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mercoledì 18 luglio 2012

Ricordi (5)...

Località di Ecône, in Vallese (CH). Il seminario internazionale san Pio X fondato da mons. Marcel Lefebvre




La scuola teologica da me frequentata era ospitata in quelli che furono i locali del Seminario diocesano, fatti co­struire dal vescovo Giuseppe Nogara attorno agli anni ’50. Il complesso è grandioso. A suo tempo ospitava 360 seminaristi, rigidamente suddivisi in classi, aveva un ampio refettorio, una grande cappella con un prege­vole mosaico illustrante gli ordini minori e maggiori e una serie di aule disposte al pian terreno. Era strutturato su tre piani e l'intero stabile era a forma di ferro di cavallo. All’interno c’era un ampio giardino cinto da un alto muro.

I seminaristi erano tanti perché provenivano da una delle diocesi più grandi d’Italia, il cui territorio si estende dai monti al mare. Ai tempi del vescovo Nogara, in quel seminario, c’era una disciplina ferrea. Non era consentito ad un seminarista incontrare o parlare con un altro di classe diversa dalla sua. I ragazzi, poi, dovevano sempre rimanere in gruppo per evitare le cosiddette “amicizie particolari”. Non era consentito ad alcuno di sgarrare dalla disciplina. Si era giunti al punto da espellere un ragazzo perché aveva il torto d’aver ricevuto, da parenti emigrati in America, della frutta avvolta su una carta di giornale sulla quale era illustrata una donna con un ampio decolleté. I parenti americani commisero quell’ingenuità per la loro differente mentalità ma senz’alcuna malizia.
Il rigore riservato al Seminario maggiore non era molto dissimile da quello praticato nel Seminario minore, situato in una zona collinare pochi chilometri fuori dalla città. In quel Seminario il parroco della chiesa modernista, quand’era un giovane responsabile di classe, ebbe il coraggio di fare al rettore un’interessante osservazione: “Ma perché questi ragazzini, appena arrivano, hanno le guance colorate e sono sorridenti e poi, dopo alcuni mesi, impallidiscono e non ridono  più?”. Fu punito per tanto ardire.

Tuttavia, ai tempi del Concilio vaticano II, iniziarono i primi fermenti e con essi le prime rivolte. Nel 1965 il rettore di allora fu costretto ad espellere in blocco ben tre classi per insubordinazione per un totale di non meno di 60 allievi. Rapidamente il seminario si svuotò. Si dice che, nei primi anni ’70, i superstiti, una quindicina in tutto, avessero allestito una biblioteca marxista in una stanza al fondo di uno dei lunghi e bui corridoi della struttura. Non vestivano più la divisa talare, preferendo i maglioni col collo dolcevita, e si aggiravano per gli ambienti muniti di radio a transistor, allora particolarmente di moda. Il rettore  aveva imparato a fare “buon viso a cattiva sorte”, pur di non perdere chi rimaneva.

Nel periodo in cui decisi di studiare teologia, i ragazzi che volevano di­venire preti erano ospitati nelle stanze di un corridoio a “L” al terzo piano. La cappella veniva spostata ogni anno con irrequietudine. All’inizio, comunque, era adattata in una ex aula al pian terreno. Se nella parrocchia modernista della mia adolescenza il turibolo era semplice­mente negletto, qui faceva la parte dell’impiccato: lo si era adattato a lampada per il tabernacolo, con un cero all’interno, e pendeva dal sof­fitto.

Il mio primo anno di studi ero lungi dal prestare attenzione a questi se­gni. Non volevo rassegnarmi all’idea che, pure quel posto, non valesse gran che per cui vedevo solo quanto ritenevo positivo. E fu così che no­tai, tra gli oggetti lasciati da un seminarista morto l’anno prima in un in­cidente, un disco di canto gregoriano. Non era della famosa abbazia di Solesmes ma di quella di Fontgombault. Quel nome non mi diceva an­cora nulla ma il canto, che riprendeva il proprio della dedicazione di una chiesa, mi piaceva particolarmente. Mi parve il canto più dolce e appro­priato che si potesse eseguire. Il coro, poi, lo porgeva in una forma ec­cellente, con molta unzione e pietà. Non mi accorsi, però, che il mio in­dugiare su queste cose non era per nulla un segno di positiva distinzione all’interno di quell’ambiente. Passai, dunque, per un tontarello un po’ nostalgico, pericolosamente legato a forme passatiste.

L’atmosfera della scuola era molto gaia. Gli insegnanti facevano di tutto per parere simpatici e la teologia insegnata seguiva la corrente rahne­riana, sull’onda dell’esistenzialismo filosofico moderno. Quando parte­cipavo alle messe, lo stile era molto giovanilistico con smaccate simpatie per i canti di Taizé o per quelli latino-americani.

I ragazzi non sembravano affatto teologi. I seminaristi, poi, avevano un’idea molto personalistica di sacerdozio e non condividevano quasi nulla delle impostazioni tradizionali. Non era passato neppure un mese da quando avevo iniziato i miei corsi che sorpresi uno di loro, oggi noto biblista, mentre “squaquarava” con altri sul mito degli angeli; essi in realtà non esisteva poiché erano solo una modalità con la quale Dio si manifesta biblicamente. Immediatamente ricordai la preghiera che facevo da bambino con mia mamma: “Angele Dei qui custos es mei…”. Fu un violento contrasto!
Me ne ricordo un altro, amante della chiesa sudamericana e della teologia marxista della liberazione. Era di­venuto l’idolo di tutto quell’ambiente per la sua visione sincretistica e la sua religiosità folcloristica. Attorno ai vent’anni aveva deciso d’andare in India per seguire una supposta “via spirituale”. Laggiù era divenuto di­scepolo di un maestro Indù e, in seguito, ebbe esperienze con una donna che praticava la filosofia tantrica. Quando tornò per la visita di leva, i militari non credevano ai loro occhi. Davanti a loro stava un indiano, non un friulano! Videro un ragazzo con i capelli lunghi, trattenuti da un tur­bante, i piedi stretti in babbucce esotiche, con una camicia lunga fino ai ginocchi e i calzoni a sbuffo…

“Mi allontanai dal maestro indù perché era un demonio”, mi confessò senza scendere in ulteriori particolari. Nello scassatissimo volo charter che lo riportò in Friuli, leggendo la Bibbia, il ragazzo sosteneva di tro­vare in ogni suo passo la prova della reincarnazione. Giunto in patria, sposò rapidamente le idee di una parte del clero diocesano il quale so­stiene che il popolo, nei suoi valori primigenii, è come un vangelo incar­nato; non serve insegnargli nulla ma, piuttosto, è necessario imparare da esso. Una sorta d’ideologia populistica, insomma. Con questo pedigree egli decise di divenire prete. Fu accolto con gioia, dal momento che por­tava molta “aria fresca”, come sosteneva qualcuno. Io non sapevo nulla di tutto ciò perché vivevo nel mio mondo di tontarello. Nonostante ciò, rimasi piuttosto turbato quando, entrando nella cappella, vidi il fu­turo prete recitare i mantra e cantare “Ohmm”. Ricordo che ciò fu la mia prima amara sorpresa. Ma ne dovevano seguire altre.

Comunque più il tempo passava, più, per i responsabili di tale scuola, navigavo in brutte acque. Infatti la domenica avevo l’abitudine di can­tare in una delle pochissime chiese diocesane in cui si tenevano i vesperi tradizionali in latino. In realtà, in quella chiesa, il parroco, per non avere troppe rogne, aveva adattato i vesperi tradizionali allo schema della Li­turgia Horarum, il “breviario” rinnovato voluto con la riforma liturgica. Ne saltava fuori un ibrido ma comunque sufficiente da infastidire l’intellighentia progressista diocesana. Poi, peggio ancora!, in quella chiesa si celebrava ancora rivolti ad Oriente,  anche se si utilizzava il messale rinnovato. Così, oltre ad amare il canto gregoriano, sostenevo ambienti retrivi, cosa che non poteva essere sopportata! Mi consiglia­rono, allora, d’aiutare una parrocchia più moderna. Più che un consi­glio era un obbligo, dal momento che, se rifiutavo, sarei caduto in di­sgrazia. Accettai ma non fui all’altezza della situazione, non avendo mai avuto esperienze come catechista ed essendo ancora un po' immaturo e fragile nelle relazioni verso il prossimo. In quel frangente capii che era meglio per me galleggiare poiché, se affondavo, dovevo vedermela da solo. Capii, così, d’essere ancora solo, forse, ora, più solo e cominciai a sentirmi a disagio.

Lungo il secondo anno, conobbi un signore che era solito pranzare nel re­fettorio degli ospiti. Fu un incontro casuale. L’uomo, sulla sessantina, era un funzionario statale obbligato a sostare nella mia città per lavoro. Il week-end rientrava a Mestre, dove abitava. Aveva un animo gentile e amava ascoltarmi. Almeno così pareva. In tal modo, iniziai sovente a salutarlo, soffermandomi per qualche chiacchiera di circostanza. Costui conosceva un altro signore, un ricco industriale ittico di Chioggia, il quale era particolarmente legato al movimento di mons. Marcel Lefe­bvre. Di questo vescovo francese avevo sentito parlare molto poco e male. Il funzionario statale, al contrario, mi descrisse l’opera del vescovo in modo positivo e mi disse che l’altro signore sarebbe stato contento d’invitarmi ad un viaggio per conoscere il Seminario svizzero d’Ecône, sede e irradiazione del tradizionalismo cattolico. Probabilmente era “ca­rità pelosa”: sperava di conquistarmi al movimento o, meglio, farmi en­trare in quel seminario. Non avendo gran che da perdere e, anzi, guada­gnandoci un viaggio e un'interessante esperienza, decisi d'accettare. Fu così che conobbi l’opera del vescovo tradizionalista e il vescovo stesso.

L’occasione fu data dalle ordinazioni sacerdotali del 29 giugno. La mac­china con i due accompagnatori mi aspettava. In poche ore attraver­sammo la pianura padana e il valico delle alpi. Giungemmo a Sion, poi a Martigny e, in seguito, fu la volta di Ecône, località agreste ai piedi di un monte, un tempo possedimento dei canonici del san Bernardo.

Il seminario aveva parecchi seminaristi in veste talare che scattavano or qui or là come soldati per sopperire a varie incombenze. L’atmosfera era molto volontaristica, poteva dirsi gesuitica, ma dei gesuiti di un tempo passato. Tutto era ordinato, fin nei minimi particolari. Qualcuno cono­sceva già i miei accompagnatori e li accolse gioiosamente.

Vidi per la prima volta monsignor Lefebvre la vigilia della festa, ai primi vesperi pontificali. La liturgia aveva tutto il fasto che un tempo si riser­vava a queste occasioni. Il vecchio vescovo, seppur solennemente vestito, era un uomo semplice, dal tratto addirittura amabile. Si capiva essere un uomo di preghiera assolutamente aggrappato alle sue convinzioni che non avrebbe mollato per nulla al mondo. Normalmente era sereno, addi­rittura gioioso. Una sola cosa lo intristiva fino a farlo indignare: l’oblio delle tradizioni nel mondo cattolico, quelle tradizioni che, ne era con­vinto, erano l'anima e la vera essenza della Chiesa.

Personalmente ritengo che chiunque avesse incontrato mons. Lefebvre non avrebbe potuto non stimarlo, anche se non concordava con le sue vedute. Era, infatti, un uomo integro e coerente, disposto a pagare tutto pur di rimanere in quanto gli era stato insegnato di credere. Sì, lui era di­sposto a pagare, molti altri decisamente no…

Da lui imparai un elemento fondamentale: nella Chiesa l’autorità umana è sempre secondaria, essendo sottomessa ad un Credo o ad un depositum fidei ricevuto che forma il senso della cosiddetta tradizione. Quest’autorità umana, anche al suo più alto grado, non può che servire questo depositum, non cambiarlo o stravolgerlo. Ed è a partire da questo punto che i cammini tra Lefebvre e il mondo cattolico riformato si diva­ricano. Mentre il primo, in nome del depositum fidei rifiuta il concilio Va­ticano II ritenendolo un tradimento a dei dati essenziali, il secondo in nome di un adattamento del depositum al mondo moderno, rifiuta lo "stadio tridentino" della Chiesa cattolica ritenendolo una forma storica contingente, oramai sorpassata. Ma, sempre per lo stesso principio, il Cattolicesimo riformato pone le basi per ulteriori evoluzioni che potrebbero coinvolgere molto più che semplici dettagli. Sono due posizioni fondamentalmente inconciliabili delle quali i recenti tentativi di dialogo hanno dimostrato ancora una volta l'incompatibilità.

Infatti, le posizioni della parrocchia modernistica della mia adolescenza, coerentemente sviluppate dai presupposti conciliari, non possono amal­gamarsi con quelle tradizionali. Ed è qui che si spiega l’antipatia, se non proprio l’innaturale odio che io trovavo in molti chierici e religiosi verso tutto ciò che rimandava ad un mondo tradizionale. Il mondo tradiziona­lista cattolico mi fornì le chiavi d’accesso per comprendere quest’insanabile contrapposizione che neppure il palliativo artificiale dell’ “ermeneutica della continuità”(1), inventato da Benedetto XVI, può veramente risolvere.
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1)   L’ “ermeneutica della continuità”, com’è noto è un tentativo di leggere il pre-concilio e il post-concilio in una soluzione di continuità, derubricando even­tuali contraddizioni come elementi totalmente secondari e storicamente con­tingenti ad un’epoca oramai passata.






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