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martedì 16 dicembre 2014

La tradizione ascetica, i "putrefatti nel cuore" e Bergoglio




Questo blog non ha affatto come fine quello di rispondere puntualmente a tutte le imprecisioni o  errori diffusi ora da questo ora da quel personaggio. Non vuole neppure assumere uno stile polemico, cosa dalla quale rifugge. 
Tuttavia ci sono circostanze in cui pare necessario parlare chiaramente, non per questioni o antipatie personali ma per stabilire come stanno realmente le cose. È il miglior servizio verso i lettori.

Recentemente ha fatto un certo colpo l'ultima esternazione di Jorge Bergoglio sulla disciplina ecclesiastica del digiuno se non altro perché, oltre a ridicolizzare certe prassi, ha inchiodato i custodi delle tradizioni con la definizione "putrefatti nel cuore", espressione, a mio modo di vedere, abbastanza pesante e indubbiamente stonata e volgare per chi ricopre il suo ruolo. Con quest'espressione non si correggono eventuali erranti ma li si chiude a riccio disponendoli in atteggiamento difensivo. Si creano fazioni e opposizioni ed è, dunque, pure pastoralmente disastrosa.

Prima di entrare in merito a tale discorso, chiedo un attimo di pazienza al mio gentile lettore. Cercherò di ripetere alcuni concetti per quanto riguarda la disciplina del digiuno ecclesiastico. Questo è l'unico modo per poter dare una base concreta al discorso e impedire che fluttui nella pura opinione soggettiva. 

Breve excursus sul digiuno nella storia della Chiesa

Non farò una trattazione esauriente né in questo blog posso farla. Mi limito a ricordare sinteticamente alcuni punti essenziali con qualche riferimento.
Il digiuno ecclesistico nasce sull'esempio di Cristo che, nel deserto, digiunava (Mt 4, 2) e raccomandava ai discepoli di praticarlo assieme alla preghiera in modo interiore e spirituale (Mt 6, 1-6).
I commenti patristici sul passo di Cristo nel deserto, ci mostrano che Cristo, in quanto Dio, poteva benissimo non digiunare, non ne aveva bisogno. Ma lo fece per insegnare agli uomini a praticarlo. Isacco di Ninive (VIII sec.) sintetizza questa prassi dicendo: "Il digiuno è la dimora di tutte le virtù, e chi lo disprezza mette a repentaglio tutte le virtù"

La prassi ascetica dei primi cristiani e delle generazioni posteriori applicava gli insegnamenti di Cristo con questa mentalità. 
Con la nascita del monachesimo, in reazione alla mondanizzazione di una parte della Chiesa, l'ascesi contraddistinse chi voleva fuggire dal mondo e si preparava all'incontro con Cristo. Preghiera e digiuno, infatti, fanno parte di quei mezzi con cui il cristiano si prepara, giorno dopo giorno, alla vita futura in cui il solo cibo sarà Dio, "tutto in tutti" (cfr. 1 Cor 15, 28). Il monachesimo non è altro che quest'impegno vissuto ogni giorno in vista dell'eskaton

Mentre in tutta l'antichità si cercò di mantenere dei saggi equilibri (nonostante alcuni rari eroismi rappresentati da dendriti e stiliti), il basso medioevo latino, inaugurando una devozione umanistica alle sofferenze di Cristo, ne aumentò le asprezze: il pio fedele - a maggior ragione il frate o il monaco - dovevano seguire, crocefissi, Cristo crocefisso. Perciò l'aspetto penitenziale assunse profili particolari, quali nell'antichità è difficilissimo se non impossibile trovare (1). Oramai l'Europa occidentale, anche sotto quest'aspetto, si distinse da quella orientale con l'instaurarsi di un suo precipuo Cristianesimo.
In questo contesto, l'ascesi oltre ad accentuare la sofferenza, iniziò a prendere una fisionomia sempre più legale. Finì per divenire, per molta mentalità comune, una sorta di "soldo" con il quale il fedele poteva "comperare" la grazia di Dio. Digiuni e preghiere erano, allora, dei "tesori" per riscattare se stessi e gli altri (vivi o defunti) dall'ira divina.

In questo contesto il pio praticante superava e di molto i sapienti equilibri del tempo antico quando praticava la sua flagellazione, s'imponeva il cilicio e praticava dei digiuni debilitanti, apprezzato dagli altri come gran virtuoso anche se, in realtà, nascondeva una concezione dualistica di marca platonica per la quale la carne era male per se stessa, inciampo allo spirito.

Quest'impianto d'idee riesce a superare il duro colpo che la Riforma Luterana gli infligge nei paesi del nord Europa, sopravvivendo nei paesi cattolici. Il Romanticismo, che riscopre il basso medioevo, ripropone nelle sue pratiche di pietà, alcune di queste "intense pratiche" arricchendole di sentimentalismo zuccherato. 

Il digiuno, prassi della Chiesa, passa attraverso tutte queste trasformazioni e si codifica come una  rigorosa legge ecclesiastica, non praticando la quale il fedele cade in peccato mortale.
A questo punto, non pochi tendono a pensare al digiuno in modo piuttosto superficiale. 
Nel mondo cattolico lo si pratica per ottenere grazie divine e per non peccare contro i dettami della Chiesa che lo impone. Nel mondo protestante lo si dichiara "opera umana", quindi motivo di orgoglio e inciampo offerto dal diavolo, ragion per cui è totalmente rigettato.
Generalmente in questi contesti è difficile comprendere profondamente il senso del digiunare da parte del popolo tranne, probabilmente, in alcune isolate élites cattoliche.

Al momento in cui si celebra il concilio Vaticano II (1962-1965), il Cattolicesimo decide di avvicinarsi al mondo moderno fino allora visto con sospetto, inaugurando la famosa stagione del "dialogo". Questa nuova mentalità coinvolge pure la liturgia e la prassi ascetica con i cosiddetti "aggiornamenti". Il digiuno se, fino a poco prima, aveva ancora un suo statuto e una sua consistenza - seppur mitigata da Pio XII (1876-1958) che portò il digiuno eucaristico dalla mezzanotte prima della comunione a tre ore prima -, finì de facto per annullarsi quasi totalmente (2).

Si passò, dunque, da una situazione in cui la mancanza del digiuno o una sua pratica negligente era considerata peccato mortale, ad una situazione in cui praticamente ne veniva fatta "tabula rasa" senza alcun scrupolo di coscienza.

In realtà, cos'è sostanzialmente il digiuno? È mettere anche il corpo in una condizione di tensione spirituale poiché la pratica della fede non è solo una questione di sentimento o di spirito ma di anima e di corpo in mutua interdipendenza. La preghiera richiede, in un certo senso, il sudore del corpo e quest'ultimo che digiuna insegna all'anima ad avere fame di Dio. L'anima affamata capisce che il suo unico cibo non è confidare nei beni terreni (neppure nel cibo in se stesso) ma in Dio. Si tratta, allora, di una pedagogia psicosomatica che gli antichi asceti avevano ben compreso e che ritenevano indispensabile per il progresso nella vita cristiana.
Oggi tutto ciò, in gran parte del mondo Cattolico, è quasi incomprensibile e non è affatto praticato al punto che è molto difficile trovare libri che spieghino in modo preciso il senso del digiuno, pure nel periodo quaresimale. Vedremo come pure Bergoglio manifesta lo stesso tipo d'incomprensione, seppur a volte la celi in frasi volutamente imprecise, fumose e ambigue.


Il discorso sui "putrefatti nel cuore"

Veniamo, dunque, al discorso che ci sta a cuore, poiché tale argomentare è all'origine di non pochi malintesi e profondi errori valutativi.

Cito i punti salienti senza tradire il contesto dell'omelia da lui tenuta il 15 dicembre 2014 in santa Marta e presentata dal sito vaticano (3). 


Gesù «ci insegna che il cristiano deve avere il cuore forte, saldo, che cresce sulla roccia, che è Cristo, e poi nel modo di andare, con prudenza». Infatti, ha proseguito il Pontefice, «non si negozia il cuore, non si negozia la roccia. La roccia è Cristo, non si negozia! Questo è il dramma dell’ipocrisia di questa gente. E Gesù non negoziava mai il suo cuore di Figlio del Padre, ma era aperto alla gente, cercando strade per aiutare». Gli altri, invece, affermavano: «Questo non si può fare; la nostra disciplina, la nostra dottrina dice che non si può fare». E gli domandavano: «Perché i tuoi discepoli mangiano il grano in campagna, quando camminano, il giorno del sabato? Non si può fare». Insomma «erano rigidi nelle loro discipline» e sostenevano: «La disciplina non si tocca, è sacra».


Questo passo riporta idee condivisibili. Cristo è al di sopra di tutto e non dev'essere scambiato con nient'altro, quindi chiede di essere riconosciuto ovunque e dinnanzi a tutti (cosa che Bergoglio per opportunità umane non sempre fa). Cristo, pur non compromettendo il suo messaggio, riesce a stare all'altezza dei semplici per aiutarli e non scambia il mezzo con il fine, la prescrizione o la norma di comportamento con l'amore per Dio e per il prossimo. 

Poi Bergoglio ricorda un aneddoto d'infanzia.

«Quando Papa Pio XII ci liberò da quella croce tanto pesante che era il digiuno eucaristico. Non si poteva neppure bere un goccio d’acqua. E per lavarsi i denti, si doveva fare in modo che l’acqua non venisse ingoiata». [...] «Io stesso, da ragazzo, sono andato a confessarmi di aver fatto la comunione, perché credevo che un goccio d’acqua fosse andato dentro». Perciò quando Papa Pacelli «ha cambiato la disciplina — “Ah, eresia! Ha toccato la disciplina della Chiesa!” — tanti farisei si sono scandalizzati. Tanti. Perché Pio XII aveva fatto come Gesù: ha visto il bisogno della gente: “Ma povera gente, con tanto caldo!”. Questi preti che dicevano tre messe, l’ultima all’una, dopo mezzogiorno, in digiuno».

Questo passo presenta delle problematicità. Il papa inserisce la narrazione sull'acqua anche in funzione di una "drammatizzazione" del discorso e per indicare come la soluzione sia stata una vera e propria rivoluzione liberatoria, liberazione che non poteva che nascere da una negazione della situazione precedente (4). 


Definire il digiuno "croce pesante" è comunque un errore. Se non si fanno delle precisazioni, qui inesistenti (ad es. "alcuni eccessi del digiuno potevano renderlo pesante"), chi ascolta queste parole le intenderà in tal modo: ogni sorta di digiuno è una "croce pesante". Inutile dire che, storicamente il digiuno non è stato sempre qualcosa di rigido e impositivo (nel monachesimo antico esisteva una progressione con la quale si applicava gradualmente l'ascesi alle persone e il digiuno eucaristico si faceva raramente perché la comunione era altrettanto rara). 


Pastoralmente definire tout-court "croce pesante" il digiuno, ha conseguenze disastrose, perché se non si distingue tra la pratica esagerata e la pratica equilibrata dello stesso (vedi in alto il mio paragrafo storico), dinnanzi ad un mondo che, come il nostro, sceglie sempre le vie più facili, si otterrà indubbiamente l'oblio totale del digiuno declassato a regola antiumana e bizzarra. Avviene come se, per fare un esempio, un allenatore definisse "troppa fatica" allenare una squadra suggerendo un sistema sempre meno faticoso fino a farla addormentare su un divano. Quella squadra diverrà velocemente un gruppo di rammoliti! (5)


Il cambio di disciplina nel mondo cattolico, operato da Pio XII, non può non aver causato alcune reazioni scandalizzate. Di questo non ci si deve meragliare! Infatti ci si allontanava, tra l'altro, da una tradizione ininterrotta che accomunava il Cattolicesimo con l'Oriente cristiano (6). L'errore non proveniva, come suggerisce Bergoglio, dal fatto che dei preti digiunavano dalla mezzanotte. Diciamo en passant che dinnanzi ai casi di chi celebrava a mezzogiorno, soprattutto in determinati stati di salute, era prevista l'assunzione di una leggera refezione (nascostamente per non turbare i semplici fedeli). 

L'errore, in tal caso, non era digiunare dalla mezzanotte, ma fare la messa a mezzogiorno! 

Questo è così vero che nell'Oriente mediterraneo, in cui si mantiene tranquillamente il digiuno dalla mezzanotte e dove le giornate estive sono particolarmente calde, la Liturgia eucaristica si celebra in prima mattinata (verso le ore 8,00 o, al più, verso le ore 9,00), non oltre! 

Voler celebrare molte messe, per esigenze pastorali, ha spinto i sacerdoti a celebrarle sempre più tardi fino a rendere insopportabile lo stesso digiuno. Purtroppo queste considerazioni vengono omesse ed è il digiuno a rimetterci le penne! 
Ora, un'eucarestia odierna senza digiuno, significa aver parificato di fatto  il banchetto celeste ad un qualsiasi banchetto umano. Effettivamente è a questo che spesso si riducono molte messe odierne e allora è normale che lo sguardo dei partecipanti si curva sulla comunità umana, più che elevarsi a Dio. 
Bergoglio, finalmente, lancia il suo "anatema" sui farisei dietro ai quali vede, evidentemente, certi cattolici:

«E questi farisei erano così — “la nostra disciplina” — rigidi nella pelle, ma, come Gesù dice, “putrefatti nel cuore”, deboli fino alla putredine. Tenebrosi nel cuore».

È vero che nel mondo cattolico di allora (e in parte in certi circoli tradizionalisti odierni) si ha un concetto molto legale di Cristianesimo in cui quello che conta è applicare la legge in modo formale. So per esperienza quanto questo concetto sia sterile e fuorviante, soprattutto quando si perde di vista il profondo motivo per cui la Chiesa ha storicamente fatto certe scelte. Tuttavia, in questo discorso, l'evidente  mescolanza tra legalismo e disciplina o prassi del digiuno significa rendere equivalente quello a questa o quanto meno suggerirlo. L'equivalenza comporterà inevitabilmente la condanna del digiuno poiché l'ascoltatore farà 1+1=2. Francesco spinge le persone a certe conclusioni, sapendo di farlo, ma nasconde la mano con la quale li ha spinti poiché le sue espressioni hanno quell'ambiguità sufficiente per poter sostenere di non averlo detto. Intanto le persone pensano ciò che non devono dimenticando che 
"Il digiuno è la dimora di tutte le virtù, e chi lo disprezza mette a repentaglio tutte le virtù"

Niente, nel discorso di Bergoglio, porta a mitigare o a precisare la sua accesa critica che ha bisogno di definizioni eclatanti poste addirittura in bocca allo stesso Cristo, niente mitiga la sua 
pericolosa ambiguità  e la sua amarezza dinnanzi al mondo tradizionale. 

È vero che la prassi ascetica nel mondo cattolico  è stata non di rado equivocata, magari con le migliori intenzioni, ma questo non consente a chi rappresenta il Cattolicesimo di spingere i suoi uditori a massacrarla in toto magari negando di averli pure spinti. Equivoci e abusi ci sono sempre stati ma, in qualche modo, c'è sempre stato chi cercava un'autenticità oltre il formalismo e il legalismo. Spesso i migliori cercatori di verità non sono quelli che procedono per opposizioni (come sembra fare Bergoglio ridicolizzando in toto un passato che poteva anche avere persone pie e autentiche) (7) ma quelli che sanno cogliere dal tesoro della Chiesa le cose antiche senza violentarle o sacrificarle per le novità odierne.

E questo è proprio quanto Bergoglio, con i suoi suggerimenti, non fa e pare proprio essere impotente a fare.


© Traditio Liturgica
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Note

1) Ad es. Santa Margherita da Cortona (1247-1297) morendo grida: "Sangue, sangue!!!". La santa cattolica ben rappresenta quello che definirei un vero e proprio fenomeno di "dolorismo" cristiano, ossia l'amore per i patimenti e la ricerca degli stessi. Un altro esempio di "dolorismo" è santa Veronica Giuliani (1660-1727) la quale, non paga di una vita penitente in convento, si alzava di notte per portare panche pesanti sulla schiena, per imitare la via dolorosa di Cristo al Calvario. Questi atteggiamenti sono severamente proibiti nell'Oriente cristiano il quale insegna che se, per un verso, bisogna sopportare pazientemente la sofferenza laddove si manifesta, per un altro, non bisogna in alcun modo procurarsela o cercarla. Cfr. Jean-Claude Larchet, Le chrétien devant la maladie, la souffrance et la mort, Cerf, Paris 2002, pp. 145-165.
2) Il Codice di Diritto Canonico del 1917 prescrive ai fedeli in buona salute di privarsi di nutrimento solido e di bevanda, compresa l'acqua, dalla mezzanotte fino al momento della comunione.
"La legge del digiuno eucaristico, già notevolmente mitigata dalla Costituzione apostolica Christus Dominus, emanata dal sommo pontefice Pio XII il 6 gennaio 1953, ebbe la sua definitiva regolamentazione e semplificazione col Motu proprio Sacram Communionem dello stesso sommo pontefice, pubblicato in data 15 marzo 1957 ed entrato in vigore il 25 marzo dello stesso anno.
[...] Ecco le nuove norme che regolano il digiuno eucaristico. 
1. Cessa la legge per cui l'inizio del digiuno eucaristico era fissato dalla mezzanotte.
2. I sacerdoti ed i fedeli sono tenuti ad astenersi per tre ore dai cibi solidi e dalle bevande alcooliche, per un'ora dalle bevande non alcooliche rispettivamente avanti la s. Messa e la s. Comunione, sia nelle ore mattutine che nelle ore pomeridiane.
3. L'acqua non rompe il digiuno qualsiasi sia il tipo di acqua, anche minerale o resa effervescente con gas o disinfettata o immunizzata con sostanze chimiche. [...]
Queste due esortazioni, appunto perché esortazioni, non impongono alcun obbligo, ma lasciano libera qualsiasi persona di attenersi alla legge o di osservare, per devozione o per spirito di mortificazione, il pieno digiuno come si faceva anticamente". R De Journel - M. Mignone, I sacramenti, in R. Aigrain (a cura di), Enciclopedia Liturgica, (Multiformis Sapientia, 9), Ed. Paoline, Alba 1957, pp. 689-690.
Nel 1965, Paolo VI ridusse ad un'ora il tempo di digiuno prescritto per comunicarsi. È vero che nel mondo cattolico quest'ulteriore contrazione del digiuno non era obbligatoria per chi voleva rimanere alle tre ore di Pio XII (cfr. can 919 CJC 1983) ma, di fatto, non solo non si tornò alla prassi precedente ma si finì per restringere ulteriormente il digiuno eucaritico fino ad abolirlo praticamente. Una tale indifferenza per il digiuno eucaristico ho potuto riscontrarla perfino in qualche chiesa della diaspora ortodossa in Francia.
3) Cfr. http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20141215_cuori-di-tenebra.html
4) La tendenza di procedere per contrapposizioni è tipica di una certo gruppo di cattolici che sottolineano le rotture nel Cattolicesimo, rispetto alla tesi di continuità sostenuta da Ratzinger.
5) Quando vedo Bergoglio che incontra Bartolomeo e si augura che il Cattolicesimo si unisca all'Ortodossia mi chiedo spesso: sulla base di cosa? Nel tempo - e soprattutto nel periodo postconciliare - buona parte del mondo cattolico si è ulteriormente allontanata dalla tradizione comune. Un'unità con l'Ortodossia può essere proclamata solo nelle idee o scritta sulla carta ma sarà certissimamente insostenibile nella realtà. Ve lo immaginate, voi, il figlio spirituale di un asceta atonita che giunge a Roma e sente Bergoglio ironizzare sul digiuno? Se ne riscappa immediatamente indietro e fa bene! Un'unità, forse, la si otterrà, ma sarà sicuramente con cristiani che oramai si sono già distaccati dalle loro antiche tradizioni o le hanno fortemente relativizzate secolarizzandosi. Ma non è questa l'unità nella fede della Chiesa!
6) Si rimane quanto meno disorientati quando, a fronte di questa incredibile svalutazione del digiuno eucaristico (o almeno a fronte di questi suggerimenti che spingono a svalutarlo) lo stesso Bergoglio si spertichi valutando positivamente e chiaramente il digiuno dei mussulmani nel periodo del Ramadam. Ci crede? Non ci crede? È sincero o no? È un bel dilemma che, pastoralmente, semina dubbio e confusione. Non a caso si sta diffondendo sempre più una certa irrequietezza presso il clero cattolico. Vedi, a tal proposito l'articolo Il papa disorienta molti vescovi perché gioca su più piani e spesso si contraddice anche, intervista a Sandro Magister di Goffredo Pistelli.
7) Spiace dover constatare che il pensiero dell'attuale vescovo di Roma pecchi sovente di superficialità, improvvisazione, avversione preconcetta per il mondo tradizionale di cui è ben lungi dal capire e valutare alcune autenticità. Mi sembra uno degli ultimi figli della contestazione del 1968, uscito da un mondo utopistico e ingenuo che, in verità, è tramontato da un pezzo. 

16 commenti:

  1. Gentile Pietro C.
    come si comporta un fedele ortodosso in presenza di un sacerdote o di un vescovo che ritenga in palese eresia?
    Finchè è un parroco, il cattolico cambia parrocchia...

    grazie

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    1. Nello stesso modo in cui si comporterebbe un fedele cattolico, penso: cercherebbe un altro ambiente più sano.

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  2. "Questi preti che dicevano tre messe, l’ultima all’una, dopo mezzogiorno, in digiuno".
    Quindi, per il VdR, questi sacerdoti erano dei poveri stolti? E San Francesco, gran digiunatore, anche lui un mentecatto o un putrido di cuore? E gli altri Santi? Veramente siamo alla frutta..

    nikolaus

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    1. Vorrei che noti, caro Nikolaus, come io stesso abbia rilevato distorsioni e cattive applicazioni dell'ascesi lungo i secoli. I discepoli, spesso, vogliono fare "meglio" dei maestri e finiscono per esagerare. Sopportare la sofferenza per amore di Cristo è cosa cristiana ma cercarsela per identificarsi a Cristo potrebbe essere frutto di gran egoismo! Detto ciò non ho assolutamente "sparato contro" l'ascesi per se stessa che, anzi!, è indispensabile al critiano. Quanto fa il VdR, invece, mi scandalizza: egli prende un pretesto, ad esempio una distorsione o un'applicazione errata, e con quella suggerisce ai suoi ascoltatori che tutto lo sfondo è da gettare via e chi non lo fa è un "putrido nel cuore" perchè formalista e legalista. Questo uomo distruggerà quel poco che resta.

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  3. Domanda: in oriente la messa serale non viene contemplata?

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  4. Assolutamente no, almeno negli ambiti tradizionali! Questo esisteva pure in Occidente fino ad una certa epoca. Il motivo è molto semplice (ed è pure spiegato in uno dei miei post, qualche anno fa, in questo blog): la liturgia cristiana è una liturgia cosmica è cadenzata, cioè dalla posizione del sole e dalle ore del giorno. La Messa è SOLO UNA PARTE di questa liturgia che è così composta: Vespero (al tramonto del sole, marca l'inizio della nuova giornata liturgica) - Compieta (preghiera dopo cena prima di addormentarsi) - Mattutino-Lodi (nelle prime ore del mattino, prima che il sole sorga) - Ora di Prima (attorno alle 6 di mattina) - Ora di Terza (attorno alle 8-9 di mattina seguita dalla Divina Liturgia o dalla Messa) - Ora di Sesta (attorno a mezzogiorno) - Ora di Nona (attorno alle 15).
    La cosidetta Messa o Divina Liturgia, tradizionalmente dovrebbe addirittura essere fatta al sorgere del sole poiché si collega all'avvento di Cristo (sole della Rivelazione) nel nostro mondo.
    E come il sole sorge UNA SOLA VOLTA AL GIORNO, così non ha senso fare più di una liturgia al giorno.

    La moltiplicazione dei sacerdoti iniziata nel Medioevo franco germanico e "importata" nei paesi mediterranei (Italia compresa) ha comportato una moltiplicazione di altari e di messe lungo la mattina.
    In questi ultimi decenni per "motivi pastorali" si è pensato di venire incontro alle necessità delle persone istituendo pure una "messa serale". Queste iniziative, però, per quanto cerchino di venire incontro alla gente, sacrificano il valore simbolico della liturgia legata alla luce, come esisteva anticamente.Questi valori simbolici non sono a caso poiché hanno una influenza pure sul nostro corpo e sulla disposizione del nostro animo.
    Purtroppo in qualche parte della diaspora ortodossa esiste qualche chiesa che, su influenza occidentale, ha importato estemporaneamente queste mode finendo per rovesciare, così, il senso simbolico-cosmico della Divina Liturgia.

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  5. Io stesso traggo vantaggio da questa scelta della Chiesa latina (vado a messa tutte le sere alle 17.15, dopo il lavoro).
    Però è interessante questa visione.
    Il post che ne parla come si intitola? Lo leggerei volentieri, grazie!

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    1. Una volta che una Chiesa ha fatto una scelta è molto difficile che torni indietro. E' ovvio che tale scelta ha dei vantaggi pratici. Ma aver modellato la liturgia sulla luce ha una forte simbologia. Pensi che mentre il mondo cattolico (per motivi pratici o per pura indifferenza) non considera più le simbologie, ad esse, invece, sono fortemente attaccati tutti quelli che nelle cosiddette "messe nere" se ne servono rovesciandole. Il rito per essere tale ha bisogno del simbolo, altrimenti diventa un gesto come qualsiasi altro. Il sacro in quanto tale parla nel simbolo. Una delle caratteristiche della liturgia cattolica rinnovata è proprio quella di rivolgersi talmente al "bisogno pastorale" (dimensione orizzontale) da aver sempre più messo tra parantesi la dimensione simbolico-sacrale (dimensione verticale). Non a caso la Messa si trasforma in Cena.
      Sì, mi rendo conto che questi paiono discorsi un poco astratti ma le assicuro che, alla fine, determinano risultati molto concreti e aiutano a spiegare perché le prospettive sono in un verso e non in un altro. Per quanto riguarda un articolo che sottilinea quanto le sto dicendo legga pure questo: http://traditioliturgica.blogspot.it/2011/09/la-liturgia-come-teofania-e-figura-del.html

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    2. Grazie!

      Ho letto anche la Costituzione apostolica Christus Dominus e lì traspare il rispetto che usa Pio XII verso la pratica del digiuno.
      Si può dire che si è cercato un equilibrio tra la tradizione e il mutare degli usi.

      Per il resto sono d'accordissimo. Per motivi geografici posso andare con continuità solo alla Messa nuova e lì si vede che Cristo viene di nuovo spogliato, come sotto la Croce. A colpi di "con semplicità" levano ciò che a Dio si deve dare.

      Con Papa Francesco, poi, sta saltando fuori il peggio del clero. Ma anche il meglio. Non resta che pregare.

      Buona giornata!

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    3. A me sta a cuore TUTTA LA TRADIZIONE antica della Chiesa che ci da dei criteri fondanti, tradizione che in alcuni settori del mondo ortodosso ha il rischio di divenire formalismo. Sulla base delle ragioni di questa tradizione misuro le variazioni (legittime o meno), le involuzioni e gli oblii del mondo ecclesiastico attuale (in Oriente e in Occidente). DI qui, in questa sede, le mie domande e perplessità dinnanzi a certi strani fenomeni odierni.

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  6. Gentile Pietro C,
    faccio parte di un movimento cattolico che insegna una certa ascesi... Non sto a dettagliare, non è quel che mi interessa. In questi giorni mi sono imbattuto nel suo scritto e volentieri condivido con lei.

    La gioia di una verifica è quella di voltarsi a vedere il cammino (la "regola") fatto negli anni. Vedere ciò che c'è e avrebbe potuto non esserci. Ci chiesero se volevamo "diventare santi" nel matrimonio... La strada per essere santi spaventa chiunque la osservi, ma un passo dopo l'altro è alla nostra portata: se non si cambia strada, se non si torna indietro, pian piano si va lontano... Un'altra gioia è trovare calore nel cuore: non c'è tiepidezza. Cercando di stare con il Signore c'è una perseveranza che si scopre un po' più sapiente e attrezzata. Ho imparato a fidarmi di ciò che dico al Signore di voler fare e a non farlo per abitudine. Ho imparato ad afferrarlo quando il vento contrario scuote fino a farti vacillare. Se me ne distacco, annaspo fino ad abbrancarlo come un naufrago farebbe con il primo relitto che gli galleggia attorno. Ho verificato che l'obiettivo è perseguito: deficitario per spreco di talenti, spreco di grazie, peccati commessi, ma sono vero e Gesù lo sa. Glielo dico e sono sincero.

    Metto nel calice della Santa Messa le mie amarezze e quel che posso offrire in mancanza di meglio: metto nel calice del Suo sacrificio le mie piccole croci e Lo lodo anche delle umiliazioni e degli ostacoli che purificano la mia offerta, senza smettere di offrirla secondo ciò che la Chiesa, mia madre, ha sempre insegnato da quando Lui la volle in sposa. Ringrazio delle umiliazioni che mi educano a non insuperbire davanti ai fratelli e di comprendere ogni rabbia come un inganno che mostra la mia poca fede, togliendomi la pace che avrei sempre, se stessi davvero con Lui. Mi scopro fragile ogni volta che non so offrirGli le mie amarezze e mi sento superbo se mi sorprendo "poco stimato" o "inutile" in quel che dico o faccio per amor Suo.

    Invece è ogni volta una grazia scoprirmi un po' più puro nel cuore: lo sappiamo solo Lui e io. La difficoltà peggiore è nel vedermi ostacolato da altri fratelli di fede a cercare di essere santo, cercare ogni giorno di stare nella Casa di Dio, questo solo, attendendo il Suo ritorno, non simbolico, ma reale. Grazie a Dio a me non capita in famiglia. E mi addolora pensare a quelle famiglie in cui non è così. Mi sento solo nel non avere sempre chi mi ascolti mentre grido la mia sofferenza, mi amareggia tanta indifferenza, mi scopro ingiusto, ingrato e di poca fede nel non ritenere ancora abbastanza la grazia di una sposa invece attentissima, la presenza dell'angelo custode, di Maria Santissima e di Gesù. Ho verificato che procedo, con mia moglie, per vie abbastanza deserte e soffro di questo vuoto mentre attorno si affollano fratelli e sorelle. Ho però chiaro che non tornerò indietro. Non considero un miglioramento il dialogo con chi mi porterebbe altrove. Per sentirmi meno solo non cambierò strada. Il culto si rende a Dio e non al mondo o all'uomo; paradossalmente per essere di aiuto ai fratelli è molto meglio confidare in Dio che nell'uomo; è meglio uno spazio-tempo sacro di uno spazio-tempo profano, pubblico o privato che sia. Non sono certo "geloso di Dio", non Lo privatizzo, non me Lo accaparro: vorrei donarLo a tutti, come ce Lo rivela Gesù, come ce Lo consegnano duemila anni di tradizione ecclesiale; in compenso so che Dio è geloso di me. Non mi lascerà rubare da Lui. E intanto uso lo specchio, per guardarmi alla Sua luce, in un mondo grigio che si può amare come un malato grave, ma non certo fuggendo con lui, come l'amante con cui perdere la testa.

    Grazie dunque Pietro C.
    In fondo non sono un putrefatto di cuore. Ma che pena pastori così... Mi sento una pecora che si vorrebbe consegnare ai tosatori.
    Per nostra grazia sappiamo chi è il Vero Buon Pastore. Buon Natale, adesso o a gennaio...

    RS

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    1. Gentile lettore,

      grazie per la sua attenzione e il suo sostegno. Anch'io le auguro buon Natale.

      Non le dispiacerà, però, se sottolineo una cosa che ritengo essenziale: diffido delle espressioni tipo "voglio essere santo" come di ogni altra espressione che mette al centro l' "IO" nella vita spirituale. Non conosco che tipo di movimento lei segua, per cui dovrò fare un'osservazione generica. Oggi la cultura è molto individualista, egocentrica e, inevitabilmente, la Chiesa ne è influenzata, come lo è pure chi è animato da ottime intenzioni.

      Alcuni anni fa partecipai in una cattedrale ad alcuni raduni giovanili in cui si leggevano delle "testimonianze di vita". I parroci vi inviavano i ragazzi, giusto per fare numero, alettandoli con la promessa che poi li avrebbero portati a mangiare una pizza, Il vescovo che presiedeva questi incontri s'illudeva di fare "pastorale" in modo moderno.
      Ma cos'erano tali cose se non una sottile celebrazione del proprio orgoglio? Di cosa possiamo mai vantarci, noi? Possiamo dire di essere bravi a fare questo e quello, di aver riempito il mondo di gioia, di averlo servito nei poveri e negli ultimi? E anche se così fosse, abbiamo dimenticato il passo evangelico secondo il quale, autocelebrandoci davanti al mondo, "abbiamo già ricevuto la nostra ricompensa". Che altro chiederemo poi a Dio?
      Non sopporto questo "narcisismo spirituale"! Gli uomini veramente spirituali hanno ben altro stile.

      Perciò le consiglierei vivamente di leggere la vita e i pensieri del monaco Paisios l'Atonita (In Italia c'è ben poco su di lui, per giunta anche quel poco è qui o là censurato. Faccia riferimento alle edizioni francesi che trova su internet, se proprio non può leggere altre lingue).

      Quest'uomo è senz'altro un santo e, pur vivendo in questo tempo egocentrico, ha saputo evitare certe trappole. Non ha mai parlato in termini di "voglio diventare santo" e anzi quando tendeva solo a pensarlo, confessa che precipitò. Nella vita spirituale se l'unico centro è Cristo tutto il resto deve scomparire, perfino il proprio ego. Di sè si deve solo parlare in termini d'insufficienza, d'incapacità e, pure qui, senza indugiare troppo altrimenti si torna a guardarsi allo specchio e a nutrirsi della propria sostanza.

      A quel punto, pur immersi in un contesto religioso, non si è assolutamente diversi dai mondani che si autoesaltano.
      Basta poco per trasformare, pur con ottime intenzioni, un cammino religioso in un "girare attorno a sè", una spiritualità in un psicologismo spiritualoide zuccherato. Ma se le dovesse anche capitare questo, non ne ha colpa poiché il nostro contesto è impazzito e non può certo aiutarci. Prova ulteriore ci è offerta dagli aspetti controversi di questo papato che porta più confusione che altro e ha definitivamente trasformato la spiritualità in sociologia.

      Bibliografia: Père Hiéromoine Isaac, L'Ancien Païssios de la Sainte-Montagne, L'Age d'Homme, Lauanne 2009.

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  7. Gentile Pietro C.
    grazie per la risposta e per il suggerimento di conoscere il padre Paisios.
    Quanto al "voler essere santi" le devo un chiarimento. Questa mia (ribadisco mia) inopportuna sintesi NON costituisce la formulazione esplicita della proposta che viene fatta agli sposi. Il metodo proposto mira essenzialmente a rileggere la vocazione al matrimonio come sacramento, in una luce di fede che non esclude il cammino verso la santità che è proprio di ogni cristiano ("siate perfetti come lo è il Padre"). Se vogliamo sparge qualche pratica monacale nella quotidianità di una vocazione sacramentale senza esaurirla nel profano, rinunciando a una sua sacralità.
    Il padre Paisios, se non ho equivocato, distingue la "logica" (il razionalismo) dallo Spirito santo. Male chi segue l'uno, bene chi si lascia ispirare dall'altro. Quel che il metodo (la regola) cerca di dare agli sposi che si dispongano a farne uso non è altro che l'attrezzatura per disporsi con maggior apertura all'azione dello Spirito santo, nel proprio stato di vita (sacramentale).
    Condivido ancora il Padre Paisios: "Ciascuno si preoccupa di vendere la propria merce. Qualcosa di simile succede anche ai cristiani. Alcuni dicono: se entri in quest'associazione ti salverai, se entri in quell'altra ti salverai, mentre molti uomini non sono chiamati né all'una né all'altra, ma ad una terza".
    Non volevo "vendere merce". Però, nell'ambito di una riflessione che scaturiva dall'accostarmi a uno degli strumenti richiesti dal metodo suddetto, mi sono sentito consolato (non solo psicologicamente -nell'anima-, ma spiritualmente) da chi rimarca la scompostezza di chi definisce "putrefazione" l'aver una tradizione, delle regole, un metodo e ci si misura con perseveranza, malgrado le sirene mondane che trascinano altrove. Detto altrimenti: purtroppo il nostro movimento sta snaturandosi... molti sono "sinodalmente aperti" a fare polpette del matrimonio secondo le recenti "aperture" al mondo. Per molti miei fratelli e sorelle del movimento questo papa è il guru, è la bocca della verità... Proprio come paventava il Padre Paisios più di vent'anni fa...

    Concordo con lei: raccontare la propria esperienza, ridurre il messaggio a se stessi è "una sottile celebrazione del proprio orgoglio".
    Infatti "l'umano", il raccontarci è solo un'occasione a tu per tu per salire il monte, per volgersi all'eterno, per passare dal corpo e dall'anima allo spirito, per lasciarci avvicinare da Dio che bussa alla porta del nostro cuore. Lì noi smettiamo di contare, perchè il centro diventa Lui. Allora si può essere lieti anche nelle difficoltà, senza che il cuore si angusti troppo.

    Uno specchio pur tuttavia serve. Possiamo osservarci. La regola è lo specchio, la luce è Dio, l'occhio lo mettiamo noi e se è guasto, luce e specchio servono a poco. Trovo spunto dalla lettera a S. Giacomo. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s'è osservato, se ne va, e subito dimentica com'era.
    Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla.

    Non apprezzo una chiesa (e questo papa) tutto attento alla psicologia, al soggettivo e al mondo...

    Grazie ancora.

    RS

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    1. Grazie a lei per l'attenzione.
      Come vede sincerità per sincerità, poiché questi argomenti hanno molte trappole nascoste e se non si sta attenti si perde tempo inutilmente. È utile affidarsi a chi vive il Cristianesimo in modo qualitativamente alto, non ai ciarlatani.
      Purtroppo Bergoglio ha avuto una formazione più "politica" che ecclesiastica. Ultimamente ne ha parlato pure Le Figaro, facendo vedere che si sta aprendo una vera e propria guerra in Vaticano: quest'uomo vuole mettere un po' tutto a soqquadro secondo un ordine che ha in testa solo lui. Chissà che ne verrà fuori...
      Io osservo una sola cosa: nella congregazione per la liturgia ha messo un cardinale di sensibilità tradizionale ma lo ha immediatamente affiancato con un segretario di sensibilità opposta. Tutto ciò chiaramente significa che il segretario combatterà o intralcerà ogni iniziativa tradizionale del cardinale. In compenso il cardinale è la facciata per indicare che le cose tradizionali sono teoricamente apprezzate. Questo particolare mostra chiaramente la mentalità "politica" di Bergoglio che ha voluto tutto questo: l'apparenza dice una cosa, la sostanza il suo contrario.
      Questa è una cartina di tornasole con la quale si deve pure capire come Bergoglio affronterà la questione sulla famiglia. Apparentemente non vuole toccare nulla ma sostanzialmente cercherà di cambiare molte cose.
      La famiglia è in crisi perché gli sposi non hanno più l'attitudine al sacrificio e la formazione cristiana di una volta. Questa è la principale radice della crisi familiare. Ma Bergoglio non avendo una formazione spirituale e teologica non la pensa così e allora invece di affrontare la cosa spiritualmente (come avrebbe fatto un padre Paisios) la affronta "politicamente": allargando le maglie al divorzio, affrontando le problematiche in modo molto umano (ossia mondano).
      Inutile dire che questo "metodo" è un disastro perché si oppone all'unico metodo efficace: il cambiamento del cuore. Ma a Bergoglio questo pare non interessare e anzi è nemico di chi presenta metodi tradizionali. Per lui il cuore che cambia è importante solo quando si tratta di andare nelle "periferie esistenziali", quando si tratta di stabilire un' economia più giusta e il diritto degli operai al lavoro (visione sociologica e sindacale), poi se in vaticano licenziano dei lavoratori non fa nulla per loro, come non si fa nulla per gli anziani sfrattati dalle case di proprietà di istituti religiosi o del Vaticano a Roma con l'intento di trasformarle in lussuosi B&B.
      Insomma, è tutta una finta che non serve se non a scandalizzare i piccoli e ad allontanarli ulteriormente dalla Chiesa e dal Cristianesimo. Ma forse è proprio quello che questa gente vuole...
      Da parte mia non considero più questa gente poiché i fatti li mostrano chiaramente e non è bene perdere tempo inutilmente, soprattutto quando di tempo ce n'è sempre meno.

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  8. "Non c' è futuro per una Chiesa che non pone più al vertice il mistico, la contemplazione. Una Chiesa che fa politica, che fa del sindacalismo è una Chiesa irrilevante che non ha più nulla da dirmi..." C.Campo

    Con l'occasione faccio tanti sinceri auguri di buon Natale al blog, al suo autore (cui vanno mille ringraziamenti) e ai suoi lettori :)

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    1. Auguri anche a lei, Luca. Se il mondo impazza basta stare con i piedi sulla roccia e non si oscillerà come tutti gli altri...

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