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venerdì 12 agosto 2011

In omaggio a mons. Silvano Fain

Mons. Silvano Fain mentre celebra il "piccolo pontificale" il 15 agosto 1961


Quando si parla di liturgia è normale far ricorso a principi, alla storia, alla tradizione. Forse si abuserà della pazienza dei lettori, per la maggioranza abbastanza distanti dal mondo tradizionale della Chiesa.

Quando, invece, si fanno esempi concreti immediatamente si è seguiti e capiti.

In questo tempo, in cui pare esserci il gusto amaro di esaltare la decadenza morale e umana del clero, sembra che non siano mai esistite persone rette. Soffermandosi troppo sulle cose negative, chiunque diventa più negativo e generalizza indebitamente.

Mi pare, dunque, doveroso ricordare almeno qualche esempio positivo, giusto per riequilibrare le opinioni e illuminare un poco la situazione presente.

Nei lontani tempi in cui, adolescente, seguivo i genitori nei luoghi di villeggiatura, ebbi modo di conoscere un anziano distinto sacerdote, dal fare molto semplice e aristocratico allo stesso tempo: mons. Silvano Fain.

Egli era arciprete della basilica di Grado, un piccolo paese lagunare, con una storia antica e interessante. Grado per lungo tempo ebbe contatti diretti con l'Impero bizantino, un poco come Ravenna, e per un certo tempo fu sede patriarcale. Per quest' importante storia, l'arciprete di Grado fu insignito, inziando proprio da mons. Fain, del titolo di protonotario apostolico.

Questo prete aveva, dunque, diritto di vestire in un certo modo e indossare una mitria bianca damascata. Lo ricordo  nei giorni di festa, quando ci veniva innanzi sorridente, tutto vestito in paonazzo, cosa che neppure il suo vescovo faceva, forse per quello strano rispetto umano che ha letteralmente ammalato il clero cattolico di questi ultimi anni.

Mons. Fain non aveva complessi di tal sorta. Era un uomo di "un tempo". Sempre perfetto nel suo modo di vestire, molto dignitoso nel suo comportamento, con una cortesia antica che è sempre bello ricordare.

Non era un gran omileta, non sapeva fare discorsi particolarmente aulici e retorici, non stupiva in queste cose.
Lasciava, però, il cuore caldo. Una persona che gli si avvicinava, partiva riscaldata nell'animo, cosa divenuta oggi rarissima!

Le sue liturgie erano speciali. Sapeva sposare semplicità e dignità. Nel momento in cui pregava, era compostissimo: gli occhi sempre rivolti in basso, modesti, presi dal mistero che stava celebrando.

Questo, infatti, è l'atteggiamento del liturgo, di un vero celebrante: egli sa che non bisogna invadere il campo obbligando gli altri a concentrare lo sguardo sulla propria  persona ma è necessario divenire "specchio" perché l'attenzione degli altri si conduca verso Dio. Perciò lo sguardo del prete dev'essere contenuto, soprattutto nella liturgia, non girare ovunque come una trottola.
Uno sguardo contenuto rivela pace, equilibrio e ordine interiore. Indica che la propria felicità è dentro di sé, non nella ricerca vanitosa dell'esteriorità, qualunque cosa questo significhi.

Il movimento del corpo nell'entrare e nell'uscire dal santuario, nell'incensare l'altare e il popolo, nel dirigersi al canto del vangelo, dev'essere spontaneo ma misurato, armonioso, non volgare, dinoccolato, trasandato, strascicato. Anche su queste cose mons. Fain aveva il giusto metodo che si rivelava perfino nel modo calmo e posato con cui girava le pagine del messale.

L'esatto contrario di quello che vediamo nella maggioranza dei casi odierni a causa di uno spontaneismo triste e anarchico che non ha senso alcuno! Chi non amava e non capiva questo monsignore, lo definiva "prete-soprammobile", dimostrando così qual vacuità di vita e pensiero può scorrere in un certo mondo cattolico. Inutile dire che, a tali "mosche", mons. Fain non rispondeva e chi lo vedeva aveva l'impressione di un uomo felice e senza pensieri.
Con il suo stile, contemporaneamente sobrio e sublime,   mons. Fain riusciva a rendere dignitosi perfino i riti riformati del Cattolicesimo, noti per essere divenuti oramai secchi, scheletrici e schematici.

D'altronde, nel suo stile non rientravano le cose brutte e tantomeno i penosi eccessi liturgici, frutto solo di menti balzane e cuori senza pietà. Amava conservare i canti tradizionali, le celebrazioni dei vesperi in lingua latina con delle melodie che, pare, un tempo fossero diffuse in tutta la costa dalmata.

Mi rivedo ancora adolescente totalmente meravigliato dal modo con cui gli usciva di bocca il "benedicamus Domino", al termine del vespero.

Nelle solennità cantava il vangelo con il famoso "tono patriarchino", una melodia con echi chiaramente orientali. Si dice che questo canto discenda dalla Chiesa-madre di Aquileia, fondata da evangelizzatori provenuti da Alessandria d'Egitto.

I vecchi del paese sostenevano che, per tradizione, un prete poteva essere parroco di Grado solo se era in grado di cantare il vangelo con questo tono. Mons. Fain eccelleva come cantore e non solo.

Chi non ha vissuto queste cose non può immaginarle.

Certamente è più facile troncare con tutto questo mondo, sostituirlo con realtà artefatte, tentando magari di fare una damnatio memoriae dello scomodo passato (come pare qualcuno faccia verso questa nobile figura oramai defunta).

Persone con poca o nulla formazione, molto piene di sé e di scarsa umanità in tutti i tempi e luoghi hanno sempre provato fastidio nei riguardi di chi, per nascita e formazione, è stato di molto superiore rispetto a loro.

Nulla di nuovo sotto il sole, dunque!

Oggi non si può che portare affetto e onorare chi, con l'esempio di un'elevata personalità, ha saputo dare una lezione di vita che rimane nel tempo e nella memoria di molti: mons. Silvano Fain, l'ultimo "patriarca". 

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Link su mons. Silvano Fain: "L'ultimo Patriarca"

2 commenti:

  1. grazie. anche io lo ricordo così. era speciale

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    1. Egli riposi in pace e dall'alto preghi e benedica chi, in questo mondo, si deve sopportare tante infinite miserie...

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