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sabato 5 maggio 2012

Intangibilità e riforme nelle liturgie orientali

Un momento di una liturgia pontificale russo-ortodossa.
Si noti la distribuzione antica dei fedeli lungo le pareti della navata, da un lato uomini e dall'altro donne

Qualche tempo fa vidi ina biblioteca un'opera cattolica che trattava le riforme liturgiche avvenute in Oriente (1). Conoscendo la mentalità del mondo bizantino e quella di certi liturgisti locali ho sospettato che, dietro ad un tale lavoro, ci fosse un'intenzione riassumibile nella seguente frase:

Il Patriarca Meletios Metaxakis (1871-1935)
"Siccome anche i più conservativi orientali hanno fatto riforme liturgiche nella loro storia, allora pure noi, cattolici, siamo giustificati nel lavoro di riforma intrapreso 50 anni fa!".

Questa possibile intenzione nasce da un bisogno di trovare giustificazioni, appellandosi ad altri. Non è cosa nuova e fa tanto pensare ad una cattiva coscienza, come se alcune mentalità e azioni potessero automaticamente paragonarsi con altre e le prime potessero essere giustificate dalle seconde! Se si fa un libro con queste intenzioni si ha un'impostazione chiaramente ideologica e antistorica (2).

Comunque lo si ritenga, non esiste luogo più conservativo delle Chiese d'Oriente che, proprio per tale loro caratteristica, venivano addirittura accusate d'essere "mummificate" nei trattati apologetici cattolici di qualche tempo fa; aggettivo ingeneroso davvero, indice d'una totale ignoranza verso quel mondo!

Le riforme liturgiche hanno in qualche modo toccato anche l'Ortodossia ma sempre su dettagli. Nelle Chiese bizantine la riforma più radicale è avvenuta con l'introduzione del nuovo calendario gregoriano, ad opera del patriarca costantinopolitano Meletios Metaxakis. Questa riforma merita attenzione, dal momento che non s'iscriveva nella linea della tradizione ma fu la prima vera innovazione nel senso moderno del termine. Quest'evento, accettato nella Chiesa di Grecia nel 1924 e in alcune altre Chiese ortodosse, ha generato una polemica presente ancor oggi in alcuni suoi ambienti. Altre Chiese (serba, russa, georgiana, gerosolimitana, il Monte Athos, il monastero di santa Caterina sul Sinai) rimasero fedeli al calendario antico o giuliano. Il patriarca Meletios (massone per alcuni e dunque con mentalità anti-tradizionale) per voler risolvere certi problemi pratici ne creò altri finendo per far bisticciare gli ortodossi tra loro.

Nella Chiesa greca, da alcuni decenni, sono state introdotte delle piccole abbreviazioni prima del canto dell'epistola: al posto del canto di due salmi (tipikà) e delle beatitudini (makarismoi) sono state inserite delle antifone intercalate da versetti. Tuttavia, i libri liturgici di riferimento continuano a riportare i testi con l'ordinamento precedente a tali nuove disposizioni e ci sono luoghi in cui si esegue tutto come prima, come se nulla fosse cambiato.


Il canto bizantino delle beatitudini (Makarismoi),
al cui posto spesso si esegue un'antifona con qualche versetto. 
Si noti l'estrema pulizia di questo canto ascetico, la sua virile dignità e fierezza.

Nell'arcivescovato di Atene, qualche tempo fa, si parlava di fare una riforma liturgica. Questa, se non vado in errore, si limitava a proporre l'epistola e il vangelo in lingua corrente, dopo il canto in lingua greco-bizantina. Si limitava, altresì, in un'esortazione ad una comunione più frequente e a pochissimi altri dettagli.

A fronte di queste "riforme", il mondo ortodosso è liturgicamente molto stabile: crede che la liturgia sia un luogo di comunione intra ed inter ecclesiale. La liturgia è la patria per eccellenza di tutti e, in quanto tale, non è possibile cambiarla. In tal modo, se prendiamo in mano dei commentari liturgici del IX secolo possiamo, sostanzialmente, ritrovarvi cose analoghe a quelle odierne. Di tanto in tanto, l'Ortodossia è percorsa da mode occidentalizzanti che toccano pure la liturgia ma in quel contesto l'ecclesiologia è disposta in modo tale che non si può toccare sostanzialmente il mondo liturgico senza creare una vera e propria rivolta. In questo senso, l'Ortodossia non ha un "papa" solo ma molti e tutti sono attenti alla conservazione delle tradizioni. Se viene meno la tradizione viene meno l'Ortodossia, se viene meno quest'ultima non può che giungere la dissoluzione ecclesiale.

I depositari per eccellenza della fede e della taxis (ordine) liturgica sono i monaci. Tempo fa, incontrando il teologo del patriarcato ecumenico, mons. Gennadios Limouris, mi sentii dire: "Il Monte Athos ha una sua spiritualità e un suo mondo particolare". Il Metropolita, nonostante fosse teologo patriarcale, affermando una tale cosa "cannò" totalmente. Ho avuto la netta impressione che questo fosse un errore "malizioso" e voluto. E' infatti un'affermazione che può parere innocente, dal punto di vista cattolico, ma è molto pericolosa, dal punto di vista ortodosso (3).

Il Monte Athos, ossia i monaci, non hanno una spiritualità specifica, dal momento che i loro riferimenti non sono altro che i riferimenti della Chiesa ortodossa. Non hanno una liturgia specifica (tranne qualche consuetudine locale) poiché la loro liturgia è la liturgia della Chiesa ortodossa. Non hanno un "mondo" particolare, dal momento che il loro mondo è la Chiesa ortodossa. Mons. Gannadios Limouris, affermando ciò, prese le distanze dal mondo monastico e questo mi fece immediatamente ricordare un fenomeno analogo successo in Occidente quasi mille anni fa, quando, decadendo il monachesimo, prevalse il clericalismo. E' un fenomeno già avvenuto nella Chiesa cattolica e, con mille anni di ritardo, ora qualcuno lo vorrebbe "importare" nel mondo ortodosso? La sola idea è semplicemene ridicola e c'è da chiedersi quali siano gli insegnanti e i "consiglieri" di tali teologi ortodossi! Sta di fatto che nell'Ortodossia odierna esiste una tendenza antimonastica la cui presenza è molto pericolosa.

Nel momento in cui il monachesimo non ispira, con una spiritualità impegnata, la Chiesa, quando è visto come qualcosa con una sua specifica "spiritualità", come fosse realmente un settore a parte, non è più il garante e il guardiano della liturgia. Da quel momento, esautorata la sua funzione, la liturgia passa in mano e nella totale responsabilità dei chierici che, come abbiamo visto in Occidente, possono farla decadere e, in seguito, rovinare.


Estratti della suggestiva liturgia del Sabato Santo 
e della Resurrezione nel monastero di Vatopedi (Monte Athos)

Sì, il "segreto" del mondo ortodosso nel mantenimento della liturgia consiste esattamente nel non averla mai dissociata dalla spiritualità, dalla prassi ascetica, dal monachesimo, nell'averla letta in tutta la sua valenza simbolica proteggendola dal razionalismo teologico e dalla vanità clericale che affascina pure alcuni chierici ortodossi odierni che, guarda caso!, sono avversi al monachesimo (4).

In questo modo, essa è rimasta pressapoco com'era mille anni fa e non ha sentito alcun bisogno di rivolgimenti. Essa è considerata come l'irruzione del Regno di Dio tra gli uomini e, se così viene sentita e vissuta, è lei a cambiarci, non siamo mai noi a cambiarla.

“Molto più dell’Occidente, la Chiesa bizantina vedrà nel santo o nel mistico il custode della fede [e quindi della sua forma celebrata che è la Liturgia]; gli darà più affidamento che a qualsiasi altra istituzione permanente. Perciò non svilupperà neppure delle garanzie giuridiche o canoniche per un’azione cristiana indipendente nel mondo, sperando, piuttosto che, nel caso di bisogno, sorgano dei profeti per preservare l’identità del Vangelo. E’ quant’è successo lungo la storia bizantina grazie all’anticonformismo irriducibile di personalità e comunità monastiche” (5).

Una lezione che si può imparare ma mai scimmiottandola. E' necessario avere dei presupposti comuni che ora non ci sono affatto dal momento che qui la liturgia è appannaggio di "esperti", di scuole e "laboratori sperimentali", non di uomini di spirito. Tra le mani di "esperti" e nei "laboratori sperimentali" la liturgia è un corpo morto vivisezionato. Nel cuore di uomini di spirito è, invece, vivente.


____________


(1) Thomas Pott, La réforme liturgique byzantine: étude du phenomène de l'évolution non-spontanée de la liturgie byzantine, Tesi di dottorato in teologia, relatore Robert Taft, Pontificium Institutum orientale, Facultas scientiarum ecclesiasticarum orientalium, sectio liturgica, Roma 1999. 

(2) "Se loro sì, perché noi no?". Sembra essere questa la domanda di fondo di diversi liturgisti cattolici favorevoli al rinnovamento. Eppure questa domanda non tiene conto di altre: "Le intenzioni dei primi e degli altri sono identiche? Le formazioni dei primi e degli altri sono identiche? Le esigenze dei primi e degli altri sono identiche? I fini dei primi e degli altri sono identici e coincidenti?". 
Per far vedere che non è esattamente così faccio un esempio emblematico. 

Nel mondo slavo, una riforma della liturgia si ebbe quando si cercò, in una determinata epoca, di fare una sintesi tra l'ordine liturgico "cattedrale" (più semplificato e posteriore) e l'ordine liturgico dei monasteri (che risaliva sostanzialmente a quello di san Sabba).
Tale lavoro, però, si muoveva totalmente nel crinale tradizionale, poiché non si trattava d'inventare cose totalmente nuove, e risentiva dell'atmosfera spirituale esicasta del tempo.

Cfr. a tal proposito Job Gecha, La réforme liturgique du métropolite Cyprien de Kiev - L'introduction du typikon sabaïte dans l'office divin, Cerf, Paris 2010. Questo libro tratta la riforma liturgica associata al nome di Cipriano Tsamblak, nato attorno al 1330 nella regione di Trnovo (Bulgaria), discepolo del patriarca costantinopolitano Filotheos Kokkinos. Strettamente legato a questa grande figura dell'esicasmo bizantino del XIV secolo, Cipriano soggiornò all'Athos in cui ricevette l'iniziazione agli insegnamenti dei monaci esicasti. In seguito, divenne metropolita di Kiev e della Lituania (nel  1375), prima d'essere definitivamente intronizzato quale metropolita di Kiev e di tutte le Russie, sede che occupò in due fasi temporali dal 1381 al 1382, e inoltre dal 1390 fino alla sua morte avvenuta nel 1406. Imitando il proprio maestro Filotheos, che aveva canonizzato l'ordo neosabaita, all'origine dell'attuale rito bizantino, Cipriano intraprese una grande riforma liturgica in Russia alla fine del XVI secolo. Fino ad allora si usavano due  ordinamenti liturgici (typika): il typikon della Grande Chiesa di Costantinopoli nelle cattedrali e nelle chiese parrocchiali, e il typikon del patriarca Alessio lo Studita, osservato nei monasteri. Cipriano si sforzò d'uniformare la liturgia operando una grande sintesi cosistente nell'introduzione di un solo typikon neo-sabaita, osservato sia nei monasteri che nelle chiese secolari. Il lbro, inoltre, ricorda l'ambiente storico-culturale, soprattutto spirituale, del movimento esicasta dell'epoca, mostrando le caratteristiche essenziali del metropolita liturgista, scoprendone le motivazioni, dimostrando che il suo fine non era una riforma ma una restaurazione: un ritorno alla tradizione patristica e monastica nel contesto del rinnovamento esicasta. Questo riassume il modo in cui la liturgia bizantina si è sviluppata e i  problemi ulteriori che hanno posto le sue fonti esistenti, non solo ai liturgisti d'un tempo ma pure a quelli odierni.

(3) Questo fa parte d'una tendenza tipicamente fanariota (degli ortodossi di Costantinopoli - Istanbul) di dare risposte tipicamente cattoliche, in ambienti prevalentemente cattolici, e risposte tipicamente ortodosse, in ambienti prevalentemente ortodossi. E' così che il sacro sinodo fanariota, a porte chiuse, afferma l'inesistenza del sacerdozio in Occidente ma, quando i suoi più alti rappresentanti sono a Roma, in Vaticano, non hanno scrupolo alcuno a benedire la folla col papa o a compartecipare alle liturgie cattoliche. La radice di questa specie di schizofrenìa - poco evidente ai più - la si spiega storicamente: la Grande Chiesa, dovendo rimanere soggetta al Sultano, era obbligata a venerarne la figura per quanto, nel suo intimo, la disprezzasse.

(4) Ricordo, a tal proposito, un altro teologo del patriarcato ecumenico, mons. Giovanni Zizioulas il quale ha costruito una spiritualità "di comunione", come lui dice, nella quale si prescinde dagli orientamenti ascetici tradizionali. Qualche suo critico ha giustamente osservato che tale "spiritualità" ha un non so che di sociale e pare riprendere alcuni temi che si diffondono attualmente nel mondo cattolico. I fenomeni di distacco da riferimenti tradizionali sono, dunque, una tentazione presente in alcuni settori ortodossi che, in questo, non fanno altro che seguire "a ruota" quant'è già successo in Occidente.

Per quanto riguarda Zizioulas, gli si rimprovera di avere i seguenti tratti:

1) una concezione riduttrice della Chiesa e dei Sacramenti;
2) una concezione riduttrice della salvezza e della deificazione;
3) un'ignoranza sulla possibilità di trasfigurare la natura umana e i suoi caratteri individuali;
4) una minimizzazione del ruolo della grazia divina;
5) una concezione riduttrice dell'ascesi;
6) il rifiuto del polo umano nella sinergia ascetica;
7) una svalorizzazione dell'ascesi individuale e della vita monastica;
8) una sottovalutazione del peccato e delle passioni;
9) una sottovalutazione e svalutazione delle virtù;
10) la promozione d'una spiritualità "flou" lontana dalla tradizione spirituale della Chiesa ortodossa.

(Cfr. Jean-Claude Larchet, Personne et nature. La Trinité-Le Christ-L'homme, Paris 2011, pp. 364-394.

Il metropolita Giovanni Zizioulas è molto impegnato nel dialogo
ecumenico con il mondo cattolico e, il fatto d'avere respirato forse acriticamente la cultura occidentale europea nel tentativo d'un dialogo con essa, lo ha evidentemente indebolito in tutti quei riferimenti basilari alla tradizione antica della Chiesa.


(5) Jean Meyendorff, Initiation à la théologie byzantine, Les éditions du Cerf, Paris 2010, p. 237.
Quando feci presente al teologo del patriarcato ecumenico quest'idea, così ben esposta da Giovanni Meyendorff, costui si seccò particolarmente facendomi osservare che l'uomo carismatico è, a sua volta, riconosciuto tale dall'autorità ecclesiastica che, col suo carisma, si porrebbe, in tal modo, al di sopra di ogni carisma nella Chiesa. Sì, questa risposta risente della mentalità cattolica, per giunta di quella postridentina, nella quale l'autorità dei chierici è superiore a quella di tutti, perfino a quella di uomini che, evidentemente, sono ispirati e che la Chiesa deve riconoscere santi anche quando sono scomodi come lo furono i profeti veterotestamentari.
Forse a mons. Limouris sfugge che tale argomento fu addirittura rovesciato da san Simeone il Nuovo teologo (XI sec.) e se questo non gli sfugge allora è in cattiva fede.
In realtà, tra l'uomo carismatico e quello istituzionale esiste una mutua compenetrazione: il primo è sempre a favore del secondo, pure quando lo critica nel caso in cui questo si fosse allontanato dallo spirito antico e autentico; non si può pensare che il secondo sia automaticamente superiore al primo fino a creare una lotta tra istituzione e carisma come l'idea di mons. Gennadios Limouris potrebbe suggerire. Quell'idea, infatti, corre il rischio di far nascere atteggiamenti che soffocano l'uomo carismatico e, quindi, l'autentico spirito ortodosso. Ripeto: da chi prendono lezioni questi signori? Non certo da Giovanni Meyendorff che su questo punto è chiaro!

8 commenti:

  1. Oramai si arriva al punto che basta nominare lo Spirito Santo e si e' salvi.
    La deificazione dell'uomo e la custodia del Cuore e delle virtu' mediante la Grazia e la Preghiera sono "superati"

    Pantocrator

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  2. Infatti è così.

    Ma questa prassi rimanda ad un riferimento teologico eretico. Per questo
    gran parte della Chiesa in Occidente (un pochino inizia anche in Oriente) è
    divenuta eretica e ha fatto scisma con il suo passato. Di fatto è come se
    avessero scisso l'unione dell'umano col divino nell'economia salvifica e,
    pure, in Cristo stesso.
    Ciò che proclamano nel "Credo" a parole non lo credono più nella realtà dei
    fatti!

    Viceversa, i Padri, vedendo in Cristo il metro e la misura della loro fede,
    trovavano pure lo stile che deve avere la Chiesa.

    Cristo prega, fatica, suda, non ha bisogno di essere battezzato, eppure si
    fa battezzare e solo allora scende lo Spirito in forma di colomba su di
    Lui. Giunge addirittura a digiunare ea farsi sottomettere dalle tentazioni
    nel deserto, lui che è Dio e non avrebbe assolutamente bisogno di tutto
    questo!

    Per i Padri tutto ciò è chiaro: Cristo indica la via e il modo in cui anche
    ciascun uomo deve comportarsi perché la Rivelazione consiste, appunto, in
    una cooperazione tra le forze ei sudori umani e la Grazia divina. "Dai il
    sangue e avrai lo Spirito", dicevano gli asceti. Non a caso!

    Una liturgia priva di "sforzi", senza esercizi ascetici, con un digiuno
    eucaristico di fatto soppresso, con l'assenza effettiva dei digiuni
    quaresimali, con l'ignoranza dei metodi ascetici a cosa si è ridotta? A
    sermone moralistico, pietistico, di edificazione "esteriore". E'
    un "mercato religioso" dove si entra per provare emozioni di pelle, come se
    si entrasse in un postribolo. Qui domina la dimensione psicologica poiché
    c'è la totale ignoranza di ciò che sia spirituale.

    La gente (e gran parte del clero) oramai non si fanno più toccare "dentro".
    Di qui la rovina della stessa liturgia, specchio di quest'incuria interiore.
    "Ipocriti, pulite l'interno", direbbe Cristo ancor oggi.
    Che immagine di Chiesa è mai questa, quella composta da gente di tale fatta?

    Sentirsi giustificati e salvi per aver solo nominato lo Spirito è un
    inganno, un abbaglio fatale!

    "Se tu accedi ai sacramenti ma non senti dentro di te che qualcosa è
    cambiato, quei sacramenti non hanno per niente funzionato e non hanno
    salvato", ricorda a tal proposito un grande mistico dell'XI secolo, san
    Simeone il Nuovo Teologo.

    Nella nostra epoca la maggioranza dei cristiani camminano nelle tenebre e,
    con loro, buona parte del clero che li giustifica con scuse puerili.

    Le realtà di Chiesa da loro composte sono totalmente fuorvianti,
    perfettamente inutili dal punto di vista spirituale, anche se hanno mille
    timbri e approvazioni curiali e incamerano un sacco di soldi.

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  3. Difatti questa e' l'accidia collettiva del popolo Cristiano.
    Cristo e'la chiave spirituale per portare a compimento la Legge e deificare
    l'uomo decaduto, e la sua vita terrena con i suoi gesti e le sua Parola e'
    tutta rivolta a cio'.
    Antonio il Grande disse che Dio non mette a durissima prova questa ultima
    generazione di uomini perche' e' troppo debole e non ce la farebbe a
    sopportarla. Dove al giorno d'oggi una lucidità del genere per leggere i
    segni dei tempi?

    Pantocrator

    RispondiElimina
  4. Bisogna dire le cose per quel che sono, altrimenti non si capisce più
    niente e si penserà che la carota è come la patata.

    Ma siccome questo si evita di farlo, i nostri tempi hanno un tale
    disorientamento come mai è esistito.

    Il disorientamento non è dato dal fatto che il popolo sia religiosamente
    ignorante. In ogni epoca il popolo non rifletteva sulla propria fede, per
    quanto la vivesse meglio di oggi.

    Il disorientamento è dato dal fatto che i CAPI ei RESPONSABILI ecclesiali
    seminano confusione e mescolano concetti e idee tra loro come mai è
    successo prima.

    La liturgia non è altro che il luogo in cui, nella pratica, si osserva
    questo terribile e arbitrario mescolamento.

    Eppur, per quanto la situazione sia umanamente disperata (e sono convinto
    di non esagerare) la Chiesa è pur sempre una creatura voluta da Dio e,
    quindi, in qualche modo, sarà Lui a trarre delle energie in grado di
    stabilire, almeno da qualche parte, una realtà più sana.

    Come ho detto oggi ad un amico, la verità è sempre quella e su questo
    nessun responsabile potrà farci nulla, anche se costui altera le stesse
    basi sulle quali si regge la Chiesa.

    Un uomo assetato potrà placare la sua sete solo con dell'acqua vera, mai
    con una fotografia di quell'acqua. Oggi molte chiese offrono fotografie di
    acqua (quando va bene) e scambiano per reale quello che è solo
    rappresentato in una foto. (Il che è una forma d'idolatria).

    Fatto sta che da quella foto nessuno potrà placare la propria sete. Tutti
    la guarderanno, cercheranno di pensarlo o si illuderanno di pensarlo.

    Poi immancabilmente lo stimolo tornerà più forte di prima. E sarà quello,
    non le infinite chiacchiere fuorvianti, che testificherà la menzogna.

    Per questo, alla fine, nessuno può alterare la verità, che si appoggia
    sull'autentica realtà.

    E in questo svelamento ci si accorgerà che molti "padri" non danno ai
    propri figli del pane ma... pietre.

    Nessuno può dare ciò che prima non ha!

    RispondiElimina
  5. 'il sacro sinodo fanariota, a porte chiuse, afferma l'inesistenza del sacerdozio in Occidente '

    in che senso: affermano che gli ordini dati in Occidente sono invalidi?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Quest'affermazione che lei riporta è stata a sua volta riferita da persona attendibile ma in sede privata. Questo significa che l'affermazione non è che sia falsa ma è da verificare. Dandola comunque per buona, si deve andare all'essenziale per capire il senso di queste affermazioni che possono parere paradossali. E l'essenziale è che il sacramento si fa nella confessione retta e integrale della fede. Questa, che è stata la dottrina patristica e che si rinviene chiaramente nelle posizioni di san Massimo il Confessore sulla questione monotelita, è pure la posizione del mondo ortodosso.
      Nessuno ha in mano il metro per dichiarare quanta grazia c'è in una chiesa e quanta in un'altra, ma offuscare la retta fede contrinuisce senz'altro ad offuscare anche l'efficiacia e, nei casi estremi, la validità sacramentale.
      È per lo stesso motivo che Leone XIII agli inizi del '900 dichiarò invalidi gli ordini anglicani.
      Ed è per un motivo analogo che almeno una parte del mondo ortodosso ritiene invalidi gli ordini della Chiesa cattolica.
      C'è, però, un'altra parte dell'ortodossia che ritiene le ordinazioni non invalide ma "dormienti", ossia l'attività della grazia di queste ordinazioni si risveglierebbe solo con la confessione della retta fede.
      C'è da aggiungere che, pur ritenendo le ordinazioni cattoliche valide, oggi è subentrata una tale confusione dottrinale nel cattolicesimo per cui non si è sempre certi che i sacramenti amministrati possano essere quelli che la Chiesa ha sempre amministrato e voluto. E, alla lunga, questo incide pure sulla validità delle ordinazioni. Sono problemi sempre più complessi, putroppo...

      Elimina
    2. però c'è una vasta parte del mondo ortodosso che ritiene validi addirittura gli ordini anglicani ed addirittura quelli delle chiese luterane scandinave!
      beh, anche monsignor Lefebvre diceva che molte ordinazioni sono invalide per vizio di intenzione, in quanto i preti non sono più ordinati per celebrare il Sacrificio, ma per essere degli 'operatori sociali'
      per me questo discorso si può allargare a tutti i sacramenti, dato che sembrano più momenti di socializzazione che mezzi dello Grazia e dello Spirito

      molti inoltre lamentano anche vizi di forma, come don Cekada per l'ordine e mons. Gleize per la Cresima
      anche se la mia domanda ha un forme retroterra tomistico, le chiedo se l'ortodossia ha espresso anche lei vizi di forma sulle ordinazioni occidentali

      la ringrazio

      Elimina
  6. No, l'Oriente non si esprime in modo tomista ma ritiene che se un sacramento non è fatto nella fede della Chiesa sia ipso facto nullo. Nell'Oriente ci sono sempre state interpretazioni più larghe e altre più restrittive sulla sacramentalità di una Chiesa non ortodossa. Purtroppo come girano le cose in casa nostra, spingono a ritenere che l'interpretazione più restrittiva, per quanto più antipatica, sia quella più realistica!

    RispondiElimina

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