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venerdì 20 luglio 2012

Ricordi (11)...

Chiesa della Trasfigurazione sul monte Tabor





I miei rapporti con il cosiddetto mondo “lefebvriano”, anche se sporadici, erano continuativi. Avevo co­nosciuto diversi sacerdoti, soprattutto in Italia. Ci univa, evidentemente, la stima per la figura del loro fondatore di cui ho già fatto un breve ed ef­ficace ritratto. Autentico e con un profondo senso della sua missione, mons. Lefebvre ha dovuto fronteggiare situazioni che mai si sarebbe immaginato. Confidò che quanto aveva visto succedere nel Cattolicesimo era stata, per lui, come la terza guerra mondiale. D’altronde, più uno ci riflette più se ne convince, anche se le pubblicazioni ufficiali non ne par­lano ancora, preferendo dire “Tout va très bien, Madame la Marquise!”.



Penso che quei preti nutrissero la segreta speranza ch’io divenissi come loro. Ero ancora nell’età per farlo. Ma, col tempo, notai sempre più una certa distanza tra il fondatore e i suoi seguaci, distanza che non mi per­metteva d’aderire al loro movimento anche se lo avessi voluto. Tuttavia, prima di allora, ciò non mi era chiaro.

Un giorno, uno dei due accompagnatori che mi recavano ad Ecône, de­cise di regalarmi un pellegrinaggio in Terra Santa. Il cappellano era un prete “lefebvriano”. Finalmente vidi da vicino alcune persone che fre­quentavano la Fraternità.



Quando mia madre notava in me il “cagnolino che sbatteva la coda” nei riguardi del prossimo, devo dire che aveva ragione. Il mio atteggiamento è sempre stato spontaneamente benevolo e comunicativo e, quindi, ini­zialmente non riuscivo a capire altri linguaggi. Il mondo tradizionalista, come ogni realtà, ha i suoi linguaggi ma, proprio perché vive e vede le cose in un certo modo, può finire per assumere atteggiamenti che uno esterno a loro non capisce. Anch’io non capivo alcune cose dei tradizio­nalisti come, ad esempio, una certa incomunicabilità.



Il gruppo nel quale ero inserito, era composto da due categorie di per­sone: alcuni vivevano il viaggio come una specie di gita esotica. A co­storo gli aspetti religiosi non importavano gran che. Altri, fedeli della Fraternità di mons. Lefebvre, lo vivevano in modo molto inteso. Tra que­sti ultimi ricordo una coppia romana che, da allora, incarnò nella mia mente un certo “tipo” di fedele tradizionalista. Lui, un uomo sui qua­rant’anni, taciturno, con barba curata, aveva un’aria professionale e distinta ma tra­diva una specie di sofferenza interiore: non lo vedevo sereno. Lei, una donna pressappoco della stessa età, vestita in uno stile prossimo agli anni ’30: gonna oltre ai polpacci, capelli corti e neri quasi oleosi. Li ve­devo di frequente nei salottini degli alberghi arabi che ci ospitavano. La signora si metteva al centro dell’attenzione e raccontava, in modo enfa­tico, la sua vita religiosa e le sue intuizioni evidenziandolo con marcati gesti un po’ nervosi. Nonostante quest’apparente comunicatività, sentivo come una sorta di muro tra me e loro, un muro impenetrabile il che significa che mi sarebbe pure piaciuto “fraternizzare”, come si dice, ma mi era impossi­bile. Qualcosa o qualcuno lo impediva.



Il sacerdote celebrava le Messe ovunque fosse possibile. I suoi paramenti erano privi di manipolo. Era partito così, forse per non dare eccessiva­mente “dell’occhio”. Il giorno dopo, il mio benefattore corse in un nego­zio arabo, nei pressi del Santo Sepolcro, in quelli in cui si trova dalla carta igienica al souvenir più bizzarro. Fu proprio lì che, in una grande pila di paramenti sacri latini e orientali, trovò un manipolo che si poteva sposare col parato del sacerdote. Da allora, il prete fu “costretto” a met­terselo. Non mancai d’osservare questa iniziale reticenza che mi parve alquanto strana per un tradizionalista…



D’altronde sacrestani e preti, quando scoprivano che celebrava alla “vec­chia maniera”, per lo più tacevano. Solo un frate al monte Tabor fece delle rimostranze, mugugnando ad alta voce durante la Messa.

Fuori dalla basilica, sul Tabor, spiccava una statua di Paolo VI. “Ciò, i ghà messo l’eretico pure qua!”, disse il mio benefattore vedendola. Oggi quel signore, che d’animo è sempre stato gentile e generoso, non la pensa più così ed è rientrato perfettamente nei ranghi di quella che i “lefe­bvriani” definiscono la “Chiesa conciliare”, ossia il Cattolicesimo ufficiale.



Ovviamente visitammo pure il Santo Sepolcro. Attraversammo la porta principale che ha una colonna con una profonda fenditura. Il sacerdote si guardò bene dal raccontarci che quella fenditura proviene da un fatto particolare che l’Ortodossia commemora come un miracolo. Io, però, la notai e ne percepii la singolarità. Quando gli uomini tacciono sono le pietre che parlano a chi è disposto ad ascoltarle!



Una volta dentro, cantammo il Te Deum. Era tradizione che i pellegrini, entrando in basilica, cantassero quest’inno di ringraziamento se non altro perché, allora, i viaggi non erano comodi e sicuri come oggi e arrivare sani e salvi a Gerusalemme era segno di protezione divina.

Visitammo ogni luogo del tempio sacro entrando pure nella cappella della deposizione. Questa cappella appartiene alla chiesa greco-orto­dossa e, in quel momento, stavano per essere officiati i vesperi. La si­gnora “anni ‘30”, incurante del fatto, entrò nello spazio sacro buttandosi a terra ed estrinsecando tutta la sua devozione. Un monaco greco la sol­levò accompagnandola fuori. All’interno c’ero anch’io ma in atteggia­mento riservato. Non mi dissero nulla e mi permisero di rimanere.



Unito al gruppo c’era una piccola famiglia di suore tradizionaliste in di­visa blu. Erano pie donne ma prive di grande formazione. Una di loro, la più semplice, entrando nelle chiese ortodosse, era sempre ammirata. Da­vanti ad un trono episcopale etiope le scappò pure un “Che magnifi­cenza!” nonostante il manufatto  non fosse gran che. Un’altra, nel viaggio di ritorno, quasi mi atterrì. Mi volle rivelare quello che per lei era il signi­ficato nascosto nella parabola della Samaritana. “Sa perché Cristo chiese alla Samaritana dell’acqua da bere? Perché aveva sete della sua anima!”, disse emettendo un intenso sospiro, girando gli occhi all’insù e allun­gando il grosso e molle corpo sul sedile dell’aereo. Sì, la religiosa voleva edifi­carmi, non c’è dubbio. Ma, pur con tutta la mia buona volontà, mi ripu­gnava l’idea di un Cristo “assetato” d’anime umane. Quest’idea ha un non so che di vampiresco!



Nel volo d’aereo non eravamo soli. Assieme al nostro gruppo viaggia­vano molti altri, tra cui diversi francescani. I frati erano particolarmente eccitati all’idea d’aver visitato questa meta e non mancavano di manife­starlo sorridendo a chiunque. Ebbero la sventurata idea di farlo al nostro cappellano il quale li freddò con uno sguardo severo, senza nulla dire. Che colpa avevano quei religiosi nell’essere stati così spontanei? Ci ri­masi male per loro. Una persona, anche se non vive e non vede le cose allo stesso modo di un’altra non deve, per questo, maltrattare il pros­simo.

“Vuoi vedere che un giorno, per qualche sciocchezza, riceverò lo stesso trattamento?” pensai.



Fui profeta.




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