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domenica 25 gennaio 2015

Tradurre - tradire

Sto lavorando sulle traduzioni liturgiche della Bibbia e capita che emergano cose interessanti. Eccone una tratta da un passo, Lc 6, 32.
Il passo greco (dal vangelo in uso nella chiesa greca che coincide nel punto da me esaminato con quello delle altre versioni greche) recita:

"Καὶ εἰ ἀγαπᾶτε τοὺς ἀγαπῶντας ὑμᾶς, ποία ὑμῖν χάρις ἐστί;" 

La traduzione CEI (autorizzata dalla conferenza episcopale italiana) riporta:

"Se amate quelli che vi amano che merito ne avrete?".

La traduzione del greco sopra riportata è: 

"Se amate quelli che vi amano, quale grazia avrete?" 

Commento: Mi sembra fin troppo chiaro che ancor oggi le traduzioni sono influenzate dalla mentalità di chi le fa! Nella traduzione CEI ci vedo l'eco di tutta la dottrina medioevale latina dei meriti! 

I "meriti", concepiti dalla Chiesa medievale latina, sono degli "interessi" che i santi hanno accumulato in paradiso per noi e che pure noi accumuliamo con le nostre buone azioni. Con essi contribuiamo a "comperarci" un posto in Paradiso. Pare una dottrina dallo spiccato sapore bancario nata in un'epoca, guarda caso, in cui decollavano le banche europee! Qui l'accento è posto molto sul soggetto.
Viceversa, la grazia è qualcosa che giunge gratis e nasce direttamente da Dio. Qui l'accento è posto solo su Dio, fonte di grazia. 

Nel mondo ortodosso ci si rifà al passo greco e non si riconosce la "dottrina dei meriti". La cosa buffa è che non pochi chierici ortodossi italiani (per pigrizia o Dio lo sa perché) ritengono ottima la traduzione CEI e la utilizzano nella liturgia quando è il caso! A me sembra una pacchiana incoerenza ma soprattutto, anche credendo alla "dottrina dei meriti", non mi pare onesto mutare il senso del passo evangelico per tirare acqua al proprio mulino.
Quelli che sembrano dettagli di "poco conto", in realtà hanno un peso che, alla lunga, non è indifferente nell'insieme della dottrina cristiana.

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Un altro esempio lo traggo da Col 3, 5.
In questo passo, san Paolo esorta i fedeli di Colossi a non seguire lo stile del mondo. Perciò dice:

"Νεκρώσατε οὖν τὰ μέλη ὑμῶν τὰ ἐπὶ τῆς γῆς, πορνείαν, ἀκαθαρσίαν, πάθος, ἐπιθυμίαν κακήν, καὶ τὴν πλεονεξίαν ἥτις ἐστὶν εἰδωλολατρία...". 

Generalmente nelle Bibbie italiane si trova questa traduzione:

"Mortificate, dunque, quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, desideri cattivi..." (Bibbia CEI).

Ma si trova pure questo tipo di traduzione:

"Mortificate, dunque le vostre membra terrene, cioé la fornicazione, l'impurità, la libidine..." (Traduzione del sac. Damiano Como nel Prosefchiarion).

Quest'ultima traduzione, non recente come quella CEI, è problematica. Vorrebbe, infatti, riportare il termine μέλη (membra) ma porta il lettore a far credere che le "membra terrene" finiscano per essere negative in sé in quanto conducenti alla fornicazione, impurità, libidine, ecc. Questa lettura è poi quella di una certa "spiritualità" latina che castiga il corpo, lo mortifica appunto, per pie intenzioni o, chissà, per "guadagnarsi" il paradiso. Chiunque, comunque, si accorgerebbe che le membra non coincidono necessariamente con delle espressioni evangelicamente negative, per cui questa volta la traduzione più corretta è quella della CEI. 

25 commenti:

  1. N.B. Questo identico passo nel "Prosefchiatrion" di Damiano Como (libro di preghiere per greco-cattolici in Italia) è tradotto esattamente come nella Bibbia CEI... E' facile capire il perché!

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  2. Perchè viene usato il futuro:"avrete"? Il greco non è al presente? Antonio

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    1. Letteralmente è al presente anche se viene girata in modo differente (nelle traduzioni): vedasi la traduzione interlineare greco-italiano edita dalle paoline (non mi invento nulla!).
      Ma questa è una pagliuzza. Se ci si concentra qui sfugge la trave che io identifico. La cosa curiosa è che pure nella volgata si traduce "gratia"!

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  3. Mi ricorda il ragionamento di Lutero, ché oltre alla critica legittima ad un'impostazione do ut des della Grazia, finì per negare valore all'ascesi, accusando il Cattolicesimo di fariseismo e pelagianesimo, quando le recenti dottrine riformate si sono ridotte esse stesse a un semi-pelagianesimo

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    1. A chi è indirizzata questa osservazione? Le chiedo questo poiché non riesco assolutamente ad identificarmi nelle posizioni della riforma luterana e quindi sono certo che si riferisce a qualcun altro ma non so a chi. Potrebbe essere così cortese da spiegare a me e ai gentili lettori che mi seguono a chi si rivolge?

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  4. Vorrei ricordare agli amabili lettori che quando si sostiene una tesi bisogna motivarla (pur con i limiti di questo contesto) altrimenti si finisce per sparare degli slogans e, lo sappiamo!, di slogans si nutrono tutte le ideologie!
    La dottrina luterana ha i suoi elementi riconoscibili. Ma osservare che una ascesi che prenda in odio il proprio corpo è una perversione, non significa affatto negare l'ascesi stessa o porsi con il luteranesimo. Suggerire una cosa del genere significa dividere il mondo in bianchi e neri o in due partiti (certi cattolici "somatomachi" e i luterani tout-court) come se tutto l'universo e le alternative fossero queste. È una prospettiva ben povera...

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  5. Non parlo per ideologismi, solo che per combattere certi eccessi s'è finito per rinnegare un pò tutto, come fece Lutero, ché anche lui voleva tornare ai tempi apostolici o no?... il problema è che oltre ai Vangeli canonici, la Chiesa cattolica abbia fatto un pò largo uso di quelli apocrifi dove la somatomachia è abbastanza evidente

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    1. Questo che afferma è vero solo per quanto riguarda chi ragiona in bianchi e neri, tipico di chi ha perso il retroterra antico, la tradizione antica, voglio dire, non una idea vaga di cosa era l'antichità (come propongono certi protestanti). Quando la tradizione è ancora in piedi non c'è spazio per opposizioni che si fanno guerra tra loro e tutto è armonia. Quando questa viene meno s'intruduce di tutto ed ecco allora che parlare tradizionalmente non è più compreso!
      Se il mondo cattolico ha introdotto in sé ampie dosi di somatomachìa (volendolo o non volendolo) è un suo problema che oggi - per reazione - ha creato il problema opposto: il lassismo somatolatra.

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  6. Certa somatomachia penso che la Chiesa l'abbia ereditato dall'uso oltre ché dei Vangeli canonici, anche dai Vangeli apocrifi o da Platone e quindi è tutto dire che certe influenze gnostiche erano entrate anche se combattute... Però è vero che Lutero per correggere dei difetti o eccessi legati alla questione se con è con la sola fede o anche tramite le opere s'"acquista" "meriti" o la grazia finì per rigettare tutto, pure l'ascesi, tanto è vero che i protestanti rifiutano l'idea stessa di digiuno anche per sola fede...

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  7. Vedere la somatomachìa direttamente nella letteratura neotestamentaria francamente mi sembra troppo, anche se Cristo parla in termini paradossali (ma questo non depone in direzione del disprezzo del corpo) e san Paolo parla del corpo di carne indicandolo come malato e debole (non disprezzandolo). Il cosiddetto platonismo tenta il Cristianesimo, certamente, ma produce i suoi frutti migliori nelle eresie e... in alcuni scritti di Agostino. Che quest'ultimo abbia avuto tentazioni di disprezzo verso le realtà corporee non ne dubito anche perché alcuni suoi successori (i suoi eredi spirituali) ci sono caduti smaccatamente.
    L'ascesi cristiana prevede un "disciplinare" il corpo, un "custodirlo", non un disprezzarlo!

    Ma per menti troppo grossolane il passaggio dal primo livello al secondo è stato automatico (e lo è tuttora), ovviamente fatto per amore di Cristo, per carità! Una certa "spiritualità" occidentale, in realtà non è che una applicazione molto grossolana e psicotica di certi principi ascetici antichi. Ad es. una santa che, come Margherita da Cortona, alla fine della sua vita grida "Sangue! Sangue!" (se si sta alla sua biografia), sinceramente mi fa pensare a qualcosa di psicoproblematico, non di santo.
    Il santo pur in mezzo ai tormenti gode già della gioia ultraterrena e non può morire in quelle condizioni pietose. Basti considerare i primi martiri e la loro forza dinnanzi ai patimenti, basta considerare a come affrontavano con allegrezza se non con ironia la morte.

    L'idea che bisogna essere vicini a Cristo nella via dolorosa e - alzandosi di notte - bisogna portare sulle proprie spalle delle panche molto pesanti (come faceva santa Veronica Giuliani), avrebbe fatto impallidire certi asceti antichi che vi avrebbero visto uno "strafare", una possibile tentazione luciferina con la quale, con le proprie forze, ci si vuol identificare a tutti i costi a Cristo, come se questo per noi fosse mai possibile e non fosse, al contrario, vero che è Lui che ci identifica a sé.
    (Veronica Giuliani a furia di portar panche di notte, si rovinò le ossa della schiena...).

    Scusate questi esempi che scuoteranno alcuni ma voglio dire una cosa importante: questo indulgere sulla sofferenza in forma patologica è solo frutto di una mente barbarizzata che ha capito del cristianesimo quello che riusciva a capire!

    Viceversa, anticamente era chiaro che l'uomo può essere tentato dal demone sia a sinistra (per commettere i peccati) sia a destra (per imitare le virtù ma in modo così goffo da esaltare il suo orgoglio e quindi impedendo il proprio cammino verso Dio). Non mi consta che in certe "spiritualità" latine si prendano seriamente in considerazione le tentazioni di destra! Questo è così vero che pure io quando le ho scoperte mi è parso qualcosa di totalmente nuovo, segno che nessuno nelle scuole teologiche me ne aveva parlato.

    Lutero ha opposto all' eccesso medioevale (con il quale si amavano spine, chiodi, pene di Cristo e quant'altro) il suo eccesso senza per questo riequilibrare le cose.

    Così ancora oggi c'è chi - ignorando bellamente gli equilibri dell'ascesi antica - pensa che ironizzare sulla somatomachìa significhi essere luterani.... Ma questa posizione, in realtà, indica una crassa ignoranza, una formazione da scuola media inferiore. Indica altresì, che si è succubi del contrasto RIforma-Controriforma e si legge tutto in quel prisma, come se tutta la storia del Cristianesimo (o la sua parte più importante) gravitasse nel XVI secolo e prima e dopo ci fossero solo dei semplici dettagli che si può tranquillamente non conoscere.

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  8. Ultima questio: qualcuno potrebbe opporre al mio discorso il fatto che anticamente non c'erano solo soluzioni equilibrate ma anche estreme, ad esempio gli stiliti.
    Rispondo semplicemente che uno stilita, come un eremita che vive nelle caverne o un dendrita che vive sugli alberi, non è un uomo che di capriccio suo si improvvisa tale, anche perché dopo due giorni chiunque tornerebbe a fare una vita più umana! Queste soluzioni estreme prima di tutto sono rare e non praticate dai più (il cenobitismo è ben più diffuso dell'eremitismo in tutte le sue forme). Secondariamente vi si accede solo quando, considerata attentamente la vita del monaco e il suo serio e reale contatto con Dio, glielo si consente. È per questo che esistevano stiliti pure in Gallia e potevano resistere al freddo: essi vivevano in una condizione psicosomatica particolare, protetti dal manto della preghiera, situazione che non è data a tutti e che dimostra che in Cristo, in casi particolari, le leggi della natura sono superate.
    Ma andare ad improvvisarsi "per amore di Cristo" qualcosa del genere, odiando il proprio corpo e facendosi seriamente del male è solo illusione demoniaca (secondo l'ascesi antica). E qui Lutero non c'entra un fico secco!

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  9. Vorrei collaborare facendo presente che l'eremia si accompagna per forza con l'esichia come dichiarano i padri e che l'uomo solo NON è secondo Dio.

    Ad ogni modo che ruolo ha nell'ortodossia il merito? Perché è poco chiaro signor Pietro.

    Grazie dei suoi articoli

    d.

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    1. In Oriente e nell'epoca antica del Cristianesimo (tutto questo è stato ereditato dall'Ortodossia) la vita monastica è una vita comunitaria. Questo, però, non significa che non esistano gli eremiti e non venga esaltata la vita eremitica. Dire che la vita dell'uomo solitario (in questa condizione) non sia secondo Dio significa non capire che la comunione con la Chiesa (in particolari casi come quello dell'eremitismo) non è una pura questione sociologica ma passa sempre e comunque attraverso la comunione con Dio. Siccome oggi non si capisce questo (poiché il Cristianesimo è succube in gran parte di visioni immanentistiche e sociologiche) si finisce per condannare l'eremita dimenticando che pure Cristo ha digiunato e pregato nel deserto. Il merito in Oriente non esiste poiché questo concetto concentra inevitabilmente lo sguardo della persona su se stessa, sulla propria capacità, e non sulla grazia di Dio. Un cristianesimo concentrato sull'uomo (su cosa può o non può fare) è antropocentrico e finirà o prima o poi per perdere il senso del trascendente e non credere più a Dio, cosa che effettivamente sta succedendo.

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  10. No no guardi non intendevo affatto questo. Pensavo a questi aforismi di Cioran " in ogni desiderio umano si nasconde un monaco od un macellaio" oppure "hai lasciato deperire ciò che di meglio era in te. Più solerte, non avresti tradito la tua vera vocazione, che era quella del tiranno o dell'eremita". Insomma si potrebbe pensare che appunto si abbia in vista un asceta di qualche religione altra ossia però un falso eremita solipsistico, ed ugualmente si mistifica il tendere verso il bene dell'uomo, comunque sia.
    E' chiaro che non si è soli con la Trinità e d'altronde in realtà si è con tutti, anche con le creature non umane in fin dei conti ( questo credo sarebbe il senso di una vera ecologia ) ma da Lui.
    Quindi di certo convengo con lei, non si preoccupi.

    Volevo capire però come i meriti vengano valutati nel senso che lei esprime l'importanza della Grazia giustamente che deve essere previa e non raggiunta. Però mi sfugge l'uomo in cosa possa dirsi nel suo sforzo , dal normale battezzato al monaco , "bravo"...forse nel suo sforzo?

    daouda

    p.s. grazie dell'attenzione, la benedica Dio

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    1. Che cos'è l'uomo perché te ne ricordi?, recita il versetto di un salmo. Ciò che per la rivelazione e la tradizione patristica è importante è Dio e la sua iniziativa. Nella misura in cui l'uomo assume Dio in sé (per grazia, si diceva) diviene importante, altrimenti si opacizza, avesse pure tutti i "meriti" di questo mondo.
      Quanto è dato all'uomo è prepararsi, dimostrare il suo amore, aprire il suo cuore al cui porta a volte è molto pesante e arrugginita. Il resto è Dio a farlo. Ma nel suo aprirsi l'uomo non ha meriti per cui può sempre dire "siamo servi inutili". Questo scomparire davanti a Dio significa realmente ritrovarsi.
      VIceversa assumere quell'atteggiamento psicologico di ricerca di sé, pur in ambito cristiano, potrebbe significare girare su se stessi indefinitamente. L'uomo può e anzi deve fare qualcosa ma in ciò non deve ricercare dei meriti da rivendicare davanti a Dio.
      E' la prospettiva esattamente rovesciata, rispetto a quella mondana.
      Purtroppo oggi nella Chiesa si cerca di tenere questa e quella come se fosse possibile mescolare olio e acqua assieme...

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  11. Gentile Pietro C.,
    a proposito di traduzioni...
    Una parola molto controversa è il "circa" usato da San Luca. Traslitterato dal greco (omega-sigma-epsilon-iota) sarebbe "osei".
    I "circa trent'anni" dichiarati nel vangelo lucano vengono interpretati dagli esegeti assai liberamente (intesi in un ampio intervallo di possibilità, del tipo da 25 a 35).
    In realtà non c'è motivo di dubitare della dell'età di Gesù quando ebbe inizio la sua vita pubblica: nello stesso contesto, San Luca attribuisce con precisione 84 anni alla profetessa Anna e poco oltre 12 a Gesù nell'episodio del tempio.
    Perchè dunque essere vaghi sul 30?
    Ho letto che la parola greca (osei) può significare non solo "circa", ma anche "proprio", a sottolineare l'esattezza del dato fornito.
    Nell'episodio della trasfigurazione, viene usata l'espressione "circa otto giorni dopo", sempre con "osei": che senso aveva esprimersi come se fossero sette o nove (tanto più che il sette è un numero già importante)?
    Assai più logicamente le "circa sette miglia da Gerusalemme" nell'episodio di emmaus non viene tradotto con "osei", essendo logica l'approssimazione (nel testo c'è epsilon iota zeta: eiz).
    Insomma: è corretto attribuire significati diversi a "eiz" e "osei" non uniformandoli a un illogico "circa"?
    Non è mero cavillo: ne va della datazione della vita di Gesù e della credibilità storica di San Luca!

    Grazie dell'attenzione.

    ruggero

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    1. Ottimo appunto dal quale seguono due cose che si implicano tra loro:
      1) Il confronto con la lingua greca è IMPRESCINDIBILE, essendo i vangeli scritti in greco e solo dopo tradotti in latino;
      2) Il greco deve essere letto nel contesto esatto perché certi termini possono significare sia una cosa che il suo contrario.
      Converrà con me che questi due punti sono bellamente snobbati dalla maggioranza del clero attuale che fa dire al vangelo quanto il capriccio o il prurito mondano vuole sentire. Le allegre "esegesi" di Bergoglio, ahimé, fanno "scuola"!!!

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  12. Gentile Pietro C.,
    più che un'affermazione la mia era una domanda, perchè sono molto ignorante in greco.
    La traduzione corretta di "osei" può essere diversa dal "circa" impreciso che gli esegeti ci hanno ammannito?
    La parola "quasi" sarebbe più corretta? E forse anche un "come se" da intendersi come "proprio"?
    C'è qualche esegesi ortodossa che ne tratti?
    Grazie

    ruggero

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    1. Il greco può avere delle ambiguità che si sciolgono solo nel contesto. Non conosco esegeti ortodossi né opere di esegesi in tal senso. La rimando perciò alla interpretazione patristica di questi passi. Così vedrà che senso gli davano i cristiani dei primi secoli.

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  13. Buongiorno, ho scoperto da poco il suo interessantissimo blog. Non so se ha già trattato anche la traduzione sbagliata su una frase del Padre Nostro che per me cambia molto il vero significato. In greco è : καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν, ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ. il che vuol dire: E non permettere che cadiamo in tentazione, ma liberaci dal male (nel senso proteggici dal cadere in tentazione). In Italiano però al posto della parola εἰσενέγκῃς (isenèghis) viene utilizzata la parola "indurre". Del tutto sbagliato perché Dio non tenta nessune verso il male! Figuriamoci se lo "provoca" o lo "fa venire" come lo si intrepreta qui in Italia.
    Grazie, Anna
    P.S. Sta facendo un ottimo lavoro, il suo blog è on oasi per chi ha voglia di scoprire un po' di Ortodossia. In Italia purtroppo sono scarse le possibilità.

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    1. Vorrei fare osservare che, per quanto i miei riferimenti siano dell'antichità cristiana ereditati dal mondo ortodosso, non faccio di questo blog un blog confessionale proprio perché il mondo cattolico deve saper trarre da sé, pure con il mio modestissimo contributo, gli antichi tesori che dormono nel suo seno.
      La traduzione del Padre nostro è cosa per me appurata. A parte che il Poniròs sarebbe il Maligno e non il male in senso generico, ma si potrebbe pure ridire sul Ypersousios riferito al pane che quindi sarebbe soprasostanziale e non quotidiano come nell'accezione latina e cattolica. Questo pane soprasostanziale, lo sappiamo, è Cristo.

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    2. Da Ortodossa traggo alcune parole dei padri della Chiesa :
      “Come il sole non sorgerà mai dal ovest così anche il papa (e il vaticano) non ammetterà mai che ha sbagliato.”
      “Un cattolico una volta ha chiesto Santo padre Paisios con un po’ di ironia : Ma solo gli ortodossi sono vicino a Dio e solo loro si salveranno? Dio è con tutto il mondo (la gente)!
      E lui ha risposto: E tu mi puoi dire quanta gente è con Dio? Abbiamo differenze. Siamo tutti figli naturali di un Padre ma alcuni di loro sono a casa e alcuni stanno fuori a girovagare.”
      Noi Ortodossi sappiamo che il papa sarà la figura chiave per portare le masse davanti al trono dell’anticristo. Lui ha scelto di essere il capo di una “chiesa” terrena levando di mezzo il Vero Capo (Cristo) sostituendolo con il satana. Tra non molto l’umanità sarà costretta a fare la propria scelta: o con il diavolo o con il Signore. Quindi signor Pietro chi non si trova dentro l’arca (la Chiesa una santa cattolica e apostolica) sarà impossibile salvarsi.
      E le mie parole non sono per fare polemica vorrei precisarlo. Ammiro comunque il suo lavoro e Le auguro che la grazia dello Spirito Santo aiuti Lei e tutti quelli che vogliono tornare a … casa!
      Anna

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    3. Questo blog non fa un discorso confessionale come lo imposta lei. Il fine del blog è di porre chiarezza su alcuni fondamenti propri alla Chiesa poi ognuno tira le conclusioni che vuole tirare. A me da epidermicamente fastidio fare il confessionalista che tira l'altro in una o in un'altra decisione, come i protestanti che si trovano per strada e, se non gli dai soddisfazione, ti guardano di cagnesco.
      Apprezzo la chiarezza di padre Paisios (per il qual motivo ho pubblicato il suo commento) ma non sono un proselitista. Il mio fine attraveso questo blog è un altro.

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    4. Infatti, non ho detto che Lei è un proselitista ne che dovrebbe farlo! Per carità! Ho solo detto che sta facendo un bel lavoro. Per quando mi riguarda ho solo scritto la mia, (che poi non sarebbe la mia, ma parole dette dai Santi padri) perché ho pensato che il suo blog è anche un mezzo per scambiare opinioni. Niente di più, niente di meno.

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  14. Salve. Finalmente posso commentare.
    Io non penserei tanto alla dottrina medioevale latina dei meriti, quanto al modo con cui oggi, soprattutto in ambito cattolico (quello che conosco meglio), quella frase viene comunemente recepita.
    Se in una cosa non c'è merito, oggi - all'interno della visione kenotista che affligge il cattolicesimo attuale - poco ci manca a dire che è inutile o dannosa...
    Con la traduzione proposta da Pietro C., mi pare che la questione si ribalti: amare chi ti ama, non è cosa inutile, dannosa, egoistica..., ma è cosa di NATURA.
    Quindi la frase di Luca non mette in contrapposizione azioni meritevoli (altruistiche) vs. non meritevoli (egoistiche), ma azioni di NATURA e azioni di GRAZIA (con tutti gli annessi e connessi che si possono rinvenire in merito).

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