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lunedì 23 luglio 2012

Ricordi (13)...

Chiesa di san Niccolò dei Greci (Trieste)



“Ta aghia tis aghiis”, si canta nella liturgia bizantina, poco prima della comunione. Quest’invocazione del sacerdote stabilisce che le cose sante possono essere comunicate solo ai santi. I santi, nella Cristianità antica, erano i semplici cristiani che vivevano sintonizzati nelle realtà divine. Così, in qualche modo, ne divenivano i trasmettitori.

Conformemente a questa frase, si comprende come la liturgia possa essere celebrata con senso se, chi la celebra, la vive. Nella misura in cui questo avviene, sono superate tutte quelle contraddizioni che ho illustrato fino ad ora. L’autentica vita liturgica non può conoscere alterazioni e odi verso il suo passato ma si conforma gioiosamente ad esso riconoscendovi il "profumo" della Chiesa di sempre. Ecco perché tradizionalmente la Chiesa ha sempre voluto conservare il proprio patrimonio, innovando sempre con molta prudenza e su dettagli solo secondari.

Il “profumo” della Chiesa è la grazia, ossia una caratteristica propria a Dio che si comunica al mondo umano gratuitamente (da cui il termine di “grazia”).

 “Senza la grazia non può esistere alcuna profondità”, mi diceva pacificamente un umile monaco, su una terrazza di legno a strapiombo sul mare, nel monte Athos, qualche anno fa. 

Ecco, allora, il perché di rabbie, invidie, opposizioni e gelosie, tutte cose di cui ognuno ha ampia esperienza. Una Chiesa senza la grazia è una Chiesa di assassini poiché i suoi membri possono "assassinare" lo spirito ma pure il corpo di chi vi si avvicina. A tal proposito esiste un tabù: non si parla mai della depressione del clero, eppure esiste e non è neppure tanto rara! Una Chiesa in condizioni normali – quindi con la presenza della cosiddetta grazia – può mai generare depressioni? Sono domande che è lecito porsi soprattutto dinnanzi ai casi non prodotti da evidenti malattie.
D'altronde, per perdere lo spirito giusto basta molto poco. 

Come ho illustrato in questi brevi racconti, a volte lo si perde per inseguire una chimera, un’ideologia religiosa. Fu così nel caso della mia parrocchia modernista. In altri casi lo si perde inseguendo una setta. Fu così nel caso di certi movimenti cattolici da me accennati. In altri ancora lo si perde inseguendo una vanità. E’ il caso di alcuni uomini della corte vaticana o di chi è nella loro condizione. In tutti questi casi non c’è contatto che con se stessi, anche se si pensa d’essere molto religiosi e con ottime intenzioni. 

Questi flagelli, oramai, sono ovunque. Qualcuno mi ha detto che un movimento cattolico (i focolarini) ha deciso di fare delle piccole fraternità pure nel mondo Ortodosso. Queste fraternità rimarrebbero nell’Ortodossia ma farebbero parte di quel movimento cattolico. Sono cose quanto meno strane. Sicuramente molto antitradizionali.

Il “punto forte” dell’Ortodossia è il suo monachesimo, laddove riflette l’autenticità evangelica e non è decaduto. Ma anche nell’Ortodossia non mancano d’accadere veri e propri fenomeni di degrado.

Uno fra i tanti: i preti tendono ad essere degli ufficiali statali e se si chiede loro un sacramento come la confessione, che il sacerdote cattolico amministra immediatamente, tendono ad annoiarsi e a prendere tempo rimandandolo ad altra data.
Un altro: i vescovi, tranne lodevoli casi, vivono in un mondo a parte al punto che i monaci – che riflettono la pietà e il mondo popolare – finiscono per tollerarli a mala pena (1). Certi vescovi sono come dei signorotti feudali a cui tutto è dovuto.

Se nel Cattolicesimo un vescovo sa apparire molto bene e non tenderà a fare delle gaffes, rivelando al mondo le sue debolezze, nell’Ortodossia vescovi e chierici, in genere, sono molto spontanei – e questo è positivo – ma tale spontaneità fa inevitabilmente cadere qualcuno di loro nel ridicolo rivelandolo per ciò che è. Nel giro di poco tempo si viene a conoscere se il tal vescovo o prete accumula soldi, se ha un debole sentimentale, se mantiene qualche amante o cose del genere. Per esperienza personale suggerisco d’evitare la maggioranza dei vescovi e dei preti. I primi, spesso, si riempiono di titoli presi non si sa come e si dipingono come grandi personalità. Umanamente parlando, molti sono dei piccoli uomini. Più si gonfiano (o vengono gonfiati) più sono piccoli. I secondi vorrebbero diventare … come i primi! Questo non può che riempire di tristezza chi cerca cose vere e concrete perché, ben che vada, quegli uomini faranno solo perdere tempo. So che deluderò chi vuole sognare sempre e comunque ma la realtà è semplicemente questa (2).

D’altronde, la nostra non è un’epoca di grandi uomini e non vedo perché questo non dovrebbe riguardare in larga misura pure l’Oriente bizantino.

Se, dal punto di vista umano, l’Oriente può essere carente (come la nostra stessa realtà), dal punto di vista della sua tradizione, ha sanissime basi ecclesiali. Nessuno dirà che le tradizioni sono “cose vecchie” e se qualcuno osa iniziare a pensarlo, spesso ispirato da “maestri” occidentali, ha tutto un coro di proteste che lo sommerge. Esiste una grande tradizione ascetica e spirituale che, pure in tempi recenti, ha fatto nascere interessanti personalità. Queste personalità sono il segno che esiste una vita e una profondità in grado di contrastare il fenomeno di degrado suaccennato.

Purtroppo non ho avuto modo di conoscere uomini straordinari. Forse ho solo sfiorato qualche uomo carismatico, ricevendone un’impressione particolarmente positiva, ma nulla più.

Le mie conoscenze si sono limitate ad alcuni laici e sacerdoti. Amavo soprattutto intrattenermi con persone che sentivo ricche anche se, apparentemente, non lo davano a vedere.

Padre Timotheos parroco della chiesa di Trieste, di cui ho ricordato già qualcosa, aveva una sua profondità ma non voleva metterla sotto i riflettori. Per nulla vanitoso, aveva un’istintiva avversione per coloro che lo erano. Fossero pure stati vescovi o preti, non mancava di manifestarla  liberamente e questa sua libertà mi piaceva assai.

In qualche modo, fu la mia porta d’accesso al mondo bizantino. Dopo di lui seguirono altri, sempre con la caratteristica di un’estrema fedeltà alla realtà, non all’apparenza. Uno di loro è oggi vescovo. Ma, ripensando a Timotheos, non posso che essergli grato. Di preti che fingono anche l’Ortodossia è piena – soprattutto in Italia – ma lui non apparteneva alla loro terribile schiera.

L’ultima volta che lo vidi era seduto in uno stassidi all’ingresso della sua chiesa, dopo aver ricevuto un gruppo di visitatori. “Sei stato fortunato ad essere venuto ora per salutarmi”, mi disse, “se venivi dopo non mi trovavi più”. Era oramai vecchio e stanco e si scusò con me se era divenuto scostante e burbero, non potendo più sopportare certe miserie umane e la compagnia di uomini fastidiosi. Nella sua vita aveva visto molte cose e subìto pure qualche delusione. “Ma Dio è grande!”, soggiunse ripetendolo in arabo, “Allah-hu-akbar!”. Furono le ultime parole che mi disse. Dopo qualche giorno morì in silenzio, quasi senza voler disturbare alcuno.

Fu sepolto nella sua città natale a Komotinì, in Grecia.



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1) Questo fenomeno si sta espandendo presso il popolo ortodosso. In un articolo sul web si denuncia la situazione di fedeli che, sapendo dell’arrivo del loro vescovo in una parrocchia, disertano la chiesa nella domenica della visita episcopale. Le gerarchie ecclesiastiche anche in Oriente fanno di tutto per non avere un’ottima fama. Cfr. http://pokrov.org/display.asp?ds=Article&id=881

2) Il primo ad avermelo detto, e gliene sono profondamente grato, fu proprio l’Arcivescovo Spyridon Papageorgiou (ex Arcivescovo d’America). Costui me lo disse direttamente e senza tanti giri di parole: “I vescovi dei padri? Dove le vedi, tu, queste cose? Non è niente vero!”. Spyridon, pur con i suoi limiti come tutti, vedeva chiaramente che molto mondo ortodosso (come il mondo cattolico gerarchico) diviene spesso una struttura di potere alienante.

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