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venerdì 20 luglio 2012

Ricordi (12)...

Monastero di Simonos Petra (Monte Athos)


Non è facile vivere nella posizione della Fraternità fondata da mons. Lefebvre: è come stare in equilibrio su una guglia. Possono generarsi forti tensioni. Si manifesta quel tipo d’ansia che intravvedevo nei monaci di Fontgombault, ma in modo molto più esplosivo. Per questo nella storia di questo movimento ci sono costantemente fughe in “avanti” o “indietro”. C’è chi scappa per accet­tare lo stile rinnovato del Cattolicesimo e chi scappa rompendo ogni in­dugio e ritenendo i papi attuali degli impostori. Ma anche al suo interno la Fraternità è percorsa da forti tensioni e contrapposizioni. Anche se non ero cosciente di ciò, qualche segnale mi giungeva sempre e mi allarmava. Come poter accomodarsi in una casa dove potresti essere giudicato seve­ramente e continuamente pure per venialità?

Perciò, anche se avevo diverse simpatie, non prendevo posizione.

Ma c’è una cosa che, più di tutto, mi pesava nel tradizionalismo cattolico: il modo di fare da "sapientoni" di molti suoi aderenti i quali acconsentono ad ogni dettaglio della fede, spesso senza cercare ragioni profonde. Se c'è qualcuno che le cerca, magari all’inizio un po' goffamente o assolutizzando alcuni punti, viene immediatamente malvisto e gli si evita pure di rispondere. 

Cambia il quadro ma, per certi versi, sembra proprio di stare davanti ad un settario catechista neocatecumenale al quale non puoi e non devi esternare i tuoi dubia sennò fai la stessa fine. 

Cambia il quadro ma sembra d’essere nelle scuolette di teologia cattolica dove, se uno vuole approfondire, viene sempre mal visto da qualche compagno che sembra dire: "Non sollevare puzze altrimenti dobbiamo studiare di più!". Studiare, sì! Quello è un ripetere a pappagallo senza capirci nulla, non uno studiare! 

Cambia il quadro ma sembra come il gruppo d’ “approfondimento” della Bibbia nelle parrocchie cattoliche “normali” dove se s'inizia a scavare e si chiedono le ragioni profonde di certe cose qualcuno s'infastidisce sempre e, dopo qualche riunione, il responsabile invita il curioso destabilizzatore a non ritornare (1).

Sono situazioni che mi soffocano letteralmente...

I sa­cerdoti della Fraternità, dopo un po’, non capirono che volevo. Non avendo intenzione d’impegnarmi tra loro fui pian piano emarginato: non ero utile. Il motto “Chi non è con voi è contro di voi” parve ispirare que­sto comportamento. Nel loro pensiero avrei dovuto unirmi al movimento per spegnere l’incendio che stava devastando la Chiesa cattolica. “Nelle situazioni urgenti, servono tutti, anche i meno adatti”, mi dissero un giorno non accorgendosi, così, che avrebbero potuto essere molto poco gentili nei miei riguardi. La frase, infatti, si presta ad avere più di un si­gnificato, qualcuno non proprio simpatico!

Il mio problema non era quello di servire ad un ideale quanto quello di trovare un senso religioso alla mia vita evitando le situazioni negative che avevo visto fino ad allora. E che negatività esiste quando una fami­glia religiosa è percorsa da tensioni e giudizi temerari! Fui molto attento a non stringere i rapporti e mi mantenni su un piano di formale cordia­lità. A staccare i rapporti ci pensarono loro. Un giorno incontrai due sa­cerdoti “lefebvriani” in treno. Uno dei due era il cappellano conosciuto nel pellegrinaggio in Terra santa. Li salutai. Evitarono di rispondermi. Cercai un dialogo e solo uno dei due mi disse qualcosa obtorto collo. La­sciai un’offerta che non mancarono di prendere. Fu il mio ultimo con­tatto.

La vita andava avanti. I rapporti d’amicizia con il mondo greco s’intensificavano. Conobbi altre persone e iniziai ad avere rapporti anche con il Monte Athos. La repubblica atonita è una confederazione di mona­steri e si situa nel ramo più orientale della penisola calcidica. Il visitatore che non conosce quel mondo può rimanere inizialmente disorientato, soprattutto noi occidentali abituati ad un certo ordine di cose. Ma il fatto che lì esista una tradizione pressoché ininterrotta dovrebbe essere visto da tutti come un patrimonio religioso e culturale dell’umanità. Dopo che uno visita quel luogo, si rende conto che certe cose scritte nel secolo scorso dall’abate Prosper Gueranger sono total­mente false. L’abate sosteneva pressappoco che il mondo ortodosso ha conservato la liturgia bizantina inalterata fino ad oggi poiché è come un corpo morto e mummificato; non ha alcun respiro di vita e quindi non può che rimanere passivo e immobile. E’ un’affermazione rischiosa an­che perché suggerisce, senza volerlo, che la liturgia deve in qualche modo “evolvere” altrimenti non è viva. Poi dall’ “evoluzione” al suo stravolgimento il passo è breve e, chi vuole, può sempre giustificarlo riempiendo di concetti la mente ma desertificando lo spirito come di fatto accade.

Contrariamente a queste autentiche fandonie, la vita nel Cristianesimo orientale c’è ed è rappresentata da quei monaci che lottano contro le cat­tive passioni e pregano. Potremo mai considerarlo un nulla? Sin dalla mia prima visita sentii che non avevo alcun diritto a disprezzare tutto questo. L’attuale impegno monastico nella preghiera personale e comu­nitaria non è dissimile a quello esistente secoli fa. Inoltre, in quei mona­steri non esiste il famoso “aggiornamento” che ha ridimensionato, se non distrutto, molte consuetudini religiose del Cattolicesimo.

Avere un po’ di stima per tutto ciò, credo, sia il minimo anche perché se non lo si fa, non è solo il monachesimo bizantino ad essere disprezzato ma il monachesimo tout-court con conseguenze non certo lievi per tutta una Chiesa. La storia dimostra che quando il monachesimo è venuto meno, non è più stato influente o è stato isolato con disprezzo, il secolari­smo ha iniziato ad impossessarsi del Cristianesimo.

Accennavo che questa tradizione è in grado d’aggiustare certi squilibri presenti anche nel tradizionalismo cattolico. Mi spiego. Quando si con­stata che la liturgia, come attività spirituale del monaco e come incontro del divino, è qualcosa di totalizzante, ci si rende conto che non la si può inquadrare semplicemente all’interno di un puro sistema di regole, di “cose da fare”. Non è neppure possibile averne un approccio puramente estetico, nostalgico o, peggio, mondano. L’antico  monachesimo occi­dentale e quello orientale aiutano a ricordare che la liturgia ci collega con le realtà dell’Al di là e con i fini ultimi, ta eskata. Questo forte teocentri­smo riequilibra quell’antropocentrismo, più o meno evidente, che s’insinua in chi vive la liturgia come vanità mondana, qualsiasi sensibi­lità religiosa costui abbia, “progressista” o “tradizionalista”.

Tutto questo nell’Athos non si dice ma si cerca di viverlo. Certamente tra un migliaio di monaci si troverà sia il più fervente sia il più distratto. E’ compito della persona diligente trovare gli stimoli positivi, dal momento che i negativi li troviamo ovunque. E qui gli stimoli positivi esistono.

Le ufficiature liturgiche iniziano molto presto e durano diverse ore. L’atmosfera tipica dei monasteri, nell’Athos è particolarmente densa. Lo stesso silenzio, presente pure nelle liturgie, ha un “colorito” particolare al punto che ho cercato, come ho potuto, di descriverlo. Lo definii un “silenzio che urla”, una presenza vivente che conforta e rappacifica.

Conseguentemente, la sensazione di tensione più o meno latente che notavo in certi monasteri in Francia, qui non si trova.

Una volta decisi di rimanere nell’abbazia di Fontgombault per una de­cina di giorni. Era l’occasione per gustarmi il ciclo settimanale liturgico. Dopo qualche giorno chiesi ad un monaco di potare una siepe: dovevo sfogare una strana sensazione di tensione che l’ambiente stranamente m’ingenerava e non potevo farlo che affaticando il corpo. Mentre potavo, continuavo a meravigliarmi di quanto mi stava succedendo: non avrei mai immaginato di ricevere simili sensazioni in un luogo che teorica­mente mi piaceva assai.

Quando per una ragione simile decisi di soffermarmi dieci giorni nel Monte Athos, mi venne immediatamente in mente l’esperienza francese ed ebbi paura di riviverla. Dovetti notare, invece, che l’ultimo giorno di permanenza passò con la stessa leggerezza del primo. Non c’era nulla di strano che potesse opprimermi. Dovetti dare atto a queste sensazioni che il corpo mi suggeriva.

Identiche sensazioni le ricevetti nel canto. Il canto gregoriano di Fon­tgombault è, probabilmente, il migliore di tutto il Cattolicesimo. Non a caso lo imparai fino al punto da conoscere a memoria moltissimi pezzi. Eppure, una volta che provai a cantare assieme al monaco Benoît Desha­yes, percepii immediatamente d’essere come in una gabbia, stretto  da una forza intellettuale che mi obbligava a rendere unisona la voce alla sua. Con il canto bizantino, che è pure ugualmente unisono, non ho mai avuto questa sensazione mentale opprimente. E’ tutto un altro mondo…

Se è vero che l’Occidente cristiano non è in comunione con l’Ortodossia, è anche vero che quest’ultima conserva vive testimonianze della Chiesa antica e, nel suo seno, ha molti elementi che, nel frattempo, l’Occidente ha perso. Lo ricordava pure l’abate Righetti, autore del famoso manuale di Storia liturgica che tenne scuola tra gli anni ’50 e ‘60.

In realtà, nel Monte Athos si superano le contrapposizioni tra il nuovo e il vecchio, quelle contrapposizioni che m’inseguivano come cani rabbiosi ovunque andassi, qualsiasi ambiente religioso frequentassi. La liturgia tradizionale, uguale ovunque, sta a ricordare che l'uomo è fatto per l'e­terno davanti al quale "vecchio" e "nuovo" sono termini privi di senso e non devono certo etichettare le cose sacre. Se ciò avviene, significa che la liturgia, che ne è succube, ha già perso il contatto con l’Eterno e, quindi, il suo reale motivo d’esistere.

L’Ortodossia, così, mi fornì un’altra chiave di lettura: tutte le situazioni  religiose antagoniste e squilibrate viste in passato, lo potevano essere proprio perché avevano staccato “la spina” da un’autentica esperienza religiosa – che da la sensazione d’essere stabilmente fondati su una roccia ferma – preferendo fluttuare nel “puro umano” con tutte le sue debolezze e contraddizioni. Erano un “guscio vuoto” che non rimandava oramai più a nulla anche se, con i suoi colori, riusciva ancora ad ingannare qualcuno…

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1) Quest’elenco di fatti li ho tutti vissuti sulla mia pelle. L’ultimo, il più paradossale, mi accadde in un gruppo parrocchiale di una parrocchietta mestrina. Ci entrai invitato da un amico. All’inizio quei signori erano molto contenti e gentili. Purtroppo, svelai loro un’ipocrisia: alcuni ripetevano “a papero via” i passi della Scrittura senza farsi domande, come se la cosa non li riguardasse affatto. Narrazioni incredibili li lasciavano totalmente indifferenti.
Ricordo ancora un passo tratto dagli Atti degli apostoli in cui l’apostolo Filippo decide di battezzare l’eunuco della regina Candace (At 8, 26-40). L’Apostolo è spinto dallo Spirito a battezzare l’eunuco e a dirigersi  in una direzione differente da quella prefissata. Tutti i componenti del gruppo rileggevano il passo e nessuno si chiedeva: “Come fa lo Spirito a spingere Filippo? Come fa Filippo a sentire lo Spirito? Com’è che si sene lo Spirito?”. Notai quest’incredibile incongruenza e lo dissi senza mezzi termini: “Forse è meglio dire ‘non credo a questo fatto mitico’ piuttosto che ripetere la cosa senza chiedersi come sia possibile“. Di lì a qualche giorno m’invitarono a non tornare più. Fu meglio così: evitai di vedere altri spettacolini di puro formalismo religioso!


 

1 commento:

  1. Condiviso appieno. Sono stato diverse volte e per diverso tempo a Simonos Petra ed ho riportato sempre una impressione ottima del canto. IL Canto bizantino è profondamente mistico, per questo è libero, e viceversa, le note non prescrivono ma indicano. ;a anche il Gregoriano più antico era così. Si è modifivato col tempo ed i Monaci si Solesmes che volevano riportarlo alla sua purezza, gli hanno, al contrario, dato l'ultimo colpo di grazia introducendo gli intervalli della musica moderna che il gregoriano antico, come il bizantino, non conosce.
    +Silvano

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