Benvenuto

Benvenuto su questo blog!

mercoledì 3 agosto 2011

I principi della riforma liturgica


di Michael Davies (da La Réforme liturgique anglicane)

“Non abbiamo mai condannato i nostri predecessori e lasciamo la fede delle Chiese come l’abbiamo trovata. Dio ha voluto che la verità ci giungesse da pastore a pastore, da mano a mano, senza che vi si notasse innovazione. E’ da questo che si riconosce quant’è stato sempre creduto e, di conseguenza, quello che si deve sempre credere. E’, per così dire, da sempre che è apparsa la forza della verità e della promessa e ci si perde completamente se è trovata interruzione in un solo ambito di essa” (1).


Jacques Bénigne Bossuet


“Le forme della preghiera pubblica sono al centro e al cuore della vita religiosa d’un popolo cristiano”, ha scritto il cardinal Gasquet (2). La Chiesa ne ha sempre coscienza viva, Lei che non ha mai smesso di considerare le sue tradizioni liturgiche come un deposito sacro. Pure “quanto possiamo chiamare arcaismi nel messale, sono espressione della fede dei nostri padri e abbiamo il dovere di vegliare su di essi per trasmetterli alla posterità”, spiega dom Cabrol, “padre” del movimento liturgico (3). Quando san Pio X scrisse l'enciclica Pascendi Dominici Gregis, in cui esposte le dottrine e le pratiche dei modernisti, ritienne che si dovrebbe rinnovare la condanna del secondo Concilio di Nicea contro coloro "che osano, sulle orme degli eretici malvagi, disprezzare le tradizioni ecclesiastiche, inventare qualcosa di nuovo ... o cercare con malizia o astuzia, di rovesciare ogni legittima tradizione della Chiesa cattolica".
Mentre era ancora anglicano, il futuro cardinale Newman osservò, con la sua solita lungimiranza, che intervenire nelle forme stabilite dalla religione non ha mai portato a nulla di buono. Egli notò come il rispetto delle consuetudini stabilite è stata una caratteristica della Chiesa dalla sua origine. Dimostra ciò  prendendo l'esempio della Chiesa dei tempi apostolici: mentre san Paolo si oppose a qualsiasi tentativo di costringere i pagani ad adottare usanze ebraiche (da cui la famosa critica  rivolta a Pietro nella Lettera ai Galati, al capitolo ΙΙ), né lui né gli altri apostoli sentirono la necessità per i cristiani provenienti dal giudaismo di abbandonare i loro riti tradizionali. Nel suo sermone sulle cerimonie della Chiesa, il futuro Cardinale scrisse:

“Dal momento che loro stessi non abbandonarono i loro riti ebraici, non obbligarono a farlo a chiunque era abituato a questi stessi riti. Nell’usanza esisteva un’ampia ragione di conservarla: ogni cristiano deve rimanere nello stato in cui è stato chiamato ... Da questa obbedienza alla legge ebraica, prescritta e dimostrato da nostro Signore e dai suoi apostoli, apprendiamo l'estrema importanza sulla preservazione delle forme religiose a cui siamo abituati, anche se queste forme sono, di per sé stesse, poco importanti o se non sono di origine divina ... Partendo dal presupposto che queste forme non vengono direttamente da Dio, un lungo utilizzo le ha rese come se lo provenissero: poiché lo spirito della religione le ha penetrate per vivificarle a tal punto che distruggerle significa, per molti, scuotere ed eliminare il principio religioso in sé. Per la maggior parte degli spiriti, la pratica di esse è talmente identificata con il concetto di religione che non possiamo rimuovere le prime senza toccare l'altra. La fede dei fedeli, non resisterebbe a questo trapianto ... Nella nostra epoca, in particolare, dobbiamo stare attenti a coloro che sperano, portandoci all’abbandono delle forme esteriori della nostra religione, a farci pure abbandonare, a lungo termine, la stessa speranza cristiana" (4).

“State attenti!” Questo è il saggio principio che dovrebbe guidare chi s’impegna a riformare la liturgia. E’ il principio che ha sempre guidato tradizionalmente la Chiesa cattolica in Oriente e in Occidente, per quanto riguarda i cambiamenti che interessano le forme esterne del culto pubblico. Per i laici, la questione non riguarda, in pratica che la celebrazione della Messa. I principi che studieremo in questo capitolo si applicano meno ad altre questioni come il breviario. Si trova un eco delle idee di Bossuet in un'analisi particolarmente penetrante sulle conseguenze sociologiche contemporanee della riforma liturgica, scritto nel 1974 dal professor James Hitchcock. Egli afferma il seguente principio:

“Benché sia aperto al cambiamento, il Cattolicesimo manifesta una preferenza per la stabilità e la conservazione del passato. Questo comporta uno dei suoi compiti principali in questo mondo, ossia quello d’essere testimone della realtà dell’eternità. E’ perciò ch’egli coltiva quant’è senza tempo,  durevole e stabile e se ne serve per evocare l'eternità" (5).

Dietrich von Hildebrand ha dimostrato che non si può attribuire troppa importanza alla continuità e a quant’è senza tempo nelle più alte realizzazioni della civiltà umana:
"La tradizione ha, nella storia dell'umanità, una funzione simile a quella dell'identità personale nella vita del singolo per il quale la facoltà di conservare il passato è più importante di certe verità e valori fondamentali che, una volta scoperti, esigono un impegno costante. Se non ci fossero altri valori che quelli d’essere “del proprio tempo”, la trasmissione della verità, degli ideali o dei tesori culturali non corrisponderebbe più a nulla e la storia non avrebbe più alcun legame. Kierkegaard lo esprime dicendo: ‘Se l’istante è tutto, l’istante non è nulla’.

Perché la storia abbia un senso, ci dev’essere la trasmissione d’idee e opere senza tempo, ossia idee e opere che, per la loro portata, la loro verità, i loro valori siano al di là del tempo. L'importanza della tradizione deriva dal fatto che esistono realtà che contengono un messaggio per gli uomini di tutti i tempi, che non possono  mai cessare d’essere attuali a causa del loro valore intrinseco e della loro verità.
Non può esistere alcuna valida e feconda tradizione indipendentemente da questi contributi senza tempo, come quelli di Platone, Aristotele, Agostino, Dante, Shakespeare, Cervantes, Fidia, Michelangelo, Bach, Mozart, Beethoven e molti altri. La loro atemporalità li rende sempre attuali. L’atemporale, infatti, non è senza relazione con il tempo, ma è comunque valido per tutti i tempi" (6).

Pure i commenti dal Cardinale Gasquet sono particolarmente significativi.

“Ogni cattolico, il quale osserva nella vivente liturgia della Chiesa romana delle forme essenziali, com’erano non meno di 1200 se non addirittura 1400 anni fa, non può non provare per questi sacri riti, pieni di un’autorità che gli giunge da secoli, un amore che si offre ad una persona. Qualsiasi violenza inflitta a queste forme liturgiche non può che causare grande sofferenza a coloro che le amano, come se queste venissero loro da Dio, per mezzo di Cristo e attraverso la Chiesa. Esse non eserciterebbero mai una tale attrazione se non fossero state santificate dalla pietà di tante generazioni che hanno pregato con le stesse parole e che, in esse, hanno trovato perseveranza nella gioia e consolazione nella prova" (7).
Dietrich von Hildebrand sottolinea, inoltre, che le tradizioni culturali della Chiesa, hanno diritto a un rispetto di gran lunga superiore a quello che si da alle forme più alte della cultura laica:
"Anche la tradizione culturale storica della Chiesa, pur del tutto distinta dalla sua soprannaturale tradizione, si differenzia da tutte le altre tradizioni culturali o etniche. I tesori che la Chiesa ha prodotto nel corso dei secoli sono nati dalla sua vita soprannaturale e sono manifestazioni di tale vita. Il tema di queste opere non è un'idea, o un mito o un ideale di bellezza; è Cristo, il Dio-Uomo, è la storia della redenzione del genere umano. Qui non pensiamo a ciò che è relativo a una certa epoca, a usi particolari o prescrizioni canoniche, ma a tesori della civiltà e dello spirito cristiano, provenuti dalla vita stessa della Chiesa. Ci riferiamo al canto gregoriano, agli inni e composizioni che riflettono in modo incomparabile il mondo unico di Cristo. Ricordiamoci, ad esempio, la liturgia della Settimana Santa, l'Ufficio delle Tenebre, l'Exultet, le litanie dei santi, il Veni Creator, il Veni Sancte Spiritus, il  Dies Ιrae, lo Stabat Mater, o gli inni di San Tommaso d'Aquino. Ricordiamoci di queste meravigliose chiese: San Vitale a Ravenna, Santa Sofia, San Marco a Venezia, il Battistero di Firenze, la Cattedrale di Chartres, San Pietro a Roma, e innumerevoli altre che fanno parte della  vita culturale della Chiesa.

Ma, dal punto di vista religioso, nella tradizione culturale della Chiesa scopriamo una nuova dimensione, quella della comunità, dell’unione, e questa dimensione è una parte essenziale della mentalità e della fede cristiana. Il fatto che l'unione in Cristo non si limita a membra vive del Corpo Mistico, ma comprende anche coloro che sono in cielo o in purgatorio, è qualcosa di specificamente cristiano. È per questo che ogni cattolico dovrebbe essere profondamente commosso nel ripetere, a sua volta, le preghiere recitate da secoli dalla santa Chiesa” (8).

Anche se appartengono alla categoria delle leggi ecclesiastiche, le leggi liturgiche sono soggette alla loro discrezione, agli stessi principi, come qualsiasi legge umana. Le preghiere della Messa e le rubriche che regolano la celebrazione sono generalmente codificazioni di pratiche già consacrate dall'uso. “Le liturgie non si fabbricano, sono il prodotto di secoli di devozione", dice il professor Chadwick nella sua Storia della Riforma (9). Solo gli eretici   hanno intrapreso una radicale riforma della liturgia.
Le preghiere, le rubriche e i gesti essenziali da cui sono provenuti i vari riti,  non sono stati opera di comitati o commissioni istituite per inventare forme liturgiche. Non riusciamo a trovare un solo esempio di creazione [artificiale] di liturgia nella Chiesa primitiva, né di commissione liturgica che avrebbe deciso, per esempio, l’opportunità per il sacerdote di baciare l'altare ogni tanto, l’esistenza di momenti fissi in cui questo rito si compie con la redazione di rubriche per assicurare, in seguito, che i sacerdoti lo facciano bene e in conformità con le istruzioni date. Si trova, piuttosto, che il sacerdote baciava l’altare in certi momenti in seguito a usi nati spontaneamente e che questo gesto finì per essere codificato sotto forma di rubriche. Le due genuflessioni ai versetti et incarnatus est del Credo, e al et Verbum caro factum est dell’ultimo vangelo, furono entrambe atti di fede e di devozione popolare all'Incarnazione alla base di tutta la nostra fede. Queste genuflessioni divennero usi universalmente diffusi ben prima d’essere codificate sotto forma di rubriche. E’ quanto spiega Hugh Ross Williamson:

"Una delle risposte alla minaccia posta dai Catari è stata la creazione, nel 1285, della recita dell’ultimo Vangelo da parte del sacerdote nel percorso che lo conduceva dall’altare alla sacrestia. La genuflessione che faceva alle parole "E il Verbo si fece carne" era la garanzia di non essere un segreto cataro e che, nella Messa da lui celebrata, esistevano le intenzioni di compiere la  transustanziazione” (10).

Allo stesso modo, l'elevazione e l'adorazione dell'ostia consacrata era pure una reazione popolare del clero e del popolo contro la negazione della presenza reale. Il suono della campana durante la Messa aveva lo scopo d’informare coloro che non potevano vedere l'altare dei momenti più importanti della celebrazione. Il Lavabo nacque per la necessità pratica del sacerdote di lavarsi le mani dopo aver ricevuto le donazioni dei fedeli. Era normale ch’egli accompagnasse quest'atto con una preghiera e quale poteva essere la più appropriata se non i versetti dal 6 al 12 del Salmo 25?

San Tommaso d'Aquino ci assicura che "lo Spirito Santo protegge la Chiesa da errori nello sviluppo degli usi liturgici" (11). Se si considerano i vari tipi di leggi umane, che trattino di diritto pubblico, di leggi liturgiche, di regolamenti,  regole sportive o grammaticali, è chiaro che tali leggi non hanno in sé stesse un valore intrinseco ma sono solo mezzi per un fine che è il bene comune di coloro ai quali esse sono ordinate. In sé non esiste alcun motivo particolare per condurre un veicolo alla destra o alla sinistra di una carreggiata, ma è chiaro che l'interesse comune di tutti gli automobilisti d’un dato paese è guidare stando su uno stesso lato. San Tommaso definisce la legge come "un ordine della ragione stabilito e promulgato per il bene comune da chi ha autorità all'interno di una comunità" (12).
Tutte le autorità cattoliche sono d'accordo con San Tommaso, quand’egli definisce la natura della legge umana, ossia quella ecclesiastica o civile nel seguente modo: è un ordine dato da un’autorità pubblica che ha diritto d’essere obbedita e che dev’essere confermato dalle esigenze della ragione causando, come effetto, un evidente beneficio a coloro per i quali è stata fatta (13). San Tommaso, seguito da altri autori, ci avverte che qualsiasi modifica alla legislazione esistente dovrebbe essere fatta solo con estrema cautela, soprattutto quando il cambiamento rischia di modificare un’usanza molto antica. A sostegno di questa tesi, egli cita le  Decretali. "E' assurdo, odioso e vergognoso attentare alle tradizioni che ci provengono dai nostri padri”. Egli aggiunge che il  semplice fatto di cambiare una legge, anche se potrebbe essere quello di sostituirla con una migliore, “porta in sé un pregiudizio al bene comune poiché l’usanza è molto utile all’osservanza delle leggi, se si considera che quanto viene fatto a danno d’una consuetudine universale è ritenuto un atto grave, pure se si tratta di questioni secondarie” (14).

San Tommaso affronta il problema del cambiamento delle leggi nella sua Summa Theologica. Esaminando tale questione, premette che esistono due ragioni  lontane tra loro che possono portare legittimamente a  cambiare le leggi (15). La prima riguarda la natura dell'uomo che, essendo un essere razionale, è condotto gradualmente dalla ragione, poco a poco, da ciò che è meno perfetto al più perfetto. La seconda ragione sta negli atti stessi disciplinati dalla legge, i quali possono cambiare a seconda di diverse circostanze in cui si trovano gli uomini e in cui devono operare. Qualsiasi modifica della legge dev’essere determinata da un’evidente necessità per il bene comune, in quanto la modifica della legge è legittima solo in quanto contribuisce chiaramente al bene della comunità (16). "E’ noto, scrive Luigi Salleron, che nelle società stabilite, un comprovato processo rivoluzionario si motiva con il ritorno alle origini. Qui non si tratta di potare l'albero in modo che faccia frutti più belli; lo si rade al suolo col pretesto di dare vigore alle sue radici”. rendere l'intero effetto alle sue radici” (17).

Pascal scrisse:

"La consuetudine esprime  ogni genere d’onestà per il solo motivo che è stata ricevuta ... Chi la riporterà alla sua origine la annienterà.
L'arte di cospirare e sconvolgere gli Stati, consiste nel minare gli usi stabiliti, scandagliando fino alla loro fonte, per dimostrare la loro mancanza d’autorità e di giustizia. E’ necessario, si dice, ricorrere alle primitive leggi fondamentali  dello Stato che un’ingiusta consuetudine ha abolito. E’ un gioco sicuro per perdere tutto: nulla sarà giusto per questa bilancia!” (18).

Anche se una modifica della legge portasse con sé un chiaro vantaggio, essa, non di meno, causerebbe qualche torto al bene comune, poiché ogni modifica dalla legge ha, come conseguenza, l’abbandono d’una consuetudine e la consuetudine è sempre di grande aiuto e sostegno nell’osservanza delle leggi. Eventuali modifiche a una particolare legge diminuiscono la forza del diritto e del rispetto mostrato ad essa, perché eliminano una consuetudine. Abbiamo già parlato dell'importanza attribuita da san Tommaso al mantenimento degli usi esistenti, a meno che non sia richiesto un cambiamento per un’assoluta necessità. Con una psicologia penetrante, San Tommaso aggiunge che ciò resta  vero anche se le innovazioni, in contrasto con l'usanza, sono minori poiché, anche se sono minori in se stesse  possono parere importanti al giudizio di tutti. Dunque, ne trae questa generale conclusione: non si deve mai cambiare la legge, a patto di non essere assolutamente certi che il bene comune trovi, in questo cambiamento, almeno una compensazione proporzionata al male comportato dalla derogazione alla consuetudine (19). Il professore Hitchcock enuncia, a tal proposito, tale principio: "Il declino del senso della tradizione nella Chiesa  non solo indebolisce notevolmente la sua continuità con le epoche passate, ma inficia pure la sua coesione nell’epoca presente" (20). Alla stessa conclusione giunge il professor Johannes Wagner, direttore dell'Istituto di Liturgia di Treviri, quando dice:

"La storia apporta mille volte la prova che non vi è nulla di più pericoloso per una religione, nulla che non susciti sicuro malcontento, incertezza, divisioni e apostasie che porre mano alla liturgia e, di conseguenza, alla sensibilità religiosa" (21).

Un'altra eminente autorità, Suarez, sottolinea che se un legislatore vuole una legge che sarà ritenuta ragionevole, non deve solo astenersi dall’esigere qualcosa non eseguibile dai suoi sudditi. La legge non deve neppure pretendere aspetti troppo difficili, dolorosi o spiacevoli, data la debolezza umana. Inoltre, non dev’essere in nessun modo in conflitto con una pratica ragionevole perché la pratica è una sorta di seconda natura e quanto le ripugna viene considerato moralmente impossibile". Inoltre, egli sottolinea con forza la necessità di leggi permanenti, non perché queste non possono essere abrogate, ma perché l’abrogazione dovrebbe essere intrapresa solo in circostanze in cui appare chiaramente che tali leggi non sono più giuste. Lavorando per l'interesse comune, la legislazione dovrebbe essere volta ad assicurare stabilità e coerenza all'interno della comunità (22).


Quando vi sono dubbi, per quanto pochi, che i benefici di un cambiamento nella legislazione sono più importanti del danno che deriva dal cambiamento d’una consuetudine, allora è meglio mantenere la normativa esistente piuttosto che cambiarla. Quest'ultima, essendo praticata, è  investita d’una sorta di diritto di proprietà e, in caso di dubbio, il diritto di proprietà prevale.

Il professore Hitchcock pone un altro principio: 

“La manipolazione di simboli religiosi col fine d’aumentare il significato della liturgia, tende a distruggerne il senso e allontana dal culto della Chiesa coloro che vi partecipano” (23).

Platone insegna che “ogni cambiamento è un male se non rimuove qualcosa di negativo” (24). Commentando queste parole, Dietrich von Hildebrand critica “l’infantile soddisfazione che il cambiamento, in quanto tale, assicura ad alcuni, donando loro il sentimento di non essere né attivi né passivi”. Egli respinge l'errore secondo cui il cambiamento è un segno di perpetuo progresso. Il cambiamento può causare un miglioramento ma può, spesso, essere dovuto ad un  degrado e, in alcuni campi, è quasi sempre così. Egli dice: 

“Il mantenimento del bene, che si oppone ad ogni spinta al cambiamento, è un successo che richiede uno sforzo maggiore, un compito difficile, molto più degno di lode. Mantenere giovane il proprio amore per qualcuno - e tanto più per Cristo – è un segno di stabilità e continuità, è un segno di forza e di vita spirituale, totalmente alieno dall’infedeltà.

D’altra parte, non possiamo dimenticare il cambiamento proprio alla crescita che non ha niente a che vedere con il cambiamento che sostituisce all’antico il nuovo o con quello che distrugge qualcosa. 

Qui quello che c’interessa è soprattutto se si tratta d’una crescita nel bene o nel male. Il cambiamento che  comporta la crescita è, nel bene, un valore, mentre, nel  male, è un non-valore.

Esiste pure una crescita nel passaggio tra quant’è implicito a quant’è esplicito, una crescita nel senso d’un passaggio da una vaga formulazione ad una chiara e precisa. Questa sorta di crescita è diametralmente opposta al cambiamento puro e semplice. Esiste il movimento ma questo non ha nulla a che vedere con la distruzione d’una cosa e con la sua sostituzione con un’altra. Di più: è un movimento in cui l'identità è l’elemento più sorprendente, più decisivo. Non abbiamo qui una prova evidente, pure più brillante, della divinità della Chiesa? Essa è riuscita a mantenere la sua identità attraverso duemila anni di esistenza, duemila anni di crescita” (25). 

Nella costituzione apostolica Auctorem Fidei (28 agosto 1794), papa Pio VI condannò il Sinodo di Pistoia per aver espresso il desiderio di ritornare alle fonti considerate come più antiche, nella semplificazione dei riti, nell'uso della lingua volgare e nella celebrazione di tutta la Messa  ad alta voce. Il Papa rilevò particolarmente che, a credere al Sinodo, esisteva un conflitto tra i principi che devono regolare la celebrazione della liturgia e l’uso comune ricevuto ed approvato dalla Chiesa. Le modifiche proposte erano state condannate come "false, disturbatrici dell'ordine prescritto per la celebrazione dei misteri e suscettibili d’apportare facilmente molti mali".

La storia delle varie confessioni cristiane è piena d’esempi di rotture e scismi, che ebbero origine da cambiamenti apportati agli usi stabiliti, usi che molti commenti dell’epoca moderna hanno la tendenza a considerare  come trascurabili. La secessione dei Vecchi Credenti nella Chiesa ortodossa russa ne è un tipico esempio. Tali incidenti dimostrano chiaramente l’opinione di San Tommaso sugli effetti dannosi che comportano le modificazioni dello status quo senza importanti ragioni. Il professore Hitchcock dice a tal riguardo: 

“L'abbandono del rituale tradizionale pone l’individuo fuori dalla sua comunità. Di conseguenza, questa è per lui un’esperienza alienante; non contribuisce per nulla a dare alla sua vita una maggiore felicità e un maggiore significato” (26).
Tale è il rispetto della Chiesa cattolica per le tradizioni legittime, al punto che tutte le volte che si può dare la prova che una consuetudine è stata osservata senza discontinuità per un periodo  di almeno quarant’anni, essa vi da forza di legge nel diritto canonico, pure se non è mai stata oggetto d’una espressa codificazione. Questa pratica può essere abrogata da una legge formulata specificamente per tal scopo e, se abbiamo qualche dubbio, la legge più recente può essere interpretata come la più antica. Per quanto possibile, dev’essere armonizzata con essa, ossia, in caso di dubbio, possiamo continuare ad  osservare la legge esistente. Anche se la nuova normativa contiene una clausola "nonobstat" che indica un’espressa interdizione ad ogni consuetudine o legge contraria, questa interdizione non può estendersi ad una consuetudine di cent’anni o di tempo immemore, senza espressa menzione nella nuova legge. La testimonianza dei grandi dottori della Chiesa riceve il conforto dell’opinione di Rousseau, che difficilmente può essere considerato come un suo sostenitore: 
"E’ soprattutto la grande antichità delle leggi che le rende sante e venerabili. Il popolo disprezza presto quelle norme che vede cambiare ogni giorno" (27). Come ha sottolineato il professor Hitchcock, "i riti sacri non possono essere soggetti a riforme sostanziali senza causare un grave disturbo nella società di cui sono simboli" (28).
Non c'è nulla di meglio che illustrare l'applicazione di questi principi nei cambiamenti liturgici della Riforma protestante citando ancora una volta i vescovi cattolici della provincia di Westminster nella loro difesa alla Apostolicae curae, già accennata in conclusione al capitolo VIII. Parlando delle riforme di Cranmer, i vescovi hanno sottolineato che le chiese locali non hanno il diritto d’inventare nuovi riti:
"Devono stare attenti a non omettere o cambiare nulla alle forme giunte a noi dall’immemorabile tradizione. Perché quest’uso immemorabile, che comporti o meno nel corso del tempo delle aggiunte superflue, non può non essere mantenuto tutto ciò che è necessario – almeno agli occhi di coloro che credono in una Chiesa visibile guidata da Dio –, in modo che portando al rito a noi trasmesso  un’adesione inflessibile, vi sentiamo sempre un senso di sicurezza. Viceversa se omettiamo o cambiamo qualsiasi cosa, è possibile che rinunciamo ad un elemento essenziale. Il modo sano d’agire è sempre stato quello della Chiesa cattolica ... Sappiamo che una volta le chiese locali potevano legittimamente aggiungere nuove preghiere e cerimonie ... Μa che esse abbiano avuto il permesso di sopprimere delle preghiere e delle cerimonie in uso precedentemente, ossia di rimaneggiare in modo più radicale i riti esistenti, è una tesi della quale non conosciamo alcun fondamento storico e che ci pare assolutamente incredibile. Di conseguenza, noi riteniamo che, adottando quest’attitudine senza precedenti, Cranmer ha agito con un’inconcepibile temerarietà” (29).
Le conseguenze della Riforma protestante nella vita religiosa in Gran Bretagna sono solo uno dei molti esempi che confermano la correttezza delle parole di Confucius: “Intervenire nei riti pubblici significa intervenire nella struttura di governo". Questo non significa, naturalmente, proibire una riforma liturgica, ma una riforma non comporta necessariamente una revisione radicale dei riti esistenti; intraprendere una tale riforma significa commettere una rivoluzione liturgica simile a quella descritta nel Capitolo VIII; il principio lex orandi, lex credendi, da noi spiegato, dimostra chiaramente che le modifiche introdotte nel culto pubblico sono inevitabilmente accompagnate da un cambiamento di fede. Il professore Hitchcock esprime perfettamente l'incompatibilità totale tra una riforma radicale della liturgia cattolica e l’etica e le tradizioni della Chiesa:
"Una trasformazione deliberata e radicale del rituale porta pure inevitabilmente ad un cambiamento di Credo. Questa trasformazione radicale conduce ad un’immediata rottura con i legami della vita passata della comunità, oramai divenuti un vecchio fardello. Il desiderio di liberarsi del peso del passato è incompatibile con il Cattolicesimo, che vede nella storia uno sviluppo organico dalle radici antiche ed esprime quest’idea dimostrando un profondo rispetto per la tradizione" (30).
L'esempio più evidente del fatto che l'alterazione radicale del rituale ha portato a una modifica radicale della fede è, naturalmente, la riforma di Cranmer, come ha sottolineato Μons. Hughes:
"Con il graduale passare del tempo, i dogmi confessati negli antichi riti ormai abbandonati che, grazie a loro, erano rimasti vivi nelle menti e nei cuori, finirono per scomparire a loro volta senza che, per distruggerli, fosse stato necessario organizzare missioni e predicazioni" (31).
E’ realmente possibile riformare la liturgia, applicando i principi illustrati in questo capitolo. Questi principi non si basano solo sugli insegnamenti dei grandi dottori cattolici, ma anche sulla comune sapienza dell'umanità. Tale riforma è stata effettuata da san Pio V, con la promulgazione della bolla Quo primum tempore nel 1570. Prima di procedere ad un esame approfondito di questa riforma, è forse interessante soffermarsi sull’osservazione che Tolstoj rivolge ad uno dei suoi personaggi in Anna Karenina:
"Supponiamo che tu voglia fare davanti alla tua casa un nuovo giardino e che, proprio di fronte, vi sia un albero secolare... Se quest'albero è vecchio e decrepito, non andrai ad abbatterlo per mettere al suo posto un cespuglio di fiori; piuttosto disporrai i cespugli in modo da conservare l’albero; in un anno non ricrescerà un albero come questo".
Ciò che distingue chiaramente un riformatore della liturgia come papa san Pio  V da un rivoluzionario come Cranmer è che quest'ultimo afferrerà senza dubbio con gran piacere la sua ascia per colpire ogni albero davanti alla sua strada, fosse pure vecchio e decrepito.

___________________________________

Note
  1.  Lettera pastorale ai nuovi cattolici della sua diocese, ed. Label, Versailles, 1817, t. XXV, p. 9.
  2.  EBCP, p. 182.
  3.  Missel romain di don Cabrol, Introduction.  
  4.  J. H. Newman, Ceremonies of the Church, in Parochial and Plain Sermons, t. II.
  5.   RS, p. 70.
  6. Dietrich von Hildebrand, Le Cheval de Troie dans la Cité de Dieu, traduzione N. Boyer, Paris, 1971, pp. 206-207.
  7.  EBCP, p. 183.
  8. Dietrich von Hildebrand, op. cit., pp. 210-211.
  9. TR, p. 119.  
  10.  H. R. Williamson, The Great Betrayal, Devon, 1970, p. 8.
  11. Summa Theologica, III, q. 83, a. 5.
  12. Ibid., I-Il, q. 90, a. 4.
  13. In Le Courrier de Rome, n. 15 del 15 settembre 1967, in un articolo di don Dulac , si trova una lista notevole di citazioni. L’autore vi pesca abbondantemente per comporre questo capitolo.  
  14. Summa Theologica, , I-ΙΙ, q. 97, a. 2.
  15. Ibid., I-ΙΙ, q. 97, a. 1.  
  16. Ibid.,  I-II, q. 97, a. 2.
  17. Louis Salleron, La nouvelle Messe, Paris, 1972, p. 40  
  18. Pascal, Pensées, n. 230, in Œvres complètes, ed. Jacques Cheva­lier, La Pleiade, Paris, 1954, p. 1150 (n. 384 dell’edizione Brunschvicg).
  19. Summa Theologica, I-II, q. 97, a. 2.  
  20.  RS, p. 75.
  21. Reformation aus Rom, Munich, 1967, p. 42.
  22. De Legibus, tt. V et VI. Cfr. Suarez, Œvres completes, ed. Vives, Paris, 185.
  23. RS, p. 79.
  24. Les Lois, n. 797.
  25. Dietrich von Hildebrand, La Vigne ravagée, trad. A. Jourdain, Paris, l974, p. 63.
  26. RS, p. 86.
  27. Citato in Le Courrier de Rome, n. l5.
  28. RS, p. l32.
  29. VAC, p. 42.
  30. RS, p. 59
  31. RIE, t. II, p. 111.

6 commenti:

  1. L'articolo inquadra la liturgia nella tipica mentalità latina: in modo legale, cosa che a me non aggrada molto, anzi nulla!

    Nonostante ciò, il discorso è perfetto (fatti salvi alcuni punti che chiarirei meglio).

    Qui capiamo benissimo che le riforme radicali non trovano casa all'interno della tradizione cristiana.

    L'autore si riferisce alla riforma di Cranmer che, com'è noto, creò la liturgia anglicana in uso ancora oggi. Ma chi legge con attenzione capirà che si riferisce indirettamente alla riforma liturgica uscita dopo il concilio Vaticano II.

    D'altra parte un insegnante di liturgia, certamente favorevole alle presenti riforme, ammise chiaramente che, in tutta la storia della liturgia romana, non è mai esistita una riforma così radicale come quella realizzata nel postconcilio.

    Se lo dicono loro quanto più valore hanno queste riflessioni?

    Pietro C.

    RispondiElimina
  2. C'è sempre da controllare in queste definizioni se le riforme cui si fa riferimento sono quelle realizzate dal Concilio o quelle che sono state realizzate dal postconcilio che, molto spesso, con il concilio non hanno niente a che fare.
    Bisogna sempre controllare se chi parla si riferisce alle riforme in odore di discontinuità o di continuità.

    RispondiElimina
  3. Caro Anonimo (01 settembre 2011, 16:09),

    in un primo momento avevo risposto in questa sede alla sua "direttiva" su "come leggere" il Concilio e il postconcilio.
    Ho pensato che, vista la delicatezza e l'importanza dell'argomento, fosse meglio dedicare un intervneto più preciso ed articolato che ho inserito in http://traditioliturgica.blogspot.com/2011/09/responsabilita-del-concilio-vaticano-ii.html

    Grazie per l'attenzione.

    RispondiElimina
  4. mi pare che questa bellissima spiegazione metta in evidenza la tragicita' dell'abbandono delle forme rituali tradizionali a favore di forme inventate a tavolino.senza andare tanto lontani la riforma eretica di cranmer e' stata applicata per la redazione del novus ordo post vaticano 2.ma il vero culto cattolico e' la liturgia di San Pio 5

    RispondiElimina
  5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina
  6. Io credo che, con le riforme liturgiche, i riformatori abbiano aperto dei vasi di Pandora senza rendersi bene conto cosa tutto questo avrebbe comportato.

    Le variazioni sono sempre avvenute nelle liturgie, ma variazioni talmente lente nel tempo da non dare l'impressione che avvenissero.

    L'uomo nelle cose sacre ha bisogno di stabilità. Se fa entrare anche nel cosiddetto sacro gli eterni cangiamenti che contraddistinguono la vita profana, allora è il sacro che cessa di esistere agli occhi umani.

    RispondiElimina

Si prega di fare commenti appropriati al tema. Ogni commento irrispettoso o fuori tema non verrà pubblicato.