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sabato 6 agosto 2011

La festa della trasfigurazione di Cristo (6 agosto)

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Dipinto bizantino, custodito nel Monastero del Monte Sinai, rappresentante la trasfigurazione di Cristo ( XII sec)

Nel calendario liturgico della Chiesa (sia in Oriente che in Occidente) il 6 agosto si commemora la trasfigurazione di Cristo.

L’evento evangelico, sul quale è fondata tale commemorazione, presenta Cristo che, salito su un alto monte in compagnia di tre discepoli, assume temporaneamente uno stato fisico assolutamente fuori dalla norma, condizione definita come metamorfosis, oltre la forma naturale, ossia trasfigurazione:

“[Egli] fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Mt 17, 2).

Questo passo evangelico fu interpretato dall’esegesi patristica, come una delle prove in base alle quali Cristo era anche Dio, non un semplice uomo. Un esempio è il seguente:

“[Cristo] ha voluto che tre salissero sul monte, per risplendere ad essi nella sua vera forma, per mostrare la sua divinità e per rivelare ciò che nascondeva sotto le spoglie umane” (Gregorio Nazianzeno, Oratio 32).

La Chiesa bizantina fu sempre affascinata da tale racconto evangelico, al punto che la festa liturgica della trasfigurazione fu istituita abbastanza presto: prima del IV secolo, epoca in cui l'Imperatrice Elena fece erigere sul Tabor una basilica della trasfigurazione. In conseguenza di ciò, furono composti dei testi liturgici per la festa. In essi, l’evento evangelico non solo è poeticamente celebrato ma se ne offre una sintesi spirituale e teologica nella quale sono illustrate conseguenze concrete per il genere umano:

“Per mostrare la trasformazione dei mortali assunti nella tua gloria, o Salvatore, al momento del tuo secondo e tremendo avvento, sul monte Tabor ti sei trasfigurato. Elia e Mosé parlavano con te; tu chiamasti tre dei tuoi discepoli, ed essi vedendo, o Sovrano, la tua gloria, per il tuo fulgore restarono sbigottiti. O tu che un tempo su costoro hai fatto brillare la tua luce, illumina le anime nostre” (Kàthisma dopo la prima sticologia, al Mattutino).

“Tu che con la tua luce hai santificato tutta la terra, ti sei trasfigurato sull’alto monte, o buono, mostrando ai tuoi discepoli il tuo potere, poiché tu riscatti il mondo dalla trasgressione. Noi dunque a te gridiamo: pietoso Signore, salva le anime nostre” (Idiomelon al Mattutino).

I testi liturgici bizantini riguardanti la trasfigurazione, dei quali qui sono stati citati due esempi, legano la luce taborica alla trasformazione corporea degli uomini al momento della loro resurrezione. Riguardano, altresì, la santificazione di tutto il cosmo ampiamente investito da tale luce.

I lampi che rifulgevano dal corpo di Cristo non sono, però, un evento passato, legato ad un semplice ricordo liturgico. Per la Chiesa bizantina, sono un evento che può prodursi in condizioni particolari nel credente santificato. Il monachesimo bizantino, custode di questa coscienza, ha fondato tutta una spiritualità e un’ascesi mistica di tipo esperienziale al vertice della quale c’è la visione della luce taborica.

E’ noto come, in pieno XIV secolo, a Costantinopoli nacque un’accesa controversia tra il partito monastico – rappresentato da san Gregorio Palamas – e una certa sensibilità umanistica – rappresentata dal monaco calabro Barlaam – nella quale l’oggetto del contendere fu proprio la luce taborica. Per i monaci tale luce era un’esperienza di grazia divina, essendo la manifestazione delle energie increate di Dio nell’uomo. Per Barlaam, non era altro che un fenomeno naturale o un’illusione diabolica.  L’epilogo di tale controversia, che conobbe diversi momenti, è risaputo: Barlaam fu condannato e, sconfitto, uscì dalla scena costantinopolitana rifugiandosi  in Occidente dove fu elevato all’episcopato dal papa di allora. Per breve tempo fu l’insegnante di greco del Petrarca. Inverce a Costantinopoli,  dopo altre controversie, la sensibilità "palamita", che dava particolare risalto alla trasfigurazione, si rafforzò e questo influenzò notevolmente pure lo stile iconografico dell’ultimo periodo bizantino. Le icone d’epoca paleologa sono caratterizzate da un’estrema raffinatezza rappresentativa e da una luminosità ultramondana che brilla sul corpo dei santi rappresentati, sugli oggetti e sul mondo naturale che li circonda.

Gerard David: la trasfigurazione di Cristo
Nell'occidente europeo, viceversa, non ci fu mai particolare attenzione nei riguardi di questa festa. Inizialmente esisteva una commemorazione opzionale, praticata da alcune chiese locali. Nel rito romano fu estesa ovunque solo a partire dal 1457. I motivi non erano né teologici né spirituali, dal momento che i presupposti della teologia latina non lasciavano, allora, spazio alcuno per un approfondimento spirituale e dogmatico sul tipo di quello orientale. Rimase una festa devozionale il cui vero fine consisteva nel ringraziare Dio per  la vittoria di Belgrado ottenuta dalle armi cristiane contro l’invadente armata turca.


Giovanni Bellini: la trasfigurazione di Cristo
Sempre attorno allo stesso periodo, esistono delle rappresentazioni pittoriche, riguardanti la festa, nelle quali il messaggio evangelico viene sensibilmente distorto a favore d’una lettura tipicamente naturalistica che, quindi, nega significato ed efficacia alla luce taborica.
Vengono qui riportati due esempi, uno di Gerard David (1460-1523) e un altro di Giovanni Bellini (1433-1516) nei quali la luce irradiata dalla persona di Cristo è totalmente assente. Questi esempi mostrano il modo diffuso e probabilmente prevalente con cui veniva inteso l’evento della trasfigurazione nell’epoca in cui ne fu estesa la festa. Vi si rinviene l’anticipo di quella che, poi, sarà la secolarizzazione del messaggio cristiano: l’oblio, se non la negazione, del suo elemento soprannaturale e trascendente.

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