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lunedì 16 luglio 2012

Ricordi (1)...

 Chiesa dedicata a san Giuseppe, Udine. (© Google maps). Fu la chiesa della mia infanzia. 


In queste righe si troveranno alcuni ricordi religiosi della mia vita. Anche se non esaurienti,  aiutano a spiegare le mie scelte attuali e mostrano un filo logico, seguendo il quale, sono giunto a certe conclusioni. Non si tratta di teorie ma di vita vissuta. Se le idee possono essere opinabili e una può confutare un’altra, i fatti s’impongono per loro stessi e non possono essere smentiti.


I miei ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza non sono molto originali: chiunque li ha vissuti, ricorderà gli anni ’70 del Cattolicesimo, quando le prime riforme iniziarono a mutarne il volto, soprattutto quelle nel campo della liturgia. Forse, per alcuni, certi ricordi saranno addirittura drammatici. Altri ne saranno totalmente indifferenti. Pochi, penso, li considereranno ampiamente positivi e, forse, li sentiranno così proprio in opposizione a tutto un mondo religioso tradizionale, sentito come qualcosa di negativo a prescindere dal fatto che ciò sia vero o meno.

In realtà, sono certo che il popolo non avrebbe mai voluto un cambiamento così radicale nella sua vita religiosa. Non ne sentiva semplicemente la necessità! Gli fu imposto ed egli credette bene d’obbedire.

Tra chi osserva il cambiamento in modo drammatico suole ricorrere questa frase: "Il concilio (vaticano II) non solo non ha dato buoni frutti, non ha reso comprensibile la sua dottrina all'uomo moderno, come a parole si proponeva, ma ha fatto solo danni...". Forse non tutti sono d'accordo con queste conclusioni ma si deve concordare che tale frase indica indubbiamente l'oggettiva radicalità della svolta impressa al Cattolicesimo da cinquant'anni a questa parte. Radicalità, non continuità come qualcuno (Benedetto XVI) va dicendo...

Personalmente ho dei cari ricordi dai quali emerge, in qualche modo, questo cambio radicale che io, bambino, non potevo capire e tantomeno valutare ma che iniziavo a vedere.

Quando facevo la terza elementare, l'evento conciliare era finito da pochi anni ma si respirava ancora la spontanea pietà del mondo precedente. Ricordo che un giorno la maestra portò la classe alla quale apparteneva il mio fratellino in una chiesa di campagna poco lontano a pregare per gli astronauti. La chiesina era totalmente tradizionale, con i suoi santi che osservavano chi in essa entrava, il suo piccolo presbiterio transennato da balaustre, le sue vecchiette vestite di nero che vi si recavano per fare una preghiera ed accendere una candela.

Pure il mio maestro portava la mia classe in chiesa a pregare, soprattutto nelle assolate giornate di maggio. Viceversa, i miei genitori non avevano questa necessità. Non erano dei praticanti anche se dalla mamma imparai le preghiere in italiano e in latino sin dalla più tenera età, preghiere che ogni sera ripeteva con noi prima di addormentarci.

Quando mi capitava d'entrare nella parrocchia vicino alla mia scuola d'infanzia, percepivo nel modo vivace dei bambini, le sensazioni che l'ambiente m'infondeva. Respiravo un'atmosfera particolare, sacrale, che s'impresse nella mia anima; gli altari laterali stessi avevano un'aurea come "magica" e tutto sembrava maestoso e parlava in modo soprannaturale.
Subii come una sorta d' imprinting che rimase per sempre...

Ricordo ancora quando, con i genitori, ancora piccino, andavo alla messa natalizia di mezzanotte in quella stessa chiesa. Salivo la scalinata buia, con la mano fortemente rinserrata in quella materna, mentre, curioso, osservavo le stelle nel cielo notturno e l'aria fredda raggelava il mio naso. Poi, dentro, la chiesa era illuminata a festa. Il tempio era pieno di gente e ci si doveva sistemare quasi sempre verso il fondo da dove notavo la messa ancora tradizionale servita da un grande corteo di chierichetti. Non sapevo nulla del latino della messa ma, ricordo distintamente!, mi univo spontaneamente a cantare come potevo il Credo in unum Deum che tutto il popolo faceva risuonare all'unisono. Penso che lo facessi ripetendo le sillabe in seguito a tutti gli altri.

Contemporaneamente osservavo mia madre, che non lo cantava, come per cercare da essa conforto e approvazione. Lei annuiva con un mezzo sorriso, osservando, fiera, il suo bambino prediletto.

Il parroco era un uomo grande e grosso con voce tonante. All'epoca era ancora riconosciuto da tutti come un'autorità. A me, piccolino, sembrava enorme e rimanevo impressionato dal suo preponderante ventre che la veste talare non riusciva affatto a nascondere. Quando, dopo Pasqua, passava per benedire le case, era accompagnato da tre o quattro chierichetti seri, muti e composti, con tanto di vestina e cotta. Dopo il parroco in cotta e stola entravano loro, sgranando ovunque i loro curiosi e innocenti occhi di bimbi. Uno  reggeva l'aspersorio con la bacinella dell'acqua benedetta. Il prete faceva rapidamente la preghiera di benedizione in latino, aspergeva il locale e i presenti e poi si sedeva qualche minuto per sollecitare - invano! - la mia famiglia ad essere più frequente alla messa domenicale. Alle sue osservazioni, talora pungenti, mia mamma non rispondeva a tono pensando fosse cortesia non contraddirlo. Alla fine, invitava me e mio fratello ad avvicinarci a quell'omone dalle profonde tasche della cui veste uscivano, un poco stentoreamente, alcuni zuccherini alla frutta. Probabilmente si divertiva a farci "tirare la gola". Per questo c'impiegava un po' prima di darci, finalmente, l'agognato dolcetto...

Quando con questi ricordi mi capita d'entrare (di rado) in quella chiesa, quasi per rinnovare in me antiche sensazioni, la noto ingrigita. Più che dal tempo, mi sembra  rovinata da un'incuria nata da un'ideologia. Mi s'infonde una tristezza unica come a chi cerca l'acqua in un deserto. La porta verso il luogo dell'infanzia con il suo mondo sacrale, un tempo spalancata nonostante i limiti o l'ignoranza degli uomini di allora, rimane solidamente chiusa e sigillata, in barba alle supposte "virtù" o "intelligenza" degli uomini odierni. L'atmosfera in quell'edificio è totalmente cambiata al punto da inficiare le parole che un tempo vi si pronunciavano: "Salirò all'altare di Dio, al Dio che rinnova [o rende lieta] la mia giovinezza". Lì non mi si rinnova [o allieta] proprio nulla! Dov’è finita tutta quell’antica pietà?

Gli altari allora curati dai quali si sprigionava una specie d' "aurea magnetica", quasi fossero esseri viventi, giacciono spogli, inerti e "ossificati" come morti da gran tempo.

I “nuovi uomini di Chiesa”, subentrati a coloro che ebbero un'educazione ancora tradizionale, operarono quasi un ammazzamento ma, a differenza dei fedeli che li seguirono e li sostennero in buona fede, ne furono ben consapevoli!

Questa chiesa fu consacrata non molto prima della mia nascita ed aveva ancora l'orientamento tradizionale. Ma quando il rinnovamento religioso seguito al Concilio la coinvolse, lo stesso edificio materiale si trasformò e parve ammutolirsi, come un essere esterefatto. Allora ero troppo piccolo per accorgermi cosa stesse succedendo. Di certo non feci in tempo a vedere la parabola discendente di questa chiesa, in quanto edificio sacro, e me ne accorsi solo molto tempo dopo. Se è vero che gli edifici possono cambiare gli uomini che li abitano, in questo caso, furono gli uomini a cambiare gli edifici sacri, oscurandone la trasparenza spirituale, attenuandone o spegnendone, a seconda delle situazioni, la primigenia luminosità.

Successivamente la mia famiglia si trasferì da quel posto e si persero i seppur sporadici contatti religiosi con la parrocchia d'infanzia. Non ebbi modo di vedere cosa successe se non dopo qualche decennio.
La nostra nuova casa era in un quartiere di recente costruzione, nel territorio di una parrocchia istituita da poco. La chiesa era costituita da un'unica navata rettangolare al fondo della quale, originalmente, era sistemato un altare. Le dimensioni erano decisamente inferiori, se paragonate alla chiesa dell'infanzia.
L'abitazione del parroco stava sopra tale chiesa, a fianco di una grande sala nella quale si faceva catechismo utilizzando i ciclostilati e le  "filmine", un'innovazione tecnologica molto apprezzata al tempo, simile alla proiezione delle diapositive. Il venerdì pomeriggio c'era un'attrazione particolare: si proiettavano film western presi in affitto dalle suore paoline. Soprattutto in occasione dei film, la sala si riempiva di ragazzini schiamazzanti. Ai film ero poco presente poiché l'ingresso prevedeva un piccolo pagamento che i miei genitori spesso non erano disposti a fare. La modesta cifra imposta a tutti i ragazzini doveva  coprire le spese di noleggio del film e del proiettore.

Il nuovo parroco, focoso paladino dei cambiamenti impressi dal Concilio, aveva mantenuto per poco tempo l'orientamento tradizionale dell'altare nell'edificio sacro. Quando iniziai a frequentare la parrocchia per seguire il catechismo in vista della prima comunione, aveva già fatto alcune trasformazioni: l'altare (o meglio la mensa) invece di stare al fondo dell'unica navata, stava di traverso, al centro di un muro laterale. La celebrazione era già verso il popolo e l'orientamento dell'assemblea, oltre che del prete, era stato volutamente girato di novanta gradi per sottolineare meglio la rottura con il recente passato, se il celebrare verso il popolo  non ne fosse ancora stato sufficiente.

Ciononostante, si mantenevano alcuni elementi tradizionali: la mensa era sopraelevata da gradini in legno, c'erano diversi chierichetti vestiti tradizionalmente con la vestina e la cotta e molte cose riportavano ancora la memoria verso la prassi precedente, come il grande tabernacolo rettangolare e la lampada rossa che poi scomparvero. Tuttavia il turibolo, presente in sacrestia, iniziava già ad essere trascurato. Ad una mia domanda a cosa servisse e se si potesse utilizzare mi si dette una risposta con malcelato disprezzo nei riguardi del povero oggetto da poco caduto in disgrazia. Iniziavo ad avvertire, mio malgrado, elementi dissonanti.

Ricordo che volevo vestirmi come uno di quei chierichetti con la vestina e, nella mia mente da bambino, lo ritenevo un grande onore, una distinzione e una promozione. Notai con meraviglia che il parroco faceva una strana resistenza a questa mia idea, seppure la esprimesse gentilmente per non ferirmi. Mi disse di lasciare perdere e che, in fondo, la mia richiesta non aveva molto senso. Mi deluse e non capii perché pensasse in quel modo, dal momento che qualche altro bambino continuava ad indossare la piccola divisa.
All'inizio pensai che, per avere l'onore della vestina, avrei dovuto essere più solerte ma, dentro di me, avvertii che forse non era neppure così.

Obbedii servendo la messa con i vestiti che avevo nella speranza di un'eventuale "promozione" che non venne mai. Al contrario, le convinzioni del parroco mi demotivarono rapidamente: finii per servirgli messa poche altre volte per poi smettere per sempre.
Di lì a poco il parroco "gettò la maschera": abolì i chierichetti. Qualche anno dopo fece aprire un gran cantiere in cui inglobò il vecchio edificio per costruire la più modernistica chiesa della regione (e forsed'Italia), un'autentica rivoluzione architetturale mai comparsa fino ad allora!

Durante la messa, nei primi anni settanta, iniziò a fare leggere il vangelo ad alcune donne. Le stesse donne, di fatto, servivano alla mensa portando tovaglia e vasi sacri al momento dell'offertorio per poi aiutare il prete nella distribuzione della comunione ai fedeli. Egli contribuì a protestantizzare ulteriormente la nuova messa già, di suo, sufficientemente protestantizzata. Ma allora non potevo neppure sospettarlo e, d'altronde, dire che questo tipo di messa sia "protestantizzata" non mi pare, oggi, un insulto ma la semplice descrizione dei fatti. Non è il ritorno ad un'idealizzata antichità ma la costruzione di un prodotto perfettamente moderno, soprattutto nella sua mentalità. Qualcosa di analogo, anche se non identico, a quanto fece nel XVI secolo il famoso riformatore Martin Lutero.

Ricordo molto bene le generose collaboratrici di quella parrocchia. Erano tutte elettrizzate, vivaci, entusiaste all'idea di cambiamenti che, probabilmente, ritenevano progressivi e inarrestabili e che, forse pensavano, avrebbero ben presto riunito il mondo cattolico con il protestantesimo. Quando avevano a che fare con gli adolescenti, la loro prima preoccupazione non era se pregavano ma se socializzavano tra loro.

Non molto tempo dopo, l'adolescenza con le sue inquietudini iniziava a battere anche alla mia porta e mi sentivo sempre più stanco e demotivato nel frequentare un mondo religioso che, per molti versi, sentivo totalmente estraneo alla mia vita presente e ai miei ricordi di bambino.

Le ultime volte che frequentai questa parrocchia, che per semplicità denominerò come “modernista”, il parroco aveva introdotto dei capelloni schitarranti nelle messe mentre, nelle prediche, inveiva contro quei giovani che "si vestono facendo vedere i peli dell'ombelico". Così s'esprimeva. Contemporaneamente, amava autodefinirsi "progressista comunista" e credeva fermamente che le chiese, come edifici, non dovessero avere nulla di sacro essendo un po' come le "case del popolo".

I giovani cantavano: "Come alberi piantati lungo il fiume, aspetteremo la nostra primavera [... e...] daremo i nostri frutti",  o "Io con voi mi sento bene [...] perché amate la vita come me...". All'inizio quei canti un poco sdolcinati m'incuriosivano. Poi non mi dissero più nulla. Oggi mi fanno sorridere e li ritengo ingenui e smaccatamente antropocentrici. In questo canto, in particolare, Dio non è mai nominato e, per essere un canto di chiesa, la cosa è alquanto "singolare"!

Di quella gente, ora, non esiste più nessuno e il loro posto è stato preso da un vuoto e da un'eloquente depressione. La chiesa parrocchiale della mia adolescenza (che non ha nulla di sacro né mai è stata consacrata) sembra come un monumento di rovine nel deserto.

Me ne allontanai cadendo in una sorta d'indifferentismo agnostico.














1 commento:

  1. Un amico, Renato D'Antiga, mi dice che la differenza tra il preconcilio e il postconcilio è data dal fatto che precedentemente c'era una società agricola che si esprimeva con una religiosità agreste, successivamente la società è divenuta prevalentemente industriale e cittadina e si è espressa con una religiosità differente.
    Se l'illustre intellettuale pensa di esaurire tutto qui, non mi trova affatto d'accordo.
    Questa è una lettura marxista. La verità è che prima del Concilio c'erano degli elementi tradizionali che, nonostante varie problematiche, continuavano a sussistere. Non a caso io attribuisco una certa importanza all'epoca precedente. Poi tutto questo viene progressivamente meno fino all'epoca odierna in cui pare essere prevalente un certo indifferentismo teistico (ognuno può credere come vuole e pregare come meglio ritiene).

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