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giovedì 19 luglio 2012

Ricordi (8)...

Il "santuario-astronave" dedicato alla Madonna di Fatima a san Vittorino Romano (RM)



E giunse, finalmente, il tempo delle de­cisioni.

Teoricamente non m’infastidiva il fatto di trovar sbocco lavo­rativo in qualità d’insegnante di religione, come in un primo tempo m’immaginavo, ma ero sempre più imbarazzato dal quadro ecclesiale che mi circondava, un quadro nel quale non mi ritrovavo affatto. Molti, al mio posto, avrebbero chiuso il naso e gli occhi e sarebbero andati avanti. So di uno, oggi prete, il quale allora mi disse: “Il vescovo mi ha chiesto se volevo essere ordinato. Io, che non ho palle, gli ho risposto di sì!”. Un discorso del genere è totalmente contrario alla mia mentalità. Se si analizza scrupolosamente una prospettiva di vita, qualunque essa sia, e vi si riscontra un’alta percentuale d’incompatibilità con se stessi è sag­gio rifiutarla. Ma se, ciononostante, si decide d’accoglierla, è molto pro­babile incorrere in un insuccesso e in un’infelicità quasi permanente. Il prete che “rispose di sì” lo ha imparato a sue spese.



D’altronde, so di chi, non tenendo conto di ciò, ha fallito come parroco e, invece d’osservare la qualità delle sue relazioni per migliorarle, sposta continuamente il proprio problema su altri, lamentandosi del clero ma raggiungendone e superandone i difetti. E’ un altro caso infelice. No, vo­glio sperare che non tutti siano così e che molti puntino all’essenziale ossia ad essere onesti con se stessi. Se, per avere un minimo di tranquillità eco­nomica, si sceglie una situazione di prigionia o di negazione della pro­pria autenticità, allora è meglio non essere mai nati. Eppure c’è chi, per un’immediata comodità, va contro se stesso...



Così, già cosciente di ciò, decisi di sospendere quegli studi con la vaga idea di riprenderli in data da destinarsi. Ne parlai con il responsabile di allora il quale fu piuttosto benevolo. Era un uomo pratico, di larghe ve­dute, ma, nonostante ciò, mi disse una cosa che, sinceramente, si sarebbe potuto risparmiare: “Sei tu che decidi di sospendere gli studi, non te l’ho imposto io. Ora spero che non ci sputtanerai!”. Rimasi allibito. Temeva da me qualcosa che non era neppure nell’anticamera del mio cervello. Risposi: “Come? Io parlarne male? Ma quando mai!”. Ero profonda­mente sincero. Se in quel contesto non sempre fui trattato nel modo mi­gliore, non avrei mai pensato di “vendicarmi”, come incredibilmente in­sinuava il responsabile. Fu malizia o paura nata dal fatto che, in quella realtà, c’erano cose che non funzionavano e che io, mio malgrado, avevo visto? Comunque sia, non mi sarei mai atteso una frase del genere al punto che risuonò come uno schiaffo tale da imprimersi bene nella mia memoria.



Se il benevolo lettore noterà, questi ricordi hanno il fine di riflettere su certi fenomeni religiosi nel loro aspetto complessivo con il miglior spirito possibile. Il fine è sempre quello di tendere verso una certa autenticità e verità religiosa. Gli uomini, in quanto tali, non sono, qui, oggetto del mio interesse. Questi racconti, dunque, non sono una raccolta di pettegolezzi. Viceversa, le realtà religiose, composte da uomini, sono l’oggetto di que­sti ricordi perché, nel tentativo di vivere certe realtà e certi valori, si deve tenere conto di coloro che li gestiscono o li rappresentano. Ed è nell’interazione degli uni con gli altri che si determinano svariati risultati di cui è bene prendere coscienza. Se si dovesse proibire questo lavoro di analisi – e c’è chi tenta di farlo sotto varie scuse – verrebbe meno la li­bertà umana in uno dei campi più importanti: la ricerca del vero e dell’autentico!



Sono dunque sicuro che, in tutto ciò, non esistono maldicenze ma l’illustrazione di come le scelte di un’istituzione finiscono per gravare, nel bene o nel male, nella vita religiosa d’un individuo. Questo lavoro d’analisi è veramente utile a tutti.



Una volta abbandonati gli studi, iniziai a cercarmi un’occupazione lavo­rativa. Dal momento che non la trovai immediatamente, avevo diverso tempo a mia disposizione.

In quel periodo, uno dei miei ex compagni di classe, apparte­nente al movimento neocatecumenale, ebbe pena di me. Iniziò, nel modo più suadente possibile, ad invitarmi ad una catechesi neocatecu­menale che, allora, si teneva nel santuario mariano cittadino. “Vai senza sentirti obbligato”, mi disse. “Ora hai bisogno d’affondare le tue radici in profondità per vivere autenticamente il Cristianesimo”, ag­giunse. Gli anni non erano passati invano: mi erano già arrivate alcune critiche sui neocatecumenali per cui, da  loro, non mi attendevo gran che. Tuttavia quest’invito giungeva in un mio momento d’oggettiva difficoltà e fragilità. Si deve inoltre aggiungere che, nonostante le critiche, di tale movimento sapevo relativamente poco. Così, a dispetto d’una cultura religiosa migliore di tanti altri, “abbassai la guardia” e decisi di provare.



Il movimento viene impiantato in una realtà locale da un gruppo di cate­chisti laici che commentano la Bibbia con un taglio particolare, datogli dal loro fondatore, Kiko Arguello. Il parroco del Santuario assumeva con loro un atteggiamento molto gaio che mi sapeva di falso. Era molto più naturale quando, con tutti gli altri, sembrava quasi burbero.

Nelle catechesi prima, e nei ritiri-convi­venze, poi, iniziavo a notare molte distorsioni ed errori. Il movimento si ritiene l’applicazione migliore del Cristianesimo a svantaggio di tutti gli altri in tutti i tempi e luoghi. La loro stessa liturgia, a loro dire, è come quella degli antichi cristiani. In una delle prime convivenze fui obbligato ad ascoltare una serie infinita d’errori madornali sulla storia della Messa. Io, che avevo una forte sensibilità liturgica, che conoscevo le liturgie mo­nastiche per averle vissute, che iniziavo a conoscere le liturgie orientali, ero costretto a precipitare ad un infimo livello umiliando la mia ragione e la mia coscienza. Ma per una questione di lealtà nei riguardi di questo mio ex compagno di studi, provai a resistere. Resistetti un anno al ter­mine del quale decisi di ritirarmi nell’assoluta convinzione che, tutto ciò, lungi dal farmi bene mi avrebbe solo distrutto. “Se abbandoni noi ab­bandoni Dio”, mi minacciò un giorno una delle fanatiche catechiste. Non avevo avuto paura di lasciare molto di più e avrei potuto temere di la­sciare quello che, oramai, consideravo essere un autentico inganno e fal­limento? Nonostante ciò, l’esperienza ebbe dei lati positivi perché mi permise di capire la mentalità settaria, quella stessa che avevo intuito esserci nel comportamento dei ciellini della mia gioventù.



In quel periodo rividi un amico con il quale, prima dei miei studi teolo­gici, ero solito andare a Messa in certe giornate estive. Ci si trovava in cattedrale, nella cappella della quale l’allora arciprete, che poi divenne vescovo, teneva accalorati fervorini. Quel ragazzo mi era simpatico e gli auguravo cordialmente le cose migliori. Lo rividi e fu l’occasione per rinverdire alcuni ricordi. Avendo saputo che, al momento, non volevo continuare i miei studi, decise d’invitarmi – anche lui! – in una specie di ritiro per giovani che si teneva in una casa di religiosi a san Vittorino Romano, alcuni chilometri fuori Roma. “Laggiù troverai un uomo spiri­tuale meraviglioso!”, mi disse con gli occhi che gli brillavano dalla gioia. Provai ad ascoltare pure lui, la cui compagnia era sempre piacevole. Di fatto mi recai a San Vittorino più per il piacere di stare con l’amico che per motivi spirituali. Ciononostante, ebbi modo di vedere l’ambiente e il famoso “uomo spirituale”.



Dal punto di vista della preghiera e della liturgia, quei religiosi erano al livello di una qualsiasi parrocchia di campagna, anche se si ritenevano molto devoti e quasi eletti. Traevano ispirazione dal loro padre spiri­tuale, un prete grande e grosso, con la divisa e la papalina nera. Costui riusciva a pompare attorno a sé un clima artificiale, spiritualmente strano come se in qualsiasi istante dovesse avvenire un’apparizione divina. Portava dei guantoni neri sotto i quali, si diceva, avesse delle stigmate. Il prete teneva ogni giorno un paio d’esortazioni spirituali al gruppo di giovani di cui facevo parte. A volte diceva cose strane tipo: “E’ meglio andare in inferno col papa che in paradiso senza”. Lo diceva in polemica contro il clero greco-ortodosso ma, ciononostante, tale frase mi risultava ugualmente oscena essendo un’autentica aberrazione teologica. Ne sen­tivo tutto lo stridore poiché avevo maturato un cammino nel quale si erano chiariti certi punti fondamentali. In breve: quel prete non mi piac­que affatto. Nonostante si dicesse fosse causa di conversioni, lo trovavo grezzo, a tratti violento. Alla fine del ritiro, mi chiese se avessi maturato l’intenzione d’entrare nella sua congregazione religiosa. Gli risposi ne­gativamente. La sua reazione fu completamente squilibrata: “Visto che è così ti sposerai una stupida, perché a quella sei destinato!”. Non risposi. Anni dopo seppi che il Vaticano lo sospese dalle funzioni sacerdotali con l’accusa di pedofilia. Non mi meravigliai. Stavo iniziando ad indivi­duare, a primo colpo d’occhio, l’inconsistenza di un certo tipo di clero.

Oggi se qualcuno, passando nel santuario di San Vittorino, chiede di quel religioso “carismatico”, che pure contribuì all’edificazione della chiesa, si sentirà rispondere: “Mai sentito! Qui non è mai esistito un religioso con quel nome!”.


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