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mercoledì 10 agosto 2011

La centralità dell'esperienza cristiana e la sua importanza per la liturgia

Santuario (Vima) di una chiesa greco-ortodossa.
La bellezza liturgica non è mai fine se stessa (estetismo) ma rappresenta iconicamente l'esperienza spirituale


Nella coscienza della Chiesa bizantina, l’esperienza cristiana ha sempre avuto un ruolo fondamentale. Al credente non è dato dissociare l'esperienza dal Credo, come se i dogmi fossero pura filosofia. I dogmi, per i Padri della Chiesa, non nascono da un “pensiero” su Dio ma da un’esperienza spirituale. La Chiesa si motiva egualmente per la medesima esperienza; il clero (custode e guardiano dell’esperienza cristiana assieme ai laici) ha per scopo quello di condurre le persone a “toccar con mano” la realtà divina.

La via per giungervi è la pratica cristiana. Questa pratica viene normalmente definita con il termine di “spiritualità” e ha, come “laboratorio di verifica”, i monasteri.

Nella Chiesa bizantina esiste una sola “spiritualità” perché è unico il cammino che conduce tutti nell’unica esperienza dell’unico Dio.

L'esperienza di Dio, proprio perché lo riguarda, è identica in Mosé (antico testamento), in Dionigi l'Areopagita (I-II sec), in Simeone il Nuovo Teologo (XI sec), in Gregorio Palamas (XIV sec), in Serafino di Sarov (XIX sec), nel monaco Paisios l'Aghiorita (XX sec), anche se in contesti e sensibilità non identici, se ne fanno descrizioni con accentuazioni differenti.

Tale “spiritualità” non conosce intellettualismi, romanticismi, psicologismi, non comporta fantasie, voli immaginari, distacco dalla realtà, idealismi, tutte cose che, in misura differente, hanno intaccato “le” spiritualità nel mondo occidentale. Qui, la trasformazione dell’unica spiritualità in molte spiritualità ha, infatti, un elemento inquietante: il rischio d'essere come la moltiplicazione delle opinioni individualistiche nella fede. Tale moltiplicazione potrebbe essere l’espressione di un soggettivismo che non onora più le antiche autorità spirituali e ne vuole fare "tabula rasa".

Anticamente non era così. Si narra che, prima di formulare il Credo, quando un viaggiatore (ammettiamo un ispanico) arrivava in un monastero orientale, gli chiedevano qual'era la sua esperienza di Dio. Quando costui dava chiari segni d'avere un'esperienza identica a quella dei monaci del luogo, era ammesso alla comunione e alla liturgia. Se costui, tanto per fare un esempio odierno, avesse detto che per lui l'esperienza di Dio era sostituire il digiuno con opere sociali, avere fantasie religiose nel momento della preghiera, vivere la religione come se fosse un prodotto consumistico, è certo che costui non sarebbe stato ammesso alla comunione sacramentale.

Questo dimostra il legame profondo tra esperienza cristiana e liturgia.

La liturgia, infatti, è la culla nella quale vive quest’identica perenne esperienza.

La descrizione della spiritualità può essere differente, dal punto di vista materiale (Evagrio il Pontico non si esprime esattamente come Gregorio di Nissa o come Massimo il Confessore).

Dal punto di vista contenutistico, invece, la sua descrizione è identica ed è questo a fare la comunione ecclesiale e a far in modo che uno, oggi, possa scoprire identiche cose scoperte, ad esempio, da Gregorio di Nissa nel IV secolo. I piedi dell’uomo odierno, seguendo la tradizione ascetica dei Padri, si appoggiano sul medesimo percorso e vanno nella medesima direzione. L' identica esperienza fa la comunione tra le generazioni nella Chiesa, indifferentemente dallo scorrere del tempo e questa comunione viene celebrata nell’Eucarestia.

Non è la differente mentalità tra le persone che crea la divisione. Quante volte si ripete che, nella Chiesa, si creano divisioni solo a causa di una “differente mentalità”? Ebbene, questo è errato!

Non è la mentalità a dividere ma la diversa esperienza di Dio da cui discende una diversa esperienza di Chiesa. Ma siccome una diversa esperienza di Dio non è possibile (dato il modo peculiare e unico in cui il Dio biblico si manifesta), è evidente che quella non è esperienza vera ma illusione.

Con una diversa mentalità si può spiegare diversamente quella medesima esperienza. Ci si accorge che è la stessa poiché, come afferma il Vangelo, un albero si riconosce dai frutti.

Con un esempio tutto sarà più chiaro.

Un cieco ha un modo sicuramente diverso di esprimere le sue sensazioni, rispetto ad uno che ci vede. Ma su entrambi il sole crea la medesima impressione, anche se il cieco, non potendo vedere la luce, ne darà una descrizione diversa. Esattamente lo stesso avviene con l'esperienza di Dio in due persone di mentalità, geografia, cultura e tempo diverso!!

Abbiamo modo di verificarlo nella letteratura ascetica antica e in quella patristica.

Viceversa, se la cultura tra due persone fosse addirittura identica ma l'esperienza cristiana fosse troppo diversa nelle cose fondamentali, allora non potrebbe esserci comunione. Questo è valido sia cronologicamente sia spazialmente, perché è un elemento sostanziale. Così, se in una Chiesa si commemorano vescovi, papi, patriarchi ma le persone sono esperienzialmente all'opposto tra loro, allora in quella Chiesa vige uno scisma de facto e la liturgia commemora una comunione inesistente sul piano della vita ed esistente solo in una vaga teoria: si celebra un’apparenza, una menzogna!

Infatti è l'esperienza il dato fondante, al punto che tutto nella Chiesa antica gravitava attorno ad essa: laici, clero, teologi, monaci erano a suo unico servizio. Se oggi nelle persone non ci sono più questi equilibri, allora significa che, nel frattempo, si è creato un muro, uno strappo. Inevitabilmente le chiese si svuotano...

Nel mondo cattolico si parla spesso di “riformare” la liturgia. Michael Davies, in un articolo presente in questo blog, offre dei criteri di possibile riforma.

E’ comunque significativo che egli non parla mai di spiritualità, ma di leggi, norme, canoni, consuetudini.

Viceversa, la cosiddetta "riforma" della liturgia dovrebbe nascere dalla coscienza che la preghiera offre i mezzi per la spiritualità, che la spiritualità ha un determinato contenuto (ascetico e tradizionale), che la realtà dell'Al di là si affaccia sul nostro mondo nel momento liturgico (dimensione escatologica e  teofanica). Ebbene, proprio questi punti fondamentali oggi sono debolissimi, quasi inesistenti.

Se la spiritualità classica è poco importante, allora tutto si riduce a formule e la Chiesa diventa un'associazione con regole e nome fine se stesse. La liturgia diventa un insieme di cose da fare e/o da non fare (neo-rubricismo).

Le vie di “riforma” per il mondo cattolico possono, allora, essere solo due:

un'ulteriore protestantizzazione o un imbachettamento rubricistico col quale si pensa di “onorare” la legge.

Lo notiamo già chiaramente, dal momento che queste tendenze bisticciano clamorosamente tra loro finendo per fare cocci di quanto rimane.

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