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mercoledì 18 luglio 2012

Ricordi (3)...


Basilica paleocristiana di sant'Eufemia (Grado)



Con la Cresima, si diceva tradizionalmente, si diviene cristiani adulti e “soldati di Cristo”. Certamente si doveva essere innestati nella Chiesa e, precisamente, in una concreta realtà di essa. Invece io iniziai ad essere un “apolide spirituale”. Non avevo altra scelta.

La mia decisione di non innestarmi nella parrocchia dell’adolescenza – che sinteticamente ed efficacemente definisco modernista – non m’impediva di mantenerne qualche contatto, ma modo mio. Un esempio. In casa avevamo l’abitudine mediterranea di pranzare sempre tardi. Così, finita la scuola, passavo un’ora al giorno da solo al pianoforte della chiesa modernista. Avrei potuto imparare a suonare bene, se lo avessi voluto. Imparai appena qualcosa per non infliggermi la sensazione tediosa di un’altra ora di scuola.

La mia scuola era impegnativa. Penso fosse una tra le più esigenti della città. Era un istituto tecnico che mirava a dare ai suoi allievi una formazione solida e specialistica. C’erano alcune materie particolarmente ostiche che assorbivano molte energie intellettuali.

L’ora di religione, al contrario, era vista come una specie di ricreazione. I docenti che si susseguirono in quegli anni non chiedevano quasi nulla ai loro allievi. Ne ricordo specialmente uno – ex religioso saveriano – particolarmente invelenito contro il Vaticano. Parlando dell’aborto, era giunto a considerare il feto come un nulla, dal momento che, a differenza della madre, non aveva una vita sociale. Il miglior docente di religione fu un sacerdote bonario ma per nulla esigente. Di lui mi rimase impresso un particolare. Ci confidò la sua più grande ossessione: subire una morte apparente e risvegliarsi sigillato in una tomba. Da quel che ne so, non ebbe tale triste sorte.

Sempre in quella scuola conobbi i “ciellini”, un movimento cattolico studentesco piuttosto conservatore. Qualche volta pregai con loro le Lodi mattutine, prima delle lezioni. Le recitavano in modo singolare: sembrava che, tra un versetto e l’altro di un salmo, non prendessero neppure fiato, tanto erano concitati, quasi fossero pulcini che pigolassero di dolore. Un loro commilitone era un mio compagno di classe. Era solertissimo ad inserirmi in cartella il mensile ciellino Litterae comunionis, da me mai richiesto. Il giorno dopo,  immancabilmente, mi chiedeva i soldi per la pubblicazione. Ritrovavo il suo giornale in cartella a mia insaputa e questo fino a quando non gli arrivò in faccia giornale e cartella. Allora, finalmente, desistette. Iniziai a vedere la mentalità di questo movimento negli atteggiamenti di quest’ingenui ragazzi, modellati come plastilina dai loro capi: se affermavi qualcosa che li confortava erano tutti pronti ad applaudirti. Se non li capivi o osavi dissentire, immediatamente non ti seguivano ed evitavano di spiegarsi per non contaminarsi con le tue differenti idee. Farti cadere nel silenzio era una delle tattiche clericaliste che avevano imparato meglio. Senza che nessuno me lo insegnasse, imparai da questi fatti cosa significa “ideologismo religioso” o “rigidismo cattolico”.

In occasione delle maggiori festività, nell’aula magna della scuola si celebrava una Messa. Non si era mai più di venti in tutto, nonostante la struttura scolastica fosse frequentata da qualche centinaio di ragazzi. La Messa era molto semplice, fatta sul tavolo dell’aula magna con alcune improvvisazioni da parte del prete e un accompagnamento musicale schitarrato da parte di qualche volenteroso studente. Giunto il momento, alcuni ragazzi, a turno, formulavano delle preghiere composte in precedenza. Tra loro c’ero anch’io. La freschezza dell’età aiutava a far dimenticare, in qualche modo, la banalità nella quale tutti assieme potevamo cadere, senza, per altro, rendercene minimamente conto.

L’esperienza della scuola tecnica mi lasciò una grande aridità interiore. Le uniche materie che avrebbero dovuto alimentarmi non erano in grado di farlo. L’ora di religione, se andava bene, era più che mediocre. Le ore delle materie umanistiche (italiano e storia) erano occupate da un docente ateo e comunista. Il suo, per giunta, era un ateismo di stampo sovietico alla vecchia maniera e, avendo visto in me un “paladino” della Chiesa, non mancava d’umiliarmi. Perciò riuscire a prendere la sufficienza in un tema d’italiano, era divenuta un’impresa da disperati. Oggi non mi sembra di scrivere male e ho raggiunto un poco di autostima sulle mie capacità espressive ma allora non era così. Il mio professore d’italiano allentò la sua acrimonia nei miei riguardi solo quando mio padre, dopo alcuni mesi di malattia, morì a causa di cancro. Allora non si oppose più di tanto e mi consentì di diplomarmi con una media nella quale incideva pesantemente il basso giudizio sulle sue materie.

Il funerale di mio papà fu celebrato dal parroco della chiesa modernista che conoscevamo bene. Il sacerdote aveva certamente idee religiose originali – qualcuno più semplicemente le definirebbe eretiche – ma, in quell’occasione, fu molto paterno. Non penso che altri sacerdoti – magari più ortodossi di lui – avrebbero avuto la costanza di porgere dei segni concreti d’aiuto per molti mesi, a partire dalla data di morte di mio padre. Lui lo fece e di questo si deve dare atto e tributargliene onore.

Qualche anno prima della morte di mio padre, la mia famiglia iniziò a fare delle piccole vacanze. Non erano grandi cose, ben s’intenda, ma per me, abituato a girare solo attorno alla mia città, era già molto. Nella storia della mia vita religiosa di quel periodo, furono particolarmente importanti due tappe: Grado e Venezia.

A Grado mi ci portavano anche nella mia infanzia nelle domeniche d'estate ma non si stava mai più d’una giornata di seguito. I miei genitori ricordano quando, piccinissimo, mi persi e fui ritrovato in lacrime da mio padre, nella cabina da cui si diffondevano gli annunci lungo tutta la spiaggia.
Grado è una cittadina rimasta sempre cara al mio cuore. Discreta e silenziosa, è come una culla adagiata nell’omonima laguna. Ma a Grado si lega, nel mio ricordo, anche il nome di monsignor Silvano Fain. A differenza della media del clero friulano, sempre piuttosto riottoso e selvatico, Silvano Fain era un signore d’altri tempi. D’umili origini, si badi bene, ma animato da quella gentilezza antica che non potrò mai dimenticare e che non si trova più. Il sacerdote, dal portamento assieme umile e solenne, era il miglior frutto  dell’educazione clericale di un tempo. Profondamente prete e integralmente uomo, appariva contemporaneamente nobile e popolare. Diveniva bambino con i bambini ed era perfettamente ieratico all’altare. Lo conobbi e ne rimasi quasi folgorato ma non ero l’unico a stimarlo. Ancor oggi nessuno lo dimentica e c’è chi passa sulla sua tomba accarezzandone la foto.

Un’estate la mia famiglia risiedette per una settimana a Grado, in un hotel della cittadina. Il portiere osservò che ogni mattina uscivo di corsa dall’albergo, poco prima delle sette, per poi tornare verso le otto quando, alzati, i miei genitori mangiavano nella sala della prima colazione, all’ultimo piano.

Il portiere informò mio padre del mio “strano” comportamento e quest’ultimo gli chiese il favore di seguirmi discretamente per capire dove mi cacciassi. Così, la mattina seguente,  fui pedinato a mia insaputa e fui visto entrare…. in una cappella poco distante per seguire una messa! Solitamente a celebrare era mons. Fain e riusciva a rendere speciale anche una messuccia che, di suo, non sembrava grande cosa.
Pronunciava i testi con distinzione e solenne gravità ma la sua voce era sempre una gentile carezza. Gli occhi abbassati, la persona composta e assorbita nel culto divino non potevano che colpire.

La generazione di questi preti, finché esistette, rese il passaggio tra il preconcilio e il postconcilio meno duro, dando l’illusione che le cose non fossero molto cambiate. Ma, appunto, era un’illusione! Per giunta, il monsignore aveva ancora conservato i vesperi nella consuetudine istriana, in latino, secondo l’ordinamento tradizionale. Era magnifico quando, alla fine degli stessi, cantava il “Benedicamus Domino”. Da quest’uomo in cui spiccava un’evidente devozione equilibrata e virile, anche l’ambiente riceveva calore. Ricordo le mattine estive del sabato, nella basilica paleocristiana invasa dalla luce dorata del sole. Anche le sue vetuste pietre irradiavano un calore che scaldava l'animo e non era semplicemente un calore termico.

Il suo anaffettivo successore non ha conservato nulla di lui e, mi confermano, essergli perfettamente contrario. E’, infatti, un prete delle “nuove generazioni”. La basilica, mi aggiungono, è divenuta una ghiacciaia e non perché non abbia il suo riscaldamento invernale!





  

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