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lunedì 16 giugno 2014

I Dittici ecclesiastici (Τα Δίπτυχα)

Le pagine inserite fanno parte del prossimo libro della collana "Testi bizantini", quello sulla Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo.
Questo nuovo testo è stato pensato in modo da essere più esaustivo possibile (comprende, dunque, le particolarità della liturgia archieratica o pontificale e questa particolarità della liturgia patriarcale).
I dittici ecclesiastici sono storicamente due tavole accostate tra loro sulle quali si incidevano i nomi di vivi e defunti da commemorare. Ne abbiamo una prima testimonianza nel De Ecclesiastica Hierarchia (III, 9) dello Pseudo-Dionigi «quando ricorda che, dopo il rito della pace (che avveniva appunto - come tutt'ora avviene in Oriente e nella liturgia ambrosiana - all'inizio della liturgia offertoriale) si faceva menzione di coloro che erano santamente vissuti o che erano giunti alla perfezione della vita cristiana, leggendone i nomi iscritti sulle "sacre tavole"» [1]. 

Nel caso della liturgia patriarcale, i dittici erano letti dal patriarca per commemorare i patriarchi e i più grandi dignitari ecclesiastici con cui era in comunione.
Anticamente i dittici venivano letti nelle liturgie patriarcali in ciascuno dei cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme). Quest'antico ordine stabiliva la taxis ecclesiastica al punto che la Chiesa imperiale era vista come un corpo pentarchico ad analogia con il corpo umano con i suoi cinque sensi.
La lettura dei dittici stabiliva, quindi, la comunione di una Chiesa con tutte le altre e, all'interno di questa comunione, stabiliva la gerarchia delle varie sedi tra loro. Tra queste, Roma aveva la sua importanza, coralmente accordatale.
Con i tristi eventi dei primi anni del secondo millennio, l'Oriente bizantino non commemorò più il papa romano nei dittici.

Il papa di Roma, a sua volta, non ritenne più degno alla sua dignità commemorare dei patriarchi (che ora, per lui, erano almeno scismatici), dal momento che si sentiva come l'unico vertice della Chiesa. Contemporaneamente, non inviò più in Oriente la sua professione di fede ai Patriarchi nel momento in cui veniva eletto (consuetudine che ogni patriarca faceva da tempo immemorabile verso tutti gli altri) e non datò  più i suoi anni di pontificato con gli anni di regno dell'imperatore costantinopolitano.

Tolto il papa di Roma dai dittici, l'Oriente lentamente aggiunse nuovi patriarchi e gli arcivescovi presidenti delle Chiese autocefale.
Oltre a ciò, dalla lettura dei dittici del patriarca costantinopolitano, si nota una particolarità che contribuisce a definirne l'identità: quella d'essere l'etnarca della nazione greca. Per questo i dittici hanno anche una caratteristica spiccatamente etnica con la preghiera per le istituzioni della nazione ellenica, una preoccupazione per compattare il popolo greco e rinsaldargli l'identità, dal momento che, tra i turchi, vive in un contesto sociale a maggioranza non cristiana.

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Nota

[1] David Massimiliano (a cura di), Eburnea Diptycha. I dittici d'avorio tra Antichità e Medioevo, Edipuglia, Bari 2007, p. 308.

  


© Traditio Liturgica

Il testo descritto è recitato in questo video dal 01:55:00


 

2 commenti:

  1. È perché nella liturgia romana i dittici sono dentro al Canone?

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    1. Per il semplice fatto che è un altro rito e la distribuzione dei testi è differente. Poi c'è una valutazione differente delle cose: i dittici nel rito bizantino spettano unicamente al patriarca, neppure al vescovo, perché sottolineano la sua funzione primaziale nella Chiesa. Se fossero nell'anafora le potrebbe dire pure ogni sacerdote, cosa che non indica la differenza di funzione tra il patriarca ed un semplice sacerdote. Al sacerdote infatti spetta la commemorazione del suo immediato superiore, il vescovo. Al vescovo, a sua volta spetta la commemorazione del patriarca.
      Al patriarca che è su tutto un altro piano, spetta la commemorazione di chi gli è pari di grado, ossia gli altri patriarchi.
      E' un ordine liturgico che obbedisce ad una coerente ecclesiologia.
      Se queste commemorazioni fossero tutte nel canone, visto che il canone o anafora lo legge tutto il clero, anche un semplice sacerdote, in teoria, commemorerebbe i patriarchi, la qual cosa è un contro senso ecclesiologico, dal punto di vista ortodosso.

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