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martedì 30 luglio 2013

Liturgia: palestra per lo spirito o evasione per la mente?

Spettacolo medioevale: musica, danza e maschere


I fondamenti spirituali della liturgia

San Giovanni Crisostomo, in una delle sue opere, definisce la Chiesa come un “ospedale spirituale” in cui ognuno è sottoposto ad una terapia. Qualche altro autore spirituale la definisce come una “palestra”. Queste definizioni indicano bene che nell’uomo c’è qualcosa sia da curare sia da esercitare. Tale cura ed esercizio dev’essere fatta permanentemente.

Gli autori spirituali antichi occidentali e orientali sottolineano che nelle persone agiscono passioni di vario tipo e genere. La passione non dev’essere annullata ma orientata in senso positivo altrimenti è una forza negativa che porta alla “malattia dell’anima”, oscurando lo sguardo dell’intelletto spirituale e, di conseguenza, facendo cadere nell’ignoranza e nella negazione di Dio.

Gli autori spirituali antichi hanno un’idea precisa di uomo: ha un aspetto carnale (con i suoi cinque sensi), un aspetto psichico (con la sua logica razionale) e un aspetto spirituale (con i suoi sensi spirituali). Normalmente funzionano i primi due aspetti mentre quello spirituale è atrofizzato. La funzione della Chiesa è quella di attivare i sensi spirituali con i quali avviene la spiritualizzazione di tutto l’essere umano.

Siccome la Chiesa antica, orientata da uomini di spirito, aveva un senso molto concreto della vita spirituale, la prima opera indicata all’uomo per la sua spiritualizzazione era la preghiera che si attuava comunitariamente nella liturgia. La liturgia si conforma, così, secondo regole e fini ben precisi. Essa diventa necessariamente una “palestra” dello spirito nella quale lo stesso corpo agisce attivamente (stando prostrato, in piedi, seduto, inginocchiato). La mente vien pure coinvolta poiché le antiche liturgie, a differenza delle moderne, sono molto più didattiche: parecchie ripetizioni aiutano a memorizzare i testi.

L’attività “ginnica” dello spirito, nella preghiera antica, porta necessariamente l’uomo ad “entrare in se stesso”, come dice Cristo in una nota pericope evangelica. Questo significa entrare nel santuario della propria anima, ossia portare le energie del proprio spirito nel cuore, come verrà poi definito con linguaggio esicasta-bizantino.

Chi lo voleva fare in modo ancor più radicale, su direzione e consiglio di un padre spirituale, si ritirava negli eremi o nelle grotte. Il bisogno di farlo nasceva proprio per evitare ogni dispersione dell’anima e stringerla all’Unico essenziale. Questo tipo di esercizio perenne costruiva, pian piano, il cristiano, l’uomo nuovo in Cristo di paolina memoria.

La liturgia antica, vivendo in questo tipo di atmosfera, non poteva che essere una palestra spirituale, ieratica, solidamente strutturata. Evitava ogni genere di velleità. Era fatta per anime coraggiose, serie (ma non avulse dal sorriso!), attive e spiritualmente sensibili.

Fintanto che il monachesimo occidentale visse con uno stile ascetico, rimase un faro che orientò la stessa liturgia della Chiesa in un senso similmente ascetico.

L’inizio della decadenza liturgica in Occidente: divorzio dalla spiritualità monastica e decadenza dei monasteri

Tra il XII e il XIII secolo, tuttavia, i monasteri iniziano a decadere. In Occidente non è più il paradigma monastico ad orientare la Chiesa ma inizia ad imporsi il paradigma clericale: i chierici diventano il punto di riferimento fondamentale nell’istruzione del popolo e amano distinguersi progressivamente dai monaci, confinati a testimoniare un mondo oramai sempre più lontano.

Nonostante ciò il popolo ricordò a lungo i monasteri dei secoli passati cercando, come poteva, di rilanciare la spiritualità soprattutto sostenendo gli ordini mendicanti. Ben presto, tuttavia, affiorarono nuove tendenze davanti alle quali la Chiesa del tempo si adattò, pur con alcune resistenze dinnanzi alle deviazioni più eclatanti. Il fiorire delle devozioni popolari marcarono un desiderio di spiritualità staccato, tuttavia, dalla temperie ascetica e molto più aderente al “sentimento popolare”, sentimento che giungeva al sentimentalismo e al bisogno dello spettacolarismo. Il bisogno di flagellarsi in pubblico, lungo la settimana santa, sarebbe stato inconcepibile nell’alto medioevo come lo è ancor oggi nella cristianità bizantina.

In questo senso, è interessante osservare pure le sacre rappresentazioni medioevali.
Inizialmente traevano ispirazione dalla liturgia, respirando il suo clima sacrale. Eseguite sempre rigorosamente sul sagrato della Chiesa – mai dentro di essa! –, manifestarono progressivamente un sentimento popolare che non trovava spazio nella ieraticità della liturgia. Dalla devozione sentimentale, tuttavia, scaddero ulteriormente in forme palesemente mondane. L’elemento romanzesco iniziò a prendere il sopravvento sul motivo religioso facendo passare la sacra rappresentazione in un campo teatrale profano.

“Qui la parabola si conclude: ormai la Sacra Rappresentazione ha perso il contatto con l’elemento rituale dal quale aveva tratto origine. … È in questa frattura la causa vera e propria della fine della Sacra Rappresentazione”(1).

Accadde, così, che ai personaggi evangelici si faceva dire e fare cose ridicole col fine di solazzare il popolo. La spettacolarità entrò nella rappresentazione medioevale tracciandone inevitabilmente il declino e la sua conseguente soppressione. Questo scadimento è cosa su cui fissare bene lo sguardo perché pian piano coinvolge pure il campo proprio della liturgia.
Non a caso, sempre nel basso medioevo, la spettacolarizzazione entrò nelle chiese con fenomeni fino ad allora inediti al punto da far intervenire l’autorità ecclesiastica:

“Stabiliamo che nelle vigilie dei santi non si facciano nelle chiese balletti di saltimbanchi, gesti osceni, balli, né si recitino poesie d’amore o canzoni amorose”(2).

Questa prescrizione è del 1209, del concilio Avernionense. Non sempre la legislazione ecclesiastica riusciva a smorzare questa tendenza emergente e così si giungeva ad avere, in chiesa, imitazioni del cuculo, del gallo, dell’oca. Questa strana usanza presente a Basilea nel XVI secolo perdurò a lungo in alcuni luoghi al punto che in Sicilia, a Modica nel XIX secolo,

... uomini e donne, vecchi e fanciulli, durante gli uffici ecclesiastici mangiano a doppio palmento; e negli intermezzi si danno ad imitare il canto delle pernici, delle quaglie, delle tortore, de’ rosignuoli, o a fischiare maledettamente cacciando in bocca due dita”(3).

Ci sono alcune consuetudini che stupiscono, data la loro similarità con le tendenze mondane e spettacolari presenti nella liturgia cattolica odierna:

“Sia nelle chiese metropolitane, sia nelle cattedrali e nelle altre chiese della nostra provincia, è invalso l’uso da parte di alcuni – soprattutto nella natività di N. S. Gesù Cristo, di s. Stefano, di s. Giovanni e degli Innocenti, in altri giorni festivi e anche in occasione di messe novelle – di introdurre in chiesa mentre si celebrano i sacri uffici, spettacoli teatrali, maschere, mostri, cose grottesche, e quante più possibili cose disoneste e di tutti i tipi; inoltre si fanno schiamazzi e si dicono poesie turpi e sermoni derisori, in modo che il divino ufficio è impedito e il popolo è distolto dalla devozione” (4).

Questa citazione è tratta dal concilio toletano del 1473.
Quello che può essere considerato il culmine di tale processo secolarizzante in chiesa, è senz’altro il risus paschalis, come avveniva in Germania nel XVI secolo. Chi ce ne documenta l’esistenza è un sacerdote: Johann Hausschein (Giovanni Ecolampadio, 1482-1531). “Nelle sue linee essenziali, si trattava di questo: la mattina di Pasqua, durante la messa della resurrezione, il predicatore suscitava il riso dei fedeli; da qui il nome di risus paschalis. Ma questo riso era ottenuto con ogni mezzo, soprattutto con gesti e con parole in cui era predominante la componente oscena”(5).
Già allora si temeva che essere troppo seri o ieratici avrebbe nuociuto alla pastorale al punto che

“… i predicatori parlerebbero in templi vuoti. Il volgo, infatti, è talmente privo di giudizio, che ascolta soprattutto quel predicatore che eccita la gente con parole sconce o facendo il buffone sfacciato e con parole mescolate, o meglio, impiastrate di un riso indegno di quell’uomo in quel luogo”(6).

Un confratello di Ecolampadio lo esorta a soggiacere a queste mode secolari ma senza successo. Ecolampadio nota che la consuetudine del risus paschalis è talmente inveterata che tutti credevano non fosse assolutamente opportuno essere seri in chiesa nella festa di Pasqua. Chi lo fosse stato era da compatire. Oggi se, dinnanzi alle mondanità introdotte nelle liturgie occidentali, qualcuno osasse opporvisi, verrebbe senz’altro denigrato dai più, esattamente come successe a Ecolampadio nel XVI secolo:

Poiché disapprovo queste sciocchezze, sono ritenuto troppo serio e assolutamente ridicolo, mentre loro per questa stoltezza sono convenientemente seri e degni di doppio onore”(7).

Questo appunto è straordinariamente attuale. D’altra parte la preoccupazione pastorale del clero di allora è simile a quella odierna:

altrimenti i predicatori parlerebbero in templi vuoti” (8).

Come oggi, i vescovi del tempo pare non si preoccupassero tanto, visto che Ecolampadio scrive:

In verità non mi meraviglio poi così tanto se i vescovi non estirpano l’immodestia di molti, quando essi che rivendicano per sé il primato della modestia, non si preoccupano tanto di essere pastori, ma pretendono che sia loro lecito fare queste stesse cose”(9).

Che il mondo monastico di allora si fosse adagiato pure lui su questo livello ci risulta chiaro dalla seguente affermazione:

In quel tempo anche i monaci usavano rendere gradite le proprie prediche con frasi poco dignitose e anzi addirittura scurrili, soprattutto nella festività di Pasqua, solennità in cui era uso suscitare negli uditori un riso che chiamavano pasquale”(10).

Evidentemente aveva perso la dignitosa ieraticità dei suoi primi secoli.


Spiritualità-liturgia: un binomio poco chiaro pure nel periodo postridentino

Il periodo postridentino codificò, nella liturgia cattolica, rigorosi dettami per cui era impossibile lasciarsi andare alle deprecate situazioni basso medioevali e rinascimentali che, nonostante tutto, cercarono di resistere ancora a lungo in qualche luogo (11). C’è da aggiungere che il concilio tridentino e la prassi che ne seguì fecero forte leva sulla disciplina e sulla legge ecclesiastica, infrangendo la quale, si era sottoposti a pene severe. La liturgia entrava all’interno di questa mentalità, molto più legale che spirituale. Di conseguenza non emerse in tutta la sua forza l’antica connessione, chiara nei monasteri antichi, tra liturgia-preghiera-vita spirituale. D’altronde, la cosiddetta “perfezione spirituale” non era necessariamente richiesta dai pastori i quali preferivano mantenere il popolo solo su un piano di obbedienza ai precetti e agli insegnamenti generali della Chiesa. Quest’atteggiamento si può facilmente comprendere: in questo periodo gli “spirituali” potevano essere facilmente considerati come persone indipendenti, dunque pericolose, come lo erano gli stessi luterani. Di più: l'individualismo sganciato da ogni regola tradizionale religiosa tendeva ad invadere il campo della spiritualità con tutta una fioritura di pseudo-spirituali davanti ai quali la Chiesa ufficiale teneva le distanze (col rischio evidente di deprezzare la spiritualità stessa).

Purtroppo l’insistenza sull’obbedienza alla legge ecclesiastica, che ben si comprende in questo momento storico, fu pure uno dei limiti postridentini, foriero di conseguenze negative che affiorarono progressivamente nella liturgia del XX secolo, quale reazione in opposizione a questo stato rigido di cose.

Parrocchia di Weiz: predica di padre Hannes Biber nell'ultima domenica di Carnevale.
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=iWSvbRGNZZk

Il XX secolo: momento di svolta positiva o ritorno all’evasione basso-medioevale?

Il XX secolo, nel mondo cattolico, conobbe due fasi:

  1. la prima (agli inizi del secolo, ma presente già nella seconda metà del XIX secolo) di riscoperta romantica del medioevo, il che comportava inevitabilmente una certa valutazione del monachesimo e una certa sua rinnovata influenza nella generale vita cristiana.
  1. La seconda (dagli anni ’30 in poi) in cui si cercò pian piano di svincolare la liturgia dalla sua forma fissata nel periodo tridentino per riformarla su diverse direttrici. All’inizio c’era un bisogno spirituale e di riscoperta della liturgia dei Padri. Secondo questo bisogno, si formulò una direttrice di semplice riscoperta e rivalutazione dell’antica liturgia latina. Tuttavia, tutto ciò fu progressivamente sostituito da un bisogno riformatore di marca completamente moderna: era necessario fare qualcosa di nuovo, con un linguaggio nuovo e contenuti nuovi per i tempi nuovi. Questa direttrice finì per prevalere ma non era animata da alcuna ansia ascetica.
    La cosa buffa è che i liturgisti moderni di questa scuola definirono “spettacolare”, in senso deteriore, la liturgia del periodo postridentino quando essi stessi finirono per promuovere veri e propri elementi spettacolari d’ispirazione mondana.
Nei fatti oggi ci troviamo davanti al paradosso di liturgie sempre più “spettacolari” che, per diversi aspetti, ci riportano al periodo basso medioevale. Ci troviamo davanti al bisogno, oserei definire inarrestabile, di trasformare la liturgia in qualcosa di ludico, di evasivo, per attirare il popolo… “altrimenti i predicatori parlerebbero in templi vuoti”! Le applicazioni pratiche sono le più svariate (dai palesi estremismi a situazioni più soft ma sempre con la medesima caratteristica dello spettacolo mondano).

Mi è tuttavia lecito affermare che, per forza di cose, in questo tipo di liturgia è arduo trovare la “palestra spirituale” e, aggiungerei, pure “l’ospedale spirituale” di crisostomiana memoria. Non essendo un momento d’impegno ma, spesso, d’evasione (seppur in un contesto formalmente religioso) questo tipo di liturgia si pone su un livello sostanzialmente differente rispetto a tutte le liturgie tradizionali, informate, più o meno, da uno spirito ascetico. In questo caso si è consumato un divorzio tra spiritualità classica e liturgia dove la seconda non veicola più la prima.

Ecco uno dei grossi nodi che noto nella liturgia attuale del mondo cattolico, nodo nel quale il mondo cristiano orientale, per la sua differente storia, non ha ancora conosciuto.

Non è possibile pregare stando con le gambe accavallate – diceva l’anziano Paisios del monte Athos –. La preghiera e la comodità non si associano tra loro”(12). L'asceta aggiungeva pure: “Se dovessi essere preso dal demonio, inizierei ad andare da qui [il monte Athos] a Salonicco a piedi, danzando” (13). Sono esortazioni non più comprensibili e accettabili in gran parte dell’Occidente cristiano il quale si ritrova adagiato nell'atteggiamento ludico basso medioevale e rinascimentale. Qui il ballo, la comodità e la spettacolarità hanno la meglio e la liturgia lo riflette inevitabilmente.
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NOTE

(1) Sacre Rappresentazioni del Quattrocento, a cura di Luigi Banfi, UTET, Torino 1963, p. 26.
(2) Riportato in Jacobelli Maria Caterina, Il Risus Paschalis, Queriniana, Brescia 1990, p. 54.
Il libro della Jacobelli presenta interessanti spunti anche se la sua tesi – il piacere in senso lato e quello sessuale fanno parte della sfera del sacro – è a mio avviso un vero e proprio stravolgimento del sacro stesso, inteso come comunione con l’Essere non umano, Dio, privo quindi di qualsiasi accezione sessuale. Il gaudio spirituale non è contrapposto ma è di natura sostanzialmente diversa da quella naturale e sessuale, cosa che la Jacobelli non considera poiché non fa alcun riferimento alla matrice ascetica del Cristianesimo né all'antropologia patristica. Significativo che, nonostante queste originali teorie, questa signora faccia parte dell’Associazione Teologi Italiani.
(3) Ibid., p. 55.
(4) Ibid., p. 52-53.
(5) Ibid., p. 18.
(6) Citazione di Ecolampadio riportata in Ibid., p. 19.
(7) Citazione di Ecolampadio riportata in Ibid., p. 24.
(8) Ibid., p. 25.
(9) Citazione di Ecolampadio riportata in Ibid., p. 26.
(10) Citazione di Ludovicus von Seckendorf (Commentarius Historicus et apologeticus de Lutheranismo) riportata in Ibid., p. 33.
(11) Ancora in pieno XVIII secolo papa Benedetto XIV ne constata l’esistenza e invita a sopprimerla. Cfr. Ibid., p. 38. “Ancora più stupefacente è la sua estensione nel tempo: lo troviamo segnalato per la prima volta a Reims nell’ 852 e via via, ininterrottamente fino agli inizi del nostro secolo. Infatti, secondo la Gazzetta di Francoforte del 29 maggio 1911, in quell’epoca il risus paschalis era ancora vivo in Stiria”. Ibid., p. 44.
(12, 13) Sono citazioni che trascrivo a memoria e che si trovano nella recente biografia completa, scritta in greco, di questo moderno asceta atonita.











12 commenti:

  1. De Monarchia - Dante

    "L'ineffabile Provvidenza di Dio propose all'uomo due fini: la beatitudine di questa vita, che consiste nell'esercizio della virtù propria ed è rappresentata dal Paradiso terrestre; e la beatitudine della vita eterna, che consiste nel godimento della visione di Dio, cui la virtù umana non può ascendere se non soccorsa dalla luce divina, e che è rappresentata dal Paradiso celeste. A queste due beatitudini, come a conclusioni differenti, occorre giungere con diversi mezzi. Infatti giungiamo alla prima per mezzo degli insegnamenti filosofici, purché li seguiamo operando secondo le virtù morali ed intellettuali; e alla seconda per mezzo degli insegnamenti spirituali, che trascendono la ragione umana, purché li seguiamo operando secondo le virtù teologali: la Fede, la Speranza e la Carità. Benché tali conclusioni e mezzi ci siano stati mostrati (le une dalla ragione umana, che ci è manifestata interamente dai filosofi, gli altri dallo Spirito Santo, che mediante i profeti e i sacri scrittori, mediante Gesù Cristo, figlio di Dio a lui coeterno e i suoi discepoli, rivelò la verità soprannaturale a noi necessaria), l'umana cupidigia indurrebbe ad abbandonarli se gli uomini, come cavalli vaganti nella loro bestialità, non fossero "con il morso e con il freno" mantenuti sulla strada. Perciò fu necessaria all'uomo una duplice guida, corrispondente al duplice fine: cioè il Sommo Pontefice che, secondo la Rivelazione, guidasse il genere umano alla vita eterna, e l'Imperatore che, secondo gli insegnamenti filosofici, indirizzasse il genere umano alla felicità temporale. E poiché a questo porto nessuno o pochi (e a prezzo di gravi difficoltà) potrebbero giungere, se il genere umano non riposasse libero nella tranquillità della pace, sedati i flutti della cupidigia lusingatrice, il reggitore del mondo, che è detto Principe romano, deve tendere specialmente alla mèta seguente: che in questa aiuola dei mortali si viva liberamente in pace".

    Pantocrator

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  2. Questa è la visione di Dante. Ma se, nel contesto odierno, né il sacerdozio né il potere civile sono in grado d'indirizzare gli uomini, l'unico modo per venirne fuori è quello di prendere coscienza del senso profondo delle cose, sia terrene che spirituali e con questo orientarsi.

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  3. Neppure all'epoca di Dante erano più in grado di farlo. Dante ci fa intravedere una visione tradizionale a 360 gradi di cui già si stava perdendo la coscienza (chiave e scettro come attributi del Cristo e presenti oltre che nelle rappresentazioni anche nella Liturgia "O Clavis Davis et Sceptrum domus Israel" - Breviario Romano officio del 20 dicembre) e quindi per rendersi conto che le cose non sono come dovrebbero essere. Ogni casa divisa in sé stessa perirà recita l'espressione evangelica. E una sorta di idioritmia individuale può sortire ben pochi effetti.

    Pantocrator

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  4. Non mi meraviglia che una certa confusione regnasse pure al tempo dantesco. La capacità di prendere coscienza della situazione, da parte dell'individuo, è comunque importante. Per sortire degli effetti ci vuole un altro passaggio: quello di legarsi ad una tradizione vivente il che fa uscire pure l'individuo da se stesso e da quanto lui, con criterio esclusivamente individuale, pensa essere bene (e che non è detto lo sia).

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    1. E appunto essere innestato in una Tradizione che sia però vivente il punto focale, quella a cui assistiamo oggi è agonizzante cosa che già Dante all'epoca ne denunciava i prodromi: era l'epoca di Filippo il Bello tanto per fare mente locale... oggi di fronte alla negazione dello spirituale nemmeno tanto implicita che mai ci si può aspettare se non una "umanizzazione" della religione? Chierico era sinonimo di dotto... laico del fedele che non faceva parte del clero!

      Ma è vizio antico dell'uomo: Lao-tzu vissuto nel VI secolo a.C. recita nel Tao te King "Gli Antichi Maestri possedevano la Logica, la Chiaroveggenza e l'Intuizione; questa Forza dell'Anima permaneva incosciente, questa Incoscienza della propria Forza Interiore conferiva maestà al loro modo di apparire... Chi potrebbe , ai nostri giorni, con la sua chiarezza maestosa, portar luce nelle tenebre interiori? Chi potrebbe ai nostri giorni, con la sua vita maestosa, rivivificare la morte interiore? Essi portavano la Via nella propria anima e furono Individui Autonomi; in quanto tali erano in grado di scorgere le perfezioni delle loro debolezze".
      E questo vale anche per il Cristianesimo attuale: dove è il sacerdozio nell'ordine di Melchisedec, senza genealogia umana, Re di Salem e Sacerdote dell'Altissimo?

      Pantocrator

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    2. Mi capita spesso di discutere su questi temi con un signore, molto ferrato in filosofia (ne è stato insegnante) e ottimo conoscitore di questioni religiose, talmente ottimo che, se propone qualche libro con tematica religiosa a qualche editrice cattolica spesso non glielo pubblicano perché li mette in crisi!

      Anche per lui è come se da noi il "gioco" si stesse per chiudere: nei secoli tutte le carte sono state giocate, girate e rigirate e non è possibile più combinare altro.

      Come ho in alto sottolineato, la funzione BASILARE ED ESSENZIALE della Chiesa è quella d'illuminare e risvegliare la coscienza spirituale. Ma per fare questo è necessario avere dei giganti spirituali, prodotti da una tradizione religiosa sana. Noi che abbiamo? Ci guardiamo attorno e contiamo i cocci di un vaso infranto! Il tutto, poi, è coperto da balli, danze e grandi sorrisi di convenienza...

      Quanto viene proposto come modello (penso a certi capi di movimenti cattolici ma non solo) è in realtà molto più vicino agli arringa-popolo di una setta protestante che ad un semplice e sapiente fedele di un tempo (e quindi siamo ancor più lontani dalla figura di un vero carismatico).

      È un grosso problema che solo animi un poco sensibili notano.

      Agli altri basta cantare e ballare e sono felici così!

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    3. Eh... poi però il feuilleton sul Papa di turno fa bella mostra di sè su tutti gli scaffali dei raparti à la page, magari vicino a quelli del Mancuso o del Kung....

      Il problema è che cantavano e ballavano anche sul Titanic fino all'affondamento... A chi piace cantare e ballare è plausibile che abbia la coscienza e l'intelletto per comprendere cosa sia lo Spirito e cosa sia la Tradizione? Tante Sacre Scritture e anche i miti greci o Toltechi ci raccontano di lontane epoche in cui vi erano uomini di altissima levatura spirituale (nella Bibbia vengono chiamati Figli di Dio, nemmeno uomini si consideravano) mentre al giorno d'oggi quasi tutta la plebe servile ma colta ed istruita secondo i dettami della pubblica istruzione, è ormai convinta che l'uomo invece girava con la clava più simile ad una scimmia che ad un efebo dei giorni nostri. Potranno mai comprendere l'eternità del Verbo e della Rivelazione che esiste sin dai primordi dell'umanità (come sostiene anche S. Agostino nelle Ritrattazioni), cosa significa quando Gesù dice prima che Abramo fosse Io sono, la benedizione di Melchisedec al Patriarca Abramo magistralmente esposta nell'Epistola agli Ebrei?
      E cantano e ballano ma comprendono tutto l'impianto simbolico della Liturgia ed il suo linguaggio realmente universale nel vero senso del termine?
      Eh cantano e ballano ma un ragionamento come quello di Dante lo comprendono? No, essi sono sostenitori del caos portato dalla democrazia come se il Potere possa avere una legittimazione dal basso, non certo l'ordine della teocrazia e della supremazia spirituale, (una bestemmia questa!) credono nel "libero" pensiero come se fossero in grado di pensare senza condizionamenti (lo Spirito vi renderà liberi ammonisce Nostro Signore!), della libera opinione, della libertà di qua e di là senza nemmeno avere la più pallida idea di che sia la Libertà, quella dello Spirito. Cantano e ballano fino a che non gli si tocca la pagnotta, poi impugnano il forcone pronti a seguire il primo pifferaio magico di turno che suona ciò che più gli aggrada, senza accorgersi che vengono sospinti verso il baratro....

      Pantocrator

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    4. Già..il mondo va così... Dio è Unico ed immutabile. Guardiamo quindi alla roccia da cui siamo stati tagliati, alla cava da cui siamo stati estratti.

      Pantocrator

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  5. È comunque interessante aggiungere che, stando alle fonti, al tempo di Ecolampadio non tutti erano entusiasti per le innovazioni spettacolari della liturgia. Ecolampadio annota: "Ho visto, infatti, rispettabilissimi uomini per altro non poco diligenti ascoltatori della parola divina, andaer in quel momento a rifugiarsi nelle loro case per non essere contaminati da simili scherzi [che il clero faceva in chiesa nel momento della liturgia]. Ho visto anche - e con me lo videro molti altri - molte persone abbandonare piene di sdegno sia l'uditorio che il predicatore, mentre altri ridevano delle facezie di costui" (Jacobelli Maria Caterina, op. cit., p. 26).

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  6. Tuttavia poi padre Giovanni Ecolampadio cadde nell'eresia e divenne eresiarca della "chiesa" svizzera calvinista. Aderì alle tesi di Zwingli sull'Eucaristia, che negano la presenza reale.

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    1. Attenzione! Il fatto che un personaggio storico - per vicissitudini personali - giunga a conclusioni che non accettiamo, non lo invalida come testimone oculare di fatti a suo tempo accaduti. In altre parole bisogna saper discernere con equilibrio, altrimenti si finisce per mettere in gattabuia chiunque non ci sta bene solo perché non concorda con le proprie idee.
      Personalmente ritengo che, pur finendo calvinista, Ecolampadio non fosse affatto inattendibile quando riferiva le porcherie che succedevano nelle chiese cattoliche del suo tempo.

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