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mercoledì 18 luglio 2012

Ricordi (4)...

La chiesa veneziana di san Simeone piccolo in un dipinto settecentesco



“Venezia val bene una Messa!” potrei dire, parafrasando un detto storico. E, infatti, per me fu così. Non so come ma, da un certo punto in poi, mi misi in testa di visitare la città lagunare. Ero stanco delle solite gite domenicali imposte da mio padre e iniziai a fare pressioni in famiglia per essere portato un po’ oltre. D’altronde, ero nell’età in cui i giovani viaggiano e non amano rimanere schiacciati in un angolo.

Mio padre per un poco resistette. Erano gli ultimi anni della sua vita e il male lo stava iniziando a debilitare causando in lui un precoce invecchiamento. Nessuno di noi, tuttavia, lo poteva sospettare. Alla fine cedette alle mie pressioni e, per qualche domenica, iniziò a farci visitare la città lagunare. Venezia non aveva l’atmosfera delle sobrie località friulane. Per certi versi era smaccata, giungendo ad essere addirittura volgare in qualche sua eccessiva manifestazione. Nonostante ciò, rimaneva una città di storia e d’arte e non se ne poteva non tenerne conto. Facemmo il solito giro turistico con la visita ai noti monumenti: piazza san Marco, la basilica, la chiesa della Pietà, il ponte di Rialto e poi, pian piano, c’indirizzammo verso la stazione; questa volta a piedi, dopo essere stati “rapinati” da un taxista all’andata.

Prima d'andare verso piazzale Roma, dove ci aspettava l’automobile, entrammo nella chiesa di san Simeone piccolo che notammo aperta. Mancavano dieci minuti prima dei vesperi domenicali e la chiesa era pregna d’incenso. Non sapevo dov’ero finito ma sentivo qualcosa di strano nell’atmosfera. Pregai pertanto i miei familiari di sedersi per la funzione imminente.

La chiesa di san Simeone piccolo, in quegli anni, era stata affidata dalla curia patriarcale ad un maestro di musica per tenervi dei concerti. In realtà, senz’alcun permesso venne, da quest’ultimo, aperta al culto. Fu un vero e proprio scippo! La liturgia che vi si celebrava seguiva le disposizioni preconciliari. La domenica, dunque, si officiava una Messa in latino con l'altare orientato tradizionalmente (verso l'Oriente) e un vespero ugualmente in latino secondo le rubriche dell'ultima edizione del Breviario tridentino. L'anziano sacerdote officiante era un friulano, da tempo residente nella città lagunare per motivi di studio: don Siro Cisilino.

Assistetti a tutto il vespero con mio padre che scalpitava dall'ansia di partire e mia madre che cercava di tranquillizzarlo. Quest'occasione rappresentò una porta che si aprì su un altro mondo, quel mondo che non avevo ancora conosciuto. Al fondo della chiesa vidi degli stampati informativi. Ne portai via qualche copia. Gli scritti rivendicavano, con linguaggio giuridico, la legittimità delle celebrazioni antiche e si opponevano alle riforme postconciliari definite, quanto meno, ereticheggianti. Paolo VI sarebbe stato reo di un vero e proprio scempio avvenuto nel postconcilio e riguardante la liturgia, il dogma, la morale e i costumi...

Non ci capivo gran che ma intuivo che quei signori non avevano tutti i torti, dal momento che, dal mio punto di vista, avevo visto alcune cose che sinceramente non quadravano. Decisi di mantenere una posizione mediana in cui accettavo qualcosa di quanto dicevano ma non rinunciavo a mantenere i piedi nel mio mondo precedente. Era una situazione realmente complessa e non era possibile fare altrimenti. Esorbitava, e di molto, le mie possibilità di comprensione e m’intimoriva se mi avesse richiesto posizioni estreme.

Giunsi a Venezia qualche altra volta per assistere alla Messa a san Simeone piccolo. La si eseguiva con uno stile pomposamente barocco. Il presbiterio era pieno di persone adulte in veste e cotta. Spiccava pure un tronfio mazziere con tanto di ferula. I  canti erano in gregoriano. Ricordo che si celebrò la Messa di san Pietro in vincoli. Era certamente un bello spettacolo estetico e, usciti di chiesa, si aveva l’impressione d’aver visto qualcosa d'unico. Tutto ciò era in grado di lasciare qualche traccia nell'animo, se non altro perché rispondeva a criteri d'ordine artistico. Canti e musica erano ben eseguiti e i paramenti erano scelti con cura.

Tornando qualche altra volta, quand’era possibile, notavo, tuttavia, che gli inservienti all’altare non erano mai gli stessi e questo mi sembrò strano. Arrivava qualcuno, rimaneva per un poco e poi spariva nel nulla. Tutto il contrario di quello che succede normalmente in una parrocchia. Non sapevo ancora, infatti, che quella era una realtà improvvisata, nata da una rivendicazione piuttosto "selvaggia", che aggregava persone di vario genere, non sempre con intenzioni perfettamente spirituali.

Nel frattempo, ero soddisfatto di tutto ciò, perché mi forniva un ulteriore riferimento; un'altra tessera per decodificare la complessa realtà religiosa cattolica. Per giunta, avevo toccato la “galassia tradizionalista”. Galassia, appunto, perché composta da molti mondi, alcuni pure molto strani. Quella chiesa divenne famosa, quando vi celebrò mons. Marcel Lefebvre facendola divenire una specie d'icona del tradizionalismo cattolico veneto.

La morte di mio padre gettò la mia famiglia in un periodo d’incertezza. Il mio vecchio mondo era crollato e io mi ritrovavo un po’ più solo. Mio papà con le sue ironie, a me allora incomprensibili, non c’era più. Colmai la mia solitudine e la mia esigenza religiosa frequentando una scuola teologica nella mia città, dal momento che non riuscivo a trovare subito un lavoro.
Sì, lo avevo progettato. Una delle ultime volte che vidi mio padre, sul letto d'ospedale, mi chiese cosa avrei fatto un domani. "Forse l'insegnante di religione", gli risposi. Lui, con mia grande sorpresa, annuì serenamente col capo e placidamente si assopì.

Stavo cominciando a divenire religiosamente esigente. Iniziando questo nuovo corso di studi, speravo di mettere un po' d’ordine a tutto quell’insieme d'elementi che s'erano come affastellati nel mio spirito. Soprattutto speravo di capire meglio cosa stava succedendo nel mondo Cattolico e questo era, per me, di primaria importanza. Non è che non avessi avuto già qualche riferimento, ma era decisamente troppo poco.
Poco prima degli studi, mi ero comperato un libro di “mistica carmelitana”. La spiritualità di san Giovanni della Croce mi piaceva. Ma anche questo era destinato a rimanere infruttuoso, dal momento che non avevo un metodo, un orientamento efficace e delle persone formate in grado di darmi un’impostazione.

Nella mia scuola di teologia c’erano anche dei ragazzi che sarebbero divenuti preti. Qualcuno di loro, ora insegnante, mi accolse dicendo: “Oh! Finalmente qualcuno che, venendo dal mondo, ci porterà una ventata di concretezza e d'aria fresca!”. Non mi accorsi che celiava. Infatti ero un ragazzo molto semplice, con una mentalità quasi elementare, per molti versi ancora immaturo. “Odoravo di casa” distante dieci chilometri, non di mondo, e questo, evidentemente, loro l’avevano capito.

Nonostante ciò, quegli studenti credevano realmente che la cosiddetta “concretezza del mondo” sarebbe loro stata utile e che quell' "aria fresca" fosse indispensabile. Io, viceversa, ero molto concentrato nelle realtà spirituali e pensavo che quella scuola mi avrebbe aiutato ad approfondirle. In realtà io e quell’ambiente viaggiavamo su due binari, se non opposti, almeno  paralleli.  

Iniziai, così, il mio primo anno teologico senza sapere che stavo andando incontro a molte sorprese e a qualche amara delusione.



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