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giovedì 19 luglio 2012

Ricordi (6)...

Abbazia di N.D. de Fontgombault - Indre et Loire (Francia)



La fine del primo anno di studi teolo­gici iniziò a coincidere, dunque, con una coscienza sempre più lucida della realtà. Non dico certo che quella scuola non mi abbia dato elementi positivi e che in quell’ambiente tutto fosse stravolto. Certo è che, se mi affidavo solo a quanto mi arrivava dagli insegnanti, non avrei fatto molta strada. Notavo, ad esempio che, per quanto riguarda la liturgia, ci tra­smettevano dei principi molto alti e i discorsi non mancavano d’essere più di una volta interessanti. Ma misuravo una discrepanza insanabile tra certe frasi pronunciate a scuola e la pratica. Se la liturgia è il "culto che la Chiesa offre al Padre attraverso Cristo nello Spirito Santo", perché, allora, tale culto scadeva spesso nella sciatteria e nella disattenzione ed era odioso di ogni elemento tradizionale nato dalla devozione? Non me lo potevano di certo dire, dal momento che erano contraddizioni insana­bili che si continuavano e si continuano a porre e che indicavano e indi­cano di certo una dicotomia tra il dire e il fare. Questa dicotomia, d’altronde, non tardava a manifestarsi anche in altri campi della teologia e spingeva la persona, senza dirlo chiaramente, ad assumere molte facce a seconda delle situazioni. Ad esempio, davanti a chi disprezzava certe devozioni personali si era spinti a fare lo stesso ma, immediatamente, si doveva manifestare il contrario se, in un contesto diverso, era richiesto differentemente. In ultima analisi, si finiva per formare coscienze dispo­ste ad adattarsi anche a realtà opposte, piuttosto che coltivare personalità coerenti, stabili e riflessive.

Ma quello che, a mio avviso, era il limite più pesante di quel sistema - che non è cambiato - era un invito implicito ad apparire, ad essere la ve­trina che il mondo richiedeva al momento. Se poi, nel proprio intimo non si concordava o si fosse tutt’altro, questo non era un problema che ri­guardava la Chiesa. Fu l’aver capito sempre meglio l’esistenza di questo “principio-motore” che mi disaffezionò totalmente a quel genere di scuola e che, alla fine del terzo anno, me la fece abbandonare.

Ciononostante, posso dire d’aver avuto anche momenti lieti. La gio­ventù, d’altronde, riesce a trovare vivi momenti di spensieratezza e di gioia anche nelle situazioni più complicate.

I momenti lieti si alternavano ad altri di grande perplessità che nasce­vano dai più disparati eventi. Ricordo, ad esempio, una festa di carne­vale in cui i ragazzi del liceo s’unirono agli studenti teologici, vestendo i paramenti classici della Chiesa e le mitrie canonicali, sotto lo sguardo benevolo dei responsabili di allora, oggi promossi a maggiori responsa­bilità. D’altronde, nella soffitta dello stabile che ospitava le suore si tro­vava veramente di tutto e proveniva, probabilmente, dalla vecchia sacre­stia della chiesa del seminario, svuotata in tutta fretta attorno alla fine degli anni ‘70. La soffitta era divenuto il luogo delle “razzie”. Io stesso, un giorno, notai che una suora stava asportando un ricamo da una chi­roteca episcopale per applicarlo su uno stolone. D’altronde, si pensava che quanto stava nella soffitta erano “cose vecchie” nel senso dispregia­tivo del termine.

Osservando ciò, quello che mi dava fastidio non era tanto la scelta di uno stile discutibile quanto che, in ogni scelta fatta, c’era una latente o evi­dente contrapposizione con il mondo appena passato come un figlio che, crescendo, non smette di “maledire” il proprio padre. Ho sempre trovato tutto ciò malato e ammalante.

Per questo, dal mio secondo anno di studi, cercai situazioni religiosa­mente più sane, pur continuando a frequentare per un po’ quel genere di scuola.

Fu così che incontrai il mondo monastico benedettino. Quando andai a Venezia, una delle prime volte, ne fui sfiorato: sull’isola di san Giorgio Maggiore si trovava un’abbazia con una comunità che, al tempo, pareva abbastanza florida, retta dall’abate Zaramella, uomo pio ma privo di autorità. Durante i miei studi teologici ebbi modo di visitarla ma colsi l’insofferenza dei giovani monaci verso ciò che rimaneva di tradizionale, qualcosa a cui oramai mi ero abituato mio malgrado. Poi, fu a causa pro­prio di loro che quel monastero dovette chiudere per dieci anni i suoi battenti ai visitatori, in seguito ad incresciosi fatti che non sto a narrare.

Nell’arco di pochi mesi, venni a contatto con un altro monastero, deci­samente migliore e situato poco fuori Firenze, sulle colline verso Fiesole: santa Maria di Gricigliano. Questo monastero, filiazione del monastero francese di Fontgombault, aveva la Messa rinnovata ma praticata in modo da sembrare quella antica (tutta in latino e celebrata verso Oriente). Frequentai quella comunità a lungo, al punto che i monaci si chiedevano se vi volessi entrare. Assaporai cosa poteva significare una preghiera nella quale non c’erano improvvisazioni, banalizzazioni, con­trapposizioni e atteggiamenti dicotomici. In quel monastero ci si rassere­nava e si poteva ben dire, come padre Placide Deseille, d’essere spiri­tualmente felici. Il breviario, d’altronde, ricalcava l’ordine che ne fece di­rettamente san Benedetto, sedici secoli prima.

Grazie a questo monastero stavo iniziando ad entrare in un mondo diffe­rente, che neppure il tradizionalismo cattolico mi consentiva, dal mo­mento che era sostanzialmente erede del mondo uscito dal concilio di Trento. Nel monastero si avvertiva l’esistenza di un “livello” precedente. Se il mondo cattolico è come una città costruita strato su strato, il mondo monastico tende ad essere lo strato vivente più antico. Purtroppo il mo­nastero, approvato dieci anni prima dal cardinale friulano Florit, fu sop­presso per mancanza di vocazioni e i monaci ritornarono in Francia. Non mi restò che recarmi a Fontgombault, cosa che feci più volte ricavandone sempre una grandiosa impressione. La liturgia, in quel posto, è realmente la punta più alta dell’estetismo cattolico. Uno spettacolo nel senso sacro del termine anche se, pian piano, notai che l’atmosfera non mi faceva bene. La giornata era  divisa in un modo tale da darmi l’impressione d’essere in una fabbrica con molti turni, davanti ad una catena di montaggio. Credo che un'organizzazione così schematica, in modo quasi ossessivo, che non dava ai monaci neppure lo spazio per un riposo pomeridiano, finisse per appesantirli. L’atmosfera, infatti, era un po’ tesa. Molti religiosi, pur essendo uomini di grande pietà e fedeltà, finivano per divenire ap­prensivi, non molto sereni e lo manifestavano nello sguardo e nelle espressioni del volto…

Contemporaneamente al mondo monastico latino, che amavo nonostante qualche suo limite, iniziavo a conoscere il mondo bizantino che rifletteva qualche suo elemento. All’inizio i contatti furono molto sporadici e si li­mitavano agli incontri ecumenici ai quali, noi studenti di teologia, era­vamo invitati ad assistere.

Ricordo uno dei miei compagni di studio, più grande di me di diversi anni. Eera divenuto amico di padre Timotheos, un anziano archi­mandrita che reggeva la parrocchia greco-ortodossa di Trieste. Fu attra­verso lui che conobbi quel prelato, molto rispettoso verso il mondo cat­tolico e particolarmente apprezzato nella città in cui svolgeva il suo mi­nistero. Di fatto, padre Timotheos era un sacerdote quasi “unito” a Roma e, nel suo piccolo, sapeva trasmettere serenità, semplicità e profondità. Anche in lui, come nel mondo monastico tradizionale latino, non esisteva alcuna dicotomia tra passato e presente al punto che la Divina Liturgia bizantina, sostanzialmente identica a mille anni fa, poteva sembrare in­ventata ieri. Nel mondo bizantino ritrovavo quel rispetto delle tradizioni e quell'ordine ecclesiastico che rimetteva le cose al loro posto. Anche qui si pensa che l'autorità umana non è mai fine se stessa, non deve reggere capricciosamente la Chiesa ma farsi serva della tradizione dalla quale ri­ceve senso e valore. Un principio che, anni prima, avevo sentito dalla bocca di mons. Lefebvre, in un contesto evidentemente diverso.

Cominciavo, dunque, a ricevere elementi positivi, a prescindere dalla mia istituzione teologica, e questo era il segno che, se volevo uscire da insanabili situazioni, non potevo rimanere dov’ero.  
 


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