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venerdì 20 aprile 2012

Sentimentalismo e spiritualità nella Liturgia



Un esempio di sentimentalismo in una liturgia cattolica riformata  
in cui alcuni suoi partecipanti giungono ad assumere atteggiamenti stucchevolmente teatrali
(vedi ad es. al min 2,37).

In una liturgia antica, qualsiasi essa sia, non c'è spazio per il sentimentalismo, ossia per atteggiamenti teatrali, emotivi, per lacrime, sdilinquimenti o romanticismi.

Chi ha composto i suoi testi e l'ha disposta in un certo modo, infatti, era a sua volta formato in una scuola ascetica nella quale era bandita ogni forma errata di disposizione d'animo. Questa scuola tradizionale la ritroviamo pure in  Isacco di Ninive (VIII sec.) che scrive: 

"Gli antichi padri hanno paragonato l'anima del solitario all'occhio: tutte le volte che è libero da schermi [posti davanti] alla sua vista, allora il solitario ascolta e vede con chiarezza Dio e se stesso e da qui beve l'acqua squisita dei pensieri puri" (Grammatica di vita spirituale, Roma 2009, p. 168).


A Dio si accede solo se non si è reclinati su se stessi, ossia se si è liberi da schermi. In quella condizione, come un fiore eretto verso il cielo, possiamo essere raggiunti da raggi ineffabili.

Isacco aggiunge:

"Coloro che rovinano l'ordine della preghiera con le loro volontà o con un'opinione stolta e completamente pervertita da una dottrina menzognera, [sono] dimentichi nelle loro anime della [vera] sapienza e ignorano ciò che riguarda i tempi della preghiera". (Ibid., p. 59)

L'ordine della preghiera può essere rovinato, infatti, da una disposizione tale da cortocircuitare l'uomo su se stesso, pur con le migliori intenzioni. Per riprendere l'analogia appena fatta, diveniamo come un fiore che abbassa verso terra la sua corolla. Perciò lo slancio del cuore nella liturgia dev'essere sempre moderato; contrariamente finiremo solo per considerare noi stessi. Tale moderazione viene applicata anche in quelle liturgie che, come quella bizantina, tendono ad essere molto affettive.

Nel Monte Athos, ad esempio, è assolutamente disdicevole che un monaco si commuova fino alle lacrime durante la liturgia. Se questo dovesse accadere, il monaco sa dall'inizio che deve ritirarsi nella sua cella. La sobrietà è, infatti, lo stile imperante.

Tutto questo non nasce a caso. Proviene da una sapienza millenaria per la quale è necessario che l'uomo faccia in se uno spazio vuoto per accogliere il divino quando questo vuole, in qualche modo, manifestarsi. Giovanni della Croce (1542-1591), santo cattolico dell'ordine carmelitano, si situa in questa linea quando dice: "Attraverso il nulla giungi al Tutto". 

La prassi spirituale, dunque, consiste in una pratica con la quale si dispone la propria interiorità seguendo il detto evangelico: "Pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi netto" (Mt, 23, 26).

Se la liturgia, come di fatto è, è un luogo in cui, attraverso i simboli, avviene una comunicazione ineffabile con la divintà, la sua efficacia può essere compromessa anche totalmente se un uomo non si dispone correttamente seguendo quel modo che la tradizione ha suggerito. Infatti: "Chi non raccoglie con me disperde" (Mt 12,30).

D'altronde, quando si perde il vero approccio spirituale,  succede un impazzamento in due direzioni: 
il razionalismo e il sentimentalismo.

Nella storia delle chiese protestanti possiamo ampiamente rinvenire questi due aspetti.

Da un lato vi sono chiese con uno stile molto razionalistico, contraddistinte da un'atmosfera molto fredda, con un approccio biblico di tipo molto intellettuale, praticamente universitario (quell'approccio che ora è entrato pure in molti commentari biblici cattolici).

Dall'altro, vi sono chiese sentimentali (pentecostali, comunità ecumeniche come quella di Taizé, ecc.).

Questa tendenza tra razionalismo e sentimentalismo ha attraversato tutte le confessioni cristiane, al punto che nel Cattolicesimo possiamo trovare impostazioni marcatamente sentimentali nei Focolarini e nei Carismatici. Nell'Ortodossia greca possiamo trovare impostazioni sentimentalistiche nelle fraternità tipo Zoé e Soter. Riguardo a queste ultime un loro grande critico fu proprio Christos Yannaras per il quale il sentimentalismo religioso è una vera e propria perversione del sacro, l'espressione di un bisogno individualistico che spezza la comunione dell'uomo con Dio. Viceversa "la Chiesa vive e funziona solo in quanto assume senza sosta le esistenze individualistiche e oggettivate per trasfigurarle in unità di vita, di relazione personale e di comunione" (Verità e unità della Chiesa, Milano-Schio 1995, p. 92).

Tuttavia è bene precisare che, mentre il razionalismo può isolare dal contatto col reale l'uomo, poiché fa della realtà una rappresentazione alquanto sommaria chiudendola in una gabbia mentale, il sentimentalismo ottura tutti i possibili canali verso il cosiddetto soprannaturale.

Non è un caso che gli antichi cristiani suggerissero alle donne di "farsi uomo". Con questo paradosso volevano invitare ad abbandonare il sentimentalismo che le avrebbe fatte aderire "pancia a terra" sul percorso nel quale, invece, avrebbero dovuto camminare. Troviamo traccia di ciò nel famoso inno alle sante non vergini: "Fortem virili pectore, laudemus omnes feminam".

Ancor più: non è un caso che tutti i canti liturgici antichi siano totalmente privi di sentimentalismo e siano ascetici al punto da parere secchi e repellenti ad un mondano! In questo, il canto bizantino eccelle.






Canto della grande ektenia (litania) nella Divina Liturgia.
Nonostante la disposizione del coro sia tale da far sembrare la liturgia un pretesto per il concerto canoro, si ha modo d'apprezzare la notevole ieraticità del canto sacro.

Il sentimentalismo, in realtà, è una "colla zuccherosa", una specie di onanismo, che chiude i canali spirituali. In questo modo, lo Spirito non può giungere perché trova l'uomo chiuso, occupato con se stesso mentre assapora le proprie emozioni, e, per lo stesso motivo, non può salire neppure la preghiera perché trova un cuore indisposto, occupato in altro. Il movimento della preghiera finisce per essere ostacolato analogamente a chi cammina guardando i propri piedi invece dei margini e della direzione della strada.


Quando nel vangelo troviamo la famosa beatitudine "beati i puri di cuore perché vedranno Dio" (Mt 5,8), il suo senso è da leggersi esattamente così: coloro che hanno tolto ogni ostacolo che li chiude e li trattiene ad osservare se stessi (hanno cioè il cuore purificato) possono essere in grado di farsi raggiungere da Dio. Ciò che non è umano si comunica solo nel silenzio dell'umano: "Dum medium silentium tenerent omnia [...] omnipotens sermo tuus Domine a regalibus sedibus venit" (Antifona ai primi vesperi dell'ottava della Natività).

Quando Cristo nel brano evangelico dice: "Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli" (Mt, 6,1), lo si può applicare anche nel caso in cui un uomo si reclini a contemplare narcisisticamente se stesso che è, appunto, il caso nel quale lo spinge il sentimentalismo. La "ricompensa" del Padre, infatti, altro non è che la comunicazione con il Cielo poiché la "ricompensa", per un cristiano, è Dio stesso, completamente altro da ogni effetto sentimentale e  discorso razionalistico. Confondere l'esperienza divina con il sentimentalismo religioso, infatti, significa confondere Dio con un idolo, cosa assai facile e ricorrente.







Questa musica religiosa (non è "sacra") è solo un esempio di canto sentimentalistico applicato alla liturgia. 

Quando attorno a noi si sente "Vado a fare esperienza di Dio"(*), a cosa ci si riferisce, in realtà? Al sentimentalismo religioso o all'esperienza divina? Essendo molto più facile e a portata di mano il primo, viene da pensare che si tratta di questo, non tanto del secondo che richiede anni di pratica ascetica.

La spiritualità, perciò, sta in ben altra parte ed è chiara solo a chi vive veramente nella tradizione. La liturgia, come prassi cristiana, se è veramente tradizionale non può non essere ascetica. In essa non sarà mai possibile equivocare la spiritualità con il sentimentalismo oramai fin troppo diffuso, quel sentimentalismo che, di fatto, porta direttamente all'idolatria ossia alla chiusura dei cieli nel cuore umano:


"chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci" (Mt 23,13).


Oggi siamo in grandissima parte nella condizione che aveva davanti a sé Cristo quando proferì quest'accusa ai farisei. Per questo le nostre liturgie sono quasi ovunque decadute e luogo di decadenza. E se questo può accadere in liturgie che hanno ancora un ancoraggio formale con la tradizione, che dire per tutte quelle che ne prescindono?




Un esempio che mostra come le influenze sentimentalistiche si siano insinuate pure in una liturgia orientale. In questa liturgia siro-ortodossa si passa dai recitativi antichi a canti decisamente moderni di tipo sentimentale (vedi ad es. al min 50,30). 
Nonostante ciò il contesto è, però, ancora tradizionale.


_____________


(*) L'espressione diffusa negli ambienti parrocchiali cattolici, soprattutto ai giovani, è di suo quanto meno sconcertante perché riduce Dio ad un prodotto consumistico a disposizione sul "mercato religioso". Infatti l'esperienza di Dio non è qualcosa che si possa aspettare in termini di tempo. Prima di tutto non è cosa automatica e nei santi in cui è avvenuta è successa in periodi totalmente diversi: alcuni l'hanno avuta nella più tenera età mentre altri solo dopo tante sofferenze. Altri ancora solo  prima della morte.

Tuttavia, se analizziamo quest'espressione a fondo, ci renderemo conto che discende da un cortocircuito teologico in cui si proiettano su Dio realtà umane, analogamente a chi dice "io penso Dio", come se Dio fosse pensabile e riducibile all'umano pensiero. Se Dio è, in qualche modo, proiezione dell'umano (gli atei vedendo queste proiezioni si spingono a dire "invenzione" dell'umano), è logico che la spiritualità sia ridotta a sentimento e che "fare esperienza di Dio" significhi di fatto vivere sentimentalmente la fede. Tutto ciò, in definitiva, nasce da una mancata correzione apofatica in ambito teologico, che distingue bene la differenza tra Dio totalmente diverso dall'uomo e l'uomo stesso, quell'apofatismo che, viceversa, caratterizza da sempre la teologia bizantina. In contesto bizantino, infatti, un'espressione del genere potrebbe  parere ridicola, se non proprio disgustosa, proprio per la sua sottesa antropomorfizzazione del divino.

3 commenti:

  1. Quanto detto per il sentimentalismo, riguarda ovviamente pure l'estetismo e il legalismo liturgico e ogni cosa che trasforma la liturgia in qualcosa fine se stessa.

    Per questo certi "tradizionalisti cattolici" se vi cadono sono ridicoli poiché finiscono per difendere un'antica liturgia della quale non hanno capito l'intimo senso, un senso ben lontano dal loro estetismo e dal loro legalismo.

    Gente così è figlia della cultura barocca nella quale questa venerabile liturgia fu inserita in un contesto teatrale e artistico. Un contesto, però, che non le apparteneva, essendo nata per altri fini che per quelli spettacolari ed estetici.

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  2. Sconvolge questa interpretazione della tradizione liturgica, quanto il modernismo dissacrante di certe innovazioni. E' la conferma che il fondamentalismo, che di per sé non può essere costruttivo, neppure può essere edificante. Presto o tardi ognuno verserà umili lacrime d'amore; è accaduto ai Santi, è accaduto a Gesù. Dove sta il male? La contrizione è la risposta dell'anima, lo sposalizio col Divino. Il Monte Athos riecheggia di pianti. Neppure si può dire che Gesù fosse, non diciamo fondamentalista, ma neppure intransigente, era invece colmo d'amore, un sentimento che qui scarseggia ...

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    1. Le lacrime dei santi atoniti non sono lacrime sentimentalistiche, come penso saprà. Sono lacrime di contrizione (per chi si purifica) e lacrime "teologiche" (per chi sente la presenza divina).
      In entrambi i casi nulla di artefatto e femminile!

      La tradizione liturgica comporta la sensazione di avere avuto un dono dai santi al quale immediatamente si offre il proprio affetto e attaccamento. Tale dono non può essere sconvolto perché altrimenti non sarebbe più lo stesso. Nessuno ha il permesso di cambiare queste cose, neppure un patriarca.

      In Oriente esistono santi certamente pieni di misericordia, come lei dice, ma immobili come montagne nelle cose di fede e di tradizione. Cristo, pur così colmo di amore, ad immagine dei monaci lottatori, sapeva anche prendere la frusta e animarsi di sacro furore.

      La misericordia non si deve mai dissociare dalla lotta altrimenti si trasforma in pietismo molle. Penso che pure il demonio ne abbia schifo.

      I Padri della Chiesa erano, infatti, dei lottatori e questa è l'immagine vera che la Chiesa da di se stessa.

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