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domenica 25 maggio 2014

Idolatria e feticismo

È stato giustamente detto che la nostra è un'epoca particolarmente idolatrica. Credo, che non è stato sufficientemente esaminato o non è stata posta grande attenzione alla diffusione di questa propensione all'idolatria in ambito cristiano. 

L'idolatria, in realtà, altro non è che uno sguardo a corto raggio, ossia nell'idolatria lo slancio religioso di una persona non giunge mai a intuire la realtà di Dio e si chiude esclusivamente nell'ambito della creazione o in se stesso, nelle "cogitazioni" umane. Si fa delle pure idee il fulcro di tutto...

Il Cristianesimo non è al riparo da tutto questo. Infatti, come non esiste limite geografico alla diffusione della miopia oculare, così non esiste limite religioso alla diffusione della miopia spirituale che determina l'idolatria. Il fatto che uno si pensi un buon cristiano praticante non significa automaticamente che non possa essere miope spiritualmente.

Anche per questa tematica ho voluto fare uno schema in modo da chiarire meglio possibile i concetti esposti.


Lo schema cerca di riassumere per sommi capi alcuni aspetti dell'antropologia (la visione dell'uomo) negli autori patristici.
In qualche post precedente, avevo distinto che nella persona umana esistono tre realtà:

1) realtà sensibile (i sensi corporei);
2) realtà razionale (la logica umana);
3) realtà intellettuale (la parte spirituale della razionalità, detta anche "intuizione").

Con le prime due realtà, l'uomo conosce se stesso e il mondo attorno a sé in modo "naturale" e apprende le realtà sensibili e materiali.

Solo con la terza oltrepassa l'evidenza materiale per prepararsi a conoscere intuitivamente il mondo spirituale o "oltre-sensibile" che gli si presenta come una manifestazione divina o "teofania".

Se ci si ferma e ci si chiude alle prime due realtà (sensibile e razionale), è inevitabile cadere nell'idolatria o nel feticismo. La liturgia cristiana, anche se orientata teoricamente a Dio, si riduce ad un culto a se stessi e ad un'autoglorificazione.

Un cristiano cade in questa forma idolatrica quando, ad esempio, considera le realtà della Chiesa fine se stessa, che ne sia cosciente o meno. 

Ecco, allora, alcuni cristiani "più papisti del papa" o eternamente intenti a parlare di cose ecclesiastiche senz'alcun vero slancio spirituale, proprio come un estimatore d'oggetti d'epoca parla del suo ultimo acquisto antiquario.

Ve ne sono altri che, quando parlano di Chiesa, cadono in una situazione pure peggiore mostrandosi estremamente livorosi, come se si fosse in un match tra squadre calcistiche avverse. Basta farsi un "giro" in qualche blog su internet e ci si rende conto del triste fenomeno, con gente che s'insulta a vicenda.

Ma gli idolatri non sono solo i "papisti più del papa" ma, pure, quelli che rincorrono la modernità "chiudendosi" o esaurendosi in essa: cosa sono certe messe mondanizzate attorno a noi se non, forse, l'espressione di tale idolatria? 

Se, viceversa, si accende la terza realtà nell'uomo (la realtà spirituale-intellettuale, detta pure nous dai padri greci, o occhio dell'anima), tutto cambia.
È l'attività di questo nous negli antichi ed eminenti autori cristiani che ci dona quella sensazione di equilibrio tra l'umano e il divino che traspare da certi loro scritti.

Perché il nous si attivi, l'uomo deve passare attraverso la purificazione: ecco il bisogno dell'ascesi (preghiera e digiuno) e la pratica dei comandamenti. Infatti non c'è alcuno, tra questi autori antichi, che non abbia avuto, poco o tanto, esperienza monastica e ascetica.

Solo quando l'uomo diviene "puro di cuore" attraverso la grazia, come recita la beatitudine, può prepararsi a "vedere Dio" ossia ad intuirne la indicibile presenza.

Le fondamenta e gli orientamenti delle antiche liturgie cristiane sono state stabilite partendo da questi presupposti, non da presupposti basati solo sulle prime due realtà nell'uomo, ossia sul puro sapere universitario o su sensazioni sensoriali umane.

Ecco perché, nel contesto patristico, lo spirituale appare come unicamente e definitivamente superiore all'umano, a differenza di quanto si sta dicendo oggi in qualche ambito cristiano [1].

Infatti il cristianesimo è la preminenza dello spirituale sul semplicemente umano e l'umano cristiano non può che essere spirituale, cosa attualmente molto poco compresa, quando lo è.

Gli autori antichi, e tra questi citiamo Massimo il Confessore, sapevano perfettamente che è la preminenza dello spirituale a determinare il Cristianesimo e a formare il cristiano, ossia l'uomo conforme a Cristo.

Per Massimo l'uomo non solo può conoscere, per grazia e soccorso di Dio, il mondo spirituale nell'intuizione del nous, ma è addirittura in grado di trascendere ogni determinazione umana per giungere a Dio che è al di sopra di ogni concetto di Dio [2]. È così che l'uomo diventa veramente teologo o conoscitore di Dio. Come la conoscenza di Dio sorpassa ogni concetto di conoscenza (al punto da non essere razionalmente descrivibile), così l'uomo toccato da Dio arriva pure a sorpassare l'attività del suo stesso nous, come intellezione delle realtà create:

"Conoscendo Dio in quanto radicalmente trascendente ad ogni essere e dunque inacessibile non solo ai sensi e alla ragione ma addirittura al nous stesso (poiché Dio sorpassa ogni potenza ed operato del nous), [si giunge alla] teologia che implica lo spogliamento non solo di ogni sensazione ma, pure, di ogni pensiero e conoscenza. Detto diversamente, per giungere alla teologia, è necessario arrivare 'all'arresto totale del movimento del nous attorno alle cose create' (Thal., 65, PG 90, 756 C), o, ancora, il cessare (o, come dice Massimo, il 'riposo' o il 'sabato') di ogni attività (o energia) dei sensi, della ragione e del nous stesso..."[3].

Checché ne capiscano i miei amabili lettori sui concetti appena espressi, capiranno di certo che la teologia, e quindi la vera conoscenza cristiana, sorpassa, per san Massimo, tutto quello che loro hanno imparato fino ad ora. Tutto quello al quale loro sono stati abituati a chiudersi, facendo affidamento alla sola ragione e ai sensi.

Ne consegue che chiudersi nell'umano in quanto umano, come si sta facendo selvaggiamente in questi ultimi tempi, non significa altro che precludere definitivamente, negli ingenui e negli ignoranti, il passaggio per il divino, la cui porta nascosta si cela nel cuore di ogni uomo. A Dio si sostituisce una sua semplice immagine, più o meno umana.

La religione, allora, si trasforma in idolatria e feticismo, come vediamo ampiamente attorno a noi e il culto non può che rifletterlo.

Non si può "redimere" un culto profanizzato e idolatra con delle sanzioni e leggi severe ma solo riportando tutto l'edificio della Chiesa agli antichi equilibri spirituali. Questo lo può fare ognuno di noi per se stesso e sarà già grande cosa! Gli antichi maestri sono sempre là. Non attendono che di essere seguiti...



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Note

[1] È di mercoledì scorso lo strano pronunciamento di papa Bergoglio: "Agli occhi di Dio noi siamo la cosa più bella, più grande, più buona della creazione: anche gli angeli sono sotto di noi, noi siamo più degli angeli, come abbiamo sentito nel libro dei Salmi". 
In realtà il salmo 8, 6 recita: "Cos'è l'uomo perché te ne ricordi? Il figlio dell'uomo perché te ne curi? ... Eppure l'hai fatto di poco inferiore agli Angeli...". Solo Cristo, in quanto creatore, è superiore agli Angeli. 
In questa frase si dichiara che l'umano in quanto tale (prescindendo dalla sua redenzione sulla quale non si fa alcun riferimento) è superiore agli angeli ossia alla realtà spirituale tout-court. Sono affermazioni addirittura distruttive, poiché rovesciano la gerarchia celeste a tutto vantaggio del semplice e solo umano (magari pure non redento). A questo punto l'umano (qualsiasi umano!) si autogiustifica e implode spiritualmente in se stesso. Tutto il contrario di quanto faceva qualche santo asceta atonita attuale il quale consigliava di mettere nelle persone delle "sane inquietudini" spirituali, non di giustificarle ad ogni pié sospinto!
Non è la prima volta che papa Bergoglio rovescia il significato della Bibbia adattandola alla sua idea umanistica. Almeno con la Riforma, l'agostiniano Lutero predicava la fedeltà alla "sola Scriptura" che, quindi, non doveva essere alterata. Qui pare siamo ben oltre...

[2] Questo non significa affatto relativismo! Il percorso attraverso la realtà convenzionale umana (anche i dogmi si esprimono con un  linguaggio e una convenzione umana) non è inutile ma è come un supporto, un bastone sul quale appoggiarsi per camminare se una delle due gambe non ha forza. Nel momento in cui la gamba malata riprende a funzionare, il bastone non serve più. Così la realtà convenzionale umana, al momento in cui si è giunti al traguardo, non serve più e si manifesta per quel che è: un puro supporto.
Se uno pensa che un bastone, proprio perché tale, non serve mai, allora è come quello che dice che i dogmi non servono a nulla e, anzi, bloccano l'uomo. Non ci capisce evidentemente nulla!
Non ci capisce nulla neppure chi pensa che il bastone sia fine se stesso e serva assolutamente anche a chi ha entrambe le gambe sane.
L'esempio della vita pratica ci è chiaro. Non altrettanto le questioni nella realtà religiosa, proprio perché di fatto ne siamo quasi al di fuori. Così se uno dice che i preti e i sacramenti nell'Al di là non servono più (e non servono neppure qui ma solo in quei brevi momenti in cui certi santi hanno avuto la sensazione della presenza divina), sembra che affermi un'eresia quando, invece, non lo è affatto. Questo succede quando si scambia il transitorio per il definitivo, il momento presente per l'eternità, la struttura mondana della Chiesa per il fine degli uomini. Ecco l'idolatria!

[3] Jean-Claude Larchet, La divinisation de l'homme selon saint Maxime le Confesseur, Les éditions du cerf, 1996 Paris, p. 498.


4 commenti:

  1. nello schema lo sguardo religioso è lo sguardo del nous che, se miope non porta a Dio?

    daouda

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    1. E' Dio che, con la sua grazia e la collaborazione ascetica dell'uomo, attrae la creatura a sé e si rivela.
      Dunque non è il semplice sforzo umano. Il nous dev'essere purificato, poi segue la sua illuminazione. Ed è allora che, come recita il salmo, "nella luce vedremo la Luce". Parlo di miopia del nous ma si potrebbe benissimo parlare anche di cecità. Ad esempio una vita dedita alle passioni piega il nostro sguardo sulla terra ("la carne non porta a nulla", san Paolo). E questo determina che chi "semina nello spirito" giungerà allo Spirito e chi "semina nella carne" giungerà alla morte.
      Lette in questo contesto, le esortazioni paoline trovano finalmente la loro giusta collocazione, non moralistica, ma oggettiva: il nous ottenebrato e reclinato sui piaceri della terra porta alla idolatria e alla morte ossia non a Dio.

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  2. Il salto di "qualità" per modo di dire dell'idolatria oggi è ancor peggiore di quanto si pensi, nell'immagine postata si vede il culto ad un idolo, pagano, il cui errore consiste nello scambiare un'attributo divino per un dio. Ma questo errore non preclude totalmente dalla visione ad una concezione sovrannaturale, sebbene distorta e limitata. Oggi avviene la negazione di qualsiasi realtà che trascenda la percezione sensoriale e tutta la vita viene regolata e vissuta hic et nunc secondo questa mentalità oscena e blasfema, piaccia o non piaccia.

    Pantocrator

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    1. Il dramma, caro Pantocrator, è che questa visione secolaristica e radicalmente negatrice di DIo è entrata nel cuore stesso della Chiesa. Mentre in Oriente (sono reduce da una visita al monte Athos) esistono ancora luoghi in cui, seppur a fatica, si riesce ad avere un orientamento corretto, in Occidente pure i luoghi monastici o religiosi in genere sono ammalati di secolarismo.
      Nell'Athos ho incontrato un religioso cattolico che andava a vedere come si vive nei monasteri per cercare di trarre una certa lezione poiché nella sua realtà religiosa, così diceva, oramai non si può fare più nulla.
      Abbiamo toccato il fondo e, quel che è peggio, è che spesso non lo vediamo affatto, anzi, pensiamo che stiamo vivendo il "miglior momento della storia del Cristianesimo", come è arrivato incredibilmente a dire papa Bergoglio alcuni mesi fa...

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