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sabato 4 ottobre 2014

La Chiesa del Nuovo Testamento

Siete così insensati? Dopo aver cominciato con lo Spirito, volete ora raggiungere la perfezione con la carne?” (Gal 3,3).

Nel confronto con i lettori che amabilmente seguono il mio blog, noto che molti concetti da me ritenuti scontati, non lo sono affatto. Ecco il motivo per cui sono costretto a tornarci su, cercando di esprimermi meglio e sperando di essere capito. Qui non si tratta di fare discorsi confessionali in senso stretto ma d'individuare gli elementi principali e fondanti che individuano la Chiesa da ciò che Chiesa non è.

Uno dei concetti-base tutt'altro che scontato, è l'origine della Chiesa. Secondo una larga tradizione patristica, la Chiesa si origina con l'evento della Pentecoste, un dato assodato alla maggioranza dei cristiani attuali i quali, però, non ne sospettano le conseguenze pratiche.

Se la Chiesa si origina con la Pentecoste, evento carismatico per eccellenza, ciò significa che la sua caratteristica principale ed essenziale è carismatica: essa è la porta del Cielo, ossia della trascendenza, oltre la quale c'è l'increato ossia Dio.

Questo comporta inevitabilmente tutta una serie di altre conseguenze:

  1. La Chiesa non può non essere il luogo nel quale, in qualche modo, si sperimenta la realtà ultraterrena. Anche se questa sperimentazione non può essere frequente, è certo che non può essere assente! Il fatto di sostare dietro alla porta di un appartamento abitato ci farà sentire dei rumori e delle voci, o prima o poi! Se non si sente mai niente è segno che quell'appartamento è vuoto o che siamo sordi noi!
  2. Se il fatto essenziale della Chiesa è carismatico, ne discende che deve abilitare e potenziare nell'uomo quegli aspetti in grado di percepire le realtà ultraterrene (aprire i sensi spirituali, cosa simbolicamente illustrata nel rito battesimale). Uno di questi aspetti è chiamato dal mondo patristico con il termine di “nous”, occhio dell'anima, o, detto biblicamente, “cuore”. Il “cuore” dell'uomo intuisce le profondità dello Spirito, la presenza trascendente, al punto che nel vangelo di Luca gli apostoli che non avevano capito con la mente di essere in presenza di Cristo, ad un certo punto si dicono l'un l'altro: “Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr'egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?”. Questo effetto empirico non ha nulla a che vedere con il sentimentalismo con cui spesso si legge e si travisa questo passo evangelico. È il segno di una potenzialità spirituale nell'uomo che la letteratura biblica, quella patristica e ascetica hanno ben presente ma che è stata progressivamente e drammaticamente persa lungo i secoli.
  3. Ne consegue che nella Chiesa la “bussola spirituale” non può che prevalere ed essere superiore ad ogni altro genere di potenzialità umana. La stessa razionalità umana, per quanto abbia un suo valore, è assolutamente secondaria e sta sullo sfondo dinnanzi all'agire di questa bussola.

Se, invece, l'aspetto spirituale, inteso come intuizione concreta della realtà trascendente, non esiste più, quanto sta sullo sfondo emerge e prevale. Avviene un fenomeno analogo a quello del mare quando si ritira ed emergono gli scogli.

L'esaltazione ipertrofica della razionalità nell'ambito della fede è una di queste conseguenze e indica il ritiro della spiritualità dalla vita dell'uomo. In Occidente quest'esaltazione è iniziata con le scuole teologiche di Carlo Magno le quali hanno iniziato a dare uno stile differente alla stessa teologia occidentale che, fino ad allora, si trasmetteva negli ambienti monastici. Le scuole carolinge e quelle che ne continuavano a trasmettere i presupposti, erano particolarmente affascinate dalla ragione e pensavano che, con l'uso della razionalità, fosse possibile penetrare i misteri di Dio, seppur in via analogica.

Ci chiediamo perché fino a poco prima nessuno lo aveva mai pensato! Ci chiediamo anche perché in Oriente nessuno abbia mai percorso questa via (si veda il pensiero e l'ironia di san Gregorio di Nazianzo a tal riguardo). La risposta risulta evidente se si osservano i 3 presupposti che ho sopra esposto.

Schema interno di una chiesa contemporanea.
Una chiesa vuota di spirito, nella quale costantemente si nota il vuoto
dello Spirito, non è più chiesa, avesse pure mille timbri
e mille approvazioni da parte degli uomini.
Se il fine della Chiesa è spirituale per cui apre ed espande nell'uomo delle capacità spirituali, la ragione obbedisce allo spirito e tace davanti alle manifestazioni dello stesso. Ecco perché per i santi l'unica vera disgrazia è il peccato, null'altro!

Se, viceversa, il fine della Chiesa è filosofico, essa non può che produrre concetti su concetti, riempire la testa con affermazioni, produrre documenti a non finire che se non lo fa si crede morta e improduttiva. Ma è questa l'attività vera della Chiesa?

Da qui nasce tutta una diatriba spesso improduttiva e senza fine sul tema “ragione e fede”. I paladini della “fides et ratio” pensano che la ragione sia un dono a vera e propria immagine di Dio, un Dio che tende in realtà a divenire espressione della loro intellettualità. Essi in buona fede vogliono contrastare il razionalismo moderno ateo ma si pongono esattamente sullo stesso piano dei loro cosiddetti nemici. Come potranno offrire una alternativa? Ecco, allora, l'idea che si deve dialogare sempre, a tutti i costi, pure contro ogni evidenza contraria.

Invece la vera ragione della Chiesa non sta in un dialogo, spessissimo impossibile con chi le è avverso. Sta nel mostrare umilmente una vita le cui radici sono eminentemente ultraterrene, spirituali, chiamando bene ciò che è bene e male ciò che è male.

Per questo Dio nella Bibbia non “entra in dialogo” con il suo popolo, nonostante si dica il contrario. Si rivela, ossia si mostra per quel che è. Da questa rivelazione – che in forme differenti continua nella Chiesa neotestamentaria – il popolo trae i principi per la sua vita e si crea una tradizione.

Ecco perché il Cristianesimo, pur avendo una sua “filosofia” e una sua “cultura”, non è filosofia e cultura in senso proprio. Ed ecco perché non è possibile battere infinitamente sulla ragione.

Qualcosa del genere, seppur trasposto in modo differente, lo ritroviamo nel discorso paolino tra carne e spirito. È un discorso da leggere e meditare in profondità. Per san Paolo lo spirito è una realtà che trascende la carne ma è conoscibile ed è ben evidente. La carne, viceversa, è quella realtà creata propria all'uomo, una potenzialità ma pure un suo limite. San Paolo avendo conosciuto di persona la profondità e l'incommensurabile tesoro dello spirito conclude in modo tranciante: “Se vivete secondo la carne voi morrete; ma se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete” (Rom 8, 13). La carne intesa in senso lato, consiste anche nell'esaltare oltre il debito la ragione, nel porla sopra ogni cosa, nel far della Chiesa la serva della razionalità (con la scusa di Dio).

Mi rendo conto che è un discorso duro ma è l'unico da farsi per recuperare l'identità vera della Chiesa, almeno in se stessi. Questo tipo di discorso è sempre emerso nei momenti di crisi della Chiesa, sia in Oriente sia in Occidente anche se attualmente l'Occidente non è sempre in grado di accorgersi dell'ipertrofia del razionalismo nella vita della Chiesa e nella sua stessa teologia e molti suoi ambienti soccombono miseramente alle ideologie del secolo. (Oggi assieme al razionalismo teologico, c'è l'altra faccia della medesima medaglia: l'irrazionalismo teologico che punta al puro sentimentalismo, succedaneo alla spiritualità).

Fu davanti all'affacciarsi del razionalismo teologico che, nel XIV secolo bizantino, scoppiò la famosa polemica tra Gregorio Palamas, alfiere del monachesimo, e Barlaam il Calabro, insegnante di greco del Petrarca e filosofo pre-umanista. Barlaam si muoveva appoggiato a criteri assolutamente razionalisti e, in un certo senso, è l'antesignano di un certo razionalismo teologico contemporaneo che porta inevitabilmente ad un certo scetticismo teologico la cui corsa si esaurisce in un ateismo bello e buono.

L'agnosticismo filosofico che Barlaam dirigeva inizialmente contro i latini, durante il suo soggiorno costantinopolitano, non poteva che cozzare contro Palamas. La polemica inizia qui e ha una sua prima risposta da parte di Gregorio Palamas: Cristo incarnandosi ha stabilito nell'uomo una conoscenza soprannaturale, distinta dall'intellezione ma eminentemente reale, ben più reale di ogni conoscenza filosofica! Barlaam che, fuggendo a Costantinopoli, si era allontanato dal realismo intellettuale della scolastica, finiva per collidere con il realismo mistico dei monaci orientali poiché, in realtà, rimaneva ingabbiato in categorie unicamente razionali.

Palamas non era contrario alla razionalità e alla filosofia ma vi si opponeva quando queste invadevano il campo teologico in quegli aspetti che sono propri all'ineffabilità di Dio. Davanti all'ineffabilità divina l'uomo non può dire nulla né può farne una filosofia analogica, per quanto possa viverla e patirla. Ecco la Pentecoste che continua nella Chiesa!

Perciò Palamas non dà alcun credito sulla conoscenza divina dei filosofi ellenisti e sviluppa una dottrina realista della conoscenza soprannaturale che coinvolge l'uomo intero – anima e corpo – il quale vi può accedere non per le sue forze ma per la Grazia dello Spirito.

Tutto questo pone in primo piano la preghiera e la vita liturgica nella Chiesa, dal momento che questi sono mezzi di unione con il divino.

Ma nel momento in cui è totalmente oscurato l'aspetto trascendente del cristianesimo e il motivo reale per cui è fondata la Chiesa, gli elementi accessori divengono principali ed essenziali: la razionalità (razionalismo teologico) ha il sopravvento e la stessa liturgia non può che divenire momento d'incontro sociale.

Allora si possono fare certi assurdi discorsi di un prete friulano contemporaneo, famoso nel campo sociale e culturale ma assolutamente nullo dal punto di vista tradizionale cristiano: “Io non prego mai il breviario e in pratica non faccio vita di preghiera. Ma siccome faccio molta attività sociale di beneficenza, in realtà prego sempre” (citazione a memoria tratta da una delle opere di don Pierluigi di Piazza). Non meraviglia che proprio gente come lui si sia ubriacata di allegrezza con l'avvento del papa argentino...

Qui la Chiesa come incontro del soprannaturale con la dimensione naturale non esiste più e non vi si crede neppure, anche se esisteranno molte architetture filosofiche e razionali con le quali essa si presenterà al mondo.

Questa, però, non è la Chiesa del Nuovo Testamento, quella inaugurata da Cristo ma una antichiesa.

I cristiani, a digiuno delle più elementari nozioni con cui riconoscerlo, vengono morbidamente e gentilissimamente trasformati in qualcos'altro e ne sono pure felici! Più assurdo di così...

9 commenti:

  1. Son d'accordissimo con il post...mi viene in mente la parabola dei ciechi che seguono a altri ciechi e vanno tutti dentro al fosso...
    Un cristianesimo mezzo ateo, all'acqua di rose, buonista, serve a zero....
    La razionalità ha il suo valore e il suo compito, ma deve portare al momento in cui cede il passo ad altro, altrimenti diventa tutto troppo "umano"..

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  2. L'habitus razionale non è qualcosa di cui uno può disporre a volontà propria,di cui far uso fino a un certo momento e poi passare ad altro. L'atteggiamento razionale è insito nell'uomo,dono di Dio che ci rende differenti da un bruto, e non ci impedisce la fede,ma la rafforza e la stimola. Le suggestioni personali,come quelle descritte nel testo,possono esserci o no ma sono ininfluenti. Uno può giudicarle appunto suggestioni, atteggiamenti psicologici di qualcuno già predisposto a lasciarsene conquistare, e non per questo essere un freddo razionalista che non vede al di là del proprio corazzato convincimento. Non disprezzo i mistici,anzi li vedo molto concreti,ma non riesco a farmene conquistare. Spesso le loro impressioni, ripetitive e uguali a quelle di altri, mi annoiano e non mi danno,l'ebbrezza intellettuale e la gioia che mi davano certi discorsi del " teologo tedesco" Ratzinger, come dicono per disprezzo certi preti.

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    1. Ognuno inizia a camminare dalla situazione in cui è. Molto tempo fà pure io non potevo capire certe cose perché ero molto legato alla razionalità. Oggi non ne faccio a meno, dal momento che quando scrivo cerco di essere rigoroso, come si nota, ma so benissimo che a partire da un certo punto in poi le porte devono essere lasciate aperte.
      Infatti non è tanto un problema essere legati alla razionalità nel campo religioso ma esaurire tutto in essa.

      Ed è esattamente il cammino avvenuto dapprima nel protestantesimo e soprattutto oggi nel cattolicesimo! Si cerca di appiattire tutto su un piano prettamente razionale. Ecco che allora la preghiera non ha molto senso e i religiosi devono fare attività sociale altrimenti non hanno valore alcuno! Qui le porte sono state chiuse e la chiave è stata gettata.

      Poi, sinceramente, apprezzare certi discorsi di Ratzinger senza mai giungere alla "scintilla" con la quale il Cristianesimo è nato e si mantiene nonostante tutto, non conta poi molto, non le pare? E questa scintilla non è "razionale" ma totalmente soprarazionale.

      Mi permetta un giudizio. Ho la sensazione che ritenere "noiosi" i discorsi di certi mistici significhi essere completamente fuori dal loro mondo. Il linguaggio mistico può apparire oggettivamente strano, bislacco e noioso solo in chi non ne condivide parte alcuna, cosa oggi, ahimé, normale!
      D'altra parte il linguaggio mistico non ha senso in se stesso fintanto che non si giunge al fuoco che li ha spinti a scrivere in quel modo strano.
      Senza questo fuoco che determina la dimensione verticale della Chiesa, essa non è più tale ...

      Buon cammino.

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  3. La preghiera è messa all'angolo...questo è il guaio...d'altra parte San Paolo stesso parla di coloro che hanno la parvenza della pietà ma ne hanno rinnegato la forza interiore...non si crede più nella forza della preghiera... .giusto quanto basta per salvare la faccia...se qualcuno anche laico osa fare della preghiera uno stile di vita diventa uno FUORI DELLA REALTÀ e non uno che HA CAPITO TUTTO secondo l'insegnamento degli antichi Padri

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  4. Salve. Voleva farmi delle domande, mi pare. A sua disposizione.

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    1. Mi mandi la sua e-mail. Non la pubblicherò e le scrivo da lì. Grazie.

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  5. Mah.. io ho sempre trovato che proprio il linguaggio mistico è tutt'altro che noioso... Trovo più "noiosi" i trattati di teologia, che trattano la materia come fosse una scienza "empirica" e razionale. La Teologia per i Padri era ben altra cosa, contemplazione diretta della Verità e non il suo riflesso nei limiti della razionalità umana.

    Pantocrator

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    1. Ossia, detto in modo diretto, oggi ci nutriamo di ombre, mentre i padri si nutrivano di Luce. Il che poi, tirate le conseguenze all'estremo, non è altro che il fallimento di certi ambienti di Chiesa...

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  6. Il fallimento è inevitabile: la Teologia è un punto d'arrivo frutto di un percorso di purificazione e di combattimento spirituale, di lotta contro le passioni, di fatiche e sudori, preghiera incessante, imitazione di Cristo per quanto possibile e tutto ciò che i Padri ed i Santi hanno lasciato a testimonianza.

    Pantocrator

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