fornirgliele!

Così, abbassare tutto indefinitamente, culto compreso, significa abdicare ad un ruolo educativo e svuotare il tesoro ricevuto. Se si osserva attentamente, una liturgia tradizionale ha un ruolo educatore per tutti, giovani e meno giovani. Ha un aspetto che va oltre il tempo perché è animata da quant’è perenne. Si presenta sempre con un tenore molto alto.

Una liturgia tradizionale insegna che la vera didattica si fa non abolendo il cosiddetto senso del sacro, la pietà, la preghiera, il senso del bello e dell’arte spirituale. E’ necessario per tutti che queste cose rimangano, non per un tradizionalismo statico ma perché sono un altissimo patrimonio umano.

Purtroppo non sono ancora molti a vederla così.

In tal modo, la televisione italiana continua a trasmettere idee diseducative. In occasione del viaggio del papa a Madrid, per l’incontro dei giovani (16-21 agosto 2011), la televisione ci fa giungere l’opinione di un ragazzo italiano che vi partecipa il quale, in due parole, lancia un velenoso strale contro “le vecchie preghiere della parrocchia” e si pronuncia a favore di “quant’è bello per i giovani”.

Costui, che dovrebbe parlare solo dopo aver capito la differenza tra il sensato e l'insensato, riporta, ne sono convinto, il pensiero di un certo clero il quale, evidentemente, continua a sparare a zero contro quello che ancora c'è di tradizionale nel culto cattolico. La corsa dal facile al facilissimo non è chiaramente finita nel Cattolicesimo. Non vedo in tale corsa nulla di duraturo e costruttivo e temo che potrebbe terminare solo nel vuoto.

Sarebbe un bel harakiri, non c’è dubbio!

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