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lunedì 5 settembre 2011

L'albero mutilato




Il presente scritto è una testimonianza da parte di una cristiana (Orsola Nemi) con sensibilità tradizionale, su com'è stato avvertito il cambiamento liturgico nella Chiesa cattolica nei giorni immediatamente successivi all’applicazione del messale riformato. Penso che questo documento storico valga molto più delle dubbie testimonianze a favore, portate oggi dai liturgisti di simpatie progressiste. Essi, probabilmente, vogliono fare tacere queste voci con inconsistenti denigrazioni (gli "altri" sono sempre degli ignoranti rispetto a "Loro"), quando non riescono ad apporci uno spesso velo di sdegnato silenzio. Dietro a tante parole, le posizioni sono, però, chiare: i fautori della tradizione (che, a volte, possono equivocarla finendo in un puro formalismo) sottolineano la sacralità e quindi la "teocentricità" della liturgia. I fautori dei continui cambiamenti (animati dal desiderio di accendere l'attenzione nei fedeli) sottolineano sempre più gli aspetti puramente umani, facendo quindi decadere la liturgia ad evento prevalentemente antropocentrico, a spettacolo teatrale. Le due tendenze hanno queste linee di fondo, anche se possono essere caratterizzate da molte altre peculiarità. Inoltre, un certo tipo di tradizionalista-formale è simile ad un certo tipo di progressista-teatrale: entrambi, anche se per vie differenti, secolarizzano il culto, lo rendono prodotto mondano, settario, non ecclesiale. Questo culto è chiuso al Cielo...

Io che, fortunatamente!, mi trovo al di là delle parti in causa, mi rendo conto di come il sano rispetto per le tradizioni sia l’autentico marchio della pietà e dell’ecclesialità, cosa ancora ben poco diffusa. Rispetto per le tradizioni non significa immobilismo (nella liturgia il dinamismo è sempre d'ordine interiore e spirituale!) ma neppure la pericolosa situazione liturgica odierna del mondo cattolico, misconosciuta da chi continua ad osannarla inoculando, con le migliori intenzioni, l'eutanasia a questa Chiesa.
Il tempo, meglio di tante fumose chiacchiere di "esperti", mostrerà sempre meglio i frutti amari. Quelli presenti, evidentemente, non bastano ancora ad aprire gli occhi.



Domenica prima dell'Avvento 1969: deso­lazione degli altari. Nell'entrare in chiesa, l'impressione prima era che vi fossero in cor­so le pulizie, o che gli elettricisti mettessero a posto un nuovo impianto. Sull'altare non v'era più nemmeno il Crocifisso, ma il Messale a due microfoni; altri microfoni stavano davanti a due leggii.

Si è svolta una cerimonia che non si chia­ma più Messa, bisogna riconoscerlo onesta­mente; non è la Messa cattolica, ma il tronco di quella che fu una bellissima statua, o me­glio, un glorioso albero, alla cui ricchezza e floridezza avevano amorosamente collaborato generazioni di cristiani, per secoli.

Già da anni si era escluso dalla Messa il Vangelo di san Giovanni, la più alta espressione di poesia religiosa, in cui trabocca d gioia il cuore del credente, fede e sapienza vi sfolgorano, nella luce della verità rivelata. Fu escluso col pretesto che molti uscivano dalla chiesa senza ascoltarlo. Il nostro parroco in­vece di leggerlo volto all'altare, lo leggeva volto verso i fedeli, e la gente non usciva di chiesa. Del resto, la frettolosità e la incoscienza di parte della gente non giustificavano questa prima mutilazione. Ora, è stato tolto il primo salmo dell'Introito; le tre lezioni, una tratta dal Vecchio testamento, una delle Epistole di san Paolo e la terza dal Vangelo, si sovrappongono e, così affastellate, si confondono, si annullano nella mente degli ascoltatori già frastornati e disorientati. Le preghiere, le invocazioni dei santi, chiamati uno per uno, così che si sentivano tra noi, come noi, sono state cancellate.

Il Calice che il prete portava piamente ricoperto da un velo del medesimo colore della pianeta qualcuno lo pone appena coperto da due tovagliolini bianchi sull'altare. Le parole del centurione prima della Comunione sono alterate, smozzicate. Abolita la ripetizione del Domine non sum dignus che esprimeva bene nella sua insistenza l'affanno, il timore, l'amore del credente nell'avvicinarsi a Dio. Tutto è frettoloso, squallido, senza proporzioni, senza armonia, come si addice al nostro tempo. Questo è vero; ma che valga a richiamare nuovi credenti per ora non lo sappiamo. Sta poi, davanti ai fedeli, un tale che ordina: «in piedi», o, «seduti!» e questo è anche peggio delle cantilene ora in uso. Mi auguro di sba­gliare, sarei felice di sbagliare, ma come l'esclusione del latino fu la prima minaccia all'u­nità della Chiesa così la mutilazione della Messa è la prima minaccia al dogma dell'Eu­carestia.

Una bella immagine che testimonia le "Messe beat", con spettacolo musicale nel presbiterio, il cui accesso, solo poco tempo prima, era proibito ai fedeli, simbolo di un rovesciamento simbolico molto eloquente. Erano i primi anni settanta.
Si notino le balaustre spoglie e la mensa eucaristica adattata fuori dal presbiterio. Foto tratta dal sito: "Conversario inquieto".


Mi si obietterà che questa riforma è stata voluta dal Concilio; l'evidenza dei fatti qualifica da sola questa decisione, non la qualifica in ma­niera entusiasmante. La si direbbe piuttosto vo­luta da Calvino o da Lutero; la riforma voluta da questi tetri signori seguita a dare frutti nei paesi, scandinavi, che detengono il primato dei suicidi, si rallegrano con le mostre pornografiche, gli aborti, il riconoscimento delle unioni in­cestuose. Certo, non questo volevano Lutero e Calvino; volevano riformare la Chiesa staccan­dosi da Roma, ora la Chiesa di Roma vuole una riforma contro se stessa.

Il Calice e gli altri oggetti del culto devono essere di materia comune; è l'idea che nasce spontanea in un mondo senza fede, ossessio­nato dalla demagogia. L'oro, le gemme di cui i felici  cristiani di una volta volevano adornati i calici, gli ostensori, i tabernacoli erano atti di fede, corre la bellezza della liturgia la ricchezza delle cattedrali. Credevano in Dio, nella Presenza reale e naturalmente volevano offrire quanto di più bello, di più prezioso consentivano le povere misure umane. Certo, Dio si adora in spirito e verità, e si può adora­re in una cantina, si può celebrare la Messa sopra un rozzo tavolo di legno, si può consa­crare un pane di munizione, ma quando v'è una necessità; allora la tragica circostanza rav­viva e conferma i sentimenti del credente, e sono più preziosi alla presenza di Dio il suo amore e il suo sgomento, di una manciata d'o­ro e di gemme. Ma imporre senza motivo una liturgia misera, mozza non ha senso; anzi, tur­ba le coscienze, suscita il dubbio. L'immutabi­lità della Chiesa era un potente richiamo an­che per i non credenti, la immutabilità della liturgia la confermava. Vedere con tanta faci­lità mutare riti vecchi di secoli dissacra l'idea stessa, della Chiesa nella mente di molti.

Certo, in duemila anni, la liturgia ha subi­to sviluppi e mutamenti, ma lentissimamente, inavvertiti dalle generazioni. Ora si vuole riportare la celebrazione della Messa a quella che era tra i primi cristiani; ma quella forma rispondeva alle loro necessità di vita, al nu­mero circoscritto dei fedeli; ora è un arbitrio di gusto letterario, manca di autenticità; come il castello medievale di Sem Benelli costruito a Zoagli nel 1900.

Che cosa vedremo, poi, quando saranno accettate e deposte offerte di tutti i generi in un tavolo di fianco all'altare. Le sacrestie si ingombreranno di roba difficile da smerciare o da regalare; come in quelle fiere parrocchiali in cui le brave massaie portano la roba che in casa non serve. I motivi che ci vengono offerti della trasformazione, non convincono. Penso piuttosto al movimento Pax, diretto da Al­bert Mounier, denunciato parecchi anni fa da Michel de Saint-Pierre nel suo libro, Collera santa, ispirato dai comunisti per penetrare nella Chiesa e disgregarla dall'interno. I  risul­tati si vedono.

Il Papa ha detto che il cambiamento deve distogliere i fedeli «dalle loro devozioni per­sonali». E’ una parola dura. Si andava alla Messa, si stava in ginocchio, o seduti, o in pie­di, nessuno ci dava ordini, si seguivano le pre­ghiere nel libro dove la traduzione italiana ac­compagnava la preghiera latina, quindi si capiva tutto, o si pregava con parole nostre, segrete, nessuno si interponeva tra noi e Dio. Ora dobbiamo pregare a comando. E’ una li­turgia che non difende l'uomo del nostro tem­po, ma si adegua alle leggi del mutamento, della fretta, della superficialità che ne fanno una macchina. E’ la liturgia che corrisponde all'arte frantumata, ai versi senza misura, ri­dotti un balbettio insulso, alla insensatezza della prosa. Rispecchia l'odio moderno per la forma, cioè per la vita. È la forma, scrive Che­sterton, che dell'argilla può fare un mattone o un capolavoro di scultura. E’ la forma che sta­bilisce e determina tutte le creature animate o inanimate. L'informale cui tende, o sembra tendere l'umanità, è una sabbia mobile.

Alcune settimane fa ho ricevuto la lettera di un sacerdote, firmata da lui e da quattro amici suoi laici, che mi dice lo smarrimento e il dolore dell'animo loro di fronte ai mutamenti avvenuti nella Chiesa, e non solo nella liturgia. Avrei ri­sposto direttamente alla lettera se avessi saputo dove indirizzare la risposta.

Spero che questo mio scritto capiti loro sotto gli occhi. Li esorto a leggere un libro uscito di recente presso l'editore Volpe di Roma: Georges de Nantes: Lettere; il padre dà voce alla pena di molti, anche alla nostra dunque, e col suo esempio dà coraggio a mol­tissimi. La Chiesa è giovane, che cosa sono per lei che deve durare quanto le montagne, duemila anni? Sarà dato a chi forse è ancora bambino di rivedere gli altari tremanti di luci, fioriti come giardini, gli ori, i paramenti serici, udire ancora i grandi inni arrivare carichi di gioia di forza, di trionfo attraverso la foresta della tradizione, recandone il profumo e il polline; udranno ancora venire dall'altare la lingua universale della Chiesa di Roma. Quel che un Concilio ha fatto, altro Concilio può disfarlo: ce lo stanno insegnando.

Ma forse, bisogna prima scendere anche più in basso; per risorgere bisogna conoscere il buio della desolazione.

(tratto da Il Borghese del 28 dicembre 1969).

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