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domenica 14 agosto 2011

Sacra Scrittura e liturgia

Chiediamoci quale sia il luogo della Sacra Scrittura nella Chiesa.

Noteremo immediatamente che questo luogo non è in un’aula universitaria o presso lo studio di qualche filologo che ne ricerca i significati reconditi, con quei metodi storico-critici con i quali si analizza qualsiasi opera letteraria dello scibile umano.

Il suo vero luogo è la liturgia. Nella liturgia della Chiesa, infatti, sono proclamate le letture bibliche. Pure i canti, gli inni e qualsiasi composizione liturgica, traggono direttamente o indirettamente ispirazione dalla Sacra Scrittura.

Questo significa molte cose la maggioranza delle quali non è affatto scontata.

Innanzitutto capiamo che le liturgie antiche si sono formate a partire dalla Sacra Scrittura e vivendone lo spirito. Non sono per nulla realtà antitetiche: sono creature che vivono in  simbiosi con essa. Le comunità fondate da san Paolo, si riunivano per cantare inni e cantici spirituali (Cfr. Col 3,16). Quanto facevano, non aveva solo un aspetto, per così dire, materiale. Aveva un senso e dei motivi ben precisi, che  stanno a fondamento della cosiddetta tradizione ecclesiastica, intesa nel suo ampio senso. I significati trasmessi da tale tradizione, non sempre erano scritti ma, nella misura in cui si tramandavano fedelmente, focalizzavano il senso di quanto si stava vivendo, davano l’esatta comprensione di scelte, ordinamenti e disposizioni.

In un’epoca in cui non esisteva la stampa, la chiesa e la liturgia erano gli unici luoghi d’accesso alla Sacra Scrittura. Nei monasteri, la Sacra Scrittura era “masticata” o meditata  quotidianamente nell’interpretazione spirituale dei Padri e degli asceti della Chiesa. Era inconcepibile un accesso “diretto” al testo sacro, ossia una lettura con criteri puramente razionali. La Sacra Scrittura era vista come un Paradiso a cui vi si poteva accedere solo accompagnati da chi ne conosceva la via d’accesso. Chi aveva tale conoscenza (ossia chi viveva l’interpretazione ecclesiale), era in grado di dare gli appropriati significati di un passo, a seconda della situazione personale e spirituale di ognuno.

Nei monasteri la Bibbia era accessibile anche attraverso la cosiddetta “liturgia delle ore”: mattutino, lodi, ore minori (prima, terza, sesta, nona), vespero e compieta. Molti salmi, col tempo, erano conosciuti a memoria e venivano citati nelle omelie. Gli insegnamenti dei Padri, infatti, sono ricchi di rifermenti scritturistici. Nei Padri, la Bibbia non appare come un insegnamento lontano e distante ma come una realtà vivente in grado d’illuminare la situazione attuale e di colpire i cuori, perché perennemente animata da una forza divina.

La Bibbia, allora, si trovava all’interno d’una interpretazione ecclesiale; attorno a lei gravitava una famiglia intera, non dei singoli slegati da ogni riferimento ecclesiastico. Ascoltare la Bibbia nei primi secoli, significava essere immersi in una tradizione, legati, saldati a generazioni e generazioni di credenti, significava ricevere un tesoro e sentire la responsabilità di ritrasmetterlo, intatto, alle generazioni future. Questo non comportava immobilismo, ma vita che, nella sua essenza, non tradiva in nulla i significati ricevuti.

L’interpretazione spirituale del testo sacro, nasceva prima di tutto dal fatto che il fine della Chiesa è spirituale, non dal fatto che, nella sua materialità, il testo biblico, a volte, pare contraddirsi. Questo secondo motivo sembra oggi essere l’unico ad aver determinato la nascita d’interpretazioni allegoriche e spirituali presso i Padri. Le cose, però, non sono così ma tali possono apparire solo se esaminate da  spiriti razionalistici.

Con il Rinascimento nasce la filologia che apporta, indubbiamente, un arricchimento nella conoscenza umana. Qualsiasi testo è esaminato in se stesso e vi si cerca una spiegazione razionale indagando il contesto storico e culturale del tempo in cui quel testo è stato scritto.

Contemporaneamente a questo tipo d’analisi, nasce, però, anche un modo individualistico e personale d’accedere alla Bibbia, avvicinata oramai ai singoli da una vera rivoluzione tecnologica: la stampa!

Partendo dal Rinascimento e sulla spinta di nuove sensibilità, la Bibbia divenne un libro di sempre più facile accesso. Chi vi accedeva, però, non aveva sempre il supporto d’una valida tradizione ecclesiastica che gli fornisse un metodo d’ordine spirituale, come abbiamo visto esistere nei primi secoli.

Questo ha fatto in modo di slegare la Bibbia dal suo contesto principale, la liturgia: il cristiano della Riforma protestante conserva in casa propria una Bibbia e la legge con criteri unicamente personali. Con questi principi, non è un caso dunque, che la Riforma abbia, a sua volta, modificato sostanzialmente la liturgia cristiana. Cambiando il rapporto tra credente e Sacra Scrittura, inevitabilmente doveva cambiare il luogo in cui essa tradizionalmente viveva. Inoltre, il senso della tradizione, che forniva il significato alla Scrittura letta nella Chiesa, finì per soccombere e questo si ripercosse  ulteriormente sullo stesso ordinamento liturgico alterandolo. Gli antichi equilibri mutarono a causa di nuovi uomini con nuove mentalità.

L’individualismo moderno, nato dalla Riforma, non solo rompe necessariamente con alcune consuetudini il cui senso, lungo il tempo, si era smarrito (è noto come la Riforma si scagliò contro gli abusi). Rompe anche con quei collegamenti generazionali che, tradizionalmente, esistevano da sempre nella Chiesa.

Il modo individualistico d’accedere alla Scrittura, così, non è più espressione della Chiesa, intesa come coralità di credenti nel tempo e nello spazio. E’ espressione unicamente del singolo, isolato da tutti. Questo, a sua volta, non può che frammentare la comunità, introducendo in essa continue divisioni, come storicamente è avvenuto e continua ad avvenire.

Di più: tale nuovo atteggiamento ha pure portato all’odierna diffusa idea che, in religione, valgono le idee personali e originali, non il legame con una famiglia o con generazioni di famiglie prima di noi, legame, questo, autenticamente ecclesiale e tradizionale.

Ciò comporta che una comprensione religiosa è valida “solo” per una singola persona, non per un'altra. Quante volte si dice: “Quanto affermi è valido per te, non per me!”? Ma qui non esiste oggettività alcuna ed è proprio l’esatto contrario di quanto soggiace e anima la tradizione che si propone universalmente valida per creare la coesione di tutti.

D’altronde, l’idea stessa di tradizione, per chi è animato dall’individualismo moderno, equivale a staticismo e avvilimento dell’intelligenza. Significa dover fare quant’è sempre stato fatto, come se dietro al termine “tradizione” ci sia solo una ripetizione formale di gesti, senza spirito alcuno. Questo sarebbe contro la creatività, si dice.

Invece, la religione non è il luogo per una scatenata soggettiva creatività, poiché, nella Chiesa, la creatività stessa è sottomessa a regole di tipo spirituale.

Tutto ciò non è un avvilimento poiché la tradizionale vita spirituale cristiana è una lotta, un esercizio enorme di pazienza ma fornisce, pure, uno sguardo acuto con il quale si può comprendere, in ogni tempo, molte situazioni umane.

Fornisce, soprattutto, l’esperienza e il profondo significato soprarazionale di molte antiche scelte del Cristianesimo, scelte ancora valide.

Oggi molti spiriti “liberi” gridano allo scandalo quando scoprono che, davanti all’espandersi della Riforma protestante, il mondo cattolico, nel XVI secolo, proibì  la libera lettura della Bibbia. Tali spiriti sono a caccia di contraddizioni ma non sono disposti a capire i significati profondi delle cose se non vanno nella direzione dissolutoria che sta loro a cuore. Essi s’annoiano se si mostra loro la complessità d’una storia che può smascherare la loro faziosità.

La Bibbia, come abbiamo visto, rappresenta, nelle sue tradizionali interpretazioni, un legame nello spazio e nel tempo. Tale legame, indubbiamente, viene meno nel momento in cui, pur con le migliori intenzioni, si rivendica una lettura individualistica. A quel punto, cambia anche l’autentico ruolo della Scrittura nella liturgia e il senso della liturgia stessa: da azione simbolica essa decade in lezione razionale. Ecco nascere lo squallore liturgico!

Il Rinascimento ha introdotto molte rotture e, in ambito protestante, ha generato nuovi tipi di comunità ecclesiastiche. La rottura principale, madre di tutte le altre, è stata proprio il libero e individualistico esame della Bibbia.

In questo contesto, il Cattolicesimo ha proibito la lettura personale della Scrittura proprio per evitare una reazione a catena che non si sarebbe solo ripercossa contro le autorità costituite ma, pure, contro il generale e antico significato di tradizione. Nell’Europa del XVI secolo, tale lettura da personale poteva facilmente glissare in personalistica e questo avrebbe posto l’individuo in un’atmosfera totalmente diversa, generando una mutazione valoriale, cosa avvenuta  nei secoli successivi.

Perciò, per l’uomo medioevale, era letteralmente inconcepibile una lettura diretta del testo sacro: sarebbe stato come allontanarsi dall’agognato Eden.

Quanto esaminato non è senza conseguenze per il mondo odierno.

Oggi se un cattolico di buona volontà si avvicina ad un monaco atonita e gli dice: “Sa’, padre, io leggo la Bibbia!”, quest’ultimo, non senza sorpresa, gli risponde: “Leggi la Bibbia? Sei divenuto così bravo da averne avuto il permesso?”.

Se il primo non capisce, evidentemente ha perso di vista anche la propria storia con la quale avrebbe compreso la reazione del monaco atonita.

Sfugge ai più, infatti, che nel mondo cristiano tradizionale ancor vivente in Oriente, la Bibbia è simbolicamente un Paradiso alla cui totalità si può accedere solo con certe disposizioni (un uomo dev’essere spiritualmente maturo) e accompagnati dall’interpretazione dei Padri e dalla mediazione della liturgia tradizionale che ne trasmette lo spirito.

La Bibbia non è pura letteratura, non un serbatoio di consolazioni religiose o una lista di cose da fare e da evitare!

Ritenerla tale anche in modo inconscio, muovendosi con uno spirito individualistico, comporta credere e vivere la Chiesa come se fosse una  creatura puramente mondana.

Questo, oggi, è purtroppo vissuto dalla maggioranza dei cristiani. Dopo quanto visto, essi, in queste cose, non sono inconsapevolmente in situazione almeno teoricamente scismatica rispetto ai loro avi medioevali e antichi?

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