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mercoledì 15 ottobre 2014

L'oblio dell'ascesi (Osservazioni a margine del recente sinodo vaticano sulla Famiglia).


Nessuno che sia schiavo di desideri e di passioni carnali è degno di avvicinarsi o di presentarsi o di offrire sacrifici a te, Re della gloria”.
(Preghiera offertoriale tratta dalla Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo).
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Quanto ho esposto nei post passati (particolarmente quello sulla religiosità psicologica e sulla religiosità spirituale), presuppongono che:

l’uomo per quanto formato da aspetti carnali (sensibili) e intellettuali, ha una realtà profonda, detta cuore o spirito, con la quale entra in contatto con la trascendenza divina e s’accorge di essa. Tale realtà spesso è nascosta a lui stesso.

È a partire da questa sua realtà più profonda che avvengono i più elevati fenomeni religiosi: è stata definita la Rivelazione, è stata esperita la Pentecoste, è stata fondata la Chiesa e si sono formati i santi. La realtà spirituale nell’uomo non disprezza quella carnale (sensibile) e quella intellettuale a meno che queste non presumano sostituirla. Essa sta su tutto un altro piano rispetto alle prime due.
Perciò, leggendo i testi mistici, ci si trova dinnanzi ad espressioni che, per la ragione intellettuale, appaiono contraddittorie, incomprensibili e inafferrabili.

Le antiche liturgie cristiane si sono formate tenendo ben presente la cosiddetta “esperienza nello Spirito” ossia l’attivazione, nell’uomo, della sua realtà interiore per opera della Grazia con la quale “nella luce [della grazia] si può vedere la Luce [di Dio]” (Cfr. Salmo 35).

La conseguenza di questi presupposti determina una mentalità per cui nella Chiesa è posto come esempio e valore solamente l’uomo che vive lo Spirito. L’uomo mosso solo dalla ragione intellettuale o da principi puramente umani non è l’oggetto principale della considerazione della Chiesa a meno di non confonderla con i luoghi che coltivano questo tipo di uomini come le accademie o le realtà umanistiche (1). 
Compito dell’università è formare dei geni dell’intelletto poiché è su esso che questa istituzione fa leva; compito della Chiesa dovrebbe essere quello di formare geni dello spirito dal momento che essa dovrebbe far leva sullo spirito. Ne discende che come l'università sforna dei laureati, la Chiesa dovrebbe sfornare dei santi e questi, se sono veramente tali, dovrebbero mostrare con piena evidenza d’essere a contatto con il Divino, non con semplici principi ideali. Lo stesso calendario tradizionale cristiano assegna ad ogni giorno dell’anno la commemorazione di uno o più santi.

Se, al contrario, si dovesse esaltare qualcuno solo perché lavoratore, umanista, riformatore, compositore musicale o letterato (come si deduce dal calendario della Chiesa anglicana), saremo dinnanzi ad un Cristianesimo che non ha più rapporto con l’antica mentalità cristiana; è un Cristianesimo deviato (2).

Per giungere a livello del santo, ossia dell’uomo spirituale simile a Cristo, la Chiesa ha sempre indicato la porta stretta e la via impervia dell’ascesi: la natura umana non è perfetta di suo, al punto che la volontà umana tende all’oblio di Dio, chiudendo l’uomo in se stesso e spingendolo a cercare piaceri e godimenti.

La “conoscenza secondo la carne”, di paolina memoria, si appoggia sulla logica (anche di profitto) e sul piacere umano. La “conoscenza secondo lo Spirito”, sta agli antipodi di questa conoscenza mondana.

Per questo nella Chiesa non si esalta (o non si dovrebbe esaltare) la persona per il suo intelletto o per delle caratteristiche semplicemente umane, ma per i suoi doni spirituali. Se la Chiesa dovesse esaltare le persone solamente per dei motivi umani, sarebbe esattamente come tutte le altre istituzioni secolari. A questo punto non servirebbe più.

Nella cristianità occidentale attuale sta avvenendo una “mutazione genetica”: quello che fino a ieri era considerato tradizionale è dimenticato e dileggiato a vantaggio di concezioni puramente secolarizzate. Abbiamo molti segnali di ciò.

In questi giorni sto leggendo qualche articolo sul sinodo vaticano dedicato alla famiglia. Vedendo il suo andamento, qualcuno in rete ha fatto un’osservazione molto interessante: “Un sinodo teoricamente cattolico che parla di famiglia e matrimonio ma non dice niente sulla castità: il non plus ultra del grottesco”.

Questa frase lapidaria coglie quanto sta alla base di tutto: in Occidente l’aspetto ascetico del Cristianesimo tende totalmente a scomparire. Al posto di ciò – il cui senso, lo ripetiamo, è solo in rapporto a Dio – sono poste argomentazioni puramente umane.

Card. Péter Erdő
Una di esse l’ho tratta dallo stesso sinodo, per bocca del card. Péter Erdő: “Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale […] ?” (3).

Non ricordo alcun esempio in cui, nel passato della Chiesa, si ha cercato di valutare una persona per eventuali “doti e qualità” provenienti dal suo orientamento sessuale (omosessuale o eterosessuale che sia) (4). Al contrario, la persona era ritenuta cristianamente matura - quindi un esempio - nella misura in cui incarnava Cristo, l’uomo spirituale per eccellenza, e rifiutava l’uomo secolare o “secondo la carne”. Questo perché era chiaro che, se un tal uomo aveva delle doti o qualità a prescindere da Cristo, non sarebbe servito a nulla secondo il noto detto evangelico: “Chi non raccoglie con me disperde” (Mt 12, 30).

Tale principio evangelico dovrebbe valere maggiormente dinnanzi alle cosiddette “doti o doni” attribuiti all’orientamento sessuale.

Ad essere precisi, l’orientamento sessuale, di suo, non è in grado d’esprimere “doti o doni” in senso proprio. È piuttosto qualcosa di neutro, essendo una forza nella natura umana che, in quanto tale, può operare positivamente o negativamente a seconda di mille altre variabili che il card. Péter Erdő non pare affatto aver considerato, almeno in questo passo. Se s’inizia a considerare il modo in cui si usa la sessualità si spiega perché l’uso smodato della stessa con l’unico fine di trarre piacere personale è sempre stato considerato un disordine nel Cristianesimo, poiché, oltre a non avere una vera finalità, svia l’individuo dal percorso trascendente.

Qui inizia un discorso delicato e complesso. Qualcuno dice che la Chiesa è avversa alla sessualità in quanto tale. A me pare, piuttosto, che la Chiesa, almeno anticamente, è sempre stata avversa a qualsiasi cosa potesse distrarre l’uomo dal suo cammino ascetico, da una positiva tensione verso Dio. Per la Chiesa al momento della morte l’uomo è colto ed eternizzato nell’attitudine spirituale avuta fino a quel momento. Se l’uomo è colto in tensione verso il Cielo entrerà tra i beati, se è colto intento e totalmente assorbito in questioni terrene (pur con tutto lo zelo, i doni intellettuali e le qualità possibili), troverà il Cielo chiuso semplicemente perché gli ha voltato le spalle. “La carne non serve a nulla”, ricorda a tal proposito san Paolo o, ancora: Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna” (Gal 6, 8).

La sessualità è sempre stata vista come qualcosa che, più d’ogni altro aspetto, potrebbe distrarre l’uomo dal Cielo, al punto che lo stesso san Paolo, pensando che Cristo dovesse ritornare da un momento all’altro, tendeva a proibire le nozze tra i cristiani delle prime comunità. Sempre lui, che paragona la dedizione degli sposi a quella di Cristo verso la Chiesa, ritiene preferibile non sposarsi!

Da allora, la tensione tra l’obbedienza alle leggi di natura (con il matrimonio) e l’obbedienza alle leggi dello Spirito (con la castità per il Regno dei Cieli) ha da sempre contraddistinto la Chiesa. Si è pure giunti a predicare una castità all’interno dello stesso matrimonio essendo le leggi dello Spirito superiori a quelle di natura.

D’altronde, la Chiesa tradizionalmente sapeva che i mezzi della castità e del digiuno affinano la sensibilità spirituale e preparano il cuore all’incontro con Dio. Da qui il suo insistere su di essi poiché proprio perciò i puri di cuore potranno vedere Dio, secondo la nota beatitudine evangelica.

L’oblio di questi valori ha determinato dapprima una pesante ricaduta sul piano naturale, sulle cosiddette leggi di natura per cui si seguono solo le esigenze naturali, non essendo più chiare quelle spirituali, alla fine rifiutate. L’esempio ci può venire dallo stile di un certo ateismo etico.

A seguito di ciò, è avvenuta un’ulteriore ricaduta e una chiusura umana nella natura stessa a prescindere da ogni altra considerazione e a dispetto dell’evidente debolezza e malattia alle quali è soggetta la natura umana. “Qualunque cosa ti senti di fare che ti fa star bene è buona”, è il motto attuale. L’esempio è quello dell’edonismo attuale ampiamente entrato all’interno della stessa Chiesa.

Effettivamente ciò è potuto avvenire perché buona parte del Cristianesimo si è di fatto staccata dal contatto trascendente ed è rimasta intrappolata in se stessa, nelle supposte buone ragioni intellettuali. Non avendo più sensazione ed esperienza soprannaturale è rimasta con la sola natura (l’intellettualità, la sensibilità) ed è a partire da qui che sono discese tutte le altre conseguenze.

La dottrina tradizionale, che prevedeva l’ascesi, è rimasta in piedi ancora alcun secoli in Occidente riducendosi spesso a qualcosa di molto legale, meccanico e moralistico e che si può riassumere nel detto: “Fai questo ed avrai il premio del Paradiso”.

Oggi, dal momento che i cristiani hanno perso pure la tensione verso i fini ultimi (tra cui il Paradiso), anche l’ascesi si è persa per strada. Al suo posto s’è sostituita l’esaltazione della natura umana com’è, spesso prescindendo da quella voluta e restaurata da Cristo (oramai considerata utopistica) (5).

Se, dunque, una persona omosessuale ha doti e qualità che provengono semplicemente dalla sua omosessualità, come si può legittimamente desumere dall’osservazione della relazione del card. Péter Erdő nel sinodo vaticano, siamo ad un passo dalla mentalità del Gay Pride, dell’orgoglio per il semplice fatto d’essere omosessuali, dal momento che l’omosessualità (o la sessualità in senso lato) è considerata un valore per se stessa. Il logion paolino “La mia gloria è Cristo e Cristo crocefisso” sembra oramai incomprensibile e chiuso in un passato lontano.

Una Chiesa o un ambiente ecclesiale che predica questo o che semplicemente lo ipotizza non ha forse  strappato le sue radici dal terreno neotestamentario e dalla tradizione da esso discendente divenendo de facto un’antichiesa?
È veramente molto arduo negarlo.


© Traditio Liturgica
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NOTE

  1. Si noti come, purtroppo, attorno a noi avvenga sempre più questa confusione. Sfuggendo il senso e il valore dello spirituale, la Chiesa si concentra sull’intelletto e molti suoi aderenti si fanno trascinare nella dolce vita in cui si titillano i sensi.
  2. Fu questo uno dei motivi per cui, quando papa Giovanni XXIII proclamò la festività di san Giuseppe “lavoratore”, il 1° maggio, ci furono diverse perplessità e qualche resistenza nel mondo cattolico.
  3. In questo mio commento non entro di proposito a considerare l’omosessualità nella dottrina tradizionale della Chiesa, poiché si aprirebbe un discorso troppo ampio per questo contesto e totalmente fuori tema per questo blog. Qui mi limito a considerarla nel quadro generale della sessualità umana in rapporto all’istanza spirituale o religiosa.
  4. Questo è così vero che pure nella stessa Chiesa non pochi pensano a Cristo come ad un uomo come tutti gli altri, con moglie o amante e possibili figli. Un uomo che, come tutti, ha conosciuto le passioni umane. Questo Cristo gnostico e secolarizzato avrebbe fatto accapponare la pelle ai padri della Chiesa, ossia a quelle autorità sulle quali dovrebbe fondarsi la dottrina della Chiesa odierna.

14 commenti:

  1. Considerazioni condivisibili totalmente.
    Aggiungo che a mio avviso il matrimonio Cattolico, vissuto con tensione a Cristo, è di per sè un percorso ascetico, sessualità compresa, non meno arduo del monachesimo! Basterebbe ricordarlo al Sinodo, invece di riportare argomenti che partono dai desideri "di pancia"!

    Qualcuno ritiene prossimo un possibile scisma all'interno della Chiesa. In effetti prima o poi si dovrà decidere da che parte stare e con Chi schierarsi.

    nikolaus

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    1. Gentile Nikolaus,
      nel mio discorso non metto etichette "Matrimonio cattolico", "Matrimonio ortodosso" o chissà che altro.

      Nel mio discorso pongo dei punti fissi: l'ascesi è imprescindibile per chi cerca o si prepara ad incontrare Dio.

      Questo simbolicamente lo notiamo anche nell'Antico Testamento laddove Dio dice a Mosé: "Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro" (Es 3, 5). L'uomo dunque deve FARE qualcosa di concreto. È questo che gli viene richiesto.

      A parole possiamo dire che è ascetico pure l'uso della sessualità nel matrimonio, come dice lei e come direbbero molti nel Cattolicesimo. A parole si potrebbe aggiungere che è ascetico pure mangiare una bella bistecca di carne il venerdì santo. Ma a fatti non è per nulla così. Il nostro mondo si confonde con le parole al punto che afferma essere tondo il quadrato e quadrato il tondo.

      Nella tradizione della Chiesa invece si chiamano le cose con il loro nome. L'astensione dai rapporti coniugali per un certo periodo concordato si chiama castità coniugale ed è un atto ascetico. In Oriente il prete sposato si astiene dai rapporti coniugali prima di celebrare la Divina Liturgia. Se i rapporti fossero qualcosa di ascetico, che senso avrebbe astenersi? In Oriente ci si astiene da cibi e bevande dalla mezzanotte prima di ricevere l'Eucarestia. Se mangiare fosse qualcosa di ascetico, che senso avrebbe astenersi?

      Non confondiamo, dunque, le cose, poiché questa preparazione non è fatta per far piacere a Dio ma per imprimere nella nostra natura, già quaggiù, che l'unico cibo è il Signore e l'unico godimento risiede in Lui, in attesa dello stato futuro in cui, come dice Cristo, non ci sarà né sposo né sposa ma tutti saranno uno in Cristo.

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    2. Forse sono stato frainteso, l'ascesi sessuale è proprio questa che lei appena sopra descrive: la capacità della castità matrimoniale e l'apertura alla vita nell'esercizio della sessualità.
      Togliere o denigrare totalmente l'aspetto carnale e sessuale dalla vita umana mi sembra più Cataro che Cristiano. Si arriverebbe a proibire il matrimonio, cosa che la Chiesa non ha mai proibito. Seppure sia una via meno perfetta del celibato, necessita di ascesi e puo' condurre alla santità.

      nikolaus

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  2. Scrivo per condividere questa vostra posizione. Il segno sacramentale è una profonda testimonianza di Cristo presente.
    Cristo è tanto più visibile, quanto più l'umanità che se ne fa segno è capace di astenersi da ciò che le è proprio per rimandare a Colui che ci chiama all'oltre le nostre misure. Il battesimo apre alla vita di fede e permette di uscire dall'eredità del peccato originale (un'umanità segnata dal peccato), per farsi coeredi di Cristo (che il peccato l'ha vinto per mezzo della croce). La confessione riconosce il peccato (sempre lo stesso, mai cambiato), si pente e chiede perdono a Dio: non è il condono di chi ha "sanato" il peccato, spostando la virgola dove non si superano i limiti). L'eucaristia è una tensione di comunione (anche spirituale, per chi non possa sacramentalmente) con Lui, Re di eterna gloria, Verbo incarnato, Redentore nostro; non è un "diritto" contro le discriminazioni tra noi, che "facciamo la comunità" e siamo "tutti insieme" (tra noi? o con Lui?)... Il matrimonio è l'amore fedele con cui Cristo ama la Chiesa (non genericamente il "mondo": infatti tra Gesù e il mondo, con il suo principe, è lotta!). Se uno, per mille motivi, è infedele a questo segno, non è che non è più amato da Dio, ma non può essere quel segno. E se ama una persona dello stesso sesso, o anche di un altro, ma senza impegnarsi oltre una convivenza; oppure ha sciolto la promessa di essere segno sacramentale della fedeltà di Dio, "ricominciando altrove, non è che il suo non sia "amore" o che Dio non lo ama più: lui ama e Dio lo ama, in attesa che sappia riconoscersi bisognoso di misericordia, ma NON è più -stabilmente, deliberatamente, pubblicamente- quel segno che aveva detto di voler rappresentare. Ci vuole semplicemente esperienza di Dio e pochissima dotta teologia... E pochissima psicologia: non conta quello che "mi sento io", ma conta la presenza attiva, riconosciuta e "serenamente temuta", di Dio, nella sua santità che mi chiede santità e non mezze misure. Altrimenti "io sono io" (variante "popolo": "siamo noi"); "io sono mio", e alla fine: io sono dio".
    Si passa dal dire "di generazione in generazione la Sua misericordia si stende su quelli che Lo temono" a "di giustificazione in giustificazione la Sua misericordia si svende a quelli che NON lo temono".

    ruggero

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  3. L'umanità è sempre la stessa.
    Come Israele si allontanò dalla purezza della fede riducendola a casuistica, al punto che Cristo giunse nel momento della sua maggior crisi religiosa per aprire una nuova via che portasse vita, così oggi, dopo secoli, il Cristianesimo sta miseramente decadendo.
    Come finirono i profeti nell'Antico Testamento (e questa è la crisi che indica l'allontanamento di Israele da Dio), così in questo tipo di Cristianesimo si è trasformata la santità in qualcosa di "buono" e "popolare" (magari con miracoli annessi) ma che non ha quel timbro di elevatezza divina che troviamo in santi di altra specie e caratura.
    Temo che in questo contesto molto, molto, sia oramai pura "plastica" luccicante e ben poca realtà sostanziale!

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    1. Condivido, come al solito.....osservando molti credenti e molti ecclesiastici attuali, rispetto a quelli passati, mi viene in mente il racconto sugli aborigeni delle isole durante la seconda guerra mondiale....
      Gli aborigeni vedevano i soldati americani parlare alla radio, mettendosi le cuffie sulla testa....quando i soldati se ne andarono, gli aborigeni si sedevano davanti ad un tronco di legno mettendosi alle orecchie una noce di cocco tagliata in due aspettando di poter sentire anche loro le voci, come avevano visto fare agli americani.....
      Oggi molti sono paragonabili agli aborigeni, non hanno le conoscenze, gli strumenti, non si applicano, e aspettano di sentire qualcosa....

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  4. Perché, mi viene da chiedere, la verginità non è allora un obbligo per ricevere il matrimonio? Non potete sempre salvarvi distraendo con il carisma spirituale, perché il mandato è codificato liturgicamente , certo, ma dogmaticamente e praticamente nei i sacri concili ecumenici.
    Sappiamo ad esempio che di domenica non è possibile avere unioni diverse che dalla santa eucarestia.
    Sappiamo anche varie altre cose.
    Diviene difficilmente giustificabile la prassi cattolica matrimoniale occidentale ma anche quella orientale, se non si presuppone la castità.
    Ma il matrimonio cristiano non è una legge di natura. E' un sacramento istituito da Cristo, o sbaglio?

    d.

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  5. Quello che totalmente manca è pure il concetto di matrimonio come ombra e figura di quello tra anima e Dio, tra la sposa ed il suo Amato, cosa che certamente le deviazioni, perversioni ed inversioni rappresentate dall'omosessualità non possono certo rappresentare quindi non si capisce proprio cosa possano portare alla Chiesa se non disordine ed alienazione. Il matrimonio in ogni epoca, società e contesto religioso ha sempre rappresentato il mattone fondante della società ispirata a dei principi soprannaturali, pervertirlo non fa altro che appunto allontanare l'uomo da Dio.

    Pantocrator

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  6. Non è un caso che Cristo mischi l'imminente distruzione di Gerusalemme con la sua seconda venuta:

    Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; (Lc21:21)

    Cristo dice di fuggire ai monti ma non di uscire dall Giudea... la salvezza non è nelle tribù del Nord...

    Questo per dire che, nonostante l'evidente crisi della Cattolica, passare alla cosiddetta ortodossia è un grave errore...

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    1. Il discorso che fa il blog riguarda le basi della liturgia cristiana (basi tradizionali) e il prodotto che essa crea: la santità cristiana. Ora a partire da certi presupposti derivano inevitabilmente certe conseguenze (sia in positivo che in negativo). Se alcuni, vedendo il deragliamento evidente del mondo cattolico, decidono di abbandonarlo è una questione che riguarda solo loro davanti a Dio. Il blog non ha come fine quello di spingere i cattolici ad abbandonare il cattolicesimo ma dire cosa è tradizionale (da sempre sia in Oriente che in Occidente) e cosa non lo è.
      Poi se un cattolico non ce la fa più (e oramai diversi sono in questo stato di esasperazione) gli si può dire anche mille volte che è un grave errore abbandonare la sua parrocchia o la Chiesa. La abbandonerà e non si può certo affibiare la cosiddetta colpa tutta a lui. Oramai il mondo cattolico è in ampia parte un protestantesimo travestito (e neppure tanto). Almeno i protestanti sono più onesti: non si travestono!

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  7. Diceva San Giovanni Crisostomo che due coniugi perseveranti nella preghiera non hanno nulla da invidiare al più santo dei monaci...ora mi chiedo: perché non occuparsi della preghiera dei coniugi? Perché non aiutare la famiglia a ritrovare la dimensione della preghiera? Perché non farsi maestri di spirito e indicare al marito, alla moglie, ai figli un percorso ascetico di preghiera? La parola ASCESI fa forse paura? Eppure San Pio da Pietrelicina affermava che nella vita cristiana se non sali, inevitabilmente scendi...allora mi chiedo: ma la parola SANTITA' fa forse impressione? Perché se è così, cosa ascoltiamo a fare il vangelo la domenica? Certo, siamo uomini e sbagliamo, ma se non c'è chiara la META DA RAGGIUNGERE, DOVE STIAMO ANDANDO? (Giuseppe)

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    1. Si va nella direzione in cui sono puntati gli occhi. Se gli occhi sono indirizzati al mondo (a cosa ne pensa il mondo e alla figura davanti allo stesso) è là che si andrà!

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  8. La capacità della castità matrimoniale e l'apertura alla vita nell'esercizio della sessualità sono al centro del cammino di ascesi della spiritualità matrimoniale insegnata nella Chiesa Cattolica Romana. Interpretare una dichiarazione del card. Erdo riguardo a una specifica discussione, il cui tema e la problematica sono tutte interne alla nostra società e quindi alla cattolicità occidentale, per poi strumentalizzarle per dimostrare tesi precostituite e verità riguardanti altre realtà già date per scontate, è un'operazione di un'ipocrisia e una falsità intellettuale, morale, umana e cristiana inaudita. L'autore dovrebbe testimoniare ciò che avviene in casa propria, piuttosto che sparlare di ciò che sente dire o avverte che avvenga in casa altrui. I proseliti ottenuti col discredito altrui sono opera diabolica non cristiana.

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