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lunedì 23 luglio 2012

Ricordi (14)...

La chiesa (poi moschea e ora museo) di santa Sofia a Istanbul (Costantinopoli)



“Allah-hu-akbar!”, cantava il muez­zin. Il canto si diffondeva lungo tutta la sterminata pianura anatolica. Lo stavo sentendo dall’alto di una collina sulla quale, un tempo, sorgeva una fortezza bizantina e ora c’erano solo le sue imponenti rovine. Mi trovavo in Turchia, in una piccola cittadina nota per le sue finissimamente ceramiche. Inutile dirlo: in quella regione di chiese e cristiani non c’era neppure l’ombra. La società era ancora molto tradizionale e sembrava la nostra Italia attorno agli anni '50.

L’Islam in Turchia non è come nei paesi arabi: ha una connotazione differente, forse data dal fatto che si è assai mescolato col Cristianesimo. Non pochi cristiani bizantini, per avere una vita più facile, sono divenuti mussulmani e l’ “ortodossia islamica”, grazie ad essi, si è un po’ stemperata.

Se si va nel santuario che conserva le spoglie mortali di Rumi, il famoso mistico sufi, a Konya, si noterà una curiosa affinità tra il modo di pregare cristiano e quello mussulmano. Rumi è trattato come una specie di “santo” mussulmano, cosa che un arabo non concepirebbe neppure.

Konya, d’altronde, è una città “santa”. Pure il canto dei muezzin è particolare e risente del clima spirituale del posto. A Konya ho sentito l’estrema e rabbrividente verticalità dell’Islam. All’estero non mi sono mai sentito totalmente straniero. Ma a Konya sì. La sera, quando il buio copriva la città, nel quartiere dove stavo, sentivo cantare un muezzin con vocalizzi ben distesi ed insistenti che sembrava scomparissero nello spazio cosmico. Cercai inutilmente il minareto. Per quanto mi guardassi attorno non lo vidi. Ebbi allora la strana e un po’ spaventosa impressione che quel canto scendesse dalle nuvole, da un’altezza infinita. Chi è abituato al modo cristiano, si sente quasi schiacciare da questa infinita verticalità che fa capire al singolo uomo d'essere un nulla. Ecco l’Islam!

Nelle chiese greche, viceversa, ho sempre trovato un calore e un’intimità che, senza nulla negare alla trascendenza divina, volevano avvicinare la mia umanità alla carne del Dio fattosi uomo come me. E’ un calore rassicurante che ho sempre trovato ovunque e che, viceversa, non trovavo in certe monumentali chiese cattoliche, cosparse di marmi policromi, magari con celebri opere d’arte come nel caso delle basiliche romane. Queste chiese sono belle ma sempre irrimediabilmente fredde. Quella freddezza mi ha sempre suggerito un distacco che tende a sacrificare il “Dio con noi” rivelato in Cristo sostituendolo, piuttosto, con una divinità astratta a cui ripugna condividere qualcosa con l’essere umano. Più elementarmente questo si vede nel caso delle icone mariane. Le immagini della Vergine con il bambino, nelle chiese bizantine, sono sempre raggiungibili, baciabili, direttamente venerabili. Non così in certi santuari cattolici da dove torreggiano dall’alto di qualche dossale d’altare, osservando chi sta in basso come castellane prigioniere di qualche maniero feudale (1). Anche le chiese, infatti, trasmettono un modo di credere e questo s’imprime nel subconscio!

Ad Istanbul, città mondana, il muezzin è soggetto al formalismo: al momento della preghiera i vari cantori sembrano fare a gara tra loro su  quanto a lungo terranno il canto senza prendere respiro e su quanti ricami musicali faranno alle sillabe in fine parola, inerpicandosi in note impossibilmente acute. Il muezzin sembra pure amare sovrapporsi ad ogni cosa avvenga in città, che siano gli schiamazzi del mercato o il canto delle liturgie che, contemporaneamente, avvengono nelle chiese istanbuline: l’Islam deve comunque avere la meglio e far capire che è il padrone di casa.

Questo avviene anche durante le celebrazioni del patriarca ecumenico, al Fanar. Mi è capitato di andarvi diverse volte, per varie occasioni. Una fu in occasione della festa di sant’Andrea, alla fine di novembre, quando la città s’inumidisce in una tal maniera da far sembrare che l’acqua inzuppi i vestiti. Alla fine del 1800, quando un pio ortodosso vi si recò, pensò di trovarvi un luminoso esempio di fede e pietà. Quando rientrò nel suo paese in Anatolia (a Farassa) disse al suo parroco (poi canonizzato) che nel piccolo luogo natio aveva vista molta più pietà di tutta la corte patriarcale messa assieme. Se allora era così, figuriamoci oggi.

Tutte le corti dei preti sono tendenzialmente mondane, non ispirandosi ai monasteri ma agli ambienti imperiali. Anche il Fanar tende a cadere in questo problema anche se teoricamente organizza la sua vita interna in modo monastico. Lo si vede tangibilmente al momento in cui il patriarca riceve gli ospiti, nei locali disposti per queste udienze. Una volta notai che l’illustre personalità ebbe come una scarica adrenalinica, arrossì particolarmente dal piacere. Aveva appena ricevuto in dono un quadro con la sua immagine…

Ma al di là della mondanità che può caratterizzarlo, il Fanar deve affrontare problemi molto grossi: ogni anno che passa, il governo turco attiva restrizioni sempre più forti contro gli ortodossi rimasti a Istanbul e contro il Fanar in particolare.
Ciononostante, fintanto che può, il patriarcato continua la sua vita di  sempre. Le liturgie fanariote sono classiche e risentono degli usi imperiali, con i cantori che cadono a terra in proskinesis davanti al patriarca in determinati momenti del Mattutino e della Divina Liturgia.

L’attuale patriarca è un uomo di grande volitività e intelletto. Appena lo ebbi davanti, mi accorsi immediatamente di uno strano fenomeno. Il prelato aveva come una forza magnetica che, provenendo dalla sua fronte, mi raggiungeva. La cosa fu così forte da mettermi soggezione. Non ci si meravigli: queste sensibilità naturali le può avere chiunque se vi presta un po’ d’attenzione e vi si dispone adeguatamente. Sentendo questo – che i tibetani definirebbero come il colore dell’aurea mentale – , ne dedussi l’intellettualità di Bartolomeo. L’intelletto, nell’Ortodossia, non è disprezzato ma quanto qualifica il vero spirituale è il cuore, non la mente. Su queste basi un uomo è veramente spirituale: se non da al prossimo una sensazione di soggezione ma di leggerezza o, come anche si dice, di riposo. Sarebbe auspicabile che un capo spirituale abbia tale caratteristica (che sembra aver avuto il defunto patriarca serbo) altrimenti diviene solo un uomo di potere. D'altronde, le caratteristiche spirituali non si evidenziano mondanamente: è laddove non lo si direbbe che si nasconde il tesoro evangelico più grande proprio perché sfugge all’immediata evidenza! Ma oggi qualsiasi grande centro religioso non ha quasi nulla di spirituale…

Perciò quello che può veramente interessare le persone, e me in particolare, non sono le strombazzate capacità intellettuali di un leader religioso o quanto di lui viene mondanamente osannato ma la tradizione antica, liturgica e spirituale al contempo. Gli uomini religiosi devono sempre essere il rimando per qualcos’altro e qualcun Altro!

Avevo un po’ tutti questi pensieri quando visitai il Fanar, antica reliquia dell’Impero costantinopolitano, in una Istanbul per la stragrande maggioranza islamica.

Nella storia del Patriarcato, più volte il patriarca ha tentato di fare da “piccolo papa” per l’Ortodossia ma gli è andata sempre male. Questo perché, in Oriente, da tempo immemorabile l’autorità episcopale è concepibile in quanto “bocca ufficiale” di una tradizione condivisa nello spazio e nel tempo dall’intera Chiesa, non come autorità per se stessa, “ex sese”. Ne consegue che un vescovo non può permettersi di cambiare la liturgia senza creare pesanti ripercussioni e fiere opposizioni in ogni dove. Qualcosa del genere si era generato con la famosa questione del calendario quando un patriarca costantinopolitano osò introdurre delle riforme. Diverse Chiese ortodosse – la russa in testa – non seguirono tale riforma e per loro rimase lettera morta. L’autorità di un patriarca, per quanto venerabile ed eminente, nulla può contro la tradizione.

Sarebbe stata una manna se pure il mondo cattolico avesse avuto un funzionamento simile, davanti ai cambiamenti liturgici e alle applicazioni selvagge seguite al concilio riformatore.

Ma così non avvenne per la sua natura intrinsecamente differente.

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1) Quando un ambiente cattolico con questa impostazione s’impossessa di elementi tipici del mondo ortodosso – ad esempio un’iconostasi con icone – tende immediatamente a proiettare su di essi la sua mentalità, glaciandoli. Lo notai una volta nel monastero di Maguzzano (Vr) in cui i religiosi avevano fatto allestire in una cappella una pregevole iconostasi con icone russe. Mi avvicinai per baciarle, dal momento che quella non era una mostra e la chiesa non era un museo. Immediatamente un sacerdote, che conduceva un vescovo in visita al luogo e gli faceva da Cicerone, mi rimproverò dicendo che non si doveva toccare nulla. Ribattei che le icone sono fatte per essere incontrate e venerate. Il prete non mi rispose e mi voltò immediatamente le spalle per indicare che lui, ignorante, aveva ragione mentre io, con una certa esperienza, dovevo solo stare zitto. Far cadere nel silenzio il prossimo è una tattica clericale ben collaudata, come ho avuto già modo di dire. E' anche un modo per illudersi d’essere al di sopra del prossimo, contro ogni evidenza contraria.

2 commenti:

  1. La ringrazio per aver condiviso le sue riflessioni e cose così personali come i suoi stessi ricordi. Leggendoli, sto trovando spunti interessanti e specialmente un senso di solidarietà e vicinanza: molte cose che io sperimento, magari senza rendermene perfettamente conto, e che rimangono allo stadio di intuizioni o sensazioni, Lei le ha già vissute e provate sulla sua pelle. Mi riferisco al senso di straniamento davanti a certi preti, o alla solitudine che si prova quando si ricerca qualcuno con cui condividere gli aspetti più profondi della propria spiritualità.

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  2. La ringrazio, pensi che stavo quasi per cancellare questi post se lei non me ne avesse confermata l'utilità. D'altra parte il motivo per cui li ho messi è proprio quello di mostrare un cammino che, sicuramente, può riguardare anche altri. Buona Pasqua!

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