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lunedì 30 aprile 2012

Rito e liturgia

I crociati in un'antica miniatura


Il termine "rito" è entrato nel linguaggio usuale della liturgia ed è utilizzato, come ogni parola, senza particolari attenzioni. Si dice, ad esempio, che nella Chiesa cattolica ci sono molti riti, ossia molte espressioni cultuali. Si parla di riti latini (romano, gallicano, ambrosiano, aquileiese, mozarabico) e di riti orientali (bizantino, copto, antiocheno, ecc.).

Nell'uso di tale vocabolo non ci si rende conto che esso risponde ad un particolare bisogno: quello proprio alla Chiesa di Roma nella seconda parte del Medioevo.

In quel tempo, infatti, i Crociati, nell'idea di liberare il santo Sepolcro dagli arabi, fondarono in Oriente delle Chiese precedentemente inesistenti. Prima della loro presenza, infatti, esisteva l'assetto della Chiesa antica (seppur non più in comunione con Roma), il quale prevedeva la divisione territoriale ecclesiastica in patriarcati: Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme.

Secondo questa divisione, non aveva senso alcuno impiantare chiese latine in un patriarcato non latino (*). Lo notiamo nel caso della pellegrina latina Egeria (IV-V secolo): un cristiano latino se voleva assistere alla liturgia semplicemente si adattava alla liturgia del luogo, un poco come farebbe oggi un cattolico irlandese in Italia, in una chiesa cattolica italiana. In questo caso l'irlandese non parlerebbe mai di "rito italiano" o di "rito irlandese", né sentirebbe il bisogno di impiantare una chiesa etnica irlandese in Italia, seppur in comunione con Roma.

Analogamente Egeria ci narra gli usi e le consuetudini delle Chiese da lei visitate. In questa sua opera non si rinviene mai il termine "rito". Ogni Chiesa (greca o latina che fosse) aveva la sua liturgia o consuetudini sue proprie che corrispondevano alla libertà di quella Chiesa nella compagine ecclesiale del tempo. Tale libertà e anche indipendenza (se si pensa ad esempio alla Chiesa di Cipro), non ledeva in nulla la comunione dal momento che questa era basata sostanzialmente sull'identica fede professata.

Dunque al tempo di Egeria si parlava di differenti liturgie, non di "riti". Il termine "rito", d'altronde, accentua molto l'aspetto esterno di una liturgia, come se quest'ultima si riducesse solo ad un insieme di "cose da fare" e non corrispondesse ad una vita particolare. Tende a portare  pericolosamente l'attenzione su aspetti solo esteriori.

Nel momento in cui i Crociati insediarono una gerarchia parallela in Oriente, ebbero bisogno di parlare di "rito". Ecco, allora, che la loro Chiesa aveva un "rito" latino differente da quello greco dei Maroniti, tanto per fare un esempio. A monte del termine "rito", infatti, c'è una concezione centralizzata di Chiesa quale non esisteva precedentemente.

Nella Chiesa antica, infatti, era inconcepibile che il papa creasse delle gerarchie latine parallele in Oriente: sarebbe stato visto come uno sfregio alla comunione ecclesiale allora vigente, come un'esplicita destituzione di valore delle Chiese locali e un corto-circuito ecclesiologico. Per lo stesso e identico motivo, la storia ci dimostra come in Oriente gli interventi papali si esercitassero solo in casi estremamente urgenti e solo su richiesta delle Chiese locali. L'affare di Fozio nel IX secolo, fu visto davvero come il primo intervento diretto di Roma negli affari di Costantinopoli e, come tale, fu sorgente di grande stupore. Infatti fino ad allora l'esercizio del papato non era concepito in senso centralizzato come pian piano iniziò ad essere, ma in un senso piuttosto differente, all'interno della sinfonia della Pentarchia (i cinque Patriarcati). E' in questa sinfonia che Roma presiedeva "alla carità delle Chiese", come allora si diceva.

In questo contesto, dal momento che non aveva senso parlare di centralismo romano (nei termini tardo mediovali e moderni), non aveva neppure senso parlare di "rito" liturgico.

Dal momento in cui tutte le Chiese locali sono viste rigidamente come membra della Chiesa di Roma s'inizia, in un certo senso, a livellare la vita locale. Le sue espressioni antiche di libertà (come la liturgia) sembrano piuttosto derubricate come una semplice "ritualità", un'esecuzione esterna della liturgia, quando, invece, corrispondono ad una vita peculiare e ad un genio spirituale di una Chiesa locale.


Questo spiegherà l'incomprensione latina verso i cosiddetti "riti greci" che verranno latinizzati o fatti scomparire, come nel caso delle Chiese dell'Italia meridionale, in Puglia e in Calabria. Tali liturgie erano allora viste realmente per ciò che erano: un'espressione di libertà locale che, in quanto tale, si opponeva ad un centralismo imposto talora pure con le armi. 


La cosa riguardò pure il "rito mozarabico" il quale ha corso il rischio di sparire totalmente ed ora sopravvive in forma agonica nella cripta della cattedrale di Toledo. Il centralismo ha veramente strozzato molte realtà locali, uniformandole, per integrarle in un sistema ecclesiastico rigidamente verticistico. La liturgia occidentale è stata fedele specchio di questa complessa storia.

Il termine "rito" è dunque funzionale ad un concetto di Chiesa che si afferma nel periodo crociato e maschera, se non proprio nega, quanto fino a poco prima era universalmente sentito e che la stessa pellegrina Egeria ci trasmette nei suoi scritti. Dietro alla parolina "rito" si nasconde una bugia colossale!


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(*) La proliferazione di Chiese all'interno di altre Chiese, come se fossero tante scatole cinesi, ha un non so che di malato e s'oppone totalmente alla distribuzione territoriale della Chiesa, secondo il modello antico. Per san Paolo, ad esempio, non esiste la Chiesa dei Corinti ma la Chiesa in Corinto, in Roma, in Antiochia, ecc. Un'unica Chiesa che si distribuisce in vari luoghi! A maggior ragione l'apostolo è contro coloro che rivendicano una Chiesa di Paolo, di Cefa, di Apollo e ribadisce che esiste solo la Chiesa di Cristo! (Che direbbe dei movimenti ecclesiali odierni?).
Successivamente non è più così.
Quanto vediamo dal periodo crociato, non è che l'inizio di un fenomeno molto paradossale ma  davanti al quale c'è una generale indifferenza. Ordini religiosi dipendenti direttamente da Roma, prelature personali, movimenti ecclesiali, hanno origini storicamente comprensibili ma, nel quadro dell'ecclesiologia tradizionale (oramai purtroppo spesso superata) sono paragonabili a forme tumorali, a corti circuiti, a servizio - quando lo sono e non ne sfruttano solo i privilegi - del centralismo romano. 
Questa situazione sempre più intricata, oltre che avvilire la funzione delle Chiese locali, a sfruttarne le forze senza servirle veramente, corre il rischio di creare antagonismi senza precedenti, dispersioni di energie, con forme assurde di fondamentalismo religioso nelle quali si distorce l'immagine della Chiesa presentandola come una composizione di gruppi settari in gara tra loro per dividersi "fette" sempre più ampie di potere e influenza. Questi gruppi sono animati, tutto sommato, da forme d'individualismo religioso, approvate dalla struttura centrale nella speranza d'averne un ritorno in termini di servizio. Il rischio che lo stesso centro perda il controllo delle sue "creature privilegiate" (movimenti, prelature) non è così remoto e il prezzo da pagare pare essere veramente troppo alto, e consiste nella progressiva svalorizzazione delle stesse Chiese locali, ridotte a semplici esecutori di un potere centrale lontano, che neppure le conosce veramente e scambia per "bene della Chiesa universale" un semplice suo individuale bene.

12 commenti:

  1. egregio signor pietro articolo molto interessante le volevo domandare perchè fa una critica al centralismo romano ,ci dovrà esser stato un motivo per cui le liturgie locali nel meridione son state latinizzate
    fabio

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    1. La latinizzazione nasceva proprio dal fatto che la liturgia greca riflette sensibilità che tendono a confliggere con quelle latine.

      Ad esempio un cattolico latino non può capire perché i fedeli greci venerano il pane e il vino, durante la processione offertoriale di questi ultimi; non capisce perché alla fine di questa processione il sacerdote fa un segno di croce sui fedeli con il calice (nel quale non c'è ancora la presenza reale). Un altro dettaglio che continua a impressionare chi è formato rigorosamente nella mentalità latina è lo Zeon: in prossimità alla comunione il sacerdote versa un intero brocchino d'acqua bollente nel vino consacrato contenuto nel calice. Se si pensa che le rubriche latine prevedono per la "messa tridentina" di non eccedere le tre gocce d'acqua all'offertorio (il momento del "haec commixtio et consecratio"), pena peccato mortale, è forte il contrasto con quello che fanno i greci.

      Queste differenze non sono solo "strane particolarità" ma tutto un modo d'intendere e vivere il momento liturgico che nasceva dall'autonomia di una Chiesa locale, cosa che appunto Roma, nel periodo Controriformistico non poteva sopportare, dal momento che si erano pure esasperati gli animi in reazione alla riforma luterana.

      Il centralismo romano è una realtà che emerge pian piano nei secoli. Si può storicamente comprendere. Non sempre giustificare. Che possa essere una cosa negativa se ne sono accorti i tradizionalisti cattolici stessi allorquando Paolo VI, in nome della sua autorità, imponeva in tutte le Chiese l'abbandono del Messale romano tradizionale.

      Il centralismo, infatti, tende a sostituire il senso della tradizione con il senso dell'autorità e non può sempre dirsi un ottimo servitore della tradizione stessa. Tende, infatti, ad avere gli occhi su se stesso, non al di sopra di sé e questo limita abbastanza fortemente la promozione di certi dati tradizionali. Soprattutto oggi.

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  2. A volte dietro ad una parola si nasconde tutto un universo che gli archivi celano e pochi conoscitori sanno.
    A fianco della chiesa greca di Trieste esiste un cartello: "In questo edificio amava entrare James Joyce poiché amava il rituale greco".
    In quest'avviso non solo si sorpassa il termine di rito (come esecuzione esterna di atti liturgici) ma, addirittura, si parla di "rituale" il che, come si sà, significa "libro che descrive certi riti o esecuzioni liturgiche". Dunque James Joyce entrava nella chiesa greca per.... vedere un libro???
    Se i dati essenziali sono svigoriti dalla classe clericale (con l'invenzione di certi termini) come meravigliarsi del loro ulteriore stravolgimento?

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  3. Il termine rito vien fatto risalire al sanscrito RITA che significa conforme all'ordine. Da questo punto di vista quindi la Messa e' un rito in quanto e' un ricollegamento tra il piano dell'uomo, quello cosmico e quello celeste. La forma esteriore che assume ha un'importanza quindi secondaria rispetto all'essenza che deve essere appunto "conforme" a cio' per cui viene celebrato. Il rito quindi e' un simbolo "agito", la liturgia diventa la forma che esso assume.

    E' un po' che non passo li' davanti, non ho mai notato il cartello. Che fenomeni. Rituale e' un aggettivo che in questo caso diventa sostantivato e totalmente fuori luogo. A discolpa della classe clericale c'e' da dire che il cartello con quel termine sarà stato quasi sicuramente posto li' dalle istituzioni turistiche. Evidentemente e' piu' un vanto uno scrittore di romanzetti psicologici di terz'ordine che lo splendore e la ieraticità di una Chiesa Ortodossa. Invece per i greci, che a Trieste erano la ricca borghesia mercantile, si vede che e' rimasta quella mentalità: pecunia non olet.

    Pantocrator

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  4. Il senso sanscrito di "rita" collega idealmente il piano umano a quello divino. Il rito, tridentinamente inteso, invece, è un insieme di leggi liturgiche "prescritte dalla Chiesa" poiché la liturgia è "quanto la Chiesa ci comanda di fare" (senso dell'autorità).

    Questo bisogno d'insistere sull'autorità della Chiesa come garante, per paura del solito soggettivismo protestante, ha sganciato il fedele dalla tensione verso l'esperienza mistica (i mistici nell'epoca barocca erano considerati peggio dei protestanti) per adagiarlo nella fiducia a quanto dispone la Chiesa (senso dell'autorità).

    Ma il rapporto fedele-Chiesa, in quest'aspetto è puramente orizzontale, a differenza del rapporto fedele Dio che nel misticismo è verticale. Questa gelida orizzontalità la vediamo in certi ambienti cattolici tradizionalisti i quali sono sempre con l'occhio sulle rubriche per vedere se il rito è perfetto. Sembrano totalmente incapaci di lasciarsi toccare il cuore dai valori simbolici in esso espressi.

    Così mentre al "rita" sanscrito soggiace qualcosa di verticale-mistico (il che è pure caratteristico del mondo bizantino), al rito utilizzato nella mentalità latina c'è spesso un'impostazione legale di tipo abbastanza orizzontale.

    Quello che voglio dire, con queste semplici osservazioni, è che la crisi del cattolicesimo postconciliare non è nata 50 anni fa ma ha radici molto lontane nel tempo, in atteggiamenti che, al momento, non avrebbero in nulla fatto presagire quello che poi pian piano si è progressivamente costituito.

    Riguardo ai greci dalla mentalità mercantile sono d'accordo.

    Hanno nominato una sala dello stabile in loro possesso "Sala Giubileo", dal momento che hanno usufruito di parte dei fondi disposti per il Giubileo cattolico dell'anno 2000.

    Ora: che c'entrano i greci ortodossi con il giubileo cattolico? Dio solo lo sà!

    Gli accordi umani che non avvengono attraverso la teologia, avvengono, evidentemente, attraverso la pecunia ma... solo in quei cuori disposti ad accettarlo!

    (Per questo il vettovagliamento ai greci - nel famoso concilio di Firenze - ad un certo punto fu molto lesinato e i soldi scarseggiarono. Attraverso l'indigenza materiale li si spinse ad un accordo, laddove teologicamente, invece, essi non volevano cedere. E' sempre la pecunia di mezzo, ma questo lo si dice sottovoce!).

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  5. Cmq per chiarire ulteriormente il mio pensiero specifico che il termine "rito", introdotto dai Crociati, fu usato ampiamente dal clero e lo è ancora (basta aprire un manuale di liturgia cattolica).

    Il termine "rituale", usato nella targa commemorativa di James Joyce, è evidentemente posto dalle guide turistiche ma questa svista non è a caso: la tendenza è sempre - chissà perché - quella d'abbassare i significati ma questo avviene sempre dopo che qualcuno lo ha iniziato a fare! Il moto seguente proviene sempre da una spinta che lo precede!

    Poi un conto è l'autorità, un altro conto l'autoritarismo; un conto è il centro, un altro conto il centralismo...

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  6. egregio signor pietro mi scusi a proposito di riti perchè con la riforma liturgica del concilio vaticano 2, si è dovuto cambiare gli altari si son dovuti fare versus populum e fare una quasi cena protestante ?non li potevano lasciare come erano , e per quanto riguarda la liturgia eucaristica fare solo la traduzione , perchè i vescovi secondo lei non seguono liturgicamente il papa, esempio i candelabri sull altare insieme alla croce, la comunione in ginocchio,perchè leggo che quasi ovunque i maestosi altari di una volta vengono abbattuti ?perchè le chiese moderne son degli obbrobi ,perchè la messa non viene più intesa come un sacrificio?perchè la musica sacra è stata abbandonata ?gradirei se mi potesse rispondere a queste domande son un giovane che grazie al papa posso conoscere la liturgia antica che però è osteggiata dai vescovi. la ringrazio e mi scusi nuovamente non vorrei approfittare della sua disponibilità, mi perdoni, una sua risposta sarebbe molto importante ancora grazie
    fabio

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    1. Io ho qualche anno più di te e ho visto qualcosa in più.

      In questi decenni troppi del mondo cattolico si sono comportati stoltamente, come una donna ubriaca, correndo dietro alla gente della strada.

      Era necessario che la Chiesa capisse il mondo nel quale viveva, questo sì, ma dopo tutti questi decenni di apertura che ha combinato? Ha solo rovinato se stessa e il mondo continua a sentirsi incompreso dalla sua gerarchia.

      Nel corso di questa svendita e corsa al ribasso il Cattolicesimo ha smarrito il senso della tradizione. Nei seminari si va tanto per il sottile a distinguere la tradizione con la "T" maiuscola (invariabile e di fatto coincidente con la Scrittura) e quella con la "t" minuscola (ogni tipo e genere di tradizione ecclesiastica soggetta ad ogni cambiamento).

      Sta di fatto che anche nell'ultimo dialogo con i cosiddetti "Lefebvriani" è saltato fuori che per il Cattolicesimo (e quindi per lo stesso papa) la tradizione è un prodotto soggetto a cambiamenti, non necessariamente legato in modo uniforme con il passato (in questo modo si può giustificare le rotture del Vaticano II con il magistero papale precedente e ogni futura rottura).

      Ma affermare cose di questo genere fa indubbiamente entrare nel corpo ecclesiale il relativismo e il soggettivismo liturgico.

      Sì io li ritengo assai strani: da un lato sono contro le interpretazioni e gli abusi liturgici e promuovono la liturgia romana tradizionale (la cosiddetta "Messa tridentina"), dall'altro aprono porte e finestre per certi relativismi che germinano di tutto.

      Non si tratta d'essere tradizionalisti senza metodo e senza una buona ragione, non si tratta di mantenere una forma del passato in modo puramente museale, ma si tratta di saper vivere un concetto sano di tradizione, avendo un senso tradizionale, ponendosi in una sorta di catena ininterrotta intergenerazionale: quanto si riceve è sopra-soggettivo e così dev'essere inteso. La stessa Liturgia è sopra-soggettiva, non è soggetta ad alcune elaborazioni profonde, come illegittimamente - e ripeto ILLEGGITTIMAMENTE - è stato fatto da 50 anni in qua. Farlo significa necessariamente aprire porte e portoni a conseguenze pericolose rendendo la Chiesa prodotto stesso del secolo e delle mode.

      Ma per quel latente protestantesimo - che è sempre stato una radente tentazione cattolica - l'idea di tradizione crea forti reazioni.

      I timidi tentativi papali di armonizzare la Messa tradizionale con quella riformata (come se si trattasse di mescolare tra loro acqua e olio), il suo timido tentativo di affermare l'uniformità della tradizione pur nel cambiamento conciliare (altro mescolamento tra acqua e olio), trovano l'episcopato in ferma rivolta. All'estero più che nella passiva Italia. Lo stesso papa parla di situazioni gravi ma queste non sono che conseguenze di presupposti fondati da tempo e sui quali si è molto lavorato, pure ad altissimi livelli.

      L'episcopato ha l'attrazione per un Cattolicesimo che è una variante del Protestantesimo. Questo è certo. In quel contesto la tradizione non ha senso ed è equivocata con l'antipatico autoritarismo.

      Cosa succederà?

      Non sono profeta e non so anticipare il futuro. Quel che è probabile è che una parte del mondo cattolico si staccherà e fonderà una specie di Cattolicesimo riformato, a meno che il Vaticano non ceda alle pressioni filo-protestanti (il che può pure essere probabile).

      Quello che viene comunque meno (pure in certi ambienti tradizionalisti) è un sano concetto di tradizione mentre ciò che tende a trionfare è un certo individualismo che, in ambito ecclesiastico, combina sempre diversi danni.

      Un tempo contro l'individualismo esisteva il rigore ascetico. Oggi se parli di ascesi ti dicono quasi che sei matto. E mentre molti chierici snobbano tutto ciò c'è chi, tra i laici, lo cerca pure nelle religioni non cristiane.

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    2. Mi sovviene sempre cio' che vien detto dal Monaco Antonio: un giorno quasi tutti gli uomini saranno pazzi e se qualcuno dirà qualcosa loro contrario gli sarà detto da loro: "Sei pazzo!"

      Pantocrator

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  7. Vorrei osservare che cambiare la liturgia (com'è stato fatto nel mondo cattolico) è come cambiare la costituzione di uno Stato. Se la costituzione cambia, e la costituzione è un atto fondativo, è lo Stato che cambia.

    Per questo tutte le Chiese che vivono in modo tradizionale avvertono la liturgia come qualcosa d'INTANGIBILE. E così era sentito pure nel mondo cattolico fino a 70 anni fa.

    Agli inizi del '900, addirittura!, quando Pio X modificò il breviario romano, ci fu qualche liturgista che si scandalizzò. Lo stesso breviario non avrebbe dovuto essere toccato.

    Tuttavia nel momento in cui s'inizia a cambiare, si demolisce dalla Chiesa questo muro di cinta e allora succede come con i vizi: ad uno ne segue un altro, e un altro e un altro ancora senza fine.

    In fondo queste improvvisazioni e cambiamenti liturgici ininterrotti (che chiamano abusi o sbavature) non sono altro che logiche conseguenze discendenti dagli orientamenti presi dal Vaticano 50 anni fa con l'abolizione di fatto dell'intangibilità liturgica.

    Ma quando l'idea stessa d'intangibilità della Liturgia viene meno, con essa viene meno l'identità del popolo cattolico.

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  8. egregio signor pietro la ringrazio per la sua risposta ,a proposito di intagibilità della liturgia la colpa del crollo è del tanto declamato concilio vaticano 2 e dei papi che si son succeduti ,che non hanno cercato di prendere dei provvedimenti
    fabio

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  9. Chi partecipò a quel concilio aveva molte intenzioni. C'era pure chi desiderava una maggiore semplicità ma nella tradizione. Quello che è prevalso, ed è stato incontenibile,è stata un'onda che tutto ha sommerso, un'onda di mode e interpretazioni le quali, pure loro, animavano quel concilio.

    In qualche seminario postconciliare c'era così tanta attenzione per l'intangibilità della Liturgia che si preferiva tirare fuori i paramenti tradizionali e le mitrie dei canonici per carnevale. Con quelle alcuni seminaristi si acconciavano e facevano le loro parodie.

    Che spirito è mai questo? Evidentemente uno spirito iconoclasta e di rivolta.
    Ora al Concilio la maggioranza dei vescovi non aveva queste idee, questo è certo, ma una minoranza cosciente era certamente contro tutto il mondo simbolico che aveva dominato fino ad allora. E furono loro a vincere.

    Il resto è cronaca, una cronaca in cui il 99 per cento dei pastori ha preferito il quieto vivere piuttosto che il parlar chiaro. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

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