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mercoledì 2 maggio 2012

Liturgia e intangibilità

Liturgia monastica tradizionale nell'Abbazia N. D. du Barroux (Francia)

Una delle prime testimonianze scritte del Vangelo (II sec).
Nel IV-V secolo si fissò un poco ovunque il Canone biblico e,
contemporaneamente ad esso, si fissarono le linee di fondo della liturgia.
Non è un caso che, similmente alla Bibbia, la liturgia sia stata considerata 
intangibile fino al punto che, in Occidente, si riunirono in un libro solo
- il Messale - le letture bibliche con quelle liturgiche.

Una delle caratteristiche proprie ad ogni liturgia tradizionale è quella d'essere intangibile, ossia di non essere manipolabile, modificabile, cambiabile.

E' notorio che la liturgia nelle comunità cristiane si è formata contemporaneamente a loro. San Paolo, nelle sue lettere, testimonia l'esistenza di liturgie primitive nelle quali i cristiani cantavano "salmi, inni e cantici spirituali" (Ef 5,19).

Gli odierni sostenitori cattolici delle improvvisazioni liturgiche guardano a quest'epoca, ritenendo che qui ci fosse quello spontaneismo in grado di "vivificare" la preghiera, altrimenti "stancamente ripetitiva". Essi dimenticano che la Chiesa ha voluto, prima possibile, fissare delle forme perché ben poco può essere manipolato (1) pena la decadenza dello spirituale nel puro temporale. L'antico motivo fondamentale dell'intangibilità di testi e orientamenti liturigici sta, infatti, nel mantenere intatto un percorso di tipo ascetico e spirituale, disposto non da intellettuali e studiosi ma da uomini spirituali.

Perciò con l'affiorare delle eresie, mentre pian piano si strutturava il vocabolario teologico, la liturgia assunse sempre maggiori elementi intangibili fino a divenire, dopo alcuni secoli, totalmente intangibile e stabile (IX-X sec).



Celebrazione di una Messa latina in un oratorio. 
Fac-simile di una miniatura in un manoscritto del IX secolo (Ambroise Firmin Didot). 
Si noti come il celebrante incensi con una mano sola come nella consuetudine bizantina.


Questo non ha proibito le Chiese locali d'avere delle consuetudini, di stabilire delle liturgie particolari (che in seguito furono denominate "riti").

Quando il motivo ascetico non fu più chiaro, soprattutto con la decadenza del monachesimo in Occidente (XI-XII sec), si mantenne un rigoroso rispetto per quanto si riceveva dalla tradizione poiché  s'era radicata la mentalità di conservare le cose com'erano.

Nella storia della liturgia romana se notiamo lo stesso fenomeno dell'intangibilità, notiamo pure che, lungo il tempo, avvengono aggiunte, piccoli adattamenti, qualche soppressione.

E' noto come il messale del 1570 sopprimesse gran parte delle sequenze medioevali. In quello stesso messale si fecero piccoli ritocchi.


Ricordiamo quello della preghiera "Fiat commixtio et consecratio" che diviene "Haec commixtio et consecratio", per indicare semplicemente l'azione liturgica in corso nel momento in cui il sacerdote getta nel calice parte della particola consacrata poco prima della comunione (2). 


Ricordiamo pure la soppressione della penultima strofa della sequenza "Victimae paschali laudes", nella quale, esaltando la fede nelle pie donne la si contrappone alla fallace disposizione verso Cristo delle masse giudee: "Credendum est magis soli Mariae veraci, quam Judaeorum turbae fallaci". Il testo completo di questa sequenza cercò di permanere a lungo, nonostante la soppressione di questo versetto nel messale romano del 1570. Lo ritroviamo, ad esempio, nel "Libro delle Ore" in uso nella diocesi di Lione (3).

Questo fatto dimostra come le Chiese locali fossero tutt'altro che disponibili ad adattarsi ad una seppur piccola soppressione avvenuta a Roma. Nella seconda metà del XIX secolo a Lione si continuava a cantare la sequenza dell'XI secolo nella sua forma integrale laddove a Roma si aveva preferito una forma abbreviata nella quale non compariva più la frase contro l'incredulità giudaica.



Il Concilio di Trento (1545-1563) stabilì che i riti autorizzati nella Chiesa dovessero avere almeno 200 anni di vita, com'era il caso per il rito domenicano. La garanzia per una liturgia, dunque, non era data dalla novità ma da una lunga prassi, tale da potersi ascrivere in una tradizione radicata.

E' importante che il lettore comprenda la mentalità di fondo soggiacente a questo apparente "immobilismo" liturgico. Secondo la mentalità tradizionale, le formule della liturgia non sono elementi lasciati all'interpretazione e al gusto del soggetto. Clero e laici non hanno alcuna libertà d'intervenire per manipolarli a piacimento (4). Questo perché la liturgia, in se stessa, non veicola solo una fede ma un modo di credere, un'atmosfera spirituale. Per fare un'analogia, la liturgia non solo "inclina" il credente verso una direzione ma stabilisce pure "il modo" in cui egli s'inclina. E tutto ciò contribuisce, a livello generale, a dare un'identità precisa ad una Chiesa. L'intangibilità, lo abbiamo appena visto, non significa che, nei secoli, qualcosa non sia stato ritoccato. Significa, invece, che l'insieme della liturgia ha mantenuto il suo aspetto originale.

Lo studioso Klaus Gamber paragonava la liturgia ad un albero al quale, lungo il tempo, possono essere stati tagliati dei rami. Tale, però, è sempre rimasto. Gamber osservava, pure, che questo non era il caso per la riforma liturgica voluta recentemente nella Chiesa cattolica. In quella riforma, infatti, scompare pure il tronco e, con pezzi del suo legno, assieme ad altri di eterogenea provenienza, è stato fatto qualcosa di totalmente nuovo, prescindendo completamente da ogni sviluppo organico della liturgia, come tradizionalmente è sempre avvenuto. Tale rito, egli concludeva, non si può chiamarlo romano se non molto impropriamente. Si dovrebbe, infatti, chiamarlo semplicemente "moderno". Il vero rito romano o è morto o non è affatto questo.

Ci si chiede se il "rito moderno" è legittimo.

Dal momento che la liturgia trasmette qualcosa di sopra-individuale (5) può, una commissione di studiosi per quanto sostenuta dalle più alte autorità, rifondare tutto un ordinamento liturgico? Sono convinto di no. Anch'essi devono comprendere che c'è un limite alla loro azione: la custodia, la chiarificazione o la semplificazione della liturgia può essere consentita. Una sua rifondazione no, dal momento che la liturgia è paragonabile ad un atto fondativo come la Costituzione di uno Stato. La Costituzione può avere chiarificazioni o semplificazioni ma cambiarla nella sua essenza significa, in definitiva, cambiare lo Stato. Se questo vale per il mondo laico perché non dovrebbe valere per quello ecclesiastico?

Analogamente, cambiare la Liturgia con riforme radicali - com'è successo nella Chiesa cattolica da qualche decennio a questa parte - significa cambiare la Chiesa stessa. E' difficile sostenere il contrario ribadendo artificialmente e a tutti i costi una continuità, pure a dispetto della reale  difformità dall'ordine tradizionale.

Martin Lutero, all'inizio della riforma da lui propugnata, non aveva alcuna intenzione di rompere la comunione ecclesiale. Questo lo si nota dal fatto che, inizialmente, mantenne l'ordine liturgico che lui stesso aveva ricevuto. Nacque una nuova Confessione nel momento in cui egli decise d' abolire la "Messa papista", com'egli la definiva, riducendo, in seguito, il numero dei Sacramenti e stabilendo una nuova funzione per il sacerdote, da allora denominato "pastore".

La variazione della liturgia, anche in Inghilterra, stabilì l'effettiva nascita di una nuova Chiesa per quanto gli anglicani non raggiunsero mai l'assetto luterano, mantenendo un tenore liturgico assai simile a quello dell'attuale Cattolicesimo.

A differenza di questi ultimi esempi, tutte le Chiese tradizionali avvertono la liturgia come qualcosa d'intangibile. Così era sentito pure nel mondo cattolico fino a 70 anni fa.



Dom Prosper Gueranger (1805-1875), il fondatore dell'abbazia di Solesmes, nella sua opera Institutions liturgiques, si scagliava con veemenza contro gli innovatori liturgici, coloro, cioè, che osavano introdurre variazioni alla liturgia. Ogni innovatore, così sosteneva, ha l'intenzione più o meno recondita di modificare il modo di credere. Egli concludeva che la liturgia romana si era mantenuta al riparo da certi errori nei quali era caduta quella gallicana, proprio perché manifestava un'istintiva avversione per ogni innovazione.


La fiera opposizione a ciò che cambia sostanzialmente l'identità ecclesiastica fu quello che attirò John Henry Newmann verso la Chiesa cattolica nella seconda metà dell' 800. Egli, a differenza degli uomini attuali, non sentiva tedio per la perennità delle formule liturgiche e, anzi, scriveva: "Io potrei assistere eternamente alla Messa senza mai stancarmi; infatti non si tratta di una semplice formulazione di parole, ma di un grande atto, del più grande atto che possa aver luogo sulla terra" (6).



Breviario Romano nell'edizione torinese del 1827, precedente alla riforma di Pio X
Agli inizi del '900, quando Pio X modificò il Breviario romano, ci fu qualche liturgista che si scandalizzò. Papa Sarto non aveva fatto altro che abbreviare il Mattutino, da 12 salmi a 9, distribuendo quelli rimanenti nella Compieta che, così, da allora ebbe ogni giorno dei salmi differenti. Per i liturgisti che ben avevano capito il senso dell'intangibilità, non si doveva ritoccare neppure questo libro. Che direbbero oggi costoro, osservando l'inconsistente leggerezza della Liturgia Horarum? Tale libro è così "leggero" che alcuni sacerdoti mi hanno candidamente confidato di non aprirlo più.

Purtroppo dal momento in cui s'iniziano ad introdurre sempre maggiori modifiche, si ha l'impressione che venga demolito dalla Chiesa un muro di cinta; si lancia un implicito messaggio che suggerisce l'inesistenza di limiti o l'estrema relatività di essi: se il testo liturgico può essere ampiamente elaborato (seppur da commissioni autorizzate), allora perché il soggetto non lo può ritoccare? Ecco, dunque, che si è costretti a dare un certo spazio pure al singolo sacerdote il quale, da semplice trasmettitore, diviene "creatore". Ufficialmente gli si concedono ampi spazi nelle cosiddette "monizioni" durante la Messa ma molti vanno ben più in là, facendo interpolazioni o modifiche personali al testo liturgico. Le cosiddette "comunità di base", ai margini ma pur sempre nel mondo cattolico, ancor oggi compongono delle preghiere eucaristiche. 

Perciò lo stesso fatto che il sacerdote, nel Messale cattolico riformato, abbia un'ampia scelta di anafore, piuttosto che vederla come una "ricchezza", a me pare essere come "caramelle" gettate a chi è animato da continue voglie di cambiamenti; sembra un disperato tentativo di placare questo fenomeno concedendo un contentino, come se ciò bastasse a frenare le originalità che continuano a germinare!  Questi atteggiamenti innovativi paiono rimandare ad un'inquietudine, che sembra d'origine prettamente spirituale. Essa si dovrebbe placare con ben altri mezzi, di origine ascetica, in mancanza dei quali non conosce sosta.


Si ricordano, a tal proposito, tutte le liturgie ad experimentum avvenute nel periodo postconciliare e che ancora avvengono, soprattutto all'interno di certi gruppi. L'idea di una liturgia come "ripetizione solenne di gesti e parole", stomaca la maggioranza dei chierici cattolici attuali, formati più per essere degli intrattenitori-animatori (7) che dei sacerdoti nel senso forte del termine.

Se è possibile l'improvvisazione per il testo liturgico, allora anche lo spazio liturgico può essere stravolto. Ed ecco spiegata l'inesistenza di spazi recintati e intangibili ai laici o le squallide "chiese-garages" odierne. Se il testo liturgico ha perso l'intangibilità perché la dovrebbe conservare lo spazio adibito alla liturgia?

Tutte le ininterrotte improvvisazioni e cambiamenti liturgici  non sono altro che logiche conseguenze discendenti dagli orientamenti presi dal mondo cattolico 50 anni fa con l'abolizione di fatto dell'intangibilità liturgica (8). Gli stessi libri liturgici odierni sono effettivamente aperti ad ulteriori variazioni dettate da luoghi e tempi diversi. Tutto ciò supera di molto un semplice adattamento di testi preesistenti a nuove condizioni. E' l'intangibilità che è venuta meno. Ne ha tratto certamente vantaggio l'editoria con la vendita di ulteriori nuove edizioni, non certo chi, nella Chiesa, cerca una stabilità spirituale.

Ma quando l'idea stessa d'intangibilità della Liturgia viene meno, con essa viene meno l'identità stabile di una Chiesa. E dov'è, allora, la roccia ferma della fede di Pietro? Stando così le cose, rimane un puro asserto verbale!



Concelebrazione del patriarca greco-ortodosso di Alessandria con i russi-ortodossi. 
Alcuni anni fa, il Sacro Sinodo russo condannò il tentativo di tradurre in russo moderno la Divina Liturgia, appellandosi alla consuetudine liturgica. Questa condanna, per quanto eccessiva, affonda le sue ragioni 
nel concetto d'intangibilità della Liturgia, concetto che in Oriente è particolarmente sentito. 
L'Occidente cristiano, venendo meno in quest'aspetto,
ha interposto un ulteriore muro di divisione con l'Oriente.
______________


(1) In questo, il processo di assestamento e fissazione dei testi liturgici sembra seguire quello del Canone scritturistico. E' noto come ogni Chiesa avesse un suo elenco di libri biblici e che, solo attorno al IV-V secolo, si stabilì un elenco preciso. Se si dovesse stare al principio dei sostenitori dell'improvvisazione liturgica, si dovrebbe, dunque, rimettere in discussione il Canone biblico stesso favorendo, nel corso della Messa, letture di vario genere. Coerentemente a tale principio, ciò è già avvenuto: in Olanda, nei primi anni '70, alcune chiese cattoliche avevano la consuetudine di leggere, assieme alla Bibbia, stralci tratti dai quotidiani dell'epoca. 


(2) Vedi Michael Kunzler, La liturgia della Chiesa, 10, Milano, 2003, p. 341.
Questo gesto è simile a quello che avviene nella Divina Liturgia bizantina quando il sacerdote getta nel calice tutti i frammenti di pane consacrato che compongono l' "Agnello". La differenza con l'Occidente è che, mentre qui la comunione avviene sotto le due specie (per cui tutto il pane va nel calice dove s'imbeve di vino), in Occidente è solo una parte della particola ad imbeversi di vino poiché solo il sacerdote si comunica con entrambe le specie.

(3) Heures à l'usage du Diocèse de Lyon, Gauthier Libraire-éditeur, Lyon, 1864, p. 285. In questo libro, la sequenza compare collocata nei Vesperi assieme al graduale.


(4) Questo è sostenuto pure da papa Benedetto XVI, ammiratore di Klaus Gamber. Purtroppo una tale affermazione, in un contesto quasi totalmente anti-tradizionale, è come cercare di mettere una pezza di stoffa buona in un vestito totalmente logoro. Quello che poi pare mancare, dietro a quest'affermazione papale, è una ragione più profonda e spirituale che la possa sostenere in mancanza della quale è inevitabilmente sentita come un'imposizione autoritaria e, conseguentemente, rigettata. L'attuale forte resistenza episcopale alle pur timidissime proposte tradizionali del papa è un chiarissimo segno di contrarietà a tale principio. 


(5) Questa caratteristica della liturgia, la sua "sopra-individualità", è equivocata con il termine di "comunitaria". Non è affatto così. La liturgia comunitaria è quella celebrata da tutta la comunità come se fosse un corpo solo, un solo individuo e, in quanto tale, può sempre rimanere individuale, gestita e plasmata da chi la conduce e la anima.
La liturgia "sopra-individuale", invece, è un insieme di testi e disposizioni che, pur composti in tempi e luoghi particolari, vogliono prescindere da individui o comunità specifiche, ai quali, però, individui e comunità specifiche si sintonizzano. Si tratta, in buona sostanza, di qualcosa che ha lo scopo di far uscire le persone dal loro individualismo in vista di una comunione e di un'esperienza mistica in Cristo. Così mentre la liturgia odierna tende ad essere sempre individualista, piuttosto chiusa in senso antropocentrico, quella "sopra-individuale", che corrisponde alla liturgia tradizionale, è aperta al Cielo, è verticale, relazionale in senso trascendente.  La liturgia "sopra-individuale" è quella tradizionale e antica, quella "individuale" è, molto spesso, quella sgorgata dalla cultura odierna. La liturgia "sopra-individuale" è ecclesiale tanto quanto la liturgia individualista è anti-ecclesiale. 
Ma essa è praticamente assente in Occidente, proprio perché è totalmente equivocato il significato di "tradizione" e "tradizionale", piegato pure questo in senso individualistico e antropocentrico. Il rischio di molti mondi tradizionalisti cattolici è quello di recuperare la tradizione liturgica ma di non uscire mai da quell'individualismo che contraddistingue generalmente l'attuale cultura. La tradizione liturgica, così, diviene una delle tante "divinità" nel Pantheon dell'attuale Chiesa, uno dei tanti gusti e propensioni nel "mercato del sacro". Quest'idea è indirettamente instillata dalla stessa gerarchia episcopale quando, per motivi pure comprensibili ma a mio avviso non giustificabili, adagia le Messe tradizionali sullo stesso piano di qualsiasi altra liturgia attualmente praticata, favorendo una specie d'intercambiabilità, se non proprio d'indifferentismo (= "questo o quello per me pari sono!"). Ma questo è profondamente ingiusto e sbagliato. A tale argomento sarà bene dedicare un post apposito.


(6) J.-H. Newmann, Loss and Gain. The story of a Convert, London, 1848-1858, p. 265. 


(7) Il concetto stesso di "animazione liturgica" rasenta, secondo me, il blasfemo. Se una preghiera è intensamente vissuta, non ha bisogno d'essere teatralizzata. Dei credenti in silenziosa contemplazione, per gli "animatori liturgici", sono persone quasi inutili. E' necessario agitarsi, schiamazzare, partecipare esteriormente, per manifestare una liturgia vivente. Qui si scambia per vita ciò che è puro vitalismo, nonostante Cristo abbia chiaramente indicato dei criteri regolatori per la preghiera (Cfr Mt 6,6). 
Recentemente mi è capitato di chiedere ad un sacerdote di mezza età cosa pensasse all'idea d' "intangibilità" della Messa. Per ben tre volte ha risposto: "Non riesco a capire cosa sia l'intangibilità. La liturgia dev'essere vissuta con i fedeli ed aiutarli a farla comprendere. L'idea dell'intangibilità mi lascia di stucco". Lo stesso, però, aggiungeva d'essere rimasto amareggiato davanti a giovani preti i quali avevano celebrato una messa totalmente inventata. "Solo le parole della consacrazione erano prese dal Messale, ma il vangelo era letto da un laico", aggiunse. Evidentemente, per quanto questo prete non capisca la funzione dell' "intangibilità", ha ricevuto  comunque  qualcosa di più rispetto alle ultime generazioni che portano alle estreme conseguenze i presupposti stabiliti già 50 anni fa.


(8) L'accelerazione dei cambiamenti nel messale romano poco prima e durante il Concilio Vaticano II è simile all'assedio di una città, sempre più stringente, poco prima del crollo di quest'ultima. L'inserzione del nome di san Giuseppe, all'interno del Canone Romano, voluto nel 1962 da papa Giovanni XXIII, turbò alcuni. Il Canone Romano o Anafora, era infatti rimasto intatto da tempo immemorabile e non parve ad alcuni saggio fare tale inserzione, neppure per motivi devozionali. Per costoro la tradizione era superiore ai voleri del singolo papa. Nonostante ciò, la cosa passò ma ebbe un pesante significato simbolico: se un papa, con la sua autorità, poteva intervenire nello stesso Canone Romano, il cuore della Messa, un testo venerabile e intangibile, allora, con il permesso papale, sarebbe stato possibile modificare molto più. Così infatti avvenne. Si rimane molto meravigliati di come, nel giro di pochissimi anni, la mentalità nel Cattolicesimo si sia addirittura rovesciata. Evidentemente da tempo erano stati posti molti presupposti perché ciò avvenisse, primo fra tutti l'aver anteposto l'autorità alla tradizione. Infatti, cosa dice il fedele medio? "Cosa ne pensa il papa, il vescovo, il prete?". Non dice: "Qual'è l'atteggiamento della tradizione?", come ancor oggi si dice in Oriente in chi vuol saperne di più.




25 commenti:

  1. egregio signor pietro la ringrazio per questo post ,mi scusi ma lei è un professore vero?
    un saluto
    fabio

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  2. Non sono professore, per quanto abbia un'abilitazione all'insegnamento. Ciò che è importante non sono i titoli accademici ma saper usare la testa.

    Quando si prende in mano il Messale romano tradizionale, ad esempio, e vi si riscontra che le letture bibliche sono assieme ai testi liturgici, cosa si può affermare? Senz'altro che il libro è stato fatto così per una ragione essenzialmente pratica. Ma, pure, che entrambi i tipi di testi sono "affratellati", se così si può dire, in una specie di sorte comune: la Tradizione biblica è collegata e stretta alla tradizione liturgica. E questo comporta una specie di compartecipazione tra le due, una specie d'influenza reciproca, cosa rifiutata già da Lutero.

    Fare le distinzioni tipiche da scuola di Seminario diocesano (la tradizione con la "T" maiscola è invariabile perché biblica, quella con la "t" minuscola è soggetta a variazioni) è, dunque, pura artefazione che non risponde a criteri storici. Nella storia le due cose vanno di pari passo, al punto che non esiste tradizionalmente una lettura biblica che non sia nella liturgia. La stessa lettura personale della Scrittura - la medioevale "ruminatio" - non può mai prescindere dalla comprensione ecclesiale e dal contesto liturgico che ne è la sede più appropriata.

    Seppur lungo il corso del tempo le liturgie siano sempre state ritoccate, ciò non è mai stato a detrimento di una loro generale intangibilità che, in ciò, le univa al testo biblico in una sorta d'unione sponsale.

    Questa coscienza oggi è stata scardinata per cui il momento liturgico non è attualizzazione e manifestazione - nei simboli - della Rivelazione cristiana annunciata nella Bibbia ma tende a decadere a pura commemorazione sentimentale o razionale di eventi passati.

    Moltissime cose sono da ricostruire e, per tal fine, è necessario recuperare un concetto sano di tradizione quello al quale il mondo cattolico attualmente non è ancora pronto.

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    Risposte
    1. Perchè, dottor Pietro afferma che la tradizione biblica è strettamente connessa alla tradizione liturgica ?
      Esiste una tradizione nella Chiesa primitiva in cui alla parola di Dio viene dato un posto importante nella vita di ciascuno.. tradizione che risale anche a prima dell'era cristiana, ovvero ai tempi dei profeti d'Israele...dice Geremia (15,16)
      Trovate le tue parole le divorai:
      la tua parola fu la mia gioia e la letizia del mio cuore,
      perchè il tuo nome è stato invocato su di me,
      Jhwe, Dio degli eserciti.

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    2. veniamo ai padri della Chiesa .
      (Le citazioni sono tratte da una piccola, preziosa antologia curata per Qiqajon da Lucio Coco dal titolo "L'Atto del leggere")

      Cassiodoro
      La farmacia della "lectio"
      Come un campo fecondissiomo produce erbe odorose, utili per la nostra salute, così la lectio divina quando la si interroga, parola per parola, offre sempre in ogni luogo una cura per l'anima ferita.

      Cipriano
      Preghiera e lettura

      Prega oppure leggi assiduamente ; nel primo caso tu parli con Dio, nel secondo egli parla con te.

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    3. continuiamo...

      Gerolamo
      Consigli di lettura

      Leggi spesso, impara più che puoi. Addormentati con il codice in mano, la pagina santa sostenga il tuo viso che si piega stanco.

      e dalla pubblicità di una settimana di studio biblico, sempre
      Gerolamo :
      "Ignorare le scritture è ignorare il Cristo"
      e dalla medesima pubblicità aggiungiamo quanto afferma gregorio il Grande
      "La santa Scrittura trasforma il cuore di chi la legge.La si ama tanto più quanto più la si medita".

      Ancora di Gerolamo
      Sempre ti custodisca il segreto della tua stanza e stia sempre con te nell'intimità lo Sposo : se preghi, tu parli allo Sposo , se leggi egli parla con te.

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    4. Quello che è molto importante sottolineare è che l'approccio alla Bibbia nell'ottica della tradizione antica - alla quale lei fa riferimento con questi testi - NON E' MAI INDIVIDUALISTICO.

      L'individualismo, che scardina la mediazione ecclesiastica nel rapporto con la Bibbia, è introdotto da Lutero, esasperato da una prassi ecclesiastica oramai decaduta e da una teologia ridotta spesso a vuoti giochi di parole.

      Precedentemente, anche l'eremita che leggeva la Bibbia lo faceva nello spirito ecclesiale, quello stesso spirito che regola e disciplina il campo liturgico. Per questo Bibbia e liturgia, alla fine, si ritrovano affratellati e la seconda vive in simbiosi con la prima fino ad assumerne caratteristiche "quasi" simili, come quella dell' intangibilità, cose oggi completamente estranee alla stragrande maggioranza del Cattolicesimo.

      Ma tutto ciò si spiega e non è il prodotto di pochi anni.
      Quando nella storia del Cristianesimo cominciano ad intervenire delle rotture pesanti, il cammino inizia a deflettere. Ciò non avviene in un colpo solo: fatto dietro fatto si concatenano tutta una serie di avvenimenti, indifferenti ai più, ma gravidi di conseguenze.

      Uno dei grossi fattacci, avvenuti in Occidente, è stata la decadenza del monachesimo e la sua emarginazione dalla vita della Chiesa.

      Accantonato il monachesimo, nel XII secolo e ancor più nel XIII, emerge il clericalismo creando un nuovo assetto di Chiesa, sempre più mondano.

      La classe clericale continuò a portare avanti la liturgia che aveva ricevuto dal passato ma la rivestì, poco per volta, di uno spirito sempre più formale, meno spirituale (*).

      Nel basso medioevo, la fioritura di molte allegorie, in campo liturgico, è un poco segno di questo passaggio che, a sua volta, avviene per fasi: non si scende nel puro formalismo in un colpo solo ma, se così si può dire, a gradoni.

      Tuttavia, lasciare la liturgia intatta per puri motivi formali (= fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto) o di superficiale pietà, nel tempo, non fu sufficiente a motivare le scelte di fondo di quest'ultima.

      Le prime crepe si ebbero già nel famoso "sinodo di Pistoia" del 1786 il quale, tra le altre cose, abolì la prassi di recitare sottovoce alcune preghiere obbligando il sacerdote a celebrare tutta la messa ad alta voce e in volgare. Questo sinodo anticiperà il desiderio di "comprensione razionale" del rito, mostrando un tendenziale razionalismo teologico, quello che oggi prevale in casa nostra.

      E' vero che non sempre in Occidente la linea seguita dalla liturgia fu di tipo formale. La riscoperta del monachesimo, la nascita di Solesmes e il primo movimento liturgico cercarono di rivalutare in senso più profondo la liturgia.

      Nonostante ciò, la tendenza prevalente spinse verso un divorzio con la prassi tradizionale al punto che, da un certo punto in poi, le forme classiche non dissero più molto e s'iniziò a desiderare "altro": al desiderio di una riscoperta e rivivificazione del patrimonio antico si sostituì quello della composizione di tutta una nuova liturgia con testi completamente nuovi.

      Una liturgia con degli approcci molto razionalisti e di stile piuttosto protestante sono oggi i prevalenti. Ciò significa che l'individualismo, affermato da Lutero nel suo approccio biblico, ha invaso da noi pure il campo liturgico con la conseguenza che non si può più comprendere come la Bibbia si possa, in un certo qual modo, porre sullo stesso piano della liturgia (La rivelazione annunciata dalla prima è incontrabile nella seconda) e perché il fedele dovrebbe accostarsi al testo biblico con lo spirito tradizionale di quest'ultima.

      Ma la decandenza nell'individualismo (sia nella liturgia, sia nella lettura del testo sacro) significa l'allontanamento dallo stile sempre avuto nella Chiesa e rinvenibile anche negli autori da lei citati.

      Questo, in parole povere, significa fare scisma con il proprio passato.

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    5. (*) E' la tendenza che sta vivendo OGGI il mondo ortodosso, soprattutto nel suo clero non sposato. Per certi versi, grazie a questo clero "signorino", il mondo ortodosso assomiglia al cattolicesimo del XV secolo.

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    6. Ritorniamo a Geremia, dottor Pietro... dopo il versetto citato prima, ecco quanto segue :

      Non mi sono seduto per sollazzarmi
      nel convegno dei beffardi;
      oppresso dalla tua mano, sedetti solitario,
      perchè mi avevi riempito di sdegno.
      Perchè mai il mio dolore è senza fine, la mia piaga incurabile, ribelle alle cure ?
      Sei proprio divenuto per me un torrente infido,
      acqua di cui non ci si può fidare ?
      Jhwh allora rispose :
      "Se tu ritornerai, io ti farò ritornare,
      potrai stare al mio servizio,
      se tu esprimi pensieri nobili e non vili,
      tu sarai come la mia stessa bocca.
      Essi torneranno a te,
      ma tu non tornerai a loro.
      Per questo popolo io ti renderò come un muro di bronzo :
      combatteranno contro di te
      ma non ti potranno vincere,
      perchè io sarò con te
      per salvarti e per liberarti,
      oracolo di Jhwh.
      Ti libererò dalle mani dei cattivi,
      ti redimerò dalle mani dei violenti.

      Dice Geremia : sedetti solitario... non si parla qui di comunità, ma dell'individuo solo, nella sua cella davanti a Dio... e mi sembra di ricordare che nella splendida vita di San Serafino di Sarov, scritta da un altro santo Padre Justin Popovic, ci sia scritto che, per diversi anni, Serafino abitò da solo in una capanna della foresta con la compagnia della Scrittura...
      Se questo non è il sedersi solitario di Geremia, cos'altro è ?

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    7. Forse non ci capiamo proprio.
      E' necessario allora che rivolga una domanda:

      Geremia che siede solitario ha lo spirito individualista moderno? E' curvato ad analizzare la Scrittura con l'atteggiamento e i presupposti della Riforma luterana? Non credo proprio.

      In nota 5 faccio una considerazione che mi sembra importante: la liturgia ha un aspetto sopra-individuale. La "sopra-individualità" significa l'instaurazione di una comunione con Dio che solleva l'uomo dalla chiusura in se stesso; comporta una corrente di Grazia tra il Cielo e la terra, come si direbbe in Oriente.

      Una liturgia può avere questa caratteristica se rientra nell'ambito della tradizione, se è vissuta con cuore puro anche da un solo eremita.

      Viceversa un'intera comunità, vivendo la liturgia in senso individualistico, non raggiungerà mai questa "sopra-individualità".

      Leggere la Bibbia da soli, nella tradizione, significa leggerla con questo spirito "sopra-individuale", detto diversamente, leggerla nell'ispirazione della Grazia divina. Ora, questo è precisamente lo spirito della liturgia.

      Oggi, le comunità liturgiche tendono ad affondare nell'individualismo moderno e, di conseguenza, tendono a strapparsi fuori dalla tradizione che prevedeva tutt'altro. Lo stesso tende a fare il solitario lettore della Bibbia, tutto preso dalle sue ansie psicologiche, chiuso come una monade nel mondo dei suoi pensieri.

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  3. egregio signor pietro a proposito di tradizione la fraternità san pio x secondo lei ,potrà ricostruila qualora l accordo con la santa sede andrà in porto ?
    fabio

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    1. Non sono un "lefebvriano" e quindi non parteggio per la Fraternità san Pio X. Questo blog, infatti, non è dedicato alla battaglia che conduce la Fraternità e non ha analisi identiche alle loro.

      Ciononostante, conosco bene il loro pensiero e la loro situazione. A suo tempo conobbi pure monsignor Lefebvre, verso il quale nutro un ricordo molto positivo. Certamente se solo altri 10 vescovi nel mondo fossero stati come lui a quest'ora il Cattolicesimo non si trovava così mal impastocchiato e con basi così traballanti.

      La tradizione propugnata da mons. Lefebvre è, tuttavia, quella uscita dal Concilio di Trento, in piena epoca moderna, dunque. In quell'epoca il Cattolicesimo, in reazione al luteranesimo, dovette insistere molto sull'autorità della Chiesa, per sottrarre al soggetto tentazioni di tipo protestantico.

      Questa cura, però, comportò l'oscuramento di altre verità come quella, ad esempio, che la tradizione sta sempre al di sopra dell'autorità e che quest'ultima la deve servire, non forgiare o inventare. Questo non è scontato mai, soprattutto oggi!

      Mons. Lefebvre, nel doloroso tentativo di recuperare gli aspetti tradizionali, davanti a Paolo VI papa tutt'altro che tradizionale, finì per mettere tra parentesi l'autorità in favore della tradizione, un lavoro molto interessante perché profondamente tradizionale.

      Con quest'atteggiamento mons. Lefebvre, senza forse avvedersene profondamente, raggiunse lo stesso stile che ha il Cristianesimo bizantino nel quale è ben poco importante ciò che dice un Patriarca in quanto tale. E' importante sapere ciò che dice la tradizione. Lo stesso atteggiamento aveva san Massimo il Confessore nel VI secolo.

      Ciononostante, diversi suoi seguaci sono sempre tentati di porre l'autorità al di sopra della tradizione poiché, giustamente, è questo che hanno ricevuto nella loro formazione religiosa; questo raccomandava il Concilio di Trento contro i protestanti: fidarsi quasi ciecamente dell'autorità!

      ... (continua)

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  4. (continua) ...

    Ora, io penso che quest'aspetto sia un poco problematico nel senso che porta la persona ad essere instabile (non a caso diversi tradizionalisti cattolici non sono riusciti a mantenere stabilmente la loro posizione):

    - da un lato, il tradizionalista cattolico "disobbedisce" all'autorità quando sente che sia necessario farlo in nome della tradizione (una tradizione che non sempre coincide, però, con quella antica!);

    - dall'altro, sentendosi emarginato, vuole obbedire all'autorità e finisce inevitabilmente per oscurare la pienezza della tradizione (E' la sorte che sta toccando all'abbé Laguérie e che è toccata prima di lui alla Fraternità san Pietro; è il dramma che rode diversi tradizionalisti attuali nella Fraternità san Pio X).

    Riconosco che è molto difficile trovare una collocazione in questa situazione esasperata nella quale Roma - volente o meno - continua a soffiare sul fuoco. Gli episcopati, quando possono, ci buttano su barili di benzina o, come in Italia, fanno orecchio sordo ad ogni proposta tradizionale (nei seminari la Messa di rito "straordinario" è ancora tabù, nonostante si possa farla ovunque liberamente).

    Sinceramente non penso che la Fraternità possa fare qualcosa, se dovesse essere ufficialmente accolta.

    Il contesto cattolico odierno è realmente troppo logoro per trovare serenamente ambienti che abbiano una minima disponibilità a comprendere il senso di alcuni valori tradizionali che la liturgia cattolica "tridentina", a suo modo, veicola. Gli ambienti di "Una Voce", tranne alcune rare felici eccezioni, valgono ben poco e non possono fare niente: sono un ghetto. Il suo attuale presidente, per giunta!, ha opinioni legalistiche e asfittiche. Di spiritualità liturgica non ci capisce un acca!

    Fare rientrare la Fraternità in questa realtà è come cercare di porre un peso su un telo logoro: il rischio che la stoffa si strappi e che il peso cada a terra è elevatissimo! Bisogna essere realisti, non degli illusi!

    Credo che se la Fraternità rimane dov'è e sappia attendere ancora, sarà molto meglio. Per lei prima di tutto!

    L'arianesimo non è durato pochi anni, l'iconomachia è durata pure più dell'arianesimo. Quando una Chiesa s'ammala i tempi per la sua guarigione sono lunghissimi e, se non si vuole essere coinvolti, è meglio mettersi in disparte!

    Dove? Preferirei non dare consigli, non sono nella posizione per darne, per quanto, personalmente, preferisca stare lontano da situazioni istituzionalmente contrastanti che ammorbano l'animo.

    Laddove è possibile, è forse meglio accostarsi a qualche chiesa bizantina (per un cattolico che sia unita a Roma) e iniziare a riposare nello spirito se anche qui è possibile farlo.
    In quei luoghi, infatti, sembra che ancora non sia arrivato il gran "can can" che regna negli ambienti latini i cui nodi, oramai, stanno giungendo tutti al pettine.
    La sua corsa, infatti, è finita!

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  5. Eh, ma se la Fraternità con rientra ora con Benedetto XVI mi sa che che sarà difficile in seguito. Affidiamoci allo Spirito. Il senso di essere Cristiani è che anche se il cielo crolla non si perde mai la Speranza.

    San Massimo il Confessore e' uno dei Padri piu' metafisici che abbia mai incontrato. Ce ne vorrebbero proprio al giorno d'oggi di spiriti cosi' stracolmi di luce da annientare le nebbie che ormai si stanno facendo sempre piu' dense.

    Pantocrator

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    1. Io penso che in questi "affari" giudichiamo le cose troppo umanamente:
      "Ora è conveniente domani non si sa!".

      Cosa sia veramente più conveniente per la gloria di Dio, solo un animo illuminato come quello di san Massimo lo può dire! Quello che è evidente è che può venirne paradossalmente più bene, se l'accordo non si fa, che se si fa (a giudicare dalla difficile posizione di chi è "rientrato").

      D'altra parte, anche il mondo ortodosso non è in comunione con Roma. Eppure rimane sempre lì, ad indicare nella sua stabilità una testimonianza alla tradizione antica che Roma, in buona parte, ha perso.

      E quella tradizione, contrariamente a quanto asseriscono unilateralmente certi tradizionalisti cattolici, non è museale ma vivente!

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    2. egregio signor pietro perchè è cosi pessimista ?ma se la fraternità ottenesse una prelatura personale non sarebbe utile ? i gruppi che celebrano tramite il summorum pontificum si potrebbero unire ad essa e propagare cosi la messa tridentina
      ps potrebbe indicarmi alcuni libri agili per comprendere la liturgia tradizionale ,la ringrazio
      fabio

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  6. Pessimismo? No, no, è realismo!
    Conosco fin troppo bene la compagine ecclesiale sia in Occidente che in Oriente. Le miserie umane ci sono ovunque. Ma quando, oltre alle miserie umane, ci sono miserie istituzionali, quello è veramente pesante.

    La situazione attuale è, a dir poco, drammatica. Di questo ne sono convinto ma, ogni tanto, scappa di dirlo pure a papa Ratzinger (tranne che poi in Curia lo redarguiranno per non espandere allarmismi). Io da qualche parte del mondo cattolico mi aspetto qualche bel scisma nell'arco di alcuni anni. E se non accadrà sarà solo perché il Vaticano è sceso in ulteriori compromessi, abbassando ancor più il tono ecclesiale. Questa è la realtà. Ovvio che in questo contesto non ha senso parlare di "intangibilità liturgica". I tradizionalisti, in una Chiesa così, fanno parte di un gruppo che, come al Circo, danno un poco di colore, assieme a tanti altri che fanno tanto altro.

    Ma questa realtà più che rimandare ad una Chiesa, rimanda semmai ad una sua pessima distorsione. Spiace dirlo ma non ci sono altri modi per rendere l'idea di quanto succede.
    Nel corso del XX secolo la Chiesa cattolica è passata da un leggittimo pluralismo liturgico ad un'anarchia che si riflette in ogni aspetto ecclesiale contemporaneo.
    Chi dovrebbe moderarla ce la fa sempre di meno: oggi non si obbedisce più.

    Tutto questo è pessimismo? No, è pura realtà. Vederla come lei, un modo, mi scusi, troppo semplicistico, è tremendamente riduttivo e rischioso.

    Trovo che l'analisi che fece l'arcivescovo Lefebvre, nei suoi ultimi anni di vita, corrisponde né più né meno che al reale. Ed è in questo reale che lui pensava fosse molto rischioso buttarsi. Pessimista anche lui? Non credo.

    Poi ognuno, sulla base delle sue convinzioni e di quanto vede, farà le sue scelte. Nella vita, però, s'impara, a patto di non giustificare e giustificarsi all'infinito.

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  7. Libri "agili" per comprendere la liturgia non ne conosco e anche se ce ne fossero sarebbero sempre troppo riduttivi.
    La conoscenza uno se la fa pian piano nel corso del tempo. I libri servono certamente ma, ciò che aiuta di più, è vivere le cose direttamente "sul campo". Ciò significa che, ad esempio, è utile vivere il cursus liturgico integralmente in qualche abbazia latina o in qualche monastero di "rito greco". Solo in questo modo si entra un poco nell' "intelligenza" di disposizioni e di consuetudini altrimenti opache ai più.
    Ma anche qui io non mi sono affidato ad istituzioni sul suolo italiano, che ritengo essere affette da una mentalità troppo mediocre, che ama fare compromessi su compromessi, fino al punto che poi non ci si capisce più nulla.

    D'altronde se, ad esempio, si cerca qualche libro "agile" che descriva la liturgia, mai e poi mai si troverà che la liturgia ha una sua "intangibilità". Questa parola è decisamente tabù nei libri di liturgia odierni.
    L'intangibilità la si capisce dalla storia e, soprattutto, dai costumi attualmente esistenti in quelle realtà che non hanno ancora fatto scisma con il loro passato.
    Buon cammino, dunque!

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  8. Comunque se proprio vuole qualche libro, penso che troverà qualcosa di semplice e abbastanza tradizionale nelle Editions sainte Madelaine del monastero cattolico-latino del Barroux in Francia. Tenga comunque conto che sono libri molto elementari. Personalmente li ritengo insoddisfacenti: è come dare un cioccolatino ad un affamato. Le mistagogie patristiche antiche sono molto più ricche.

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  9. dottor pietro la ringrazio per questi post molti istruttivi e interessanti potrebbe parlare del concilio vaticano 2
    fabio

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  10. Il blog considera i fondamenti della liturgia tradizionale in Oriente e in Occidente e, per converso, esamina quei casi in cui tali fondamenti sono venuti meno, cercando di capirne le cause. E', ovviamente, un tentativo di lettura che, data la sede, può avere i suoi limiti.

    Non fa parte dei miei fini considerare il Concilio vaticano II e la sua concezione di liturgia se non di rimbalzo, trattando i temi centrali su esplicitati.

    Quello che posso dire, a tal proposito, è solo che in quell'assise confluivano varie tendenze del mondo cattolico:

    a) Una tendenza si proponeva di esporre e vivere sempre meglio la liturgia, senza volerla rifondare. Penso che la maggioranza dei padri conciliari non avresse mai pensato di cambiare la Messa!

    b) Solo una minoranza perseguì quello scopo e ci riuscì poiché aveva l'appoggio papale. Paolo VI un poco per formazione, un poco per forti antipatie anticuriali, favorì l'ala che soffiava per il capovolgimento di molte realtà nel Cattolicesimo tranne accorgersi, poi, che le cose gli stavano per sfuggire di mano. Ma oramai era fatta! Passò il resto della sua vita a lagnarsi dei disastri che prolificavano assicurando che le riforme conciliari non li volevano ma non potendo più raddrizzare il piano sul quale tutto ciò inevitabilmente avveniva.

    Nella confezione della nuova liturgia si realizzarono, dunque, i lavori di una commissione per la quale la Messa doveva divenire:

    1) un momento d'incontro con le altre confessioni cristiane (aspetto ecumenico);

    2) un momento d'incontro con l'uomo moderno attraverso un linguaggio e dei testi consoni alla mentalità attuale (aspetto dialogico col mondo);

    3) un momento di perenne catechesi ai fedeli (aspetto catechetico).

    Questi tre momenti, come si vede, danno per scontato il fine principale della liturgia, quello latreutico, ossia quello propriamente cultuale, di lode e adorazione a Dio.

    Ora, io penso, che sia proprio questo il principale errore di tale riforma. Per questo la nuova Messa è divenuta, nonostante l'opposizione di papa Paolo VI per le sue derive, molto antropocentrica: ha orientato il piano in direzione molto orizzontale.

    Non dico che, osservando il passato, non ci fosse una reale necessità di un contatto maggiore con i fedeli, ma il "modo" in cui questo è stato realizzato e continua ad effettuarsi porta, per forza di cose, ad un culto fin troppo rivolto all'uomo e conseguentemente sciatto nei riguardi di Dio.

    L'orientamento verso il popolo nella preghiera già dice tutto.
    Nelle chiese giacciono in totale abbandono gli antichi altari, ai quali si volge le spalle nella più agghiacciante indifferenza; queste are sacre, consacrate con il sacro crisma, con la presenza di reliquie di martiri, non sono venerate, fanno da "tapezzeria", quand'anche non si riducano ad essere supporto per piante, fiori e oggetti d'ogni risma.

    E' quindi una naturale conseguenza, dati certi presupposti, che la messa cattolica odierna divenga piuttosto uno show, obbedisca a criteri più del mondo dello spettacolo che della tradizione, si concentri molto nel vedere e acclamare.

    Anche in questo c'è stato, a mio avviso, un drammatico strappo con il passato.

    Attualmente non penso che vi sia modo di ricucirlo: chi non vede il problema in tutto ciò non potrà cambiare idea e, anzi, continuerà la sua corsa fino alle più estreme conseguenze.

    L'unica cosa da fare è creare piccole realtà nelle quali si cerca di vivere con un orientamento più sano.

    Quello che è certo è che NON ESISTE EQUIVALENZA tra un culto tradizionale e questo nuovo culto, assai prossimo, in molte sue cose, a quello della Riforma.

    Questo è da dirsi, nonostante che il card. Burke (che tanto si sbraccia per celebrare col messale antico) pensi fermamente l'esatto contrario.

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  11. egregio signor pietro la ringrazio per le sue risposte,vorrei domandarle ma la grave crisi che attraversa la chiesa è riconducibile al 3 segreto di fatima ?
    fabio

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    1. Egregio Fabio, io non tratto queste cose. Non sono in grado di parlarne e preferisco non farlo. Mi muovo solo con le fonti della Rivelazione e della Tradizione. Questi due pilastri dovrebbero essere più che sufficienti per orientare chiunque.

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  12. Signor Pietro, tutti quello che dice è estremamente interessante. Anche se il post è vecchio spero che lei possa leggere il mio commento e rispondermi lo stesso. Innanzitutto leggo che nel Messale del 1570 sono state abolite la maggior parte delle sequenze medievali. Secondo Lei andrebbero ripristinate con una riforma o sarebbe un atto di "archeologismo"?
    Ho un altra domanda: secondo Lei se in futuro si facesse una nuova riforma liturgica nel vero senso del termine, però in direzione opposta, restauratrice anziché distruttrice, sul nuovo Messale ci si ricollegherebbe alla tradizione o sarebbe sempre un tronco morto? Ad esempio leggo che negli anni 60 prima della redazione vera e propria del nuovo messale si fecero riforme senza pubblicare una nuova editio typica. Si resero facoltative le preghiere ai piedi dell'altare, fu abolito l'ultimo vangelo ed altro. Ora, se si facesse lo stesso, ma al contrario? Se il Papa, il prossimo o quello dopo, iniziasse a permettere opzioni tradizionali, come il canone silenzioso, le preghiere ai piedi dell'altare, l'ultimo vangelo, le varie genuflessioni etc., l'offertorio tradizionale etc. restaurando di fatto la messa come era prima, tranne qualche piccola novità introdotta da Paolo VI, ad esempio la lettura di un brano dell'antico testamento (prima lettura), la "salutatio" iniziale e qualche altra piccola cosa. In primis questi cambiamenti sarebbero graduali e opzionali, come quelli degli anni 60 ma di segno opposto. Poi si farebbe un nuovo messale o comunque una nuova editio typica che ufficializzi i cambiamenti, come nel 70 si fece il Novus Ordo Missae. E così di fronte a questa nuova riforma liturgica si scambierebbero le parti, i novatori diventerebbero i conservatori "tradizionalisti" che si oppongono alla riforma liturgica etc. Che ne pensa? Si riuscirebbe a reinnestare il novus ordo nel tronco della tradizione? In tutto questo nulla cambierebbe del Vetus Ordo, che rimarrebbe forma straordinaria, solo che così quella ordinaria diventerebbe molto simile, e tradizionale.

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    1. Nonostante questo post sia di tempo fa', se si aggiungono nuovi commenti me ne accorgo subito perché vengo avvisato direttamente nella mia e-mail, dunque non tema!

      Lei propone una tattica, diciamo così, con la quale si torni a porre la nuova liturgia nell'alveo tradizionale. Si potrebbe concordare.
      Tuttavia quello che io sottolineo è che la liturgia, di suo, ha bisogno di essere innestata in una continuità, non in una rivoluzione.

      Se, ad esempio, la riforma della liturgia romana fosse avvenuta tradizionalmente, avrebbe lasciato praticamente invariato il messale di "san Pio V". Probabilmente si sarebbe ampliato l'uso della lingua vernacolare, si sarebbe riformato il lezionario, ma tutto il resto sarebbe rimasto indenne al punto che se un prete avesse celebrato completamente in latino, come un tempo, non sarebbe stato visto come una cosa "strana".

      Il fatto stesso che la liturgia cosiddetta "straordinaria" (non amo questa definizione) sia vista come qualcosa di strano o in contraddizione con la liturgia riformata o "ordinaria", la dice lunga!

      E' questo che di suo condanna la riforma anche se nessuno dice nulla.
      La condanna giunge naturale perché le due liturgie si pongono in antagonismo. Che una liturgia sia "avversaria" ad un'altra è una perfetta contraddizione in una Chiesa.

      Anche anticamente questo era possibile ma solo in un caso: dinnanzi ad una liturgia che confessava eresie.

      Che Benedetto XVI abbia affermato una continuità e una evoluzione è una affermazione che nei fatti, purtroppo, è ampiamente smentita. E, alla fine, sono solo i fatti che contano, non le parole.

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  13. Riguardo alla liturgia medioevale (con molte seguenze e parti variabili soppresse nel concilio di Trento), sarebbe interessante capirla di più, dal momento che questa liturgia è per molti aspetti molto vicina a quella bizantina.
    Le nostre stesse chiese medievali baluginavano di ritratti su sfondo d'oro, come le chiese greche odierne. Se si visita un museo di arte medioevale ci si rende perfettamente conto (veda ad esempio il museo d'arte di Pisa).

    Che fine ha fatto tutto questo? E' stato "lavato via" da mode successive. In fondo le mode moderniste attuali si impongono esattamente come un tempo si imponeva il gotico, il rinascimento, il barrocco ecc. in una chiesa.

    Anche qui la mancanza di un'arte atemporale che sintentizzi ed esprima significativamente le espressioni sacre è qualcosa che "pesa".

    Come l'arte oramai pure la liturgia finisce per essere legata al tempo e ai gusti del tempo. La liturgia era l'unica cosa atemporale che avessimo in Occidente prima della rivoluzione clericale.

    Ritornare al Medioevo? Detto così potrebbe sembrare strano, anacronistico, passatistico o, come dice lei, archeologistico.

    Eppure da questa situazione l'Occidente non può rimanere fermo altrimenti avrà un solo sbocco: la protestantizzazione completa del suo culto.

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