“Siete
così insensati? Dopo aver cominciato con lo Spirito, volete ora
raggiungere la perfezione con la carne?” (Gal
3,3).
Nel
confronto con i lettori che amabilmente seguono il mio blog, noto che
molti concetti da me ritenuti scontati, non lo sono affatto. Ecco il
motivo per cui sono costretto a tornarci su, cercando di esprimermi
meglio e sperando di essere capito. Qui non si tratta di fare
discorsi confessionali in senso stretto ma d'individuare gli elementi
principali e fondanti che individuano la Chiesa da ciò che Chiesa
non è.
Uno dei
concetti-base tutt'altro che scontato, è l'origine della Chiesa.
Secondo una larga tradizione patristica, la Chiesa si origina con
l'evento della Pentecoste, un dato assodato alla maggioranza dei
cristiani attuali i quali, però, non ne sospettano le conseguenze
pratiche.
Se la Chiesa
si origina con la Pentecoste, evento carismatico per eccellenza, ciò
significa che la sua caratteristica principale ed essenziale è
carismatica: essa è la porta del Cielo, ossia della trascendenza,
oltre la quale c'è l'increato ossia Dio.
Questo
comporta inevitabilmente tutta una serie di altre conseguenze:
- La Chiesa non può non essere il luogo nel quale, in qualche modo, si sperimenta la realtà ultraterrena. Anche se questa sperimentazione non può essere frequente, è certo che non può essere assente! Il fatto di sostare dietro alla porta di un appartamento abitato ci farà sentire dei rumori e delle voci, o prima o poi! Se non si sente mai niente è segno che quell'appartamento è vuoto o che siamo sordi noi!
- Se il fatto essenziale della Chiesa è carismatico, ne discende che deve abilitare e potenziare nell'uomo quegli aspetti in grado di percepire le realtà ultraterrene (aprire i sensi spirituali, cosa simbolicamente illustrata nel rito battesimale). Uno di questi aspetti è chiamato dal mondo patristico con il termine di “nous”, occhio dell'anima, o, detto biblicamente, “cuore”. Il “cuore” dell'uomo intuisce le profondità dello Spirito, la presenza trascendente, al punto che nel vangelo di Luca gli apostoli che non avevano capito con la mente di essere in presenza di Cristo, ad un certo punto si dicono l'un l'altro: “Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr'egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?”. Questo effetto empirico non ha nulla a che vedere con il sentimentalismo con cui spesso si legge e si travisa questo passo evangelico. È il segno di una potenzialità spirituale nell'uomo che la letteratura biblica, quella patristica e ascetica hanno ben presente ma che è stata progressivamente e drammaticamente persa lungo i secoli.
- Ne consegue che nella Chiesa la “bussola spirituale” non può che prevalere ed essere superiore ad ogni altro genere di potenzialità umana. La stessa razionalità umana, per quanto abbia un suo valore, è assolutamente secondaria e sta sullo sfondo dinnanzi all'agire di questa bussola.
Se,
invece, l'aspetto spirituale, inteso come intuizione concreta della
realtà trascendente, non esiste più, quanto sta sullo sfondo emerge
e prevale. Avviene un fenomeno analogo a quello del mare quando si
ritira ed emergono gli scogli.
L'esaltazione
ipertrofica della razionalità nell'ambito della fede è una di
queste conseguenze e indica il ritiro della spiritualità dalla vita
dell'uomo. In Occidente quest'esaltazione è iniziata con le scuole
teologiche di Carlo Magno le quali hanno iniziato a dare uno stile
differente alla stessa teologia occidentale che, fino ad allora, si
trasmetteva negli ambienti monastici. Le scuole carolinge e quelle che ne continuavano a trasmettere i presupposti, erano particolarmente affascinate dalla ragione e
pensavano che, con l'uso della razionalità, fosse possibile
penetrare i misteri di Dio, seppur in via analogica.
Ci
chiediamo perché fino a poco prima nessuno lo aveva mai pensato! Ci
chiediamo anche perché in Oriente nessuno abbia mai percorso questa
via (si veda il pensiero e l'ironia di san Gregorio di Nazianzo a tal
riguardo). La risposta risulta evidente se si osservano i 3
presupposti che ho sopra esposto.
Se
il fine della Chiesa è spirituale per cui apre ed espande nell'uomo
delle capacità spirituali, la ragione obbedisce allo spirito e tace
davanti alle manifestazioni dello stesso. Ecco perché per i santi
l'unica vera disgrazia è il peccato, null'altro!
Se,
viceversa, il fine della Chiesa è filosofico, essa non può che
produrre concetti su concetti, riempire la testa con affermazioni,
produrre documenti a non finire che se non lo fa si crede morta e
improduttiva. Ma è questa l'attività vera della Chiesa?
Da
qui nasce tutta una diatriba spesso improduttiva e senza fine sul
tema “ragione e fede”. I paladini della “fides et ratio”
pensano che la ragione sia un dono a vera e propria immagine di Dio,
un Dio che tende in realtà a divenire espressione della loro
intellettualità. Essi in buona fede vogliono contrastare il
razionalismo moderno ateo ma si pongono esattamente sullo stesso
piano dei loro cosiddetti nemici. Come potranno offrire una
alternativa? Ecco, allora, l'idea che si deve dialogare sempre, a tutti i costi, pure contro ogni evidenza contraria.
Invece
la vera ragione della Chiesa non sta in un dialogo, spessissimo
impossibile con chi le è avverso. Sta nel mostrare umilmente una
vita le cui radici sono eminentemente ultraterrene, spirituali, chiamando bene ciò che è bene e male ciò che è male.
Per
questo Dio nella Bibbia non “entra in dialogo” con il suo popolo,
nonostante si dica il contrario. Si rivela, ossia si mostra per quel
che è. Da questa rivelazione – che in forme differenti continua
nella Chiesa neotestamentaria – il popolo trae i principi per la
sua vita e si crea una tradizione.
Ecco
perché il Cristianesimo, pur avendo una sua “filosofia” e una
sua “cultura”, non è filosofia e cultura in senso proprio. Ed
ecco perché non è possibile battere infinitamente sulla ragione.
Qualcosa
del genere, seppur trasposto in modo differente, lo ritroviamo nel
discorso paolino tra carne e spirito. È un discorso da leggere e
meditare in profondità. Per san Paolo lo spirito è una realtà che
trascende la carne ma è conoscibile ed è ben evidente. La carne,
viceversa, è quella realtà creata propria all'uomo, una
potenzialità ma pure un suo limite. San Paolo avendo conosciuto di
persona la profondità e l'incommensurabile tesoro dello spirito
conclude in modo tranciante: “Se
vivete secondo la carne voi morrete; ma se mediante lo Spirito fate
morire le opere del corpo, voi vivrete”
(Rom 8, 13). La carne intesa in senso lato, consiste anche
nell'esaltare oltre il debito la ragione, nel porla sopra ogni cosa,
nel far della Chiesa la serva della razionalità (con la scusa di
Dio).
Mi
rendo conto che è un discorso duro ma è l'unico da farsi per
recuperare l'identità vera della Chiesa, almeno in se stessi. Questo
tipo di discorso è sempre emerso nei momenti di crisi della Chiesa,
sia in Oriente sia in Occidente anche se attualmente l'Occidente non
è sempre in grado di accorgersi dell'ipertrofia del razionalismo
nella vita della Chiesa e nella sua stessa teologia e molti suoi
ambienti soccombono miseramente alle ideologie del secolo. (Oggi assieme al razionalismo teologico, c'è l'altra faccia della medesima medaglia: l'irrazionalismo teologico che punta al puro sentimentalismo, succedaneo alla spiritualità).
Fu
davanti all'affacciarsi del razionalismo teologico che, nel XIV
secolo bizantino, scoppiò la famosa polemica tra Gregorio Palamas,
alfiere del monachesimo, e Barlaam il Calabro, insegnante di greco
del Petrarca e filosofo pre-umanista. Barlaam si muoveva appoggiato a
criteri assolutamente razionalisti e, in un certo senso, è
l'antesignano di un certo razionalismo teologico contemporaneo che
porta inevitabilmente ad un certo scetticismo teologico la cui corsa
si esaurisce in un ateismo bello e buono.
L'agnosticismo
filosofico che Barlaam dirigeva inizialmente contro i latini, durante
il suo soggiorno costantinopolitano, non poteva che cozzare contro
Palamas. La polemica inizia qui e ha una sua prima risposta da parte
di Gregorio Palamas: Cristo incarnandosi
ha stabilito nell'uomo una conoscenza soprannaturale, distinta
dall'intellezione ma eminentemente reale, ben più reale di ogni
conoscenza filosofica! Barlaam che,
fuggendo a Costantinopoli, si era allontanato dal realismo
intellettuale della scolastica, finiva per collidere con il realismo
mistico dei monaci orientali poiché, in realtà, rimaneva ingabbiato
in categorie unicamente razionali.
Palamas
non era contrario alla razionalità e alla filosofia ma vi si
opponeva quando queste invadevano il campo teologico in quegli
aspetti che sono propri all'ineffabilità di Dio. Davanti
all'ineffabilità divina l'uomo non può dire nulla né può farne
una filosofia analogica, per quanto possa viverla e patirla. Ecco la
Pentecoste che continua nella Chiesa!
Perciò
Palamas non dà alcun credito sulla conoscenza divina dei filosofi
ellenisti e sviluppa una dottrina realista della conoscenza
soprannaturale che coinvolge l'uomo intero – anima e corpo – il
quale vi può accedere non per le sue forze ma per la Grazia dello
Spirito.
Tutto
questo pone in primo piano la preghiera e la vita liturgica nella
Chiesa, dal momento che questi sono mezzi di unione con il divino.
Ma
nel momento in cui è totalmente oscurato l'aspetto trascendente del
cristianesimo e il motivo reale per cui è fondata la Chiesa, gli
elementi accessori divengono principali ed essenziali: la razionalità
(razionalismo teologico) ha il sopravvento e la stessa liturgia non
può che divenire momento d'incontro sociale.
Allora
si possono fare certi assurdi discorsi di un prete friulano
contemporaneo, famoso nel campo sociale e culturale ma assolutamente
nullo dal punto di vista tradizionale cristiano: “Io non prego mai
il breviario e in pratica non faccio vita di preghiera. Ma siccome
faccio molta attività sociale di beneficenza, in realtà prego
sempre” (citazione a memoria tratta da una delle opere di don Pierluigi di Piazza). Non meraviglia che proprio gente come lui si sia ubriacata di allegrezza con l'avvento del papa argentino...
Qui
la Chiesa come incontro del soprannaturale con la dimensione naturale
non esiste più e non vi si crede neppure, anche se esisteranno molte
architetture filosofiche e razionali con le quali essa si presenterà
al mondo.
Questa,
però, non è la Chiesa del Nuovo Testamento, quella inaugurata da
Cristo ma una antichiesa.
I
cristiani, a digiuno delle più elementari nozioni con cui
riconoscerlo, vengono morbidamente e gentilissimamente trasformati
in qualcos'altro e ne sono pure felici! Più assurdo di così...


Son d'accordissimo con il post...mi viene in mente la parabola dei ciechi che seguono a altri ciechi e vanno tutti dentro al fosso...
RispondiEliminaUn cristianesimo mezzo ateo, all'acqua di rose, buonista, serve a zero....
La razionalità ha il suo valore e il suo compito, ma deve portare al momento in cui cede il passo ad altro, altrimenti diventa tutto troppo "umano"..
L'habitus razionale non è qualcosa di cui uno può disporre a volontà propria,di cui far uso fino a un certo momento e poi passare ad altro. L'atteggiamento razionale è insito nell'uomo,dono di Dio che ci rende differenti da un bruto, e non ci impedisce la fede,ma la rafforza e la stimola. Le suggestioni personali,come quelle descritte nel testo,possono esserci o no ma sono ininfluenti. Uno può giudicarle appunto suggestioni, atteggiamenti psicologici di qualcuno già predisposto a lasciarsene conquistare, e non per questo essere un freddo razionalista che non vede al di là del proprio corazzato convincimento. Non disprezzo i mistici,anzi li vedo molto concreti,ma non riesco a farmene conquistare. Spesso le loro impressioni, ripetitive e uguali a quelle di altri, mi annoiano e non mi danno,l'ebbrezza intellettuale e la gioia che mi davano certi discorsi del " teologo tedesco" Ratzinger, come dicono per disprezzo certi preti.
RispondiEliminaOgnuno inizia a camminare dalla situazione in cui è. Molto tempo fà pure io non potevo capire certe cose perché ero molto legato alla razionalità. Oggi non ne faccio a meno, dal momento che quando scrivo cerco di essere rigoroso, come si nota, ma so benissimo che a partire da un certo punto in poi le porte devono essere lasciate aperte.
EliminaInfatti non è tanto un problema essere legati alla razionalità nel campo religioso ma esaurire tutto in essa.
Ed è esattamente il cammino avvenuto dapprima nel protestantesimo e soprattutto oggi nel cattolicesimo! Si cerca di appiattire tutto su un piano prettamente razionale. Ecco che allora la preghiera non ha molto senso e i religiosi devono fare attività sociale altrimenti non hanno valore alcuno! Qui le porte sono state chiuse e la chiave è stata gettata.
Poi, sinceramente, apprezzare certi discorsi di Ratzinger senza mai giungere alla "scintilla" con la quale il Cristianesimo è nato e si mantiene nonostante tutto, non conta poi molto, non le pare? E questa scintilla non è "razionale" ma totalmente soprarazionale.
Mi permetta un giudizio. Ho la sensazione che ritenere "noiosi" i discorsi di certi mistici significhi essere completamente fuori dal loro mondo. Il linguaggio mistico può apparire oggettivamente strano, bislacco e noioso solo in chi non ne condivide parte alcuna, cosa oggi, ahimé, normale!
D'altra parte il linguaggio mistico non ha senso in se stesso fintanto che non si giunge al fuoco che li ha spinti a scrivere in quel modo strano.
Senza questo fuoco che determina la dimensione verticale della Chiesa, essa non è più tale ...
Buon cammino.
La preghiera è messa all'angolo...questo è il guaio...d'altra parte San Paolo stesso parla di coloro che hanno la parvenza della pietà ma ne hanno rinnegato la forza interiore...non si crede più nella forza della preghiera... .giusto quanto basta per salvare la faccia...se qualcuno anche laico osa fare della preghiera uno stile di vita diventa uno FUORI DELLA REALTÀ e non uno che HA CAPITO TUTTO secondo l'insegnamento degli antichi Padri
RispondiEliminaSalve. Voleva farmi delle domande, mi pare. A sua disposizione.
RispondiEliminaMi mandi la sua e-mail. Non la pubblicherò e le scrivo da lì. Grazie.
EliminaMah.. io ho sempre trovato che proprio il linguaggio mistico è tutt'altro che noioso... Trovo più "noiosi" i trattati di teologia, che trattano la materia come fosse una scienza "empirica" e razionale. La Teologia per i Padri era ben altra cosa, contemplazione diretta della Verità e non il suo riflesso nei limiti della razionalità umana.
RispondiEliminaPantocrator
Ossia, detto in modo diretto, oggi ci nutriamo di ombre, mentre i padri si nutrivano di Luce. Il che poi, tirate le conseguenze all'estremo, non è altro che il fallimento di certi ambienti di Chiesa...
EliminaIl fallimento è inevitabile: la Teologia è un punto d'arrivo frutto di un percorso di purificazione e di combattimento spirituale, di lotta contro le passioni, di fatiche e sudori, preghiera incessante, imitazione di Cristo per quanto possibile e tutto ciò che i Padri ed i Santi hanno lasciato a testimonianza.
RispondiEliminaPantocrator