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giovedì 12 febbraio 2015

Padre Nostro





Versione greca
Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς ἁγιασθήτω τὸ ὄνομά σου·
Padre nostro che  [sei] nei cieli, sia santificato il tuo nome,
ἐλθέτω ἡ βασιλεία σου·
venga il regno tuo,
γενηθήτω τὸ θέλημά σου, ὡς ἐν οὐρανῷ καὶ ἐπὶ τῆς γῆς·
sia fatta la volontà tua, come nel cielo così nella terra;
τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον·
il pane nostro sovrasostanziale [per quest’oggi] da a noi oggi;
καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφελήματα ἡμῶν,
e rimetti a noi i nostri debiti,
ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν·
come noi rimettiamo ai debitori nostri;
καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν,
e non ci introdurre/portare nella tentazione,
ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ.
ma liberaci dal maligno.
[Ὅτι σοῦ ἐστιν ἡ βασιλεία καὶ ἡ δύναμις καὶ ἡ δόξα εἰς τοὺς αἰῶνας·]
[Poiché tuo è il regno e la potenza e la gloria nei secoli].
ἀμήν.
Amen.

Traslitterazione
Pater hēmōn, ho en tois ouranois
hagiasthētō to onoma sou;
elthetō hē basileia sou;
genethetō to thelēma sou,
hōs en ouranōi, kai epi tēs gēs;
ton arton hēmōn ton epiousion dos hēmin sēmeron;
kai aphes hēmin ta opheilēmata hēmōn,
hōs kai hēmeis aphiemen tois opheiletais hēmōn;
kai mē eisenenkēs hēmas eis peirasmon,
alla rhusai hēmas apo tou ponērou.
[Hoti sou estin hē basileia, kai hē dúnamis, kai hē doxa eis tous aiōnas;]
Amēn.


Versione della Vulgata

Pater noster qui es in coelis,
Padre nostro che sei nei cieli
sanctificetur nomen tuum,
sia santificato il nome tuo
adveniat regnum tuum,
venga il regno tuo
fiat volutas tua sicut in coelum et in terram.
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.
Panem nostrum quotidianum da nobis hodie,
Il pane nostro quotidiano da a noi oggi
et dimitte nobis debita nostra
e rimetti i nostri debiti
sicut et nos dimittibus debitoribus nostris
come noi li rimettiamo ai nostri debitori
et ne nos inducas in tentationem
e non ci indurre in tentazione
sed libera nos a malo.
Ma liberaci dal male.

10 commenti:

  1. Interessante la differenza sulla natura del pane, e tutto ciò che ne segue.
    (In una Divina Liturgia a cui ho assistito, in dicembre, presso la Chiesa di San Giorgio dei Greci a Venezia, il lettore ha però detto sostanziale e non sovrasostanziale)

    nikolaus

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    1. Lasci perdere! Quando io faccio la differenza tra la prassi come dovrebbe essere e certi casi singoli, non è un caso! In realtà ho pure incontrato ortodossi molto ignoranti che colmavano la loro ignoranza con una supponenza infinita. Meglio non perdere neppure un secondo, con gente del genere e puntare all'essenziale rappresentato dalla tradizione. Tutto il resto, se non è un vero e proprio danno, è noia infinita!

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  2. Se mi permette, si deve dire che la versione latina può anch'essa finire con "liberaci dal maligno", poiché a malo proviene dal agettivo malus ("malo"), che può essere sostantivato come "maligno". Infatti, c'erano fra i teologi occidentali alcuni che lo interpretavano in questo senso, e poi si rammaricavano della perdita suscitata dalle traduzioni al volgare.

    Sul pane, quale crede sia l'origine della differenza?

    K. e.

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  3. L'ultima riga della versione greca prima dell'amen manca totalmente nella vulgata.Nella messa postconciliare viene pronunciata dopo una breve locuzione dopo il "padre nostro". Sai dire qualcosa su questo particolare?
    Paolo

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    1. Pare sia un'aggiunta posteriore, ossia una specie di appendice redatta dopo che i vangeli sono stati scritti. Tuttavia le liturgie antiche la praticano, come fosse parte integrante del Pater noster. Nella liturgia bizantina è sempre presente.

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  4. Non mi convince affatto la traduzione del verbo greco εισφερω con l'italiano "abbandonare": in quali altri testi del nuovo testamento o dei Padri esso assumerebbe un tale valore semantico? Inoltre mi pare che ripugni alla Fede cristiana la possibilità che Dio possa abbandonare qualcuno nel tempo della tentazione.

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    1. Evidentemente ha scordato il grido di Cristo: "Signore, Signore, perché mi hai ABBANDONATO?". Non occorre aggiungere altro.

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    2. Caro Pietro, la sua risposta non mi aiuta a comprendere le ragioni linguistiche di una traduzione che ultimamente mi è capitato di sentire sempre più spesso, ma che personalmente trovo alquanto singolare. Le avevo chiesto di indicarmi altri passi del Nuovo Testamento in cui il verbo in questione potesse essere inteso nello stesso senso di "abbandonare" e Lei, invece, me ne ha citato uno in cui quel verbo greco non compare affatto: sinceramente non ne comprendo la logica.

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    3. La sua osservazione mi ha obbligato a porre maggior attenzione alla filologia. Infatti a me ripugnava l'idea che Dio porti nella tentazione (o induca) per cui dall'insieme del testo mi pareva più coerente che potesse provare il cristiano con un apparente suo abbandono. L'abbandono di Dio è una realtà alla quale tutti i mistici sono passati, il sentirsi in una situazione totalmente priva di senso, dunque questo non è affatto strano o ripugnante.
      Invece dal punto di vista filologico non se ne esce fuori: εισφερω da cui viene il termine riportato εἰσενέγκῃς significa "introdurre, portare". Dio dunque, come nelle prove di Giobbe, permette che il cristiano venga introdotto nella tentazione evidentemente per un suo maggior bene.

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    4. In rete ne hanno parlato qui: http://www.controapologetica.info/testi.php?sottotitolo=%27Non%20ci%20indurre%20in%20tentazione%27

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