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giovedì 20 novembre 2014

Una teologia di parte, ossia come la teologia si secolarizza seguendo le mode attuali (prima parte)


Due articoli fa, si parlava dell’oblio progressivo degli autori antichi nella prassi della Chiesa e nella sua teologia. Da quest’oblio è derivata la decadenza del Cristianesimo. Giustamente è stato chiesto in che senso e com’è stato possibile tale avvenimento. Qui s’inizierà a rispondere a tale domanda.
Se è vero che certe chiese locali hanno mantenuto più di altre il legame con l’antichità cristiana, con la venerazione di determinati autori greci e latini; se è vero che in certe epoche si è ripresentata una certa attenzione a temi importanti (si pensi ad un certo apofatismo teologico nella spiritualità carmelitana, alla redazione della Patrologia Greca e Latina per opera dei padri Maurini), è pur sempre vero che il cammino generale inclinava verso l’oblio in favore delle tendenze del momento: l’individualismo ha avuto la meglio su tutto e si è riflesso in varie modalità nello stesso stile della Chiesa in Occidente, soprattutto oggi.

A livello teologico, ossia di riflessione articolata sulla fede, quest’individualismo determina “scelte originali”. Un odierno teologo famoso non si limiterà a mostrare la sapienza antica del Cristianesimo ma inizierà col prendere pochi aspetti di essa staccandoli o prescindendo da tutti gli altri per costruirci un sistema di pensiero, magari servendosi di una corrente filosofica attuale (personalismo, esistenzialismo, ecc.). Il procedimento adottato da questi autori è sempre lo stesso! In questo modo, la dottrina cristiana viene dissestata e filosofizzata, ossia resa pura speculazione, pensiero, astrazione. Con questo trattamento si finisce per rendere il Cristianesimo qualcosa di “troppo umano”, di racchiuso nei limiti della pura ragione, come direbbe Kant o del sentimento. Non a caso quest’intellettualizzazione è un puro esercizio della mente e non comporta (o è impossibile che comporti) una seria prassi spirituale. Si tratta, allora, di un Cristianesimo monco ed impotente.

Se è vero che, anticamente, gli autori patristici hanno cercato di utilizzare termini e concetti provenienti dalla filosofia stoica e platonica (in realtà più che sistemi di pensiero o filosofie in senso astratto, queste erano scuole di vita!), è anche vero che le hanno innestate in un contesto completamente nuovo. I padri non erano puri intellettuali ma autori spirituali. Fecero, così, una sorta di “lavaggio” dei concetti pagani trasformandoli in “mattoni da costruzione” per l’edificio cristiano. Il risultato fu totalmente nuovo e le somiglianze di alcuni aspetti o termini con quelli pagani furono solo formali, almeno nel pensiero della grande patristica greca.

Al contrario, i teologi del periodo moderno per la gran maggioranza tendono tutti ad essere dei puri intellettuali.
Se i padri ritenevano la formazione monastica superiore alla formazione intellettuale, poiché la pietà doveva dirigere il loro intelletto, i teologi moderni pongono la formazione intellettuale prima della pietà e, spesso, a prescindere da quest’ultima, al punto che non capiscono o sono addirittura avversi alla vita monastica.
Il monachesimo nel mondo cristiano occidentale è, così, spinto ai margini della vita della Chiesa; è una riserva di “spiritualità”, per così dire, che però, a differenza della mentalità dei padri, non ha e non deve avere a che fare con la teologia in cui regna il dominio del “puro intelletto”. Questo divorzio è segno di una patologia matura e indica, a sua volta, una totale separazione dalla mentalità patristica e monastica.

È molto eloquente, in tal senso, la domanda che un abate benedettino fece al principale riformatore della liturgia cattolica, mons. Annibale Bugnini, attorno alla seconda metà degli anni ’60 del ‘900: “Monsignore, abbiamo posto attenzione ai principi con i quali lei vuole riformare la Messa solo che, ci chiediamo, come possiamo applicare tutto questo in un monastero?”. L’arcivescovo Marcel Lefebvre, presente a questa riunione, ascoltò allibito l’incredibile risposta di mons. Bugnini e la trascrisse nelle sue memorie: “A dire il vero, per la riforma della Messa, non ho pensato ai monasteri”. La liturgia “centro e culmine della vita cristiana”, lavoro per eccellenza dei monaci, opus Dei, veniva riformata senza considerare i monaci!

Gran parte del lavoro teologico attuale è, dunque, una filosofia religiosa che non ha molto a che vedere con la pietà e la prassi tradizionale della fede. Essendo così, non può che essere idealista, astratto, sovente contraddittorio e nemico dei principi fondanti del Cristianesimo, anche se, a parole, ne vorrebbe riscoprire forza e autenticità.

Quest’impostazione teologica non nasce come per incanto da 70 anni a questa parte; proviene dall’aver dimenticato progressivamente lo stile e i contenuti degli antichi autori con la conseguenza di una vera e propria secolarizzazione del pensiero teologico.

Di seguito proporrò ai miei amabili lettori due autori che presentano tratti significativi in tal senso: Giovanni Zizioulas, metropolita di Pergamo (Patriarcato Ecumenico) e Christos Yannaras, scrittore e filosofo greco. Entrambi hanno molti elementi interessanti e, per certi versi, affascinanti perché cercano di presentare il Cristianesimo orientale con una veste filosofica occidentale (si servono, in buona parte, della filosofia personalista ed esistenzialista). Ma entrambi, formati con una mentalità universitaria occidentale, risentono delle problematiche su esposte al punto che paiono straordinariamente simili ad alcuni teologi cattolici attuali. È questo che contribuisce a determinare la loro fama, al punto che diverse loro opere sono accessibili e tradotte ed entrambi sono spesso invitati in dialoghi o riunioni ecumeniche internazionali.

Esporrò di seguito alcuni loro tratti biografici e le linee emergenti del loro pensiero.
In un prossimo articolo inizierò ad esporre gli elementi problematici della loro teologia con i quali capiremo praticamente quali rischi corre il pensiero cristiano quando si allontana da una visione d’insieme impressa dai suoi antichi autori. Mi servirò, per questo, della puntuale e inoppugnabile analisi di Jean-Claude Larchet (in Personne et nature, Cerf, Paris 2011).

C’è da dire che Zizioulas e Yannaras, proprio perché ortodossi, nominalmente si riferiscono a certi autori antichi ma sostanzialmente tendono a travisare alcuni tratti importanti del loro pensiero con risultati poco coerenti e, praticamente, un po’ inquietanti. Il procedimento da loro seguito è identico a quello dei teologi attuali occidentali: porre la lente su pochi particolari prescindendo da tutto il resto e leggerli con i canoni interpretativi della filosofia moderna, senza prestare gran discernimento. La cosa incredibile è che non abbiamo a che fare con persone ingenue o di formazione superficiale, il che indica la volontà personale di voler a tutti i costi battere una via nuova senza rendersi conto dei pericoli in cui s’incorre.

Si consideri che nel mondo cattolico a questa problematica ben ricorrente si aggiunge il desiderio di piacere a tutti i costi all’attuale cultura, finendo per decurtare non poco le scandalose esigenze evangeliche e gli stretti vincoli della tradizione ecclesiale.

Questi due teologi ortodossi e i loro confratelli cattolici rappresentano, dunque, solo due tappe differenti, due gradini discendenti del medesimo cammino secolarizzante del cristianesimo, dal momento che esistono “teologi cattolici che giungono oramai a rifiutare riferimenti tradizionali che i nostri due autori ancora mantengono, almeno formalmente (Vito Mancuso docet, per tutti). Ecco perché è altamente raccomandabile che anche un lettore cattolico legga e prenda coscienza di tali fenomeni, essendo sostanzialmente molto simili a quelli di certi teologi cattolici à la page che influenzano assai il pensiero e la prassi religiosa odierna.

Tratti biografici essenziali di Giovanni Zizioulas

Il metropolita Giovanni Zizioulas (Kosani, Grecia, 1931), ha iniziato la sua formazione accademica presso l'Università di Atene e quella di Salonicco nel 1950. Nel 1955 è poi passato all'Istituto Ecumenico di Bossey. Tra il 1960 e il 1964 ha lavorato per il dottorato con il teologo Georges Florovsky discutendolo nel 1965 presso lUniversità di Atene. In seguito è stato docente assistente nella medesima Università e professore di storia della Chiesa. Nel 1970 ha insegnato patristica presso l'Università di Edimburgo e in seguito in quella di Glasgow in cui ebbe una cattedra in teologia sistematica. Fu visiting professor al King College di Londra. Nel 1986 è stato eletto e consacrato arcivescovo metropolita nel Patriarcato Ecumenico. AllUniversità di Salonicco ha assunto il ruolo permanente di docente di teologia dogmatica.

Alcune linee generali del pensiero teologico di Zizioulas

Il pensiero del Metropolita Giovanni segue sostanzialmente due direttrici: la Chiesa e l'essere persona.
  1. La Chiesa dev’essere compresa come realtà eucaristica con al centro il vescovo che ha un ruolo determinante (contro il pensiero del teologo russo Afanasieff che mette in ombra quest’aspetto). Zizioulas ha, dunque, un concetto episcopocentrico della struttura della Chiesa che comprendere il Vescovo in primo luogo come presidente della Divina Liturgia e la comunità eucaristica.
  2. Zizioulas, appoggiandosi ad alcuni concetti rinvenibili in Sant’Ireneo e in san Massimo il Confessore, ha elaborato un concetto originale di teologia il cui ruolo centrale è l’essere persona. L’essere persona nella Chiesa, l’ontologia personalista, è un concetto elaborato pure da indagini sulla filosofia greca e patristica unite con alcuni concetti espressi dalla filosofia moderna personalista. Per quest’impostazione, l’essere umano è veramente tale se diviene persona, ossia “essere in relazione”. Un essere che non è in relazione non raggiunge la dignità della persona. Il battesimo inizia a far divenire l’uomo “essere di relazione” facendolo divenire “ipostasi ecclesiale”. Il completamento di questo cambiamento avverrà solo con la risurrezione in cui l’uomo non sarà più sottomesso alla morte.

Tratti biografici essenziali di Christos Yannaras

Christos Yannaras (Atene, 1935) iniziò la sua formazione religiosa allinterno di una confraternita ortodossa, Zoì, nella quale scoprì il pensiero dei padri della Chiesa. Da essa si distaccò criticandone il pietismo e il moralismo che, secondo lui, imitavano quelli di marca occidentale. Dal 1964 al 1967 Yannaras studiò in Germania e scoprì il pensiero di Heidegger. Dal 1968 studiò a Parigi. Qui, pose a confronto i padri della Chiesa con i filosofi dellumanesimo tragico contemporaneo, da Nietzsche a Camus. A Parigi, alla Sorbona, Yannaras preparò una tesi intitolata La metafisica del corpo presso san Giovanni Climaco, lavoro presentato in Grecia ma non accolto. Solo nel 1970 ottenne un dottorato in teologia a Tessalonica con una dissertazione dal titolo Il contenuto ontologico della nozione teologica di persona. Nel 1981, non senza incontrare resistenze politico-culturali, divenne professore di filosofia ad Atene presso quella che è ora lUniversità Panteion di Scienze Politiche e Sociali e vi insegnò fino alla pensione.

Alcune linee generali del pensiero teologico di Yannaras

Come il metropolita Giovanni, Yannaras insiste molto sul concetto di “persona in relazione” indicando nella relazione la vera realizzazione umana. Le si contrappone lindividuo, ossia luomo chiuso in se stesso e incapace di una vita damore. Per questo il Cristianesimo non è una religione, ma è un nuovo modo di esistenza nella comunione. Listinto religioso ha sempre cercato, però, dimpadronirsene e di farne unistituzione religiosa. Il concetto di amore e dinnamoramento, come uscita dallindividualismo o dal non essere persona per Yannaras è fondamentale. Il nostro autore arriva a scrivere: “Solo se esci dal tuo io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro di Lui”.

© Traditio Liturgica 
 (continua)

1 commento:

  1. Nella seconda parte inizieremo a vedere come questi due autori prendano di fatto le distanze dalla teologia monastica (o ascetica che dir si voglia) predicata dai Padri della Chiesa. In questo modo si avvicinano in modo chiaramente sensibile alla teologia accademica occidentale. È qui l'inizio di tutti i problemi.

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