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venerdì 2 settembre 2011

Responsabilità del Concilio Vaticano II nella degenerazione della riforma liturgica?




Per mia fortuna, non sono toccato direttamente da questa problematica ma chi gentilmente legge queste mie riflessioni a volte mi pone dei quesiti come il seguente e, penso, sia cortesia rispondere. Lo farò in modo molto franco e con l'intenzione di non mancare di rispetto ad alcuno.

E’ noto come dinnanzi a certi stravolgimenti del culto cattolico il papa attuale abbia voluto porre due generi di rimedi:

- il primo consiste nel togliere ogni genere di veto alla cosiddetta liturgia “tridentina”, che molti definiscono “preconciliare” dimenticando che questa liturgia fu quella celebrata nel concilio e, per qualche tempo, anche dopo di esso;

- il secondo, consiste nell’offrire la cosiddetta “ermeneutica della continuità” per cui il Concilio Vaticano II dev’essere letto in continuità con tutta la tradizione, dunque ciò vale anche dal punto di vista liturgico. Il Concilio non avrebbe alcuna responsabilità delle innovazioni e, tanto meno, delle degenerazioni liturgiche. Questo è quanto si dice ponendolo come un punto fisso da non discutere ulteriormente.

Chissà perché, ma quando vedo queste cose mi viene in mente che, nella storia, altre volte si è tentato di chiudere le bocche e fermare i pensieri imponendo un’interpretazione che poi, non corrispondendo alla realtà, apriva ulteriori e peggiori problemi. (Vedi, ad esempio, il caso del monotelitismo in cui, ad un certo punto, l’imperatore bizantino impose di non parlarne più senza offire alcuna reale soluzione alla controversia dogmatica).

Anche per questo sono di avviso totalmente differente.

La divisione "volontà del Concilio - volontà dei riformatori postconciliari" pare essere un muro che divide asetticamente due momenti storici, come se tra il precedente e il seguente non esista alcun rapporto. E’ mai possibile, questo? E’ storicamente fondato? Non mi sembra affatto, tanto più che non si adduce alcuna prova che ne sostenga l'affermazione!

Personalmente trovo questa divisione molto fittizia, funzionale, se si vuole, per salvare il dettato conciliare, l'autorità morale di un concilio, ma profondamente ingiusta nei riguardi d’istituzioni, di persone coinvolte e della storia come effettivamente si è svolta.

In questo, curiosamente, due “partiti” opposti sono perfettamente d’accordo:

- i riformatori radicali (che urlano di tradimento del Concilio davanti ai tentativi di restaurazione cattolica in questi ultimi anni);

- i tradizionalisti “lefebvriani” (che urlano di responsabilità conciliare per le diffuse derive dogmatiche e liturgiche nel mondo cattolico).

Entrambi i partiti, pur da prospettive diverse, trovano delle continuità storiche tra il Concilio e il postconcilio, non dei muri, delle interruzioni, delle divisioni asettiche. Anche a me tali divisioni sembrano assai pericolose per un sano ragionamento perché puramente ideologiche. La pezza che esse pongono è peggiore del male che vogliono guarire.

Come bisogna, dunque, leggere il tutto?

Si può sostenere la dicotomica divisione tra un Concilio "buono" e un postconcilio "malvagio"? 

Non ho una risposta assolutamente precisa, poiché i fatti in questi decenni sono complessi e pure contraddittori ma posso tentare di fare un discorso che sia un poco più fondato e convincente.

Com'è noto, il Concilio Vaticano II, nella sua costituzione liturgica non dispone una riforma, forse manco la intravvede. Insiste, semmai, che le realtà tradizionali siano incrementate e promosse ma presentate in modo da risultare pastoralmente fruttuose all'uomo attuale (questa è la sintesi della Sacrosanctum Concilium).

Per non ragionare in una vacua teoria ci dobbiamo chiedere: chi erano i responsabili e gli attori del Concilio Vaticano II?
I vescovi e il papa.

Ora, la maggioranza dei vescovi non pensava e non immaginava quella riforma liturgica che, poi, è stata realizzata (nel male e nel bene) ma si rimisero tota mente et core al papa e al suo entourage ben sapendo che, poi, qualcosa sarebbe nato. Ne è prova il fatto che quasi tutti accettarono le riforme liturgiche postconciliari, anche se prima non le avevano neppure immaginate. Una relativa minoranza di vescovi tra i quali il papa stesso, premette per realizzare quelle riforme. Essi, dunque, ne sono i veri autori. Sia questi autori, sia chi li avvallò non possono assolutamente essere scardinati dal Concilio Vaticano II con ragionamenti artificiali!

Il papa delegò ad una commissione la riforma dei "riti" liturgici e il progetto di una "nuova" Messa. Il fatto di delegare non ne toglie assolutamente la responsabilità e continua a tenerlo più che mai al centro di tali eventi.

Paolo VI, facendo ciò, non si appellò solo alla sua autorità di papa ma al Concilio ed addossò ad esso la volontà di cambiamento che egli stava personalmente attuando. Non si limitò a questo: attribuì allo stesso concilio pure la mentalità con la quale venivano fatti quei cambiamenti. Sempre nella medesima linea egli proibì solennemente l'utilizzo del messale "tridentino".
Abbiamo tutti i documenti che testimoniano tali fatti e oggi non possiamo - per comodità - dire che non fu così, che il Concilio aveva altri intendimenti, dal momento che delle autorità fondamentali di esso (papa compreso) erano di avviso ben differente. Se insistiamo in senso contrario dovremo, allora, ammettere che il papa fu un usurpatore, un traditore del Concilio. 
In realtà, io sono dell'avviso che Paolo VI fu la vera anima del Concilio Vaticano II e, se vogliamo capire il Vaticano II, bisogna osservare Paolo VI nei suoi momenti migliori, ma anche nelle sue ingenuità e nelle sue cadute di tono.

Non si può, allora, costruire un' historia ad usum delphini perché la storia è lì e nessuna autorità presente, neppure la più alta sulla terra, ha il potere di cambiarla o di accecare la ragione negando queste evidenze!

Il frutto della commissione liturgica voluta dal papa fu un rito che, in troppi punti, assomiglia a una "messa" anglicana. Quando Paolo VI si accorse che l'uomo al quale aveva dato cieca fiducia (il famoso mons. Bugnini, presidente della commissione) aveva preso l'incarico in modo piuttosto radicale, attuando una riforma che apriva le porte a realizzazioni "troppo  protestanti", si spaventò e lo mandò nunzio a Teheran per il resto dei suoi anni. Forse Paolo VI non avrebbe fatto tanto se due cardinali, Bacci e Ottaviani, non avessero suscitato scalpore e scandalo con una famosa lettera aperta nella quale si denunciava la protestantizzazione del Messale romano...

Tuttavia la realizzazione, sfrondata da qualche elemento eccessivo, rimase né il papa pensò di correggerla ulteriormente: era la sua creatura!
Questo genere di Messa è molto vicina ai riti anglicani ed è un piano inclinato appoggiandosi al quale, si scivola insensibilmente verso un modo di pregare e un'atmosfera protestante o anglicana.

Una Messa cattolica all'aperto.
L'esempio in foto è tradizionalmente inconcepibile
e inaccettabile.
Mi chiedo: come può un cattolico dire di essere ancora tale quando ha un culto quasi identico a quello anglicano? Lo divide solo la commemorazione liturgica del papa ma l’ ethos liturgico è quasi simile… Non è, forse, un illudere se stessi inconsapevolmente?
Mi spiego meglio facendo un esempio paradossale ma, di certo, non lontano dalla realtà: una chiesa cattolica nella quale il culto è quasi in tutto simile ad una cena protestante con la commemorazione del papa, può dirsi realmente ancora cattolica? Io sono certo di no, anche se ha appoggio e simpatia del vescovo locale ed è in piena comunione con Roma!
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Questo perché certe cose vengono prima e sono al di sopra delle autorità umane: la tradizione (anche liturgica) è superiore alle persone e, semmai, le dirige, al punto che, in un contesto tradizionale, le massime autorità nella Chiesa la servono e la custodiscono vivendola, non ne sono i padroni o i manipolatori. Invertire l'ordine di queste cose è molto pericoloso e può far decadere la Chiesa ad evento puramente mondano, come spesso infatti vediamo... 

Per convenire su tutto ciò, basta viaggiare, assistere alle liturgie luterane, a volte più dignitose di certe cattoliche, osservare il culto anglicano e, pure, i riti tradizionali cattolici e quelli bizantini.

L'atmosfera di un rito "tridentino" è senz'altro assai più vicina a quella bizantina perché, qui, le forme simboliche sono ancora rispettate, non oscurate o stravolte, a seconda dei casi lasciati alla libertà dei singoli.

Il cosiddetto "rito di Paolo VI", invece, introduce dei principi di ordine soggettivistico - che lo si voglia ammettere o no - in nome di convenienze pastorali. Questo tende a creare un permanente sfregio al simbolo e al senso della tradizione, secondo la quale è la liturgia che cambia noi, non noi che cambiamo la liturgia.

I problemi liturgici postconciliari sono, poi, i catalizzatori di nodi d'ordine dogmatico, spirituale ed ecclesiologico. E qui si apre un'infinita moltitudine di discussioni nelle quali, in questo momento, non voglio entrare.

Se il Concilio, ossia i prelati che si pronunciarono in esso, non avesse relazione alcuna con la liturgia di Paolo VI, né con certe inevitabili derive della liturgia riformata, i primi a sollevarsi contro tutto questo avrebbero dovuto essere i vescovi, quegli stessi che vissero il Concilio. Essi avrebbero dovuto dire, sia nelle loro diocesi sia coralmente:
“Siamo contro tutto ciò, siamo testimoni che il Concilio Vaticano II non lo voleva!”. Il papa, poi, avrebbe dovuto appoggiarli.

E’ successo? Non solo non è successo (tranne qualche isolato caso, per altro condannato e disprezzato da tutti gli altri, il che rafforza la mia lettura) ma gli stessi vescovi si sono fatti promotori (e ancora in parte lo sono) di derive liturgiche in nome del Vaticano II.


Paolo VI, sballottato tra tradizionalisti e innovatori, manifestò diffidenza verso gli eccessi ma difese con le unghie e i denti  la sua creatura liturgica che inclinava verso gli abusi ricusando costantemente di considerare tale inclinazione. In questo fu un uomo molto contraddittorio e ambivalente e sarebbe ora di accettare quest'evidenza storica che caratterizza pure tutta un'epoca.

Mi spiace che tutto ciò contraddica in modo tagliente il tentativo, in buonissima fede, di molti cattolici e del papa attuale, di mostrare un "concilio buono" asetticamente diviso ed estraneo da situazioni cattive.

Ma, come si dice, contra factum non valet argumentum!

Ne consegue che, anche se non direttamente, il Concilio ha avuto a che fare con una certa alterazione liturgica di questi ultimi anni e questo è innegabile poiché la schiacciante maggioranza di quegli stessi vescovi che parteciparono a quel Concilio nulla fecero per impedire tale alterazione ma, anzi, spesso la favorirono sia attivamente sia tacitamente. Si deve comprendere il Concilio non solo dai suoi scritti - è troppo comodo, così gli facciamo dire quel che vogliamo noi ed è ideologia pura! - ma, prima di tutto, dalle sue persone, dai suoi attori che ci offrono il preciso contesto nel quale situare quegli scritti. Identicamente, gli antichi concili non sono separabili dalla mentalità patristica dell'epoca. Chiunque, a qualunque livello, facesse opera di "taglia e cuci" per isolare certi ambiti da altri, farebbe un grave affronto alla storia e alle norme elementari della filologia.

Non si può che sperare in Dio, affinché molte situazioni cattoliche, tristemente difficili e malate, possano volgersi in un sano ritorno alle tradizioni.

Al momento, però, il cammino è molto lungo poiché sembra che la latente anima luterana affiori qua e là in troppi ambiti del mondo cattolico…

4 commenti:

  1. Prima di tutto: grazie per questo blog! davvero. Poi, per quello che riguarda i problemi sollevati da questo intervento, naturalmente non è facile rispondere in questo spazio a questioni così complesse (e che tali, nel senso buono, devono restare): parlo di complessità perché è forse di questo che c'è bisogno. Mi spiego: per me il Vaticano II è fondamentale, ma la sua attuazione (che ancora non è stata portata a termine, e questo è altro punto fondamentale) è andata in direzioni spesso diverse, annacquando: il punto antropologico e pastorale è fondamentale, ma spesso lo si confonde con la comunicatività, con la "spiegazione", rendendo di fatto il rito inessenziale - il rito è il luogo della pratica in atto del mistero, non della sua parafrasi; esso non è la didascalia che spiega quello che accade ma la pratica del mistero. Questo si è perso a favore della comprensibilità. Problema non da poco. Il bisogno da più parti sentito, di ritornare al messale latino non lo condivido (tra l'altro, nessun sacerdote saprebbe davvero applicarlo perché, come sappiamo bene, non si tratta solo della lingua: la liturgia è anche quello, ma non solo ... è gesto, canto, movimento, luci, spazi, ecc.), ma è sicuramente un sintomo importante, fondamentale da tenere presente. c'è bisogno di questo, non di spiegazione ma di partecipazione (era questo se non sbaglio uno degli asserti del concilio!). Devo però dire che la nuova liberalizzazione del rito tridentino da parte del Pontefice è a dir poco catastrofica e non fa altro che mostrare che il sostrato ideologico relativo alla liturgia è del tutto sbagliato: lasciando libertà a tute le forme, pre e post conciliari, di fatto si dice che la forma liturgica è inessenziale, che una vale l'altra perché il significato è comunque lo stesso; come a dire: "giocate pure con le forme, tanto il senso è lo stesso". Questa non è altro che un profondo e pericolosissimo misconoscimento del rito liturgico, visto solo come contenitore e non come pratica performativa di partecipazione al Mistero. E', paradossalmente, post-moderno questo ritorno alla variabilità delle forme!!! è secondo me una catastrofe di un medico che non ha saputo o avuto il coraggio di leggere un sintomo giusto e anche, direi, salutare ...

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  2. Apprezzo profondamente l'autenticità e la sincerità di questo intervento. Amo chi parla "pane al pane, vino al vino".
    Condivido in buona parte. Rimango perplesso sull'evento stesso del Concilio che, se da una parte nella sua complessità raccoglieva stimoli importanti e significativi, dall'altra fu il bacino di confluenza di forze dissolutrici. Tutto questo si scatenò nel cosiddetto "posticoncilio" ma è nel concilio stesso che se ne vedono i presupposti, le tendenze, le volontà non solo riformatrici ma di opposizione e ribellione.
    Questo evento rimane nella storia con almeno una duplice valenza, a seconda di come lo si osserva: negativa e positiva.

    Il bisogno urgente e radicale di recuperare le sane tradizioni è fondamentale al punto che la parola d'ordine odierna doverebbe essere una sola: TRADIZIONE.
    Come farlo? Io una via personale (ma profondamente ecclesiale) la sto percorrendo. Altri, preferisocno affidarsi all'epoca tridentina pensandola come un'epoca d'oro mentre, di quel periodo, ci sarebbero molte cose da decantare. Certamente, rispetto alla maggioranza dei casi odierni, la pratica "tridentina" è molto più vicina alla tradizione antica, ha molto più rispetto del cosiddetto "sacro", è molto più pregnante.
    Il criticabile operato del papa, non è facile perché egli eredita una situazione profondamente devastata. La sua soluzione non è perenne ma transitoria (potrebbe anche durare 50 anni!). Devono morire tutte quelle generazioni che sono irreformabili ad un cambiamento tradizionale (è brutto dirlo ma è così). Solo dopo sarà possibile fare qualcosa, con quel che rimarrà ma, certamente, noi non saremo qui.

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  3. sono anch'io convinto che il nodo fondamentale su cui innovare sia davvero la tradizione! intendo dire che si innova attraverso e con la tradizione. ma su questo punto, davvero, sarebbe interessante capire cos'è la tradizione! ad esempio, solo per fare un cenno: credo sia uno dei punti fondamentali il problema della presenza eucaristica, come intenderla? qui entra tutto il dibattito relativo all'onto-teologia, ad esempio ... non più proponibile per me, ma già i Padri lo dicevano, e lo stesso Tommaso! altro che!!! cos'è la presenza? perché il Mistero non può non darsi che attraverso il rito liturgico? sono domande difficili ed entusiasmanti ... altro che papaboys eh ... ancora grazie, davvero per questo spazio che non conoscevo.

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  4. I papaboys sono l'ennesimo sfruttamento della gioventù da parte di quel clero che ha fatto della Chiesa un eterno palcoscenico per il solazzo del vecchio pontefice.

    L'educazione al mistero avviene prima di tutto nel rito liturgico che deve tornare ad essere rito, non teatro.
    Da quell'educazione avviene il cambiamento del cuore e l'attenzione al mistero che pervade il mondo intero.
    Non c'è spazio per molte teorie, si tratta di entrare in una tradizione vivente e viverla. Il resto viene da sé.

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