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venerdì 19 agosto 2011

Lumen Christi – Φῶς Χριστοῦ – Luce di Cristo

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La luce

La luce ha procurato alla liturgia molti elementi di simbolismo. Certo un gran posto ha avuto la luce del sole, il cui sorgere e il cui tramonto ricordano, a chiunque ha familiarità con la Bibbia, il Cristo sole di giustizia: così la Chiesa ha potuto lottare efficacemente contro il fanatismo per il culto del sole agli inizi del IV secolo. Ma bisogna qui ricordare soprattutto la funzione dell’illuminazione con torce, lampade, candelabri, candele. Fin dall’Antico Testamento, davanti a Yahwé, nel tabernacolo dell’alleanza, bruciava la fiamma perpetua dell’olio vergine (Es. 27,20; Lev 24, 2-4; 1 Sam 3,3) sulle sette braccia del candelabro d’oro (Es. 25, 31-40): così pure san Giovanni nell’apocalisse vede “sette lampade di fuoco” bruciare davanti a Colui che siede sul trono (Apoc 4,5) e sette candelabri d’oro che circondano il Figlio dell’uomo (Apoc 1,12-13). Usati nella Sinagoga e nella liturgia familiare ebraica, i lumi si ritrovano anche nelle assemblee cristiane primitive (Atti 20,8), certo non solo come illuminazione utilitaria. Fin dal III secolo il gesto di accendere le lampade al cadere della notte ispira magnifiche preghiere, che più tardi il lucernario utilizzerà e svilupperà; senza dubbio è dal lucernario che trae origine il cero pasquale. Segno di gioia, richiamo ad una presenza sacra, simbolo della preghiera che esso attesta o alla quale invita, i lumi appaiono attorno alla tomba dei martiri, poi nelle basiliche, in seguito davanti agli altari e alle icone, molto più tardi davanti al tabernacolo eucaristico.

La Chiesa di Gerusalemme ha creato un altro dei gesti espressivi della liturgia pasquale, il lumen Christi. La lampada o la candela del battesimo ha ugualmente un simbolismo ovvio e decisivo. Per contro, l’uso di ceri alle sepolture è forse la continuazione di un uso romano, al quale i cristiani hanno dato un senso nuovo.

Anche il portare le candele alla processione del 2 febbraio ha trovato il suo valore durevole solo perché illustra il cantico di Simeone, lumen ad revelationem gentium.

I lumi costituiscono anche una scorta di onore ispirata dalla etichetta romana, ma talmente naturale che meritava di esser conservata: questo onore è dovuto innanzitutto al vescovo, che il cerimoniale dell’ Ordo romanus I faceva precedere da sette “cereostata”, uso ancora in vigore a Roma e a Lione; per il fatto che questi candelieri erano deposti presso l’altare dopo l’arrivo del corteo, essi sono divenuti la decorazione di ogni altare dove il vescovo del luogo celebra la messa solenne. Questo onore è dato anche al libro del vangelo, che è portato in processione, con un corteo analogo. I due candelieri portati dagli accoliti nel rito romano ne costituiscono la forma ridotta.

(A.G. Martimor [a cura di], La Chiesa in preghiera. Introduzione alla liturgia, pp. 176-177).



Le origini del cero pasquale [nel rito romano tradizionale]


L’origine del cero pasquale è incerta. Alcuni la misero in rapporto con i lumi di gioia che si accendevano nella gran notte di Pasqua, in chiesa e fuori; simbolo vivo della illuminatio spirituale ricevuta dai neofiti mediante il Battesimo. Eusebio racconta, che l’imperatore Costantino ad diurnam usque lucem continuavit cereas candelas sublimissimas per totam civitatem accendentibus illis, qui ad id erat deputati. Erant autem lampades igneae totum locum ilustrantes, ita ut mysticas vigilias clara die splendidiores redderent. E’ curioso a questo proposito quanto racconta lo stesso Eusebio, di Narciso, vescovo di Gerusalemme (intorno al 200), il quale, avendo troppo tardi avvertito che, nella notte di Pasqua, i ministri non avevano preparato olio sufficiente per alimentare le numerose lampade della Chiesa, per cui i fedeli erano costernati, fattele riempire d’acqua, questa, prodigiosamente, si tramutò in olio.

Altri, invece, con maggior fondamento, derivano l’origine del Cero dal Lucernarium (λυχνικὸν), l’Ufficio vespertino con cui, fin dalla più remota antichità, si iniziava in quasi tutte le Chiese la vigilia della domenica e quella solennissima della Pasqua; e nella quale si offriva e si consacrava a Cristo, splendore del Padre e luce indefettibile, il lume (lucerna) destinato a diradare le tenebre della notte.

Egeria, ad esempio, descrivendo l’ufficio serale nell’Anastasi di Gerusalemme, ricorda il lume che si traeva dall’interno della cappella del S. Sepolcro da una lampada che vi ardeva di continuo, e con cui incenduntur omnes candelae et cerei et fit lumen infinitum. Si può ben presumere che quanto si faceva ogni sera, venisse tanto più ripetuto all’inizio della solenne veglia pasquale. E’ appunto quanto ci riferisce un Ordo di Gerusalemme del V sec.: Vespere sabbathi cereus in sancta Anastasi accenditur. Episcopus primo ps. 112 recitat; deinde tres cereos accendit; post eum diaconi et universus denique coetus fidelium. Post haec ecclesiam repetitur ad vigiliam paschalem incipiendam. Si rende con ciò sufficientemente spiegato come mai il diacono, il quale era incaricato del servizio di illuminazione della chiesa, venisse ad assumere l’alto compito di benedire il Cero alla presenza del vescovo e del presbiterio. A lui infatti spettava preparare il formulario relativo, secondo uno schema tradizionale ben conosciuto, o, qualora se ne sentisse incapace, procurarsi da persone competenti un testo degno di figurar bene in una sì solenne circostanza.

Questo ad ogni modo è certo, che la benedizione del Cero nella notte di Pasqua, di probabile provenienza orientale, rimonta assai addietro nella storia liturgica, non dopo certamente la seconda metà del IV secolo. Abbiamo una lettera di san Girolamo, scritta nel 384 a un certo Presidio, diacono di Piacenza, che gli aveva chiesto un carmen cerei, nella quale il santo dottore, pur dandogli con qualche ironia un rifiuto, lascia comprendere che tale usanza non era nuova, né propria della sola chiesa di Piacenza. S. Agostino ricorda di aver composto alcuni versi in laude quidam cerei, e s. Ambrogio, secondo le ricerche del Mercati, sembra essere autore di un Praeconium paschale in versi contenuto nell’Antifonario di Bangor e di quello ancora in uso presso il rito ambrosiano. Inoltre dal concilio IV di Toledo (633) si rileva che a quell’epoca erano scarse le chiese in Occidente le quali non avessero ancora introdotto il rito della benedizione della lucerna e del cereus in pervigiliis Paschae.

Fra queste era Roma. S. Gregorio M., in una lettera del 601 all’arcivescovo Mariniano di Ravenna, menziona la consacrazione del Cero pasquale come un rito particolare di quella città: a vigiliis quoque temperandum (Mariniano era infermo) et preces quae super cereum in Ravennate civitate dici solent, vel expositiones Evangelii, quae circa paschale solemnitate a sacerdotibus fiunt, per alium dicantur. Perciò nonostante che il Liber Pontificalis attribuisca a papa Zosimo (c. 417) d’aver concesso ai diaconi delle chiese suburbicarie (parreciae) licenza di benedire il Cero (e la notizia non è del tutto sicura), in realtà il rito non fu introdotto propriamente parlando, nell’uso locale di Roma prima del sec. VIII.

Il sacramentario gelasiano è il primo a darcene notizia con una formula di benedizione, inquadrata in un rituale semplicissimo. Verso l’ora ottava del sabato santo, l’arcidiacono, alla presenza di tutti i ministri sacri e del clero, si presenta all’altare con il Cero, e, fatta su questo una croce, lo accende con la fiamma d’una candela desunta da tre lampade accese il giovedì santo e tenute nascoste, giacché nella parasceve [venerdì santo] tutto doveva essere tenebra e squallore; in seguito lo benedice con solenne Preconio pasquale e il rito ha fine.

Senonché, dopo la riforma liturgica carolingia, che introdusse elementi gallicani e germanici con le conseguenti elaborazioni rituali del sec. X-XI, la cerimonia iniziale di questo giorni ne risultò confusa e restò tale ancora nelle rubriche sanzionate dal Messale di Pio V. […]

Un più logico assetto rituale era presentato da un Ordo dell’alta Italia, che rimonta alla fine del sec. X. Il diacono, innanzitutto, accende il Cero con una fiamma ricavata dal nuovo fuoco, poi lo segna con la croce, quindi lo addita ai fedeli, salutandolo tre volte Lumen Christi; da ultimo ne fa con il canto dell’ Exultet la solenne oblazione a Dio.




 (Mario Righetti, Storia Liturgica, 2, pp. 257-260).


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