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lunedì 1 aprile 2013

Ecumenismo di ieri, ecumenismo di oggi....


Abū ‘Abd Allāh Muḥammad Ibn ‘Abd Allāh al-Lawātī al-Tanjī Ibn Baṭṭūṭa, noto semplicemente come Ibn Baṭṭūṭa (arabo: ابن بطوطة, Ibn Baṭṭūṭa; Tangeri, 24 febbraio 1304 – Fez, 1368-69), è stato un esploratore e viaggiatore berbero.
Per quasi trent'anni si avventurò tra Africa, India, Sud-Est asiatico e Cina, è considerato uno dei più grandi viaggiatori ed esploratori della storia. 

Questo viaggiatore berbero si recò anche a Costantinopoli e ci lasciò una descrizione di alcuni quartieri della città e della chiesa di Santa Sofia (nella quale non entrò), limitandosi a descriverla esternamente. In questa descrizione egli riferisce pure di un incontro con un monaco greco e dell'atteggiamento di quest'ultimo verso di lui, berbero mussulmano. Si rimane colpiti dal mondo gentile del monaco ma profondamente onesto nei riguardi della propria fede. Oggi non è più così al punto che quest'atteggiamento parrebbe incomprensibile presso gran parte dei cosiddetti cristiani.

La chiesa - Ibn dice - era circondata  da un muro con tredici porte, come una sorta di città nella città e tutti potevano entrare nel recinto sacro attraversato da un canale. Vi erano alcune botteghe, compresa una che vendeva profumi e alcune panchine di legno sulle quali erano seduti giudici e segretari. All'ingresso due guardiani avevano il compito di spazzare gli ambulacri, accendere le lampade e aprire le porte. Alle persone era consentito l'ingresso alla chiesa solo dopo che si fossero inginocchiate davanti ad una croce, presumibilmente parte di quella su cui era stato crocefisso Gesù. Da buon mussulmano, Ibn Battuta si rifiutò di farlo. Gli fu detto che a migliaia veneravano quella croce, compresi alcuni discendenti degli apostoli. All'interno del recinto sacro sorgeva un'altra chiesa riservata alle donne, con oltre mille vergini cosacratesi al culto e un numero ancora più grande di vedove. L'imperatore e i cittadini, sia di ceti alti che bassi, si recavano in chiesa tutti i giorni e l'imperatore recava omaggio al patriarca quotidianamente.

All'interno delle mura che circondavano la chiesa di santa Sofia si trovavano due monasteri, uno per gli uomini e l'altro per le donne. Ve n'erano altri al di fuori delle mura, uno abitato da ciechi e un altro per gli anziani invalidi di più di sessant'anni.  Molti imperatori, scriveva Ibn Battuta, raggiunta l'età di sessanta o settant'anni, costruivano splendidi monasteri, abdicavano e si dedicavano all'esercizio della religione fino alla morte.

Egli entrò assieme ad una guida greca in un monastero nella cui chiesa vide cinquecento vergini assai belle e un giovane dalla voce soave che stava leggendo loro il Vangelo. 

Dopo essersi recato in altre chiese e monasteri, Ibn Battuta giunse alla conclusione che la maggior parte della popolazione dovesse essere costituita da monaci, monache e preti. 

Un giorno fece visita ad un monaco che identificò come il "padre" dell'Imperatore Giorgio, ritiratosi in monastero. Il termine "padre" potrebbe essere usato in senso figurato. Il monaco indossava una camicia di crine e un berretto di feltro e aveva una lunga barba bianca. Prese Ibn Battuta per la mano e disse al greco che conosceva l'arabo: "Dì a questo saraceno - cioè mussulmano - che io stringo questa mano che è entrata in Gerusalemme, il piede che ha camminato all'interno della Roccia e della gran chiesa della Resurrezione e in Betlemme". Poi posò la mano sopra il piede di Ibn Battuta e se la passò sul viso: il berbero restò sbigottito verso l'atteggiamento dei cristiani nei riguardi delle persone di altre fedi che si erano recate nei luoghi sacri. Il vecchio inoltre gli fece domande su Gerusalemme e sui cristiani  del luogo. Ibn Battuta volle accompagnare in chiesa l'uomo che credeva fosse stato il precedente imperatore. "Digli" disse l'uomo rivolto all'interprete greco "che è di rigore per chi entra prosternarsi dinnanzi alla gran Croce. E' questo un uso stabilito dagli antichi, che non si può trasgredire". Ibn Battuta lo lasciò quindi entrare da solo in chiesa e non lo rivide più.

(Cfr. Ibn Battuta, I viaggi di Ibn Battuta, scelta e versione dall'arabo di Francesco Gabrieli, Sansoni, Firenze 1961).

5 commenti:

  1. Che dire? Altri tempi, in cui la consapevolezza della Fede sia da parte cristiana che musulmana era di tutt'altro spessore. Più che una fumosa e verbosa ridda di pseudo-intenzioni senza capo nè capo era un dialogo "spirituale" fatto di poche parole e segni eloquenti.

    Pantocrator

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    1. Sono "altri tempi" perché ce li abbiamo voluti far divenire noi! Nelle questioni di fede esiste una coerenza (che certamente non si deve sposare con la violenza e l'imposizione e in questo senso il brano è molto eloquente) senza la quale tutto è reso inutile.

      Il dramma è che oggi i capi religiosi stessi hanno idee molto confuse e mancanza d'umiltà per mettersi in questione ed accorgersene. Nonostante ciò affermano a tutto il mondo di voler essere umili. Ingannati e ingannatori ...

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  2. Eh..ma erano altri tempi. Dove vi sono oggi posti come la Costantinopoli descritta da Ibn Battuta, con un fervore religioso e spirituale così vivo e tangibile al solo respiro? Ed idem dall'altra parte: dove vi sono più luoghi come erano Baghdad o Damasco nel X secolo?

    Pantocrator

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  3. Certo, queste cose non esistono più perché lo spirito umano fluttua come l'alta e la bassa marea. Oggi siamo proprio in secca...

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  4. Però è proprio in questi momenti che il discrimine diventa netto e visibile.

    Pantocrator

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