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mercoledì 29 luglio 2015

Autorità e obbedienza nella Chiesa

Rispondo con questo post ad una domanda che mi è stata molto opportunamente rivolta riguardo al rapporto tra autorità e obbedienza nella Chiesa.

Anche per affrontare questa domanda è necessario avere un metodo, per poter fugare il campo da possibili sviste, precomprensioni ed errori valutativi.

Il metodo ci viene dato, come sempre, dalle fonti neotestamentarie e dagli scritti patristici che le commentano. Rimaniamo, così, nell’ambito dei primi secoli cristiani che fungono al cristiano da orientamento basilare e imprescindibile per ogni altra epoca.

La Chiesa nasce come realtà che prosegue, sulla terra, l’opera iniziata dal suo fondatore, Gesù Cristo. Cristo è, dunque, l’unico fondamento della Chiesa stessa e non può essere sostituito da alcun altro: la caratteristica che egli ha voluto dare alla Chiesa non può, perciò, venir modificata.

Quest’affermazione, a livello di principio, trova l’accordo di tutte le Chiese storiche, comprese le comunità uscite dalla Riforma protestante. A livello pratico, però, ci sono molte applicazioni, alcune addirittura opposte tra loro al punto che, in nome di Cristo e della Chiesa, è stato, storicamente, fatto un po’ di tutto. Questo non significa che ogni realizzazione storica corrisponde a quella voluta da Cristo!

Premesso ciò, passiamo al punto seguente.
Un’autorità ecclesiale si appellerà sempre, in quanto tale, a Cristo e giustificherà sempre le sue azioni in suo nome a proposito o a sproposito che sia. La tendenza dell’autorità è sempre quella d’imporsi e aspettarsi un’automatica obbedienza ai propri ordini. Nella Chiesa, checché se ne dica, questo non dovrebbe avvenire automaticamente, almeno per le questioni più importanti e delicate, perché ci vuole discernimento ad ogni livello, sia sul piano di chi “comanda” sia sul piano di chi “obbedisce” (1).

Come ho altrove indicato, nella Chiesa non dovrebbe esistere un movimento lineare discendente tra autorità e fedele (= l’autorità ordina e il fedele obbedisce), poiché questo genere di movimento è tipico di strutture dispotiche e autoreferenti. Per questo nel brano evangelico da me commentato nel post precedente, Cristo è molto critico nei riguardi di chi esercita il potere in modo mondano, elevandosi e signoreggiando sugli altri! “Tra voi questo non deve esistere!”, egli ammonisce. Un ammonimento oramai dimenticato...

Nella Chiesa sin dall’inizio esiste, così, un movimento circolare in cui l’ordine ricevuto dall’ “alto” viene “riconosciuto” dal “basso” e, di conseguenza, accettato.
Non mi riferisco ad ordini banali ma a disposizioni importanti, quali i decreti di un sinodo e di un concilio, l’accompagnamento spirituale di un cristiano, ecc.

Sin dagli inizi, allora, non vediamo nella Chiesa un movimento lineare discendente (= l’autorità ordina e i “sudditi” obbediscono) ma un riconoscimento dell’autenticità dell’ordine ricevuto e, conseguentemente, la sua esecuzione. Si soppesa, cioè, se l’azione che si deve fare è conforme o meno allo stile della Chiesa: “dai frutti riconoscerete lalbero”!
Ecco perché san Paolo, vedendo una disposizione di san Pietro contraria a tale stile, gli resiste a viso aperto e finisce per avere ragione. Ecco il vero rapporto con l’autorità nella Chiesa: un rapporto tutt’altro che passivo e molto dinamico.

Questo oggi ci può parere molto strano perché in Occidente è invalsa un’altra modalità, soprattutto dal periodo tridentino in poi.
Tale modalità ha una preparazione remota dall’inserimento della Chiesa nelle strutture imperiali (sia in Occidente che in Oriente). 

Quando i vescovi iniziano a frequentare la corte imperiale, non rappresentano solo la bocca della Chiesa ma divengono funzionari imperiali e, in quanto tali, sono legittimati dall’imperatore. L’obbedienza all’autorità della Chiesa diviene, dunque, sempre più simile all’obbedienza che il suddito ha nei riguardi del suo imperatore, compreso l’atteggiamento di non contraddirlo (2).

Questa mentalità si amplifica con il correre del tempo e, pure quando l’impero romano crolla sia in Occidente che in Oriente, il vescovo più che padre della diocesi è visto come la legittima autorità sostenuta e protetta dall’autorità secolare. A Roma, per la disgraziatissima storia delle investiture, il papa assurge lentamente al ruolo di “imperatore degli imperatori”, imitando in tal modo un modello secolare pur di districare parte della Chiesa dalla pastoia della feudalità.

Lutero, come ho altrove ricordato, è stato l’ultimo rappresentante nel Cattolicesimo di alcune istanze antiche, seppure in un quadro di contestazione radicale che poi lo ha portato a rifiutare elementi importanti della tradizione cristiana. La domanda fondamentale di Lutero, che tutti noi possiamo e dobbiamo fare, è:
“Che senso ha, questa disposizione o questo ordine dell’autorità religiosa per me?”.

Tale domanda cerca di unire l’ “oggettività” della verità predicata dall’autorità religiosa con la soggettività della persona. In altre parole, la verità religiosa non è mai fine se stessa ma deve sempre essere riconosciuta dal soggetto per poterla vivere. Se ciò non avviene non sarà mai una tradizione vivente ma un reperto museale.

Questo dovrebbe essere chiaro anche dal famoso passo biblico: “Non voglio la morte del peccatore ma che si converta e viva” (Ez 33, 11). La conversione, ossia il rivolgere la vita a Cristo, comporta come logica conseguenza la sensazione di “vivere”. Il sentire in sé una vita nuova è, dunque, la chiave per comprendere il motivo profondo dell’esistenza del Cristianesimo, il valore dell’autorità ecclesiastica stessa e dell’obbedienza in relazione ad essa.

Nel contesto barocco, in Occidente, per opposizione alla rivendicazione del soggetto, da parte di Lutero (che poi ha portato al soggettivismo), si è creato un altro eccesso, che ha determinato un certo oggettivismo filosofico-religioso: il culto dell’oggettività della verità.

Ecco in cosa consiste: si parte affermando che la verità religiosa rimane tale, indipendentemente dal soggetto, e non dev’essere toccata. Da questo principio condivisibile si è fatto un po’ forzatamente discendere l’idea che la Chiesa (o meglio l’autorità gerarchica clericale) ne è la depositaria e non chiede altro che cieca obbedienza. Dunque, ogni atto della Chiesa stessa (ossia dei chierici) chiede la medesima cieca obbedienza.

Sono risposte estremiste che hanno marchiato a fuoco la coscienza religiosa dell’Occidente cristiano. Soprattutto dal periodo barocco in poi nessuno doveva criticare questi principi pena la morte o la galera. I laici, zitti zitti, si sono acquattati nel loro cantuccino e nel periodo attuale hanno conseguentemente voltato le spalle alla Chiesa istituzionale ...

Per la mentalità oggettivista, gli atti religiosi non hanno necessariamente una logica profonda, delle verità sperimentabili dalla persona. Ci si deve fidare della Chiesa e basta. Questo è un po’ simile alla situazione di chi si affida ad un medico e non ne vuole verificare la competenza professionale prescindendo dall’effetto della cura da esso ricevuta. È chiaro che qui si è rotto il legame tra “oggettività” e “soggetto”, tra verità religiosa e possibilità di vivere tale verità. Tutta la religiosità moderna è più o meno affetta da questo problema e comporta le reazioni più strane: dal fideismo più estremo (si pensi a chi è perennemente a caccia di rivelazioni e apparizioni per “drogarsi” religiosamente) al razionalismo secolarizzante più crudo.

Il rapporto autorità-obbedienza si pone, dunque, su un crinale molto delicato.
Per farmi capire semplicemente mostro quale esempio il rapporto autorità-fedele in ambito monastico.

Un padre spirituale ordinariamente stabilisce per un novizio un certo percorso, attraverso il quale quest’ultimo evolve interiormente. È responsabilità del primo stabilire un percorso concreto e fattibile. È responsabilità del secondo accogliere fiduciosamente le disposizioni del padre spirituale e applicarle nella sua vita.

Anche qui non siamo dinnanzi ad un rapporto lineare “autorità-fedele” ma di fronte ad un rapporto circolare: il novizio dopo un certo tempo, e cercando meglio che può di applicare le disposizioni ricevute, si rende conto da solo se tutto ciò lo avvantaggia o lo rovina e ne trae le logiche conseguenze. Niente è dunque scontato, soprattutto in quest’ambito.
Se il novizio cresce, ha modo di verificare che il padre spirituale del monastero è affidabile.
Il novizio è, dunque, indispensabile per dare autorevolezza all’autorità spirituale nel monastero.
Se il novizio non cresce e subisce dei danni (in conseguenza della sua obbedienza scrupolosa agli ordini ricevuti), l’autorità spirituale nel monastero non è affidabile e non è autorevole. Questo potrebbe comportare, a lungo andare, la sostituzione di quel padre spirituale con un altro, se il superiore del monastero è un uomo saggio e legato alle sane tradizioni religiose.

Quanto succede nel microsistema ecclesiale di un monastero si applica identicamente nel macrosistema ecclesiale della Chiesa, dal momento che anche la Chiesa stessa ha essenzialmente una finalità spirituale (3). Lo si applica di conseguenza pure alla liturgia della Chiesa.
Osserveremo questi altri due casi che si richiamano logicamente a quanto appena affermato.

a) Nell’antica storia ecclesiastica, terminata l’ultima sessione di un concilio ecumenico, non era automatica l’obbedienza alle decisioni conciliari, nonostante divenissero legge imperiale. Infatti: un conto è la celebrazione dei concili, nella quale si indicano determinate disposizioni, un altro conto è la loro ricezione. Nella ricezione dei concili il corpo ecclesiale (formato da chierici e laici) deve riconoscere il perenne “sapore” spirituale della Chiesa. Nel caso in cui, per determinati seri motivi, non lo riconoscesse, il concilio viene rifiutato, perde autorevolezza e autorità. Quest’opera di riconoscimento può essere molto lenta: a volte richiede decenni. Al termine avviene il rifiuto (il concilio è detto “conciliabolo”) o l’accoglienza che di solito si stabilisce una volta per sempre solo all’inizio di un concilio seguente.
È dunque strano, se non contraddittorio, che, nell’epoca moderna nella quale teoricamente si fa ancora teorico appello al senso di fede dei fedeli, si voglia contraddittoriamente imporre le disposizioni ecclesiastiche in modo autoritativo e rigido (4).

D’altronde, la stessa fissazione del canone biblico neotestamentario ha impiegato parecchio tempo perché ha comportato un’analoga opera di riconoscimento corale. Nessuna autorità di allora ha unilateralmente pontificato stabilendo infallibilmente di credere in un determinato elenco di libri rispetto ad altri elenchi e chiedendo a tutta la Chiesa di sottomettersi alle proprie dichiarazioni. Eppure la fissazione del canone neotestamentario era un problema di fondamentale importanza a chiunque! Al contrario, in luogo di sorgere un’autorità infallibile che risolvesse il problema e risparmiasse tempo e fatica a tutti, tutta la Chiesa ha lavorato nello sforzo lento ma inesorabile di tale riconoscimento che, come si capisce, non è stato immediatamente evidente.

b) La liturgia è il campo in cui la fede viene celebrata, il momento in cui, in determinate condizioni, il fedele intuisce una realtà ultraterrena attraverso i simboli e le parole della celebrazione. La liturgia è, perciò, un’autorità nella Chiesa. Lungo il tempo, come tutte le cose umane, è stata oggetto di ampliamenti, ritocchi, aggiustamenti. Nei casi peggiori – non rari, purtroppo! – è stata pure alterata. Come si è riconosciuta la variazione autentica dall’alterazione? Nello stesso modo sopra descritto, nel modo in cui il semplice novizio si accorge, con il passare del tempo, di ricevere un danno piuttosto che un vantaggio seguendo un certo padre spirituale.
Ne consegue che una liturgia alterata, anche se promossa da un’autorità ecclesiastica, perde tutta la sua autorevolezza e, a lungo andare, è destinata a non essere più riconosciuta da quell’ambito sano della Chiesa nella quale hanno senso i valori evangelici spirituali a fondamento del Cristianesimo (5).

In una diocesi il rapporto vescovo-fedeli, dovrebbe obbedire alle medesime logiche di tipo spirituale. Purtroppo l’autoritarismo e la mentalità secolarizzata sono entrati ampiamente nel contesto clericale, spingendo i chierici ad avere una visione sempre più autoreferente e umanistica. L’autorità diviene, allora, fine se stessa e non chiede (o non vuole!) essere verificata, come dovrebbe normalmente accadere. La tendenza a trasformare l’autorità ecclesiastica in una qualsiasi autorità secolare è molto forte e comporta tutte le conseguenti dinamiche dei sistemi di potere secolari (cortigianeria, delazione, sottomissione, ricatto, ecc.).

Qui, però, c’è da chiedersi se non ci troviamo davanti ad un’alterazione sostanziale della Chiesa e dei fini della stessa, quali si riscontrano nel Nuovo Testamento, dal momento che, fatte salve le apparenze, la sostanza è di tutto un altro tipo.

La domanda si fa impellente quando il singolo fedele, in rapporto con un certo vescovo, determinati chierici, alcuni ambienti parrocchiali e partecipando a certe liturgie si sente “svuotare” piuttosto che edificare (6).

D’altronde, il fatto stesso di considerare la cosiddetta “spiritualità” qualcosa di opzionale, non centrale, nella formazione e negli studi dei chierici getta una forte ombra e spinge a pensare che gli equilibri antichi siano di fatto stati alterati da tempo.

Se, dunque, il rapporto autorità-obbedienza è sempre stato delicato e complesso (e non lo si può assolutamente semplificare in nome di una maggiore “funzionalità” della Chiesa), oggi è divenuto molto più difficile perché l’autorità fa di tutto per affermare se stessa prescindendo, a volte, dall’unico bene a cui la Chiesa è a servizio: il progresso spirituale del credente (7).

© Traditio Liturgica


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  1. L’obbedienza “perinde ad cadaver” di ignaziana memoria non è evangelica e non trova alcun supporto nella Rivelazione cristiana.

  2. «Già Origene, intorno alla metà del III secolo, interloquisce nelle sue omelie con uditori cristiani di alto livello sociale e culturale: e tra i difetti, che rimprovera loro, figurano l’orgoglio di essere imparentati con governatori oppure la vanagloria, in alcuni casi, di discendere da persone che hanno ricoperto importanti cariche pubbliche, in altri invece, di possedere ingenti ricchezze, terreni, belle case e altro ancora. In Origene, inoltre, risuona la tipica nostalgia dei tempi andati: in appena quarant’anni, quelli trascorsi dall’epoca di Settimio Severo, l’immagine delle comunità cristiane ha subito una profonda trasformazione in qualità e quantità» Ramon Teja, I vescovi, in Enciclopedia Costantiniana, 2013. Queste osservazioni riguardano pure l'alto clero che, d'ora innanzi, ha libero accesso alla corte imperiale.
  3. La cosa assolutamente assurda è che, oggi, si considerano i monasteri come delle “realtà a parte”, speciali, non come un aspetto nel quale si dovrebbe rispecchiare la Chiesa intera. Questa tendenza ad isolare il monastero dalla Chiesa è nefasta, è indice di clericalismo. La vidi in modo netto nella risposta che ebbi, alcuni anni fa, dal teologo del Patriarcato Ecumenico, mons. Gennadios Limouris per il quale i monaci del monte Athos riflettono una “tradizione particolare, una loro tradizione”. I monaci del monte Athos, come qualsiasi altro monastero ortodosso non hanno una tradizione “loro” ma condividono la tradizione comune alla Chiesa intera, sono un microcosmo della stessa Chiesa. Nel momento in cui si separa il monachesimo e la sua esperienza spirituale dalla Chiesa (“hanno una tradizione a parte”), è possibile trasformare la struttura clericale in clericalismo con tutte le conseguenze nefaste che ciò comporta. Inutile dire che questa separazione artificiale del monachesimo dalla Chiesa si è consumata da tempo in Occidente, per quanto a parole, a volte, si dica altro.
  4. Questo scottante problema soggiace, in realtà, tra tradizionalisti cattolici e cattolici “normalisti” che accettano le riforme come autentiche unicamente perché sgorgate dalle legittime autorità. Giustamente i secondi diffidano molto dei primi perché sostenere una liturgia antica in opposizione latente o evidente con quella riformata significa, nei fatti, sconfessare la seconda e tutto l’ambito ecclesiale che la sostiene. Tentativi di rappacificare queste opposizioni con costruzioni artificiali (= il rito romano ha due forme una ordinaria e una straordinaria) sono semplicemente patetici.

  5. Nella pratica ho ricevuto da più direzioni (sia cattoliche che ortodosse) confidenze in base alle quali delle persone si sentivano in forte disagio spirituale frequentando le loro parrocchie. In tutti questi casi ci troviamo davanti ad ambienti secolarizzati o esclusivamente formali.
    La risposta che ufficialmente viene data a queste person ein crisi è che bisogna seguire comunque la propria realtà religiosa. Bisogna seguire, ad esempio, il proprio vescovo (o patriarca o papa) perché ha la cosiddetta “grazia” che deriva dall’esercizio della sua funzione: Dio non può non sostenerlo e illuminarlo. Questa affermazione, però, oltre ad essere stata smentita molte volte dalla storia è pericolosa perché sgancia i “sottoposti” dal verificare l’autorevolezza di tale autorità trasformando il rapporto autorità-fedeli in un rapporto verticale piramidale, invece che circolare come sopra ricordato.

  6. Spiace dover constatare che spesso in Occidente questo progresso spirituale è equivocato in attivismo benefico (sociologismo) o in attinenza ad un codice morale di leggi che potrebbe facilmente sfociare in puro moralismo. Ci troviamo, così, dinnanzi a realtà ecclesiali disarticolate in cui la sinistra può non sapere cosa fa la destra e il piede prende una direzione che la testa non aveva previsto. Anche l’eccessivo moralismo, inteso come un codice ferreo di leggi, ha provocato, per reazione, nell’ambito ecclesiale occidentale un vero e proprio lassismo che si riscontra sia a livello di clero sia a livello di laici. La disaffezione per l’autorità e per la tradizione è visibile ovunque, forse causata da una rigidissima gestione dell’autorità stessa e da una concezione statica della tradizione alla quale si doveva obbedire “perinde ad cadaver”.

6 commenti:

  1. Uno dei più luminosi esempi di come dovrebbe funzionare la Chiesa fu il rifiuto del vescovo di Efeso, Marco Eugenico, di firmare gli atti del concilio di Ferrara-Firenze, quando tutti gli altri, Patriarca e Basileo compresi, avevano accettato per motivi politici (il pericolo dell'invasione islamica) compromessi, che erano contrari alla Fede ed ai sette concilî ecumenici del primo millennio. Il popolo ed il clero sostennero il futuro San Marco di Efeso ed il conciliabolo fu rigettato. Questo fu possibile, perché in Oriente, come anche in Occidente fino al IX secolo, i fedeli vivevano la liturgia e da essa traevano non solo le grazie, ma anche la conoscenza. In Occidente, specie dopo l'XI secolo, il contenuto della Religione veniva trasmesso solo in forma mediata dal "clero colto" al popolo più o meno ignorante (compresi i signori).
    L'ultima conseguenza si è vista dopo il CVII, quando il Marco Eugenico tridentino (Mons. Marcel Lefèbvre) si oppose alle rivoluzionarie riforme: rimase solo, perché il popolo pecorone da secoli non lo aveva capito.

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    1. Gli esempi che lei ha posto hanno qualcosa di analogo tra loro ma pure qualcosa di molto diverso. Di questo è bene tenerne conto. Certamente il concetto di Tradizione di Marco Eugenico aveva qualcosa in comune con quello di mons. Lefebvre ma pure ci sono elementi molto distanti tra loro. Mons. Lefebvre si appella ad una tradizione codificata nel concilio di Trento in cui esiste una "Chiesa docente" formata dal clero e dalle gerarchie e una "Chiesa discente" formata da tutti gli altri. Per Eugenico, al contrario, tutta la Chiesa è contemporaneamente docente e discente. Nonostante i vescovi siano pur sempre la bocca di tale Chiesa, essi possono essere confermati o rigettati dal corpo ecclesiale al quale devono dare conto. Non esattamente così è nel contesto tridentino in cui il vescovo è l' auctoritas per eccellenza e può essere sconfessato e rimosso solo da chi sta più in alto di lui.

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  2. " a) Nell’antica storia ecclesiastica, terminata l’ultima sessione di un concilio ecumenico, non era automatica l’obbedienza alle decisioni conciliari, nonostante divenissero legge imperiale. Infatti: un conto è la celebrazione dei concili, nella quale si indicano determinate disposizioni, un altro conto è la loro ricezione. Nella ricezione dei concili il corpo ecclesiale (formato da chierici e laici) deve riconoscere il perenne “sapore” spirituale della Chiesa. Nel caso in cui, per determinati seri motivi, non lo riconoscesse, il concilio viene rifiutato, perde autorevolezza e autorità. Quest’opera di riconoscimento può essere molto lenta: a volte richiede decenni. Al termine avviene il rifiuto (il concilio è detto “conciliabolo”) o l’accoglienza che di solito si stabilisce una volta per sempre solo all’inizio di un concilio seguente.
    È dunque strano, se non contraddittorio, che, nell’epoca moderna nella quale teoricamente si fa ancora teorico appello al senso di fede dei fedeli, si voglia contraddittoriamente imporre le disposizioni ecclesiastiche in modo autoritativo e rigido (4). "

    L'argomento dell'accettazione definitiva di un concilio all'inizio del concilio successivo come pure del rifiuto di un concilio per gravi motivi è un punto molto contestato e neppure preso in considerazione da alcuni, quasi che un concilio fosse sempre infallibile e vincolante qualsiasi cosa esso dica.

    Penso che questa tematica, così importante ed attuale, meriti la trattazione in un post apposito. Spero che lei possa trovare il tempo e la voglia per farlo. Grazie

    GdM

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  3. Ne ho parlato già diffusamente. In buona sostanza qui siamo davanti al tentativo - più o meno riuscito - di introdurre un'alterazione nel modo in cui la Chiesa funziona o dovrebbe funzionare e questo per la presenza del clericalismo.

    È il clericalismo che introduce dei concetti di obbedienza automatica, infallibilismo, piramidismo ecclesiastico, ecc. Questo perché il clero ammalato di clericlismo vuole avere le mani libere, non vuole dar conto a nessuno di quanto fa. Si osservi che irritazione hanno certi vescovi quando qualcuno vittima di un abuso sessuale denuncia certi preti alle autorità secolari...

    Viceversa questo anticamente era impensabile nel senso che almeno nelle cose di fede non si potevano creare compartimenti stagni, fare decisioni senza coinvolgere tutta la Chiesa.

    Il clericalismo ha una matrice imperiale, dunque secolaristica e trionfalistica, non evangelica. Il clericalismo si inflitra pian piano. Esiste un canone ecclesiastico antico che proibisce a dei chierici di denunciare i propri vescovi presso le autorità secolari. Se questo, da un certo punto di vista, protegge l'alto clero da abusi e ingiustizie, dall'altro può dar mano libera al vescovo di fare delle ingiustizie ad un chierico suo sottoposto e questo non si può difendere. E' una cosa che sta succedendo oggi stesso, vittima un prete di due metropoliti...

    Ma torniamo a noi. Quando dei chierici malati di clericalismo indicono una riunione o un concilio (staremo a vedere cosa succederà, ad esempio, con il concilio panortodosso al Fanar) vogliono imporre una linea e bloccare il confronto e il dialogo per evitare ogni aggiustamento e rifiuto.

    A "Lo Stato sono io", di Luigi XIV costoro affermano nei fatti "La Chiesa sono io" e agiscono di conseguenza. Quanto dico non sono parole al vento ma realtà tuttora viventi e diffuse, basta avere il coraggio di rendersene conto. Le troviamo in casa cattolica e in casa ortodossa perché le passioni umane non hanno confini confessionali e i frutti nati dalle passioni sono ovunque identici.

    È ovvio che nei libri di teologia non si fanno trattati di questo genere o non ci si spinge ad affermare concetti del genere, che rimangono però perfettamente applicati nella pratica.

    Che ne è rimasto del "sesus fidelium"? È oramai una frase morta dal momento che nessuno andrà a testare cosa dicono i fedeli su certe decisioni gerarchiche, a meno che le decisioni non vadano nella direzione del secolarismo imperante... L'ideologia che nella Chiesa vige una specie di "magia" (= quello che decide il papa, i vescovi e i preti è automaticamente buono) è assai presente ma, pure, assai nefasta. Va bene solo a chi ha il prosciutto sugli occhi o a chi, non importandosene gran che, preferisce non pensare, non vedere, non sentire, non parlare....

    Viviamo in un tempo in cui, in gran parte, vivono gli epigoni egli epigoni. Costoro fanno danni enormi ovunque, mascherandoli con fiumi di mielose parole. Ma i fatti parlano per loro stessi e le masse, silenziosamente, lasciano le Chiese..

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    1. La ringrazio per la risposta.

      Chiedo se esiste qualche canone o qualche caso precedente che possa essere portato come esempio non contestabile.


      Purtroppo affidarsi al "sensus fidelium" in questi tempi è assai rischioso. Uno dei frutti avvelenati della liturgia composta a tavolino ed imposta d'autorità alla Chiesa cattolica è proprio il pervertimento del senso della fede tanto che la stragrande maggioranza dei "fedeli" inclina all'eterodossia ed ha un profondo fastidio anche per i più semplici rudimenti della fede trasmessa dai Padri. Ecco perché diventa necessario trovare qualche canone od esempio che non possa essere contestato. Grazie

      GdM

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  4. Di esempi la storia della Chiesa è piena. Mi limiterò, come ho fatto altrove, a citare l'esempio di san Massimo il Confessore il quale, solo fra tutti, difese le due volontà in Cristo, ossia la perfetta umanità e divinità coesistenti in Cristo. Il senus fidelium anche allora poteva essere offuscato e alterato (sebbene in modalità diverse dalle attuali che per certi versi paiono apocalittiche). Egli si appellava a quanto identificava la Chiesa da sempre, alla sua identità interiore più genuina trasmessa dalla fede dei Padri e radicata nella rivelazione neotestamentaria.
    Si noti che san Massimo non era, forse, neppure sacerdote ma un semplice monaco. Da solo difese l'ortodossia della fede e quando sembrava che pure il vescovo di Roma stesse per cedere all'eresia, rimase inamovibile. Morì nell'estrema periferia orientale dell'impero bizantino dopo che gli emissari imperiali gli avevano tagliato la mano destra (per non scrivere) e la lingua (per non parlare). La Chiesa nella sua autenticità si specchia in queste persone, non in chi da sempre ha cercato di mescolare l'olio con l'acqua, il vino con l'aceto. E' assai poco importante che la gran massa non abbia a simpatia la fede trasmessa dai Padri. Quello che, invece, è allarmante è che il clero e, specificamente, l'alto clero inizi a seguire la gran massa e non rispetti più le antiche tradizioni. Se questo in Occidente è oramai fatto compiuto (tranne qualche piccola isola), in Oriente si sta giusto ora scendendo il crinale (eccezion fatta per quelle comunità o monasteri ancora legati alle antiche discipline). In Oriente non di rado i peggiori nemici della Chiesa possono essere alcuni chierici o alcuni alti chierici, totalmente presi dall' hybris dell' "amor sui". Per "amor sui" questa gente sta svuotando di senso una santa tradizione seguendo la quale umili persone sono divenute sante. L' "amor sui", una sorta di ubriacatura personale, porta questa gente a fremere eroticamente dinnanzi ai loro ritratti e alle loro foto ma a rimanere quasi indifferenti dinnanzi alla tradizione e alla liturgia da essi fatta con la meccanicità con cui l'impiegato statale timbra un certificato.

    Nei casi peggiori costoro piegano la liturgia alle loro esigenze (ebbene succede pure in Oriente!) trasformandola in palco scenico in cui loro sono gli attori, con originali combinazioni di paramenti sacerdotali (per attrarre l'occhio del fedele su di loro, non su DIo), con movimenti del corpo scomposti e teatrali (sempre per dire "guardate me!"), con gorgheggi in luogo di umili canti (per mostrare, nello starnazzo, quanto sono "bravi"), ecc. Uno spettacolo disgustoso perché porta lo sguardo del fedele sulla terra, non sul cielo, sulla vanità del chierico, non sulla santità di Cristo che in quel momento effonde la grazia!!!
    Per aliam viam, queste celebrazioni tendono a raggiungere lo squallore di quelle occidentali, non perché siano oggetto di strampalate riforme ma perché subiscono l'influenza generale dei nostri tempi: il culto egocentrico dell'uomo piuttosto che il culto a Dio.

    Quello che vedevamo negli anni '50 nel Cattolicesimo (una tradizione irrigidita nel formalismo) ora stiamo iniziando a vederlo in Oriente. E sappiamo per esperienza che questo è esattamente l'inizio della fine, il crinale dopo il quale c'è solo un'inarrestabile discesa.

    La tradizione vivente che identifica l'autenticità della Chiesa è spesso lontana da questi cuori. Probabilmente si trova in qualche luogo sperduto, lontano dai "magnifici" centri di potere che attraggono lacché e chierici in cerca di onorificenze e vanità mondano-clericali...

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