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mercoledì 18 luglio 2012

Ricordi (2)...



Santuario della Madonna delle Grazie in una foto tra gli anni '20 e '30.




Penso che questi appunti, una volta rac­colti e integrati con altri testi, finiranno per comporre un piccolo me­moriale. Nell’attesa di farlo, continuo il mio precedente racconto che, forse, avrà una sua utilità e aiuta a spiegare le mie scelte presenti.

Gli anni della mia adolescenza passarono lontano dalla parrocchia mo­dernista. Preso da altre cose e pensieri, non mi pareva particolarmente esaltante impegnarmi in chiesa. Lo ritenevo una sorta di routine senz'al­cun particolare stimolo. Tra le musichette schitarrate dai capelloni (che "mostravano i peli sulla pancia", come denunciava il parroco) e quelle melodiche presentate dalla musica leggera, preferivo decisamente le se­conde. La scoperta delle emittenti private e un mangiadischi regalato mi affascinarono decisamente di più di una di quelle prediche, sempre ten­denzialmente polemiche e orientate alla distruzione delle certezze tradi­zionali. Inoltre la radio, allora, aveva un fascino oggi inesistente. In as­senza di internet, la sera era bello sognare, sentendo voci e musiche pro­venienti da stazioni lontane; Londra, Parigi, Mosca, Tirana sembravano sotto casa...

D’altronde, una città provinciale come la mia non poteva offrire molto, tenuto pure conto che, dalle mie parti, il clero è sempre stato general­mente un po’ riottoso e, dopo il Concilio, piuttosto simpatizzante verso il Protestantesimo. Ma anche in quel campo, preferiva adagiarsi su una  scelta mediocre senza il coraggio d’arrivare a certe scelte portandole alle loro logiche conseguenze ad eccezione, forse, della mia parrocchia.

Inoltre, come ho accennato, in famiglia non c’era una grande attenzione religiosa. Le feste osservate erano generalmente Pasqua e Natale e forse più l’ultimo che la prima. In occasione del Natale, a mezzanotte, ci si re­cava nella vicinissima chiesa modernista ma non era come al tempo della mia infanzia, dove la gente sedeva ordinata e silenziosa lungo i banchi della navata assistendo al mistero liturgico. Qui,  prima e dopo la cosid­detta Messa, la gente schiamazzava come se stesse in un mercato e si di­stribuissero salsicce a quello che urlava più forte. Il parroco, che aveva progettato un’aula ecclesiale come se fosse una “casa del popolo”, ne ve­deva le inevitabili conseguenze ma pareva non dolersene troppo a fronte di quelli che, per lui, erano autentici vantaggi. Anche a Natale predicava inveendo contro le ingiustizie del mondo, facendo calorosi proclami e muovendosi su e giù come un leone rabbioso. Comunque, al di fuori di questi eventi sporadici, per me la parrocchia non esisteva più e, una volta giunto in casa, era tutto dimenticato.

La riscoperta del mondo della fede venne alcuni anni dopo, grazie so­prattutto alla televisione la quale mi permetteva d’osservare dettagli e aspetti della stessa che non mi erano stati evidenziati e, forse, erano stati combattuti. La religione irrompeva in me come un farmaco lenitivo, per rappacificare le mie ansie esistenziali. Inutile dire che divenni un “papa­lino” di ferro dal momento che, al centro degli eventi religiosi mediatici, c’era spesse volte il papa. Prima dell’invenzione dei “papaboys” io ero uno di loro per cui capisco benissimo tale fenomeno! In me gli effetti dell’adolescenza erano ancora ben presenti con l'inevitabile assoluto bi­sogno di sicurezze, come chi cerca punti fermi davanti ad un mondo in sommovimento. Per me la sicurezza, allora, era la figura del papa. Così come gli adolescenti tappezzano la loro cameretta con immagini di ado­rati rockstars, io corsi a comperare una gigantografia di Giovanni Paolo II e la appesi in camera tributandole tutta la devozione possibile. Lui era veramente il mio Cristo, la mia roccia ferma. Oggi direi…. il mio idolo!

Mia madre, donna non contraria alla fede ma istintivamente avversa ad ogni esagerazione e, soprattutto, con un fenomenale intuito nell’ individuare uomini o realtà artefatte, si seccò e mi disse perentoria­mente: “Perché hai appeso quell’ ‘occhio di vetro’ in camera?”. “Occhio di vetro” era, per lei, il papa che dalla foto ostentava uno sguardo com­piaciuto, penetrante e trionfale. La gigantografia rimase in quel posto per alcuni anni fino a quando non decisi di mettere qualcosa di meglio. Il mio stesso papà, un po’ diffidente verso il clero a causa di fatti non ben acclarati, iniziò discretamente a tenermi d’occhio,  vedendo in me questa nuova sensibilità. Non era tipo di molte parole ma le poche profferte la­sciavano un segno. Un giorno mi disse: “Che hai a che fare, tu, con loro [i preti]?”. Oggi leggo in questa sua domanda una distinzione di campo che, indubbiamente, mirava a rendermi onore. Era come se dicesse: “Come fai a condividere il loro mondo, dal momento che il tuo è così dif­ferente?”. Me lo disse dopo aver osservato che tra le mani stringevo il mio primo “breviario”: la liturgia delle ore diurne in italiano, che poi, tempo dopo, regalai ad altri. So che non la presi bene e il suo commento mi parve pieno di anticlericalismo. Non mi accorgevo e non volevo am­mettere che se parlava così avrà avuto qualche fondata ragione, nono­stante l'ingenerosa generalizzazione …

Attorno a quella data iniziai a scoprire che, prima dell’evento conciliare, la Chiesa cattolica aveva un altro modo di pregare. Il latino non mi era sconosciuto per varie ragioni: le mie preghiere d’infanzia lo contempla­vano e, poi, a scuola ebbi modo d’impararlo. Da alcuni libri e da un vec­chio messalino materno notai che, anni prima, la liturgia cattolica era dif­ferente da quella a me contemporanea ma non ravvisai alcuna opposi­zione. D’altronde, la mia devozione verso la gerarchia ecclesiastica era, forse, più forte di quella dovuta a Dio per cui mi fidavo ciecamente. 

In quell’epoca, nel santuario mariano cittadino tenuto dai Servi di Maria, c’era un fratello laico che portava sempre il saio. Mi divenne, in qualche modo, amico. Le mie prime “gite fuori porta”, ossia lontano dal giardino di casa, non le facevo per andare inutilmente a zonzo o per cercare av­venture come fanno oggi gli adolescenti, quanto per capire il mondo della Chiesa di cui mi sentivo fiero paladino. Fu così che, frequentando tale santuario, conobbi questo frate la cui vita, genuinamente religiosa, aveva ancora molti tratti tradizionali. Era un veneto semplice, generoso ed onesto, amante del canto gregoriano. Possedeva moltissimi dischi 33 giri “Decca” incisi con il canto dei monaci di Solesmes (diretti da dom Gajard). In men che non si dica, armato di registratore, ne riprodussi la maggioranza su nastri magnetici. Il religioso me lo permetteva di buon cuore, sistemandomi in una saletta in prossimità del campanile, in modo da non essere disturbato. Uno dei primi Liber Usualis, indispensabile per seguire il canto gregoriano della Messa e del Breviario, lo ebbi diretta­mente da lui. I frati, infatti, non lo usavano praticamente più. Così, pian piano, mi accostai ad un “mondo altro” che mi parve assai stimolante, proprio perché quasi introvabile. Iniziai da solo a prendere confidenza con le note quadrate del tetragramma e le pochissime lire che mi giunge­vano da pochi parenti erano inevitabilmente destinate all’acquisto di qualche disco di canto solesmense diretto da dom Gajard. A casa, ascol­tando le incisioni, ripetevo il canto seguendo la musica sul libro avuto in dono.

Ricordo che, un’estate, affascinato dal salterio latino, decisi di confezio­nare un quaderno che riportava tutti i centocinquanta salmi della vol­gata. Stetti giorni e giorni a battere a macchina i testi, ricopiati da un vec­chio breviario preso in prestito dalla biblioteca del Santuario, per poi ri­legarli sommariamente in una specie di libretto. Capitava che mio padre, incuriosito, sbirciasse cosa stavo combinando. A volte mi derideva bona­riamente come per dirmi:  "Ma come occupi il tuo tempo?”. Non ascol­tavo quasi più altra musica che quella sacra e questo non mancò d'essere notato dai miei acuti genitori e da generare qualche loro comprensibile preoccupazione. Oltre al canto gregoriano scoprii la polifonia. Da qual­che parte venni a sapere che un tempo, durante l'incoronazione papale, in Vaticano si cantava la Missa papae Marcelli di Pierluigi da Palestrina e corsi a comperarne il disco. La suora paolina, alla quale lo chiesi, me lo porse non nascondendo la sua antipatia per quel genere di canto. "Perché si comporta così?", mi chiesi. Non avevo ancora gli elementi per decodi­ficare questi bizzarri atteggiamenti.

E giunse anche il momento della Cresima. A differenza di molti, i miei genitori decisero di farmela fare un po' oltre l’età prevista. Frequentavo la preparazione al Sacramento nella parrocchia modernista. Ero inserito in un gruppo di ragazzi totalmente svogliati e demotivati. Il parroco, animato dalla migliore buona volontà, cercava di stimolarli. Stando tra loro mi pareva di vivere sulla luna. Ricordo ancora una delle domande del prete al gruppo, nel disperato tentativo di far nascere una sensibilità religiosa. La domanda rivela il livello di quei giovani, al punto che uno si chiede perché dovessero a tutti i costi cresimarsi dal momento che erano atei di fatto: “Non osservate il cielo e le stelle? Non notate che, forse, do­vrebbe esistere un’Intelligenza superiore per avere creato tutto questo?”. Non rispondevano, vagavano con lo sguardo ovunque, mormorando, snervati e inquieti per dover sottostare a tali "formalità". Evidentemente non eravamo neppure all’ “ABC”!

Il giorno della cresima ero pieno di fervore, sapendo che avrei ricevuto lo Spirito Santo, come tradizionalmente s’insegna. Ricordo che mi apprestai a ricevere il Sacramento con molta devozione ma avvertii, al contempo, che il quadro circostante dissonava notevolmente. I miei compagni di cresima spiccavano nei loro vestiti di festa, assieme alle loro "famiglie per bene". Una signora, debitamente istruita, fece un intervento iniziale dove pressappoco diceva: “Il sacramento della Cresima è un patto, ac­cettato il quale, questi ragazzi s’impegnano ad inserirsi in questa Comu­nità”. Di Dio, nella sua presentazione, non si ravvisava neppure un’ombra. Dello Spirito Santo meno ancora! La mia devozione, coltivata indipendentemente da quella parrocchia, stava iniziando a stridere e non si armonizzava affatto in quel contesto.

Al momento dell’omelia episcopale successe una specie di “finimondo”: un membro del consiglio parrocchiale - forse istigato dal parroco - prese la parola e iniziò a sgridare il presule perché, nel contesto cittadino e diocesano, la parrocchia si sentiva sempre più marginalizzata (non erano più i primi anni ’70 e iniziavano a muoversi alcune idee  “conservatrici” - non tradizionali! - sostenute da Giovanni Paolo II). Il vescovo, come se nulla fosse, disse che l’esperienza di quella parrocchia era ispirata al Concilio vaticano II e che i parrocchiani non dovevano inquietarsi. I gio­vani cresimandi dovevano essere ben felici di far parte di quel mondo. “Se tutto questo fosse maturato prima del Concilio, ecco, non sarebbe stato accolto. Ma ora le cose stanno in modo ben diverso”, disse il presule zufo­lando zuccherosamente. Ancora una volta non notai nessuna preoccupa­zione o riferimento diretto a Dio. Tantomeno allo Spirito Santo. Il centro di tutto erano gli uomini, le loro preoccupazioni umane e la loro ideolo­gia religiosa.

Pensai: “Loro vogliono ch'io m’innesti in questa realtà perché faccio la Cresima? Beh, farò differentemente!”. Questa decisione, alla quale mi mantenni sempre fedele, fu gravida di conseguenze per la mia vita fu­tura.





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