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giovedì 20 ottobre 2011

L'abbazia Notre Dame de Fontgombault




L'Abbazia Notre Dame de Fontgombault, si trova nel dipartimento dell'Indre et Loire, in quel territorio che storicamente era definito Vandea.

La prima conoscenza di quest'abbazia l'ebbi a 22 anni da un disco 33 giri dell'Arkiv dedicato alla Dedicazione della chiesa. Il modo morbido e caldo con il quale cantavano i monaci mi colpì molto.

Qualche anno dopo, in modo del tutto casuale, conobbi una persona che amava recarsi in un priorato dell'Abbazia di Fontgomabult: Gricigliano, tra i colli di Firenze, dove ora sta un istituto religioso tradizionale, subentrato a quel monastero.

Ricordo la prima volta in cui mi ci recai, in una splendida domenica di aprile. I miei occhi osservarono per la prima volta una liturgia monastica sobria ma solenne ed esteticissima. All'esterno c'era un giardino invaso da sole e fiori con una terrazza dalla quale si vedeva tutta la vallata dell'Arno. Magnifico...

Conservo ancora delle registrazioni di quella volta, con le voci soliste del padre Benoit Deshayes e di padre Vito Ferrandou (chissà se oggi saranno ancora in vita...).

Cominciai a frequentare Fontgombault attraverso Gricigliano. Inizia dunque a recarmi in Francia.
Raggiungere l'abbazia francese non è facile. Da Parigi bisogna andare fino a Chateauroux (prendendo il treno dalla Gare d'Austerlitz) e da qui si fa un lunghissimo tragitto con l'autobus per Le Blanc. Da Le Blanc non esiste alcun collegamento per Fontgombault (paesino perso nella campagna francese) se non raggiungerlo a piedi (sono 9 km pressapoco) o in taxi (piuttosto rari!).




La prima impressione che il visitatore ha entrando nell'abbaziale è una certa maestosità. La chiesa al suo interno è alta, con pietre bianchissime (pierres de France) e vetrate colorate ottocentesche.

La parte absidiale è la più antica. Risale al XII secolo. Nella facciata spicca un torrione di difesa e nell'esterno dell'abside sono rinvenibili tracce di proiettili. Fanno ricordare che questo posto era dilaniato dalle guerre di religione nel XVI secolo.

I monaci seguono il breviario monastico del card. Gut (1963).
La giornata si apre quand'è ancora notte con i mattutini (12 salmi come prevede l'ordinario benedettino tradizionale) ai quali partecipano solo i monaci preti. Seguono le lodi alle quali partecipano anche i monaci non preti. Poi, nel silenzio della chiesa abbaziale mentre pian piano sorge il sole, iniziano le messe che ciascun monaco officia silenziosamente al suo altare. Il canto dell'ora di prima chiude questa prima fase liturgica.

La colazione avviene in un'ampia stanza non lontana dal chiostro. Ricordo ancora l'odore intenso del latte di mucca, le marmellate confezionate dai monaci, il pane integrale dell'abbazia....
Pure la colazione è fatta in silenzio.

Dopo un paio d'ore gli ospiti si ritrovano di nuovo in chiesa: c'è il canto dell'ora di terza seguita dalla messa conventuale alle quali partecipano solo i monaci preti. Al momento attuale l'abbazia utilizza il cosiddetto messale "tridentino" con qualche piccolo ritocco (senza salmo 42 all'inizio della messa). Al tempo in cui ero solito recarmici, la messa conventuale era fatta col messale riformato (Paolo VI) ma tutta in latino, epistole e vangeli compresi nonché con l'uso del solo primo Canone.

Lo stile non pareva discostarsi per nulla da una messa "tridentina".
Terminata la messa, gli ospiti si dedicano alla preghiera personale, a qualche passeggiata, alla lettura o alla visita del piccolo negozio di articoli religiosi.

I monaci si disseminano nelle varie attività che li attendono (hanno campi coltivati, decine di mucche e molto pollame). Generalmente in quest'abbazia non ferve l'attività culturale, per quanto vi sia una biblioteca e qualche monaco studioso.

Verso le 13 tutti sono richiamati dal suono della campana: è l'ora di sesta al termine della quale c'è il pranzo.

Gli ospiti si radunano all'ingresso del chiostro da cui il monaco foresterario li accompagnerà al grande refettorio monastico.  Ricordo il monaco foresterario di allora: padre Henry, un uomo alto, giovane e di bell'aspetto con un sorriso un poco ironico e gli occhi azzurri che brillavano come pietre preziose.

Di fronte all'ingresso del refettorio, in pieno chiostro, l'abate attende gli ospiti salutandoli uno a uno e lava loro le mani su un catino se si tratta di nuovi visitatori. Molto velocemente tutti si sistemano ai loro posti, in un refettorio che si presenta come una lunga stanza con volte e finestre gotiche dalle quali filtra una luce verde pallido.

L'abate da un colpo di martelletto sul suo tavolo nel silenzio generale. Inizia la preghiera cantata: "Oculi omnium...". Segue una lettura cantata da un monaco posto su un piccolo pulpito. Tutti siedono e mangiano in silenzio ampie razioni di cibo vegetariano (la carne compare molto di rado). Il pranzo avviene molto rapidamente e spesso l'abate è il primo a terminarlo. Dal suo tavolo, di fronte a tutti gli altri, attende che l'ultimo abbia finito e poi torna a battere il martelletto col quale arresta la lettura. Inizia la preghiera conclusiva: "Confiteantur tibi Domine omnia opera tua...".

Terminato il pranzo, i monaci tornano al loro lavoro (non esiste riposo pomeridiano). Riappaiono in chiesa solo per il canto di nona (verso le 15,30) e del vespero (18.00). Quest'ultimo è sempre cantato e accompagnato discretamente con l'organo, anche se si tratta di un semplice giorno feriale. Non importa che i monaci abbiano fatto il lavoro anche più sporco. Nell'arco di pochi minuti smettono la divisa di lavoro, rattoppata e sporca, e si rivestono con la divisa nera per il coro. Si notano sempre per delle scarpe ben pulite e brillanti. Sono un esercito ordinato: a due a due marciano di fronte all'altare principale e si sistemano nei loro stalli dopo aver fatto un breve inchino l'un l'altro. E' così che iniziano tutte le liturgie ed è così che inizia pure il vespero. Si conluclude sempre con l'uscita dal coro dei monaci, disciplinati come un esercito in marcia.

Segue la cena in modo simile con cui ho descritto il pranzo.
La compieta si canta verso le 20,30 mentre l'oscurità nasconde il coro dei monaci (nessuna luce illumina i monaci durante la salmodia, che viene cantata a memoria).

Al termine della compieta inizia il grande silenzio. I monaci prima di ritirarsi nelle loro celle si soffermano in preghiera personale in piccoli gruppi davanti a qualche altare o alla statua medievale della "Vierge du bien mourir".

Si può ben dire che sono monaci silenziosi, laboriosi e animati da grande pietà.

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L'Abbazia ha uno stile piuttosto vicino a quello cistecense: i monaci non lavorano nelle parrocchie, non si dedicano alla cosiddetta "vita attiva" ma fanno una vita strettamente claustrale osservando rigorosamente il silenzio per gran parte della giornata.

Hanno un concetto molto verticale e sacrale di liturgia che non si può accordare in alcun modo con l'andazzo sciatto e tendenzialmente protestante che caratterizza la maggioranza delle chiese cattoliche odierne.

Lo stile di vita condotto nel monastero può essere difficile da condividere, per l'esistenza di un certo rigore che a mio modesto avviso tende ad essere molto psicologico.

Questo determina nelle persone che lo vivono quasi una tensione, un'ansia permanente. Sono cose che ho iniziato a vedere e capire dopo alcuni anni che li frequentavo. Se posso esprimere delle riserve, sono queste.

Viceversa per tutto il resto è un'abbazia modello per il mondo Cattolico. Non ho visto nulla di simile in Italia, dove, semmai,  ci si adatta a livelli di vita molto più "morbidi".

Quest'abbazia cerca di lanciare, silenziosamente, un movimento di riforma della liturgia nel Cattolicesimo. In tal senso è un vero e proprio "laboratorio sperimentale". In essa, alcuni anni fa, si è tenuto, quasi a porte chiuse, un convegno di "riforma della riforma" presieduto dal card. Ratzinger (2001).

Lungo la sua storia l'abbazia ha consciuto vere e proprie tempeste. L'abbazia è inserita nella diocesi di Bourges e il vescovo non sempre ha guardato di buon occhio l'attività conservativa di questo monastero al punto da invitarli "a raggiungere finalmente la disobbedienza di mons. Lefebvre".

C'è da dire che conservarono la "messa di Pio V" fintanto che poterono (1974) e qualche volta vi officiò mons. Lefebvre stesso, prima d'incorrere nei suoi noti problemi con il Vaticano.

La comunità conobbe giorni molto amari nel periodo del postconcilio da parte di quel clero che non tollerava più l'esistenza di questo mondo. Paradossalmente fu proprio nel postconcilio che il monastero si riempì di monaci e giovani vocazioni.

L'abbazia appartiene alla congregazione solesmense dell'ordine benedettino. Generalmente parlando è la più conservativa tra i solesmensi (che di loro sono già abbastanza conservativi).

Per la loro mentalità tipica francese, tendono a pensare di fare cose eccellenti. Anche se spesso si può dire che sia così, a volte un visitatore si sente un poco disorientato quando sente per bocca del foresterario: "Ma lei viene solo ora? Se veniva una settimana fa' avrebbe visto cose eccezionali!".

La vita cristiana, in realtà, non ha bisogno di vetrine eccezionali, dal momento che qualsiasi istante, anche il più umile, è assolutamente prezioso.

Considerazioni personali a parte, il luogo è senz'altro da visitare poiché  non è frequente trovare posti in cui la liturgia si esprime in modo così solenne conservando, al contempo, tutta la sua antica semplicità.

2 commenti:

  1. Grazie di cuore per questa descrizione.
    Sono un organista sposato e consacrato nella Comunità monastica di don Divo Barsotti dove ho imparato ad amare la liturgia delle ore cantata; in questi mesi ho scoperto i brani di Fontgombault e sono diventati il mio coro gregoriano preferito, cosi con molto piacere ho letto il tuo incontro con loro.
    Una preghiera vicendevole

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    1. Il gregoriano è uno dei segnali della tradizione della Chiesa (potrebbe pure essere il canto bizantino), l'umile voce di chi dice "andate per di qui". La voce non è il sentiero da percorrere e il sentiero da percorrere non è il fine al quale conduce il sentiero stesso. Se non si tiene presente questo, diverrà tutto un bel gioco estetico e nulla più.

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