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lunedì 22 dicembre 2014

Equilibri e squilibri nella vita cristiana




Questo post nasce in modo curioso.
Leggendo vari articoli in rete, ho trovato l'intervista ad un sacerdote (che esprime in qualche punto una visione molto clericalista della vita cristiana). Questo mi ha fatto scattare l'idea di esporre in modo semplice qualche concetto fondamentale senza voler essere assolutamente esaustivo.
A volte senza alcuna cattiva intenzione e, anzi, con l'idea di fare il miglior servizio alla Chiesa, si spostano delicati equilibri, si mettono in ombra certi aspetti precedentemente in luce, si sposta insensibilmente il baricentro e tutto, pur rimanendo apparentemente identico, cambia radicalmente. Poi inevitabilmente nascono radicalizzazioni, opposizioni e conseguenze inevitabili.

Partiamo dal primo schema: quello che dispone gli elementi fondamentali in ordine corretto. 
Questo schema considera la visione tradizionale, quale si trova, ad esempio, nei trattati ascetici e nelle opere patristiche dei primi secoli del Cristianesimo. Qui è chiaro che l'uomo deve fare un cammino di trasformazione in collaborazione con l'aiuto di Dio (la grazia). Egli si prepara con l'ascesi, ossia con il disciplinare le proprie forze in modo da acquisire un abito adatto, da svellere il proprio terreno per far crescere il seme evangelico. Dio pone la sua opera anche attraverso l'attività dei sacramenti che fanno entrare l'uomo progressivamente in una nuova dimensione. Ascesi e sacerdozio sono dei mezzi indispensabili a servizio di questa crescita che culmina con l' "incorporazione a Cristo" ossia con il divenire "nuova creatura" secondo il dettame neotestamentario. I mezzi sono chiari e il fine pure. Qui la Chiesa si riconosce nel mondo monastico.


Il secondo schema (1) è una distorsione della vita cristiana, distorsione più o meno intensa a seconda di come si radicalizzano le cose. Tale distorsione si è realizzata in alcune epoche della storia del Cristianesimo. In buona sostanza nasce da un'opposizione (ai negatori del sacerdozio) e da una certa miopia con la quale si tende a considerare la Chiesa in modo molto istituzionale. Qui tutto è posto su un piano idealistico per cui il singolo, per amore ad una sua immagine, è spinto ad andare oltre ai propri limiti. La vita ascetica è equivocata come riscatto, come "moneta" con la quale si compera la benevolenza divina.  Ad esempio, qui la "continenza dello sguardo" (schema precedente) diventa "castigo dello sguardo", la carne da debole è considerata nemica, ecc. L'esistenza dei santi non è più un fine reale poiché essi, in un certo qual modo, hanno come principale funzione quella di testificare la grandezza della Chiesa (in quanto istituzione) e del sacerdozio che la anima. Quest'ultimo se non a parole almeno a fatti diviene il vero fine ultimo, la perfezione cristiana. Chi lo pensa non si accorge che la "perfezione" dal punto di vista cristiano, è tale se si mantiene e ha senso anche oltre la dimensione terrena (in Paradiso il sacerdozio non serve a nulla e rimane solo la santità). Un sacerdozio inteso in questo senso è sempre più vissuto come l'esercizio di un potere, piuttosto che un reale servizio. D'altronde, la storia è là a dimostrarcelo. Infatti il clero in questo contesto tende a divenire una casta chiusa in se stessa che non da conto ai propri fedeli sul proprio operato. La vita più bella che possa esistere su questa terra, allora, non è tanto la vita nella grazia (la santità) come nel primo schema ma il sacerdozio. L'accento si sposta da una realtà spirituale ad una realtà istituzionale. Senza volerlo e in nome di alcuni principi tradizionali si flette lo sguardo su questa terra e si tende a chiudere l'istituzione in se stessa. A questo punto, se la vita più bella che possa esistere su questa terra è il sacerdozio, perché privarlo alle donne? Le si priverebbe, infatti, di un diritto sacrosanto: "la vita più bella che possa esistere su questa terra"!
Questa Chiesa emargina quel monachesimo ancora animato da spirito antico fino a guardarlo con sospetto: il misticismo è visto come "anti istituzionale" (2).


Esaminiamo il terzo schema (3). Nel momento in cui inconsapevolmente si abbassa la visione umana solo su questa terra, con un'esaltazione eccessiva dell'istituzione sacerdotale, si ha contribuito a far nascere un movimento di spirito che tende sempre più a considerare le cose in modo secolaristico. L'idealismo - sostituito al realismo cristiano del primo schema - viene meno ed è rimpiazzato a sua volta dall'accettazione di quel che siamo senza alcun orizzonte trascendente. L'ascesi e il sacerdozio sono concepiti solo se si applicano ad un generico bene della società, bene inteso nel suo significato materiale, non più spirituale. Alla fine quel che l'uomo era all'inizio si ritrova sostanzialmente alla fine di questo "cammino". 
La Riforma luterana predicava l'impossibilità per l'uomo di cambiare, di convertire il suo cuore. Solo grazie alla sua fede il peccatore  era giustificato da Dio. In quest'ultimo schema si fa un passo ulteriore: l'uomo oltre a non cambiare affatto si autogiustifica. In questo modo, la stessa idea di Dio (della quale ci si potrebbe servire nel secondo schema) non è più indispensabile e si perviene ad un agnosticismo pratico. Eccoci arrivati, finalmente, ai giorni nostri.

Note

1) Ci tengo ad osservare che il secondo schema non si è mai imposto in modo totalizzante, pure all'interno dello stesso Cristianesimo occidentale. In altre parole, sono sempre rimaste testimonianze del passato, seppur confinate e incomprese, testimonianze che però non hanno più potuto influenzare massivamente il corpo ecclesiale. Questo schema l'ho verificato molte volte all'interno di un determinato mondo tradizionalista cattolico il quale o equivoca la vita spirituale in senso devozionalistico o ha un concetto di Chiesa fortemente istituzionale e legale. Ciò è così vero che non si guarda tanto all'interiorità (data per scontato) quanto a quello che emerge esteriormente. "Se lei diverrà sacerdote, chissà, può essere che un giorno diventi pure vescovo", disse una fedele tradizionalista ad un pio laico, qualche anno fa. Il punto di arrivo, il vertice del cammino cristiano, sembra esaurirsi nell'assumere un incarico istituzionale, non in un'ininterrotta crescita spirituale. Questo spostamento dei baricentri è fatale e dimostra che lo stesso tradizionalismo cattolico (almeno quello con questa impostazione) non può offrire una valida risposta alla crisi del Cristianesimo. 
2) È sufficiente ricordare solo il trattamento ricevuto da Teresa d'Avila e Giovanni della Croce.
3) Questo schema purtroppo riguarda un'ampia parte del mondo cattolico odierno.

5 commenti:

  1. Salve Pietro,
    grazie per l'articolo!

    Magari il tema non è esattamente questo ma, come conseguenza del secondo schema, mi viene da pensare anche un certo tipo di "apostolato" - figlio di quel modo di intendere la vita cristiana che lei, più che giustamente, ha definito "clericalista" - che squalifica in modo eccesivo e, a mio avviso, deleterio la vocazione e la vita matrimoniale.
    Certamente il buon Dio su questa terra si riserva un numero di chiamati affinché siano "eunuchi" per il suo Regno, certamente il sacerdozio e la vita religiosa rappresentano un grado più alto di perfezionamento della vita cristiana ma confesso che a volte ho la sensazione che si spinga troppo sull'acceleratore e questo articolo - sperando di non sbagliarmi - me ne da la conferma.
    Sembra quasi che non si consideri a sufficienza che la vita consacrata e la vita che nasce dal matrimonio sacramentale hanno entrambe, come modello di riferimento, il matrimonio tra il Signore Gesù e la Chiesa sua sposa.

    Grazie,
    Simone.

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    1. Invece ha colto una delle coseguenze dell'impostazione clericalista!
      L'istituzione del clero e del monachesimo sono entrambe indispensabili alla Chiesa; non sono dei punti di arrivo ma dei sostegni per chi cammina. Il punto di arrivo è solo la pienezza della vita in Cristo.

      Questo è così vero che anticamente (come oggi in Oriente) il monaco non sacerdote con una santa vita è in grado di consigliare e dirigere i fedeli, cosa che in Occidente parrebbe quanto meno strana: solo un prete può edocere (è parte della chiesa docente!).
      Il clericalismo esiste ancor oggi ed è ben radicato sia tra chierici che tra laici. È una distorsione, appunto, non una cosa sana. La donna che sussurra al giovane uomo "Chiessà che lei un giorno non divenga vescovo!", il prete tradizionalista che afferma "La vita sacerdotale è la vita più bella che possa esserci su questa terra", sono affermazioni che vanno tutte inequivocabilmente in una direzione: l'esaltazione di un aspetto istituzionale proprio alla Chiesa che diviene, così, fine, non puro mezzo.
      In questo modo, uno può essere chierico perfetto, conoscere a mena dito il diritto canonico ma disprezzare la spiritualità o praticarla in modo puramente formale. È vero che Pio X, agli inizi del '900, cercava di dare potenti iniezioni di spiritualità (il prete deve pregare) ma oggi che vediamo? È rimasto in piedi il clericalismo (che certo Bergoglio non abbatte ma alimenta con il suo stesso stile) e non si trova più la sana pietà. L'aspetto mistico della vita cristiana, essendo il fiore più alto della spiritualità, è quello che per primo si è disseccato. Ha sempre avuto vita difficile, in Occidente, ma mai come oggi. Ed è questo che, alla fine, io osservo, mentre la gran maggioranza preferisce fermarsi ai soli aspetti esteriori o a conforti psicologici.

      In realtà, alla maggioranza dei cosiddetti cristiani il cristianesimo (secondo il primo schema) non interessa affatto! Essi mi ricordano l'atteggiamento di alcuni giovani - da me osservati anni fa in un'istituzione tradizionalista cattolica - che sorridevano con compatimento dinnanzi a chi si preoccupava della vita di pietà.

      L'atteggiamento profano si trova, eccome!, pure tra i cosiddetti tradizionalisti!

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  2. Grazie!
    Purtroppo i danni che provoca questo tipo di approccio li ho sperimentati sulla mia pelle e pochi capiscono le conseguenze dell'azione di questi chierici che attingono a piene mani da questa visione distorta...

    Di nuovo, grazie per i preziosi interventi che sempre pubblica su questo blog. Dio gliene renda merito!
    Buon Natale!

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  3. Caro Pietro C.,
    le raffigurazioni che propone sono sempre davvero chiarissime.

    Io penso che la "logica" confligga in qualche modo con lo Spirito santo attraverso questo snodo cruciale.

    Ogni militante di un partito (anche i cristiani possono averlo, liturgico o pastorale che sia) è animato dal "sacro fuoco" dell'idea "giusta" che deve propagandare agli uomini. Per lui è essenziale, "che cosa penseranno di noi", essere "visti", convincere con il proprio "fare" e "pensare", non rinunciando a retorica, moralismo e demagogia per essere più "efficaci".
    Ogni militante sa che il partito lo trascende e si trasforma in un "io collettivo" che supera il tempo e lo spazio.
    L'io collettivo pensa un'ideologia, attrezzandola di schemi, slogan e stili: l'idea e l'ideologia diventano idolo.
    I militanti del partito con la sua ideologia danzano attorno all'idolo, certi di conquistare il mondo per migliorarlo.
    L'idolo dell'io collettivo rappresenta la via di salvezza per l'uomo e i capi del partito sono gli uomini di cui fidarsi.
    In tutto questo c'è razionalismo, logica, organizzazione, persino stoicismo: ma non necessariamente lo Spirito santo.

    Invece, un "cristiano e basta" aggiunge il proprio umile niente al tutto che è Cristo, in cui si ricapitola tutta la creazione ammorbata dal peccato verso Dio.

    Dio ha pagato i debiti (passati e futuri verso di Lui) che nessuno di noi potrebbe mai estinguere.
    Non è un'idea: Dio è intervenuto nella storia, come promesso e ha promesso di ritornare a completare l'opera.
    La storia è totalmente nelle Sue mani. Ci chiede fiducia e di non confidare nell'uomo, di non seguire il mondo.
    Ma nella Sua misericordia, nella grande pietà per i miseri, rispetta la nostra libertà di dire di sì o di no al Suo amore.
    Ci ha resi potenzialmente "templi del Suo Spirito", cioè capaci di Lui, in grado di accoglierLo, per essere figli Suoi.
    Il nostro compito non è quello di "far nascere Cristo in noi", come se non esistesse; ma di rinascere noi alla vita nuova che Egli è in grado di donarci se smettiamo di avere fame di mondo e di crederci già figli di Dio senza Cristo.
    Il nostro compito non è di idolatrare il tempio che costruiamo a Dio (vedi oggi Santo Stefano e il sommo sacerdote, Atti capitolo 7).


    I militanti del partito dell'idea, i propagandisti dell'ideologia, i liturgisti degli idoli, pensano Dio, Lo creano nei propri schemi per farne la scusa o la ragione per imporre il proprio "io collettivo" come grimaldello della storia: protagonisti di tutte le schiavitù umane, con il proposito di servire l'uomo, avendone il culto, con la scusa di una "figura ideale".

    E' il grande inganno dell'anticristo, la tracotanza di chi vorrebbe annullare lo scandalo dell'incarnazione e della croce, la follia della resurrezione e della parusia, per riportare il proprio servizio alle misure dell'uomo, cioè alla condizione che, lasciandoci nel peccato, cerca di estinguere il debito con il proprio protagonismo, pensando di fare dell'uomo (singolo o collettivo) un dio che non abbia bisogno di Dio.



    Solo chi si applica a lasciarsi guidare dallo Spirito e non si lascia incantare dal mondo con la sua santa vita, è in grado di consigliare e dirigere i fratelli di fede ed essere percepito come "di Dio" da chi non ha la fede. Non perchè "dialoga", perchè è "aperto" o perchè è "moralmente irreprensibile" o "socialmente impegnato", ma semplicemente perchè, con tutti i suoi limiti, non si vergogna di essere tutto "di Dio".

    tralcio

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  4. Coloro che nascondono il Mistero della presenza divina nella storia e lo oppongono con ideologie (come dice lei) e religiosità con fini sociali (affinché il mondo applauda), rappresentano il 95 per cento del Cristianesimo attale attorno a noi. Il lievito nascosto sarà l'unico che alla fine potrà servire, non questo attivismo il cui fine è unicamente l'esaltazione di se stessi.

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