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sabato 24 settembre 2011

Ipse dixit, lo ha detto Lui!



Quando mi capita di dialogare con un certo tipo di mondo cattolico,  rimango spesso basito per la rigidità che manifesta.

Mi rendo conto che la stagione attuale del Cattolicesimo non è felice, strattonato com’è tra nostalgie del passato e tensioni verso il futuro. Ma non è questo il punto. Ciò che mi fa riflettere è uno strisciante atteggiamento ideologico che tende ad affermarsi sempre più e che è totalmente refrattario a comprendere le ragioni dell’altro. Forse questo stile sarà sempre esistito e ora emerge meglio, chissà!, ma fino a qualche anno addietro non lo notavo così presente.

Diversi mesi fa, un’organizzazione che cura la liturgia cattolica tradizionale, aveva organizzato una Messa in una cappella della basilica vaticana. Tale Messa era celebrata dal card. Burke. Chi vi partecipò mi ha narrato lo zelo smisurato con cui il cardinale affermava l’identità o l'armonia di questo rito antico con quello rinnovato. Evidentemente il cardinale è latore dell’idea che il magistero ha una “continuità senza rotture” tra il recente passato e il presente nella Chiesa e la liturgia, come si sa, è anche espressione di tale magistero. Quest’idea non è del cardinale. E' stata lanciata dal papa e riguarda l’insegnamento ecclesiastico: ciò che s’insegnava ieri è in armonia e sviluppo con quanto s’insegna oggi.

Eppure, solo riflettendoci un poco, ci si rende conto che questa teoria scricchiola in troppi punti. Se ne può fare, dunque, una critica pacata e razionale.

1) Mi sembra ovvio che un gruppo, il cui scopo è curare la liturgia tradizionale cattolica, privilegi quest'ultima rispetto a quella rinnovata e che, quanto meno, ritenga la prima più pregna di contenuto spirituale e dogmatico rispetto alla seconda. Uno può dissentire da questo gruppo ma non può prescindere da quanto credono, pensando di poterlo convincere con argomentazioni che, alla fine, non reggono. Non è buon gusto, quanto meno. E’ come se io imponessi a un motociclista di andare pure in bicicletta dicendogli che i due mezzi sono identici. Lo posso pensare – anche se è errato – ma non lo posso imporre, tanto più con queste motivazioni.

2) Questa continuità, della quale da un poco di tempo a questa parte si riempiono la bocca alcuni cattolici zelanti, è tutta da dimostrare. E’ stata affermata dal papa, ma tale affermazione cozza contro molti dati storici e teologici. Un dato assodato, ad esempio, è quello secondo cui la liturgia seguita al concilio vaticano II riflette uno stile e un modo di Chiesa tutt’altro che identico a quello riflesso dalla cosiddetta “Messa Tridentina”. Su questo sono perfettamente d’accordo con i liturgisti moderni favorevoli ai cambiamenti. Le due liturgie non sono armonizzabili, sono il riflesso di concezioni e mentalità assolutamente differenti. Qui non è possibile parlare di continuità, armonia o identità, come cercava di fare il card. Burke, imponendo autoritariamente il suo “ipse dixit”.

Che, poi, la cosiddetta continuità magisteriale sia tutt’altro che scontata, lo vediamo pure dal famoso “caso Lefebvre”.

L’arcivescovo Marcel Lefebvre è stato spesso accusato d’aver creato un movimento che si denomina come “Lefebvrismo”, con una dottrina particolare deformata da quella tridentina e in contrasto con il concilio Vaticano II.

Quest’idea si è imposta ed è particolarmente utile all’ideologia della continuità magisteriale.

Ma, se solo ci riflettiamo un poco, il cosiddetto “Lefebvrismo” esiste solo come pura invenzione semantica.

Mentre esiste il “Calvinismo” o il “Luteranesimo” per il fatto che Calvino e Lutero hanno creato, partendo da concezioni tradizionali, una nuova identità religiosa, non esiste il “Lefebvrismo” poiché l’arcivescovo Lefebvre non inventò nulla. Nel suo insegnamento religioso seguì pedissequamente quanto aveva imparato nelle Università romane i primi decenni del XX secolo. Perciò, in luogo del termine errato “Lefebvrismo”,  si deve utilizzare quello di “cattolicesimo integrista” o “integrale”.

Questo tipo di Cattolicesimo, proprio come la “Messa tridentina”, non è armonizzabile con quello uscito dal concilio vaticano II. Non è un caso che mons. Lefebvre fosse paladino della "Messa tridentina".

Di questo non ci si deve meravigliare: continuità e rotture hanno caratterizzato la storia del mondo cattolico. E se, fino a ieri, le cosiddette rotture non erano eccessivamente evidenti e, giustificandole, potevano essere negate, il vaticano II si è proposto come una tra le maggiori e più radicali fratture del mondo Cattolico. Questo lo può dire sia chi sostiene il vaticano II, sia chi lo avversa.

Possiamo fare un altro esempio in grado d’illuminare meglio quanto stiamo affermando.

Il rifiuto del concilio Vaticano II, da parte dell’arcivescovo Lefebvre, si è motivato attorno a due temi fondamentali:
la libertà religiosa e l’ecumenismo.
Riguardo al secondo, egli dissentiva totalmente su un punto principale: il dialogo.
L’arcivescovo in un’intervista, rilasciata attorno al 1976, affermava:

"Il dialogo presuppone l’incontro di due parti uguali e opposte; perciò, in nessun modo [il dialogo] potrebbe avere qualcosa a che fare con la Fede cattolica. Noi crediamo ed accettiamo la nostra fede come l'unica vera Fede nel mondo. Tutta questa confusione porta a compromessi che distruggono la dottrina della Chiesa, per la disgrazia dell'umanità e della Chiesa stessa" (1).

Inutile dire che esattamente queste cose, nel loro contenuto, si possono trovare nei libri teologici e nell'insegnamento cattolico precedente al concilio vaticano II. Direi che basta andare in una biblioteca teologica e iniziare a sfogliare un qualsiasi libro di dottrina, se non di dogmatica. 

Queste non sono certo invenzioni dell’arcivescovo o "distorsioni dell’insegnamento cattolico postridentino" poiché si trovano riflesse, ad esempio, nell'enciclica Traditi humilitati nostrae di papa Pio VIII. Per questo papa non ha senso alcun confronto con altre religioni, alcun rapporto che facilmente porterebbe alla perversione della verità che, sola, è confessata nella Chiesa cattolica.

Su questo versante, quindi, c'è stato un cambiamento totale al punto che il termine dialogo (già Romano Amerio lo affermava nel suo libro Iota Unum) è totalmente inesistente nel magistero precedente mentre, in seguito, diventa la "cifra" dominante di tutta un'epoca.

Il termine "dialogo" è, di fatto, frutto della mentalità di papa Paolo VI. Da questo esempio, comprendiamo che mons. Lefebvre non ha distorto  nulla del magistero precedente poiché riportava pedissequamente quanto  gli era stato insegnato e che poi, per altri motivi, giusti o sbagliati che siano, è cambiato. 

Si può certamente discordare dalle posizioni “lefebvriane”, ma, per onestà intellettuale, non ci si può inventare che Lefebvre è in contraddizione con il  passato del Cattolicesimo e ha elaborato una dottrina personale. Ora, pare, ci sia qualcuno che tende a pensarlo per il solo fatto di voler armonizzare, a tutti i costi, il passato cattolico con il presente.

Eppure ci sono documenti, affermazioni, libri che non si possono buttare via solo perché oggi Benedetto XVI afferma altre cose.

I vari teologi della “Nouvelle theologie”, Yves Congar ad esempio anima del rinnovamento conciliare, affermavano che il “Vaticano II era il 1789 della Chiesa”, ossia una rivoluzione rispetto al magistero precedente. E’ verosimile. Ora, una rivoluzione non può mai essere in armonia con quanto rivolta ma, semmai, assume un segno diverso, se non opposto. La stessa cosa si può applicare direttamente alla liturgia cattolica seguita al Vaticano II: la nuova liturgia ha molti aspetti che ne fanno un 1789 rispetto alla precedente. Ragionando in questo modo, si sente una perfetta logicità:  tutto si spiega.

Purtroppo, la cosiddetta logicità cede il passo al bisogno del momento o al volere del “principe”.

Non è una novità, accadde pure al concilio Vaticano I con l’ala degli infallibilisti estremi, capeggiati dal cardinal Henry Edward Manning, che si opponeva all’ala dei negatori dell’infallibilità, tra i quali esistevano diversi vescovi di  grande sensibilità storica.

Il Manning coniò un detto molto eloquente: “Il dogma vince la storia”. Con questo, egli voleva dire che se il papa vuole proclamare un nuovo dogma, lo può fare anche contro tutto e tutti. Manning pareva echeggiare, in ciò, il pensiero di quei canonisti mediovali per i quali il papa ha così tanto potere da poter correggere la Rivelazione stessa. Ecco, dunque, un esempio in cui la logicità cede il passo al bisogno del momento. Inutile dire che questa è pura ideologia religiosa.

Anche se la posizione del Manning non vinse, prevalendo l’infallibilismo moderato, tuttavia la ritroviamo ancor oggi, nonostante l’avversione di molti a tale  spaventosa impostazione: la storia e la realtà non sono importanti se le circostanze e il "principe" decidono diversamente.

Con chi sostiene tale assurdità, ogni tentativo di dialogo e d’intesa è impossibile. “Ipse dixit”, sembra che ripeta all’infinito, pronto a negare anche la luce del sole, se è il caso.
(1) http://www.pontifex.roma.it/index.php/opinioni/consacrati/8666-intervista-proibita-a-mons-lefebvre

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