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giovedì 11 agosto 2011

Le reliquie e il loro culto

Cassa-reliquiario con microreliquia di san Gregorio Magno (un frammento d'osso)


Il termine “reliquie” deriva dal latino “reliquiae” e significa letteralmente “resti”. Tale termine deriva, a sua volta, da quello greco “leipsana” che ha  medesimo significato.

La tendenza a conservare oggetti o parti del corpo di una persona cara (ad esempio una ciocca di capelli), è universalmente riscontrabile e comprensibile.

Questa tendenza ha fatto in modo che, nel Cristianesimo, s’iniziasse abbastanza presto a conservare dei resti di martiri, ossia di persone morte per aver fatto testimonianza (martyria) della fede cristiana.

Il luogo in cui si conservavano tali reliquie erano le chiese ai quali santi erano spesso dedicate. Nel primo medioevo esiste uno stretto rapporto “tra altare ed il sepolcro dei martiri, oggetto già dai primordi della cristianità di intensa pietà da parte dei fedeli. […] Già nel VI e VII secolo le reliquie venivano, in singoli casi, incluse nel corpo dell’altare, com’è oggi prescritto per ciascuno di essi” (1).

Le reliquie hanno, dunque, un culto tradizionale con determinate caratteristiche. Affetto, pietà, richiesta d’intercessione e di grazie, richiesta di benedizione sono solo alcune motivazioni che sostengono tale venerazione.

Quest’atteggiamento generale potrebbe rientrare all’interno di quanto, con termine tecnico, si definisce “devozionalismo”, ossia un modo individuale e affettivo di vivere la fede cristiana nutrendola di “devozioni” e preghiere, non necessariamente patrimonio della liturgia. Tra le devozioni rientrerebbe, dunque, il culto delle reliquie che in Occidente, fino ad un recente passato, conobbe un notevole slancio popolare.

E’ noto come nel basso Medioevo il culto per le reliquie iniziò a macchiarsi di veri e propri abusi finendo per scadere in superstizione, simonia o nella costruzione di reliquie false per fine pecuniario.

Ancor oggi, se si apre un qualsiasi libro di teologia o di liturgia, è molto difficile trovare un motivo teologico e, quindi, una prospettiva evangelica ed ecclesiale per il culto delle reliquie. Per trovarla, bisogna ancora una volta volgersi ad Oriente, nella prassi e nella teologia della Chiesa bizantina.

Anche qui, come in Occidente, le reliquie dei santi conobbero un vivace culto, tuttora presente. I resti mortali dei santi, infatti, hanno peculiarità tali da attirare l’attenzione e la pietà dei fedeli. Come si dice in Oriente, tali resti sono un segno anticipatore della resurrezione dei corpi. E’ noto, infatti, che per la Chiesa bizantina la redenzione operata da Cristo non riguarda solo l'aspetto spirituale dell’uomo. Lo tocca anche nel suo aspetto materiale, nel corpo e, attraverso questo, raggiunge tutto il cosmo.

L’inumanazione di Dio (il farsi carne di Cristo) ha esattamente il significato di sollevare la situazione umana anche nel corpo. Come Cristo, il santo diventa un “contenitore di grazia”, ossia di energia salvifica. Il passo evangelico in cui Cristo viene toccato dall’emorroissa è in grado di spiegare perfettamente quanto si sta dicendo:

“Gesù disse: ‘Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me’. Allora la donna, vedendo che non poteva rimanere nascosta, si fece avanti tremando e, gettatasi ai suoi piedi, dichiarò davanti a tutto il popolo il motivo per cui l'aveva toccato, e come era stata subito guarita. (Lc 8, 46-47).

La salvezza di Cristo è, dunque, qualcosa che riguarda direttamente pure il corpo, non è una vaga e astratta promessa per illudere le persone. In questo passo evangelico, una donna malata tocca la persona di Cristo e ne viene guarita. Il commento di Gesù è significativo: “Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me”. Questa forza che, con linguaggio teologico bizantino chiamiamo “energia”, è definita dalla Chiesa col termine di “grazia”. Il corpo dei santi, come quello di Cristo, viene investito di tale forza, essendo un corpo santificato, ossia reso Cristo, cristificato.

I Sacramenti non sono, dunque, il solo veicolo di grazia, dal momento che esiste pure il corpo dei fedeli santificati.

Dal momento in cui delle persone sono santificate, divengono possibili sorgenti di miracoli, eventi inspiegabili e salvifici. Il primo miracolo riguarda proprio le reliquie stesse che non sono soggette, come normalmente accade, alle leggi naturali della dissoluzione per cui un corpo morto puzza e si decompone.

Myron di san Demetrio
Molto spesso i corpi dei santi, pur non essendo stati trattati con sostanze conservatrici, rimangono per lungo tempo intatti. In alcuni casi emanano profumo o una sostanza oleosa intensamente profumata (il myron). Ad esempio, dai resti mortali di san Demetrio (conservato nella cattedrale di Tessalonica) esce un myron intensamente profumato. Chi ne riceve qualche goccia su un batuffolo di cotone ha modo di sentirlo per lunghissimo tempo. Quale sostanza chimica potrebbe lasciare un forte profumo per anni, distribuita in piccolissima quantità (qualche goccia)?

Le reliquie dei santi lanciano il seguente  messaggio: non sono la nullificazione dell’essere umano ma la testimonianza dell’esistenza, in chi è investito di grazia, di “germi d’eternità”.

Alle reliquie, infatti, è legata una frase del Credo con la quale si professa la resurrezione dei corpi. Tale frase è il cardine della fede cristiana al punto che lo stesso san Paolo disse: “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor 13,14).

Non mi pare, allora, che si possa concordare con la riflessione di chi considera le reliquie come oggetti inerti e inespressivi ai quali solo i fedeli danno valore (2). Quando un corpo profuma o non si decompone, ha un valore in sé, esprime un suo linguaggio evidente, anche se chi lo constata non è in grado d’interpretarlo.

L’opinione con la quale si toglie valore alle cose in sé legandolo solo all’interpretazione del soggetto ha affascinato molto attuale clero. E’ stata, nella maggioranza dei casi, il motivo che ha determinanto il tramonto del culto delle reliquie in Occidente e il suo accantonamento come pratica medioevale e superstiziosa.

Oggi, visitando chiese e cattedrali del mondo cattolico, si possono ancora vedere reliquie e reliquiari, laddove vi sia sensibilità e buon senso di conservarle. Ma tali reliquie non sono venerate. Le circonda, in grandissima parte, una  fredda indifferenza la quale testifica, a sua volta, il disincanto e la sufficienza con le quali, l’uomo attuale, osserva il mondo tradizionale della fede.







Note



1.    J. A. Jungmann, Missarum Solemnia, Milano 2004, pp. 215-216.

2.    Cfr. ad esempio, Antonio Lombatti, Il culto delle reliquie. Storia, leggende, devozioni, Milano 2007, p. 70. E’ vero che tale autore descrive l’atteggiamento dello storico, il quale deve solo registrare opinioni e valori umani. Ma è altrettanto vero che, generalizzando tale atteggiamento, si finisce per svuotare il culto delle reliquie attribuendolo solo a cause soggettive. Di questo passo, pure la fede cristiana decade ad evento unicamente soggettivo, privo, dunque, di qualsiasi riscontro oggettivo e storico.

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