Benvenuto

Benvenuto su questo blog!

venerdì 20 luglio 2012

Ricordi (10)...

Patrasso: cattedrale di sant'Andrea apostolo




“Oh Roma felix, …”. E’ l'inizio di un versetto dell’inno vesperale che, nella liturgia romana, si canta in occa­sione della festività dei santi Pietro e Paolo. Mi era capitato più volte di sentirlo quando, grazie ai miei accompagnatori, ero presente ad Ecône, in Svizzera. Questa volta non ero lì ma sotto le volte della basilica vaticana, in prossimità dell’altare della Confessione.

Chi mi rese possibile questo, fu un giovane monsignore conosciuto a Fi­renze. Il prelato, di origini pugliesi, era stato educato nel seminario ge­novese, nel periodo in cui il cardinale Siri era arcivescovo di quella città. Conobbi pure il cardinale in uno dei miei soggiorni presso parenti nella città ligure. Era il tipico uomo conservatore. Contrario ad un ritorno della cosiddetta “Messa tridentina”, applicava la riforma liturgica in un modo tale da dar l’impressione che nulla fosse radicalmente cambiato. In cattedrale e in tutta la sua diocesi erano proibiti gli altari che consenti­vano la celebrazione verso il popolo e la comunione si riceveva in ginoc­chio. Uno stile che durò fintanto che egli visse. Poi, anche lì, le cose cam­biarono e di molto!

Quello che al tempo mi unì in amicizia con questo giovane prelato, fu la nostra comune stima per il cardinale genovese. Il monsignore stava cu­rando un’ “opera omnia” sull’arcivescovo: scritti, omelie e lettere. Fui fe­lice di potervi collaborare. In questo modo iniziai a frequentarlo e, con esso, conobbi pure il mondo romano e vaticano.

A ripensarci, oggi quel mondo mi appare evidente per ciò che è: una specie di corte principesca in cui tutti agognano ai favori del principe e, per il potere, si commettono senza alcun scrupolo ingiustizie. In particolare quella volta, siccome il papa era polacco, i polacchi si sentivano padroni e cercavano  d’insinuarsi in qualsiasi ufficetto curiale, per poi lamentarsi della loro triste e “dura” vita, passata, in verità, abbastanza oziosamente. Altri, come questo giovane monsignore, li tolleravano mostrandosi cordiali anche se segretamente li disprezzavano. Ogni tanto, pur di sistemare uno scansafatiche polacco in Vaticano, qualche vescovo  faceva lo “sgambetto” a chi aveva più titoli, esperienza e capacità. Tentarono di farlo anche con il monsignore di mia conoscenza ma non ci riuscirono e dovettero attendere.

Non è che non notassi questi intrighi di corte ma ero concentrato ad avere rapporti personali sinceri e amichevoli con chi li poteva ricambiare. Il resto non m’importava e, d’altronde, dalla piaggeria mi sono sempre tenuto alla larga. Ricordo ancora quando mons. Cocchetti, canonico vaticano, mi confidò il suo stupore al momento della riforma liturgica. “Giravo per Roma e in ogni antiquario c’erano oggetti d’altare e carteglorie!”, disse con voce addolorata. Anche lui capì che s’era consumato uno scempio, una rivoluzione in odio al passato. D'altronde questa coscienza era ben diffusa nel clero di quell’età, avendo avuto un’educazione per la quale ogni cosa toccasse o riguardasse l’altare era sacra.

Il giovane monsignore, nonostante la formazione al seminario genovese, non aveva lo stesso livello. Vedevo in lui un uomo di cultura e di grande umanità, non il prete “d’una volta”, ossia con un’accurata educazione al sacro.

Quando giungevo a Roma era solito ospitarmi nel suo grande apparta­mento, non lontano da Villa Pamphilii. La prima volta che ci entrai pen­sai: “Casa mia è ben più clericale di questa!”. Non ci notai, infatti, alcun segno di devozione. Viceversa, la canonica del vecchio parroco di Spinga (Bressanone), il quale si ostinava a mantenere la Messa antica, parlava di devozione in ogni suo angolo. Sì, il giovane monsignore, anche se della “scuola di Siri”, era un prete di “nuova formazione”. Il popolo, che que­ste cose le sente a naso, lo definiva “prete moderno”. Così gli dissero nei pressi di Novara, dove ci recammo per una festa patronale. A ben pen­sarci, questa definizione non è mai un complimento. In questo senso i cosiddetti “conservatori” condividono le stesse radici dei cosiddetti “progressisti”. Non possono davvero fornire un’alternativa.

Ciononostante, lo ricordo con affetto. Fu lui ad insistere ch’io riprendessi gli studi lasciati in sospeso, cosa che feci immediatamente. In questo fu un nume tutelare! Se un male imperdonabile non lo avesse portato via innanzi tempo, a quest’ora, penso, sarebbe già vescovo. Tra i tradiziona­listi o pseudo tali, alcuni soffrivano d’invidia per questa mia conoscenza. Qualcuno andò perfino a trovare il monsignore per spargere qualche di­ceria. Penso che con la sua morte devono aver molto goduto. Non si ren­devano conto, i poveretti, che a me non sono mai interessate le persone per la carica assunta ma per l’umanità posseduta, cosa della quale essi sono sempre stati assai carenti. Così, quando la macchina funebre portò via i resti mortali del giovane monsignore percorrendo la strada che af­fianca il colonnato berniniano, io lo raccomandai a Dio e la mia vita pro­seguì serenamente. Non fui turbato o meravigliato neppure quando notai che il suo posto in Curia fu preso da… un polacco!

Qualche mese dopo la sua morte trovai, del tutto casualmente, l’ultima sua cartolina. Non si sa come, era scivolata sotto qualche libro e non la riuscii a vedere fino ad allora. Rappresentava un tramonto su un mare greco. Mi indicava più di un suggerimento: se volevo capire qualcosa di più sulla mia fede e su tutto quello che avevo cercato fino ad allora, forse dovevo indirizzarmi in quella direzione!

Fu così che, in modo apparentemente folle, un’estate decisi di visitare per la prima volta la Grecia. Memore dell’invito che, già da qualche anno, il giovane sacrestano di san Giorgio dei Greci mi porgeva, presi il telefono e gli dissi che sarei passato a trovarlo. Il giorno dopo ero già su un treno verso Brindisi. Da Brindisi presi una nave-treghetto senz’aver fatto alcuna prenotazione. Fu un viaggio assai avventuroso!

Giunsi a Patrasso, con la sua cattedrale a cupola di melone. Non cono­scevo nulla della lingua ma apprezzavo assai il fare cordiale e mediter­raneo degli abitanti del posto. “Ola endaxi?”, mi ripeteva chi mi ospi­tava, lamentandosi scherzosamente della mia eccessiva tranquillità.

No, quella volta  non ebbi modo di fare gran che, ad eccezione di qualche gita nei dintorni e di qualche visita in alcune chiese. La placida calma del clero e dei monaci greci mi riportava ad un mondo completamente diffe­rente in cui non c’era quella frenesia per il “nuovo” o quell’avversione per l’ “antico” che piagava il clero delle mie regioni e ne complessava gli animi. Senza dirlo a parole, essi confessavano il tranquillo possesso di una tradizione che sapevano essere sempre stata così e, della quale, non sentivano il minimo bisogno di cambiamento. Non era né l’atteggiamento di colui che vomita il cibo, né l’atteggiamento di colui che ne fa continuamente indigestione. Sembrava, semmai, il fare di colui che se ne è nutrito e, appagato, non va in cerca di altro.

Una lezione, senza dubbio, molto interessante.





   

Nessun commento:

Posta un commento

Si prega di fare commenti appropriati al tema. Ogni commento irrispettoso o fuori tema non verrà pubblicato.