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sabato 14 novembre 2015

Priesthood's simulator – Il simulatore del sacerdozio

L'ex abate di Montecassino Pietro Vittorelli


Nun ce se po' fida' più de nessuno, nemmeno sarvognuno de 'n abbate! 
De onesto ce sta ancora quarcheduno? Puro voi preti pe' campa' rubbate? 
Pare che ha combinato un bèr casino, 'sto Vittorelli inzieme cór fratello, 
si la Procura de Montecassino j'ha sequestrato tutto sur più bello! 
De certo sarà la Maggistratura, a stabbili' si questo è un gran ladrone: 
pe' lui sarà 'na grossa fregatura, de dove' rinuncia' a mezzo mijone! 
Ma è giusto che perfino un'Abbazzia, mo' deve da subbi' 'na rubberia?

La tragedia che ha coinvolto in queste ore la Francia, con gli attentati e le vittime provocate dagli estremisti islamici a Parigi contribuirà certamente a far dimenticare l'ennesimo scandalo clericale italiano del quale moltissimi italiani non hanno colto il significato profondo, vedendovi solo una grave incoerenza di tipo morale (1).

Mi riferisco all'ex abate benedettino Pietro Vittorelli (2), colto con le mani nel sacco dalla finanza che, l'11 novembre, gli ha sequestrato 500.000 euro, soldi non suoi ma impossessati dal religioso per condurre una vita di lusso, con vestiti, cene, profumi e, pure, droghe assunte in compagnie tutt'altro che edificanti.

I semplici si chiedono come sia possibile tutto ciò ma i fatti sono lì, spietati, a inchiodare il reo. Post factum, alcuni tra la maggioranza lo maledicono usando parole che in questo blog non ripeto. Inutile dire che quest'atteggiamento lascia il tempo che trova. Solo pochissimi si chiedono come mai la cosa sia passata inosservata fino a poco tempo prima. Tra questi pochissimi nessuno si chiede sulla base di cosa, la comunità monastica e, in seguito, il Vaticano, eleggono un abate: su una convenzione esteriore, una preparazione intellettuale, un'apparente pietà o su una reale formazione spirituale?

Sembra, infatti, che ci si dimentichi la cosa più fondamentale e che la tradizione patristica, viceversa, aveva assolutamente chiara: la vita religiosa autentica non è una formazione intellettuale ma una formazione (spesso assai impegnativa) di cuore perché la sede dell'autentica religione non sta nel cervello ma nel cuore purificato (3).

Il cuore purificato, toccato dalla presenza divina (la grazia) ha modo di rendere consapevole il soggetto di Dio: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”(Mt 5, 8). Il centro di tutta la vita religiosa è sempre e solo il cuore.

Come il gusto nell'uomo è in grado di valutare il sapore di una pietanza, il cuore è in grado di intuire, in modo ineffabile ma reale, la presenza divina. Questa consapevolezza è chiara a tutta la patristica e attinge alla tradizione biblica stessa. Tutto nasce da qui, tutto consegue da qui, tutto si orienta da qui. Per questo l'uomo “trovata la perla preziosa, vende tutto, pur di acquistarla” (cfr. Mt 13, 46), ossia va contro le sue passioni negative che oscurano l'occhio del cuore, la possibilità di percepire l'ineffabile presenza divina, pur di rimanere sempre con il Signore, come diceva san Paolo.

Ecco perché la memoria del Signore, ossia la preghiera, può divenire un'attività incessante, secondo san Gregorio di Nazianzo, per cui non si dovrebbe fare altro che questa e accompagnare a questa ogni attività quotidiana.

Questo tipo di esperienza mistica è completamente dimenticata in Occidente (salvo, forse, rarissimi casi). Ed è esattamente ciò a provocare la rovina del Cristianesimo. Avviene, allora, la sostituzione della realtà (l'esperienza divina) con una sua immagine intellettuale (lo studio, le definizioni concettuali). 
Qui non si vuole ostracizzare l'utilizzo dell'intelletto ma il suo uso deviato in modo che i concetti argomentativi finiscono per sostituire l'indispensabile esperienza mistica trasformando il cristianesimo in un'ideologia religiosa, in un'idolatria dove lo stesso Dio coincide con l'immagine intellettuale che l'uomo se ne è fatto (4)
E, dal momento che la foto di una pastasciutta non è assolutamente come un bel piatto di pastasciutta davanti a sé (ossia, fuor di metafora, l'immagine intellettuale di Dio non è come il contatto con Dio), la deriva di laici e clero verso l'agnosticismo è irrefrenabile!

La più chiara professione di agnosticismo, se non di ateismo, viene dunque fatta da quel clero che, vittima più di tutti di un'ideologizzazione del Cristianesimo, finisce inevitabilmente per vivere il contrario di quanto professa a parole.

Questo è il background nel quale, c'è da supporre, si è mosso pure Pietro Vittorelli, ex abate di Montecassino.

Vincendo una certa ritrosìa naturale di fronte a questi personaggi, ho voluto ascoltare attentamente alcune sue dichiarazioni ancora disponibili su youtube (temo che a breve le cancelleranno) per capire meglio la mentalità di questa persona, il modo in cui è stato formato (o deformato) poiché è chiaro che costui riflette anche e soprattutto tutto un ambiente di tipo clericalistico.

Ho dunque fatto riferimento a due eventi:

  1. Il discorso di ringraziamento del neo abate Pietro Vittorelli in occasione della sua benedizione abbaziale (nel 2007) udibile in questo link;
  2. L'intervista rilasciata dallo stesso presule al giornalista Alessio Porcu udibile al seguente link

Prima di tutto c'è un elemento costante, presente in entrambi gli interventi, da me riscontrato pure in molto clero: la tendenza ad autocelebrarsi (5). Il clero ha il delicato compito di portare luce a Cristo, facendo come un saggio terapeuta che cura gli altri e se stesso, accompagnando a Dio tutti. Quando un chierico fa un discorso religioso, se ha avuto una reale formazione spirituale, sarà ben attento a non far focalizzare l'attenzione degli altri su sé stesso perché questo atteggiamento psicologico distoglierà inevitabilmente gli altri da Dio fissandoli sul puro contingente o, peggio!, sul chiacchiericcio. Questa sensibilità spirituale era talmente chiara in determinati santi che li portava a raccontare di eventi soprannaturali, avuti da loro stessi, attribuendoli ad altre persone. In questo modo edificavano i loro ascoltatori e, allo stesso tempo, non si esaltavano. Al contrario, un contesto fortemente umanistico (in cui l'uomo è al centro di tutto e il proprio essere sta al centro del cosmo) si mostrerà inevitabilmente per ciò che è finendo per deformare sensibilmente l'ordine di valori del Cristianesimo. L'umiltà sarà la prima cosa ad essere sacrificata!

Questa tendenza autocelebrativa l'ho notata nel primo discorso, laddove l'abate dichiara: “Ogni giorno, ogni istante, quanti mi accosteranno possano scorgere qualcosa della bellezza eterna dell'immagine di Dio ... mi sento pienamente figlio di san Benedetto”.

“Il buongiorno si vede dal mattino, si dice normalmente e qui si nota una pericolosa voglia di elevarsi, in nome di Dio. Qualsiasi persona spiritualmente più accorta avrebbe, al contrario, detto: “Ogni giorno, ogni istante quanti mi accosteranno preghino perché possa essere fedele e incarni la bellezza eterna dell'immagine di Dio della quale sono perfettamente indegno … mi sento indegnamente figlio di san Benedetto”.

Nell'intervista rimbalza la stessa autocelebrazione, suggerita in modo inopportuno dallo stesso intervistatore (non è così che ci si rivolge ad un monaco, solleticando il suo egocentrismo!):

“A quale dei suoi predecessori si ispira di più?”.

Mi ispiro al grande abate Desiderio di questo monastero che ha dato grande impulso a Montecassino; penso a Bernardo Iglerio che ha amato moltissimo il territorio diocesano ... Noi ciociari siamo persistenti e pervicaci negli obbiettivi che ci diamo […] L'esperienza politica mi ha dato quell'esperienza nel mondo che mi aiuta a prevenire piuttosto che a combattere certe situazioni”.

È chiaro che il prelato non voleva essere in nulla inferiore ai presuli di cui esaltava la grandezza e si dichiara ricco dell'esperienza del mondo, facendo quello che è, a mio avviso, un discorso poco opportuno per un chierico. L'orgoglio personale riceve ulteriore foraggiamento il che è particolarmente stridente, soprattutto in un monaco ...

Quello a cui invito a porre particolare attenzione è il seguente discorso, come risposta alla domanda cosa sia più necessario alla nostra epoca:

Oggi c'è la necessità di tornare ad uno studio serio, serrato delle cose. In un momento di crisi come questo è importante per tutti quanti riprendere a studiare e non osservare per sentito dire o con una visione superficiale delle cose ... Noi cristiani dobbiamo avere la convinzione che Dio è presente ovunque e non esiste uno spazio nel quale sia assente. E mi riferisco anche a spazi, o situazioni o sistemi di peccato dove comunque Dio entra e cerca di illuminare il cuore degli uomini”.

Qui i valori tradizionali (della patristica cristiana) sono completamente capovolti. Quanto è importante per un cristiano non è, prima di tutto, studiare ma avere un contatto con Dio. È questo contatto che da un orientamento e un modo di vedere le cose nel mondo. Lo studio è sempre seguente e non è assolutamente essenziale, tant'è vero che Cristo non ha voluto scegliere i suoi discepoli tra i dotti farisei ma tra gli ignoranti pescatori. È vero che la patristica più elevata l'abbiamo quando si congiunge l'esperienza del divino con una buona formazione intellettuale ma il discorso dell'abate, non menzionando la prima, non solo è monco ma è eretico in senso etimologico. Un'eresia ampiamente diffusa, soprattutto nell'odierno ambito clericale in cui lo stesso papa pare abbia steso la spiritualità cristiana sul letto di Procuste di un buonismo sociologistico.

Mi impressiona, poi, quanto segue: Dio è presente ovunque, anche nei sistemi di peccato per cercare d'illuminare il cuore degli uomini.

Che Dio sia presente ovunque non ne ho dubbi. Ma che possa illuminare gli uomini nel peccato, se costoro non si convertono a lui, è completamente errato. Il sole in una giornata di agosto può illuminare ovunque ma non potrà mai entrare in una casa che ha porte e finestre ben chiuse! Ecco cosa manca a questa frase dell'abate, una parolina molto evidente al mondo monastico antico: la conversione! (6)

L'abate poco dopo menziona la conversione ma in un modo molto parziale che puo' essere totalmente fuorviante:

Il sacrificio vero è quando ci rivolgiamo al Signore e manifestiamo a Dio la nostra disponibilità a cambiare, pur riconoscendone la difficoltà e il fatto che siamo fragili e che, magari, in quel momento siamo davvero disponibili a cambiare ma che, dopo un'ora, capita qualcosa e ritorniamo ad errare”.

Tutto si ferma ad una pura intenzionalità, senza accampare le basi per rendere concreto questo cambiamento con la rinuncia ai beni terreni, cosa che un monaco dovrebbe praticare vigorosamente ogni giorno e che purtroppo l'abate in oggetto non praticava affatto. L'ascesi diviene, così, una pura intenzionalità, non qualcosa di realmente praticato. Interessante l'appunto: “dopo un'ora capita qualcosa e ritorniamo ad errare” perché, letto oggi ha un sapore fortemente autobiografico; sembra che l'abate descriva se stesso!

Per un monaco è importante la liturgia. Per questo l'intervistatore chiede all'abate il senso della liturgia nella vita cristiana. La risposta è ancora una volta  poco concreta perciò teorica come l'asserzione di un libro di metafisica filosofica. Alla fine, è puramente umanistica risolvendosi in qualcosa di solamente umano.

La liturgia è un totale invito alla gioia ... aver la percezione che in situazioni anche drammatiche Dio si rende presente ... questo passa attraverso la comunione degli intenti, mettersi insieme per fare cose buone. Per questa pasqua è essenziale essere presi per mano e condotti alla comprensione di questi gesti e simboli straordinari che possono caricarci di speranza per il futuro e il domani, facendoci credere che il domani è meglio di oggi. Questa speranza ci fa vivere diversamente ogni situazione. Gli uomini devono mettersi attorno ad un tavolo, guardarsi negli occhi e dire con franchezza quali sono i problemi e cercare insieme di risolverli”.

La liturgia è, invece, il luogo in cui la grazia di Dio (che non viene nominata!) agisce e la sua azione, se è reale, non può non essere sentita dal credente. Questo tipo di percezione sperimentale è tale da dare la speranza nell'Al di là, una speranza che illumina anche il nostro mondo, nonostante molti problemi possano non essere mai risolti (per cui il domani non è affatto detto che sia meglio di oggi). La vera soluzione ai problemi umani, dunque, non si risolve in un rapporto orizzontale (gli uomini si mettono attorno ad un tavolo e cercano di risolverli) ma, per il cristiano, nel rapporto autentico con Dio che da la forza per sopportare certe contraddizioni irrisolvibili dell'umanità.

La soluzione dell'abate è una soluzione puramente politica, non evangelica. Questo secolarismo evidentemente confessato, questa speranza secolare professata, sentimentale e teorica, è il tipico segnale di chi ha ridotto il Cristianesimo ad un'ideologia, non ad un rapporto autentico con la divinità.

Molti si sono scandalizzati davanti al comportamento immorale di questo abate. I presupposti teologici, però, rimanendo inalterati continueranno a produrre persone di tal genere. Ecco perché, alla fine, questo tipo di clero non è espressione reale del sacerdozio del Nuovo Testamento, quanto una sua caricatura, una mal riuscita simulazione.

________________________

Note

1) Credo che l'istituzione ecclesiastica faccia affidamento sulla straordinaria capacità di dimenticare questo e altri eventi da parte del popolo italiano pensando, così, che l'oblio possa porre una soluzione a problemi endemici che spesso non si vogliono affatto risolvere o si crede di risolvere con palliativi puramente esteriori e superficiali. In realtà se anche il popolo dimentica, dal momento che i presupposti non si vogliono toccare, o prima o poi si ripresenteranno altri fatti simili. Pare essere questo il destino delle istituzioni ecclesiastiche in questo nostro travagliato tempo.

2) Per una generica presentazione di questo prelato vedi il seguente sito.

3) Tutto ciò è talmente ignorato in Occidente che perfino alle stesse persone che si recano in Chiesa – e che ne dovrebbero essere edotte – se si chiede loro quale sia l' “occhio” con il quale si percepisce Dio rimangono esterrefatte e non sanno cosa rispondere. L'approccio sperimentale è considerato irreale, superstizioso; la religione è confinata nell'ideale, nel moralistico. Non è dunque strano che gran parte del mondo cattolico si mobiliti contro il matrimonio dei gay e che sia quasi indifferente dinnanzi allo scempio della liturgia, della teologia e della spiritualità.  

4) La patristica, soprattutto greca, condanna severissimamente questo processo di idolatrizzazione che, in realtà, contraddistingue moltissima religiosità cristiana in Occidente. C'è, inoltre, da aggiungere una precisazione: oggi per "mistica" nel nostro contesto s'intende qualcosa di fuorviante, di sentimentale e psicologistico. Non c'è dubbio che alcuni la vedano così, soprattutto in quegli ambiti che cercano sensazioni "speciali", eventi "spettacolari" per poter credere. La patristica antica e la letteratura ascetica dei primi secoli, al contrario, non aveva quest'impostazione, dal momento che aveva chiaramente distinto tra ciò che è prodotto da uno psichismo religioso malato e ciò che è reale segno di una presenza spirituale, non umana, quindi divina.

5) Tale tendenza l'ho trovata pure nella presentazione, fatta dal card. Sarah ad un suo recente libro. Inutile dire che i cattolici più ferventi (o più fanatici?) sono ben lungi dall'accorgersi della pericolosità di quest'atteggiamento autocelebrativo, assolutamente stigmatizzato nell'antichità cristiana.

6) Che sia questo il fondamento teorico con cui l'abate perseguiva la sua doppia vita? Non dimentichiamo che quest'atteggiamento spirituale è assai diffuso nel clero odierno, soprattutto in una sua corrente libertina che non è certo composta da pochissime persone...



11 commenti:

  1. gentile pietro le chiedo quali possono essere i rimedi a tutto quello che lei giustamente condanna,la ringrazio
    p.s i recenti massacri possono considerarsi un castigo divino?

    fabio

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    1. I rimedi sono continuamente ricordati in questo blog e li trova in filigrana perfino in questo ultimo post: basta formalismo religioso, astratta filosofia religiosa, idealismo e moralismo religioso. E' necessaria l'esperienza su Dio e questo significa ripercorrere le strade dell'antica ascetica, seppure adattata al contesto odierno.

      Si ricordi che nei miei post io non CONDANNO nessuno, semmai mostro degli errori.
      Chi dovrebbe condannare ed è incaricata di farlo è la gerarchia ecclesiastica, nonostante oggi per apparire "popolari" alcuni vescovi preferiscono dire "Chi sono io, per giudicare?".

      La sua domanda finale è molto inquietante.

      Le farò un'altra domanda: Dio è autore del male? Lei mi dirà immediatamente di no, poiché il male non è altro che il prodotto conseguente dall'aver respinto Dio, cosa che Dio permette ma non produce.
      Se Dio non è autore del male non è neppure autore dei castighi che, come è ovvio, sono un male per l'uomo.

      I cosiddetti castighi, dunque, sono il prodotto conseguente dell'essersi ritirati da Dio, esattamente come chi si ritira in una casa buia e non può essere più toccato dal sole. Il sole fa il suo lavoro, quello di illuminare, ma non può essere autore del buio nel quale preferisce mettersi qualche uomo.

      Lei mi dirà: la Bibbia parla di castighi divini!
      Sì, Cristo stesso dice che verrà alla fine del mondo e getterà (condannerà) i peccatori all'inferno. Ma se si osserva meglio, si capirà che qui Cristo non fa altro che PRENDERE ATTO di una scelta che, a monte, era stata fatta dall'uomo stesso.

      L'equivalenza rigida "tragedia = castigo di Dio per i peccati" è fortemente criticata da Cristo che se la prende pure con chi vede nella torre caduta su alcuni uomini il giusto castigo per i loro peccati (cap. 13 di Lc)! Se la prende pure con chi vede nel cieco nato il giusto castigo per i peccati del cieco o dei genitori dello stesso (cap. 9 di Gv)!
      Ciononostante nella Bibbia si parla di castighi e di ira divina. Come spiegarlo?

      La Bibbia e Cristo stesso hanno un atteggiamento didascalico, parlando in modo molto umano, permettendo di "umanizzare Dio", per spingere gli uomini alla conversione e al timore divino. L'antropomorfizzazione di Dio ha l'unico scopo di spingere l'uomo alla conversione.
      Cristo stesso si adira contro i mercanti del tempio ma questa ira è l'ira dell'uomo Cristo, non del Dio.

      Nella sua vera realtà Dio, la teologia lo insegna, non è umano poiché solo l'uomo si può adirare e offendere, mentre Dio vive in una assenza di passioni umane ed esprime eternamente il suo essere ineffabile che è puramente sorgivo di vita (non di morte o di privazione di bene, dunque di male). Il suo essere non ha nulla a che fare con situazioni di privazione di bene.

      Dunque non bisogna essere infantili, quando si parla di Dio, e bisogna tenere conto contemporaneamente di tutte queste cose!

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  2. Gentile sig. Pietro lei dovrebbe essere italiano, vista la proprietà di linguaggio con cui espone le sue tesi, dunque dovrebbe conoscere i nostri vizi atavici di popolo molto portato all'autoesaltazione in caso di ottenimento di un qualsiasi incarico, che in questo paese il rito antichissimo della sportula di latina memoria persiste pervicacemente e continua, cosicché la meritocrazia è quasi blasfemia rispetto alle raccomandazioni, agli appoggi e quant'altro, per fare carriera a discapito di chi, magari meriterebbe davvero, ciò detto da questa squallida vicenda, purtroppo famosa, ma mi creda, tante altre si nascondono nelle piccole realtà subprovinciali, il quadro che ne emerge è desolante, non si tratta di semplici peccatori, sono persone entrate non si sa né come né perché, in ordini religiosi, vi hanno ottenuto privilegi e, non possedendo un briciolo di fede o di appartenenza al santo monachesimo che costruì l'Europa in epoche ahimè remote, hanno creduto di fare quello che più loro piaceva, come una qualsiasi star, rock, politica o sportiva cambia poco, poi vista l'immunità ed impunità racchiusa nella famosa frase del lider maximo, 'chi sono io per giudicare', che altro si aspetta? Io non penso possa esistere alcun Dio talmente crudele da punire gli uomini ben più di quanto non lo stiano facendo da soli, Lo ritengo superiore alle bassezze umane, lascia fare, prima o poi qualcuno si ravvederà, il cristianesimo duro e puro è fatto per pochi, mistici e monaci ritirati dal mondo, come i padri del deserto, gli altri possono che cercare di ascoltare o imparare e quasi mai lo fanno.

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    1. No, non è una questione di italianità, è una questione di decadenza. Tale decadenza, mi creda, la vedo in molti ambienti ecclesiastici anche non italiani e non cattolici. La voglia di celebrare, di esaltare, di titillare l'autorità ecclesiastica e lo spirito cortigiano esistono nei più elevati centri ecclesiastici e non sono MAI un segno positivo. Non dico che ci si debba rivolgere ad un vescovo in modi rudi, dico che bisogna saper distinguere tra rispetto e cortigianeria poiché quest'ultima verso un vescovo è un pessimo segno e lui stesso, se fosse sano spiritualmente, dovrebbe riprovarla come faceva san Gregorio Magno quando qualcuno lo chiamava "vescovo universale"!
      Nel mondo ortodosso per fortuna si salvano ancora alcuni monasteri che conservano lo spirito carismatico antico, quello che, lo dico con immenso dolore, è quasi totalmente evaporato dalle realtà benedettine nostrane.
      Ma quando il monachesimo, depositario dei sani atteggiamenti evangelici, si fa corrompere non rimane praticamente quasi nulla a salvare il Cristianesimo. La Chiesa è nelle mani di Dio e, o prima o poi, ci penserà lui a far sorgere discepoli di Abramo anche dalle pietre, come diceva Cristo.
      Nel frattempo è necessario che i cristiani maturino uno spirito di sensibilità spirituale con il quale riconoscere i pastori dai lupi. Se uno non ha questo spirito finisce per essere incantato dalle belle parole, dal linguaggio forbito e ricco (quello che aveva l'ex abate di Montecassino e molti prelati odierni) dietro al quale, pero', non c'è nulla.

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    2. Buonasera Sig.Pietro,
      cosa ne pensa dei Benedettini di Norcia? Sembra che si elevino al di sopra della decadenza che accomuna altri ordini.

      nikolaus

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    3. Molto vere e condivisibili le sue parole, gentile Pietro.

      Noi ci stiamo condannando da soli.
      Il sole splende e noi lo chiudiamo fuori, tagliando anche i fili della corrente elettrica e schifando le candele...
      Pare che vi sia un'illusione diffusa di brillare da se stessi...
      Intanto brillano gli ordigni che odiano e distruggono la vita.

      In questo contesto si attende, con speranza.
      Bisogna vuotarsi il cuore della terra perchè si possa vedere un po' di cielo.
      Questo è decisivo per distinguere i lupi dal pastori.
      C'è chi puzza di pecora solo per il travestimento che gli serve.
      Quello che non senti è il soave odore, il profumo di Cristo.
      Il cristianesimo è esperienza di Dio. Luce, profumo, parola, sapore (sapienza), per "toccare" -come Tommaso- il Verbo fatto carne e riconoscerlo Verbo e non fermarsi alla carne.

      cordiali saluti

      ruggero

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    4. Non li conosco personalmente quindi non posso darne nessun giudizio. Tuttavia, gli ambienti benedettini da me conosciuti non sono stati pochi. In tutti ho notato la tendenza ad adagiarsi nella comodità, nella ricerca del minimo sforzo possibile. La prima comunità benedettina da me conosciuta, diversi anni fa, era retta da un abate, in seguito morto (forse di crepacuore) nell'aver visto il suo monastero sfaldarsi a causa di pesanti problematiche personali di alcuni monaci.
      Prima che ciò accadesse, alla vigilia di una domenica, subito dopo la Compieta, il priore pregava alcuni giovani monaci scapigliati di ripetere con lui le parti variabili in canto della messa domenicale. Questi, ricordo bene, mugugnarono infastiditi al che, il povero priore disse: "Non importa, vuol dire che queste parti le cantero' io": Rimasi esterefatto. Ricordai questo particolare qualche anno dopo quando il monastero ricevette l'ordine di rimanere chiuso ai visitatori per 10 anni, per "purificare" l'ambiente insozzato da alcuni di questi monaci che erano, al contrario, ben felici di darsi ad avventure notturne.
      Se questo è monachesimo io sono ... la befana!!!

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    5. E che non sia il caso, una volta per tutte, di far accedere al sacerdozio uomini già sposati, che di sicuro si fanno il mazzo per lavorare e mantenere una famiglia e molto probabilmente stanno lontani da questo genere di vizietti?

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  3. La sua questione, buttata così, non è precisa e si presta ad essere fortemente criticata.

    Lei deve distinguere tra clero secolare e quello religioso. Il clero secolare, come lei sa, fa promessa di celibato e, presso la Chiesa ortodossa, normalmente si sposa.
    Il clero religioso fa un voto di castità (quindi particolarmente vincolante) e non si sposa neppure nel mondo ortodosso.

    In un paese di tradizione ortodossa hanno constatato che i sacerdoti sposati sono in media più virtuosi di quelli che non si sposano e non vivono in monastero dovendo stare nel mondo (i cosiddetti archimandriti). Questo perché un monaco al di fuori del suo "guscio protettivo" è senz'altro più vulnerabile.

    Lei si auspica un cambio di disciplina per il clero latino che prevederebbe la possibilità di contrarre matrimonio. Ammesso che ciò un giorno sarà accettato, rimane sempre il clero religioso che, per antica tradizione, non si sposa. Qui il suo suggerimento non potrà mai applicarsi, in nessuna circostanza, poiché comporterebbe lo scioglimento di un monastero.

    Nella fattispecie, io tratto un caso particolare: NON un sacerdote secolare ma un abate-vescovo di un MONASTERO, uno che ha fatto VOTO di castità, non una semplice promessa di celibato.

    Se questa persona non è in grado di ottemperare al suo voto io non la vedrei solo e unicamente come una questione personale ma come una QUESTIONE ISTITUZIONALE, poiché oramai non pochi hanno difficoltà enormi ad ottemperare al medesimo voto. Di qui la mia domanda che è più importante di tutto, perfino della vicenda di questo abate: MA QUESTI MONASTERI FUNZIONANO O NO??

    Ho forti dubbi, infatti, che funzionano come dovrebbero e in tutto il mio post ho illustrato in quale fondamento spirituale mi sembrano deficitari. In parole povere: non sanno praticare le esigenze della fede (o non le applicano tutte come dovrebbe fare un monaco serio), forse perché non ci credono o non credono come dovrebbero. Finiscono, allora, attratti da altro.

    Ho dato un occhio a qualche altra figura monastica dello stesso monastero e, sinceramente, non mi piace il modo in cui qualche monaco ancora presente si pone. Questo tipo di comportamento mi sembra piuttosto secolarizzato, azzimato, quasi da signorina...

    Vede, tutto questo non è una cosa buona e, o prima o poi, potrebbe essere foriero di conseguenze spiacevoli.

    Non mi dica che faccio processi alle intenzioni o che monto casi dal nulla: sono oramai una volpe che sta invecchiando e un po' di esperienza nella vita l'ho fatta. Ricordo un monaco greco, anni fa, che quando stava nel monte Athos mi sembrava bravo e pio.
    Poi fu portato in un centro clericale molto importante, praticamente in una corte clericale, e lì lo vidi cambiare pian piano ma in peggio.

    L'ultima volta che lo vidi rimasi colpito per il modo vezzoso con cui porgeva un cioccolatino alla bocca. Mi sembrava la signora dei Ferrero Rocher della pubblicità di alcuni anni fa. Non mi piacque.
    Dopo qualche mese quel monaco lascio' tutto e torno' nel mondo.

    No, non penso che l'abbandono fosse solo dovuto alla sua fragilità: anche l'ambiente deve avere inciso e non poco.

    Oggi molti ambienti ecclesiastici non aiutano, tendono a corrompere! È questo che gli italiani devono ficcarsi bene in testa, per capire queste cose anche perché l'istituzione farà di tutto per dirgli il contrario, pur di non mettersi mai in gioco.

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    1. I monaci mai dovrebbero stare "tra la gente", come va tanto di moda dire al giorno d'oggi.
      L'abito per un monaco è una corazza e il monastero una fortezza. Una volta usciti nel mondo ne verrebbero corrotti irrimediabilmente.

      nikolaus

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    2. Appunto! La conseguente domanda discende automaticamente: chi non fa così che razza di monaco è? Non è monaco, è evidente! Ma purtroppo con l'idea dell' "aggiornamento" degli ordini religiosi, iniziato nei primi anni '70 nel Cattolicesimo, si è pure perso l'autentico spirito religioso e con questo la prudenza e tutto il corredo che la dovrebbe accompagnare.
      Alla fine si perde pure la fede e che comunità si costruisce attorno a sé? Comunità ecclesiali? No, non credo, semmai comunità con quache vago ricordo evangelico ma con intenti puramente umanistici e sociologici. Quello che vediamo ampiamente attorno a noi, ovviamente!

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