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giovedì 19 luglio 2012

Ricordi (7)...



Chiesa dell'Istituto Renati in via Tomadini a Udine ( © Google Maps)





Oggi, dopo alcuni anni, le cose mi paiono abbastanza chiare. Non così era allora. Avevo, sì, individuato al­cuni elementi di fondo, in grado di spiegare cosa stava succedendo. Avevo capito che certe situazioni erano istituzionalmente malate. Ma non potevo fare una scelta netta. Non la potevo neppure ideologica­mente sostenere.

Continuai a frequentare le realtà precedenti cercando, contemporanea­mente, situazioni più sane ma non così esigenti da sconvolgermi gli equilibri acquisiti. 
Oramai non coinvolgevo più la mia famiglia nelle questioni religiose, che ritenevo strettamente personali. Evitavo di confidare a mia mamma quanto stavo vedendo credendo che, forse, non lo avrebbe capito. Ma le mamme, si sa, sono sempre mamme. Hanno un sesto senso e anche se non entrano in questioni complesse, ne colgono il nocciolo. La mia, poi, ha sempre avuto una sensibilità  particolare. Ricordo che nutrivo una certa venerazione per il mio vescovo diocesano, uomo di grandi utopie riformatrici ed entusiasmi adolescenziali. Un giorno andammo assieme in episcopio a trovarlo. Lui ci ricevette cordialmente e si felicitò con la mia scelta di studiare teologia. Mia madre fece la faccia strana per tutta l’udienza, al punto che il vescovo la dovette incoraggiare. 

Dopo diversi anni mi confidò: “Ti vedevo come un cagnolino che sbat­teva la coda, davanti a quell’uomo. Ma a lui, di te, non gliene fregava nulla. Me ne accorsi subito”.
Touché! Tutto questo lo capii a mie spese impiegandoci molto tempo e si sintetizza con questa frase: se stai a galla, buon per te; se affondi ti lascio e sei solo! Lei lo aveva intuito immediatamente.

Nella mia scuola non cessavo di creare apprensioni a qualche responsa­bile. Oltre ad avere pericolose curiosità tradizionaliste, oltre a “perdere tempo” nei monasteri, ora mi disperdevo pure occupandomi di “cose bi­zantine” che, in quel contesto, non potevano che significare “cose astruse”! Cercavano di rimettermi nella “retta via”, soprattutto quando mi consigliarono di fare del volontariato in un centro di handicappati retto da un diacono, ottimo organizzatore ma dalla personalità abba­stanza discutibile. Purtroppo notarono che gli stavo resistendo sempre più. “Tu sei come quella lega di metalli che si usa nelle casseforti: più si cerca di lavorarla, più s’indurisce”, mi dicevano. In realtà mi convince­vano sempre meno e stavano spegnendo ogni mio residuo entusiasmo nei loro riguardi.
L’insegnante di liturgia, fiero partigiano per le innovazioni, una volta ci confidò: “Mi piacerebbe creare una polizia liturgica”. Sembrava rivelasse la sua anima più profonda manifestandone tutta l’intolleranza. “Ha bisogno di aiuto?” gli chiesi scherzando. “Tu taci che saresti il primo ad essere messo in prigione!”, mi rispose. Era serio.
Quando un giorno mi videro con un pregevole libro liturgico in greco e italiano, stampato a Grottaferrata, qualcuno mi fece una mezza scenata dicendo: “Ma cosa vai a cercare?”.
Negli scantinati della biblioteca arcivescovile c’erano dei libri liturgici tradizionali, alcuni pure ottimamente conservati. Scoprire quel mondo era, per me, una gran novità. “Cosa giri con quei libroni? Pensa piuttosto alla salute!” mi gridava qualche compagno di studio che tutti noi soprannominavamo “Gargamella” per la sua straordinaria somiglianza con l’omonimo cartone animato.
Gli sguardi che ricevevo erano quanto meno allibiti, soprattutto quando sapevano che ero appena tor­nato da uno dei miei monasteri tradizionali. Era sempre più evidente che non ero una tessera adatta al loro puzzle. E, d’altra parte, non mi facevo incutere dei sensi di colpa per cose che erano perfettamente legittime e rispondevano ad un mio profondo bisogno intellettuale e spirituale.

In compenso, il ragazzo che cantava mantra era il loro prediletto, la loro consolazione! Lo ordinarono sacerdote e, dopo qualche anno di mini­stero in un centro balneare, gli diedero il permesso d’andare in  America latina per un’esperienza ecclesiale. Era una sorta di “promozione”. Di ritorno da lì, lo vidi in cattedrale, luminoso e felice, con una collana di denti d’orso al collo ad una concelebrazione episcopale. Il prediletto  chiamava il suo vescovo col semplice appellativo di “Fredo”, come se fosse stato il suo compagno d’osteria. Quest’ultimo si divertiva davanti a tanto bel spettacolo. Era inutile correggerlo: per lui i titoli e il rispetto erano pure formalità alle quali si opponeva con un “Siamo o non siamo tutti fratelli?”. In quel contesto, poi, mi fece una confessione: “Sai, non posso togliermi questa collana perché è un dono. Ogni dente scaccia un demone diverso”. A raccontarlo non vi si crederebbe, ma disse esattamente così. “ça c’est du paganisme!”, esclamò scandaliz­zato qualche monaco di Fontgombault quando gli raccontai i presenti fatti…

In quel posto non erano di certo tutti pittoreschi come lui ma il suo caso sta ad indicare la direzione nella quale guardavano gli uomini di quella Chiesa. Credo non siano cambiati neppure oggi, dopo aver visto che il loro prediletto ha voltato loro le spalle abbandonando il sacerdozio e sposandosi una sudamericana.
 
In quegli anni Giovanni Paolo II aveva concesso il famoso “indulto”, un permesso limitato con il quale alcuni gruppi, in accordo con le curie, potevano usufruire della Messa latina nel rito romano antico. Anche nella mia città si costituì rapidamente un gruppo simile. All’inizio mi ci accostai aiutandolo discretamente, poi, con il passare del tempo, sempre più apertamente. La messa si teneva in una chiesa allora appartenente ad un ordine di suore, presso l’Istituto Renati. Pensando all’utilità dell’iniziativa cercai in tutti i modi di sostenerla, mettendo a disposi­zione energia e tempo. Ricordo che arrivavo il sabato sera per disporre la chiesa in modo che fosse sistemata per il giorno dopo. Se di sabato in­contravo qualche suora, che mi guardava come fossi un fantasma uscito da un armadio, la domenica al momento della messa sparivano tutte, forse per non farsi coinvolgere – o contaminare? – dall’avvenimento. In questo modo manifestavano una malcelata opposizione a cose che dove­vano sopportare, dal momento che la curia glielo chiedeva. Era un dejà-vu!

Ma dovevo imparare ancora un’altra cosa della quale ringrazio i membri di questo gruppo, o almeno alcuni tra essi. A differenza dei monasteri nei quali andavo, in cui la vita liturgica era parte armoniosa dei monaci, qui respiravo un’aria abbastanza artefatta. So che non in  tutti i gruppi di questo genere c’è tale caratteristica, ma qui esisteva e, forse, è ancora presente. Il suo promotore, un uomo che difendeva la liturgia tradizio­nale a spada tratta con le armi del diritto, in realtà non capiva niente di spiritualità liturgica, quella che nutre la devozione di un monaco, per intenderci, e che è la radice della liturgia stessa. Nella sua mentalità sem­brava che tutto si dovesse esaurire in una sorta di “cose da fare”, com­piute le quali ci si era sgravati la coscienza e, forse, si aveva acquisito pure qualche merito dinnanzi a Dio. La messa si doveva fare in “ottem­peranza alle prescrizioni stabilite dal Sommo Pontefice”. Sì, ma il “dot­tore della legge” pareva non dare importanza al solare fatto che, teori­camente, il legislatore può cambiare la legge – come successe con Paolo VI – e allora a cosa ci si attacca? Anche qui pare vigere lo sterile principio dell’autorità a fondamento di tutto, quando, invece, è la tradizione che da forza e fondamento all’autorità stessa. 

La mia solita mamma quando, anni fa, intravide tale promotore, ne ebbe una pessima impressione. Potevo mai darle torto? Diverse volte costui serviva messa con tanto di veste e cotta. Mal tollerava che un prete si potesse sbagliare nell’esecuzione del rito e poteva scattare platealmente davanti all'incertezza di un celebrante.  Per qualsiasi cosa costui diceva: “Si faccia”, non  “Puoi, per favore, farla?” né, tantomeno, “Facciamola assieme!”. Lui non si sporcava mai le mani, forse perché si riteneva ap­partenente ad una classe feudale superiore?

Questa mentalità del “privilegio feudale”, che sfrutta ambienti di Chiesa per sopravvivere o affermarsi meglio, la vidi pure con i miei accompa­gnatori, nel seminario “lefebvriano” di Ecône, in Svizzera, allorquando mi mandarono a fare il “reggimoccolo” ad una svenevole signora solo per il fatto che  era “contessa”. E’ pure presente in altri ambienti che usu­fruiscono il "privilegio vaticano" di conservare la liturgia antica. Vice­versa, non la vidi mai negli ambienti monastici o, quanto meno, non me la fecero mai pesare. D’altronde, culturalmente parlando, il monache­simo è precedente al mondo feudale e a tutte le sue "castronerie"!

Al di là di ciò, capii rapidamente che questi gruppi sono un efficace modo per “ghettizzare” le persone sensibili alla liturgia tradizionale e renderle, così, inoffensive nei riguardi del mondo cattolico il quale è, dunque, libero di percorrere altre strade.



  

4 commenti:

  1. Le sue riflessioni mi dànno un misto di tristezza e sconforto, al quale segue un grido disperato di pietà.
    Purtroppo, non per fare il pessimista, qui non cambierà nulla finché avremo ancora a che fare con la generazione che ha fatto il Concilio. E forse, anche se Lei vi rientra anagraficamente, pure la generazione dell'immediato postconcilio è di gran danno: dove incontro queste persone, trovo il deserto.

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  2. La desertificazione delle chiese è un fenomeno da me ben conosciuto. Anche chi mantiene le tradizioni può incorrere in questo fenomeno nella misura in cui ha, nel cuore, cose che non c'entrano col Vangelo. A volte è necessario passare attraverso il deserto per apprezzare i beni che si ha perso. La ricostruzione non è impossibile ma è sempre un lavoro di gran fatica in cui si deve mettere sudore, lacrime e sangue.

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  3. quell'odio verso il passato, verso il nostro passato, quante volte l'ho sperimentato sulla mia pelle, io che, da studioso, ho sempre avuto una sana curiosità sulla vita...

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  4. L'odio nasce dal desiderio di distruggere qualcosa che, si ritiene, possa minacciare la propria esistenza (o le proprie scelte esistenziali). Possiamo chiamarlo odio, possiamo chiamarlo semplicemente avversione ma in entrambi i casi gli ambienti cattolici partigiani del postconcilio ne sono più o meno intrisi.

    Ad un diacono che doveva essere ordinato prete la curia inviò una lettera, con tanto di timbro e firme, nella quale lo sollecitava a non presentarsi in cattedrale con un camice di pizzo come fece - sorprendendoli! - in occasione della sua ordinazione diaconale.
    Questi signori si sono bevuti il cervello. Vannno a perdere il loro tempo dietro a queste cose quando hanno ridotto le loro liturgie ad un livello penoso e indecoroso. Un luterano tedesco ha, nella sua Cena, più dignità di loro.

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