Benvenuto

Benvenuto su questo blog!

domenica 6 dicembre 2015

L'immutabilità di Dio e l'assurda mutazione di alcuni ambienti ecclesiali

Missa afro-brasileira

Ho profonda commiserazione (nel senso letterale del termine) verso tutti i credenti delle diverse confessioni cristiane che, a contatto con ambienti ecclesiali rovinati, sono in crisi e non sanno cosa fare... 
Ovviamente i miei occhi sono, in particolare, su due realtà: quella cattolica e quella ortodossa. 
Il mio non è un atteggiamento ecumenistico nel senso banale del termine, come non è ecumenistico questo blog: cerco di cogliere da varie realtà quanto c'è di positivo e ho diffidenza verso le situazioni negative.
Come le malattie attaccano il corpo umano, indifferente alla razza, così le patologie ecclesiali attaccano gli ambienti vulnerabili senza badare alla loro denominazione confessionale. 
Un corpo esposto all'aria fredda senza alcuna protezione anche se non è ancora malato si ammalerà quasi certamente. Un fenomeno analogo avviene pure in un ambiente ecclesiale: se andiamo contro la tradizione antica, più o meno ubriachi di novità e privi di criterio spirituale, sappiamo che ci esponiamo e da ciò deriveranno tutte le patologie ecclesiali. Al di sopra di tutto, c'è il buon Dio nella sua eterna immutabilità, immutabilità che non significa staticità ma perenne flusso di vita e di amore, fondamento e “cemento” dell'universo. 

La Chiesa nella sua bella tradizione ci ha insegnato ad accostarci a questa sorgente, a porgere il cuore in modo da poterne essere riempiti. Questa tradizione è, in sintesi, un'istruzione che rimonta a tutti quegli insegnamenti apostolici non scritti che hanno fatto divampare il fenomeno del monachesimo dei primi secoli. 

Un'eco di questi insegnamenti l'ho stasera trovato in una frase pronunciata dall'arcivescovo di Atene, Hiermonimos. Tale frase dovrebbe essere seriamente considerata pure negli ambienti cattolici: La saggezza celeste “venendo da Dio ci rende altri uomini; al contrario la saggezza del mondo non ha alcuna relazione con la saggezza che viene dall'Alto”, saggezza posseduta dai santi asceti (1). Splendida affermazione, in un tempo in cui si confonde drammaticamente la saggezza umana con quella divina e si abbassa la Chiesa al solo livello della semplice comprensione umana. Dio è immutabile e chi lo intuisce riporta le cose nel giusto ordine allontanandosi, dunque, dall'odierna idolatria in cui gerarchi ecclesiali di gran rilievo assumono un linguaggio da animatori sociali o da sindacalisti scambiando tali orientamenti per saggezza evangelica. Il fatto che Dio sia vivo e che sia sempre lo stesso, mantenendo sempre identico il percorso lungo il quale lo si può incontrare, dovrebbe essere di straordinario conforto, soprattutto oggi. 

Questo, deve accompagnarsi con la precisa consapevolezza che persone e ambienti ecclesiali oramai marci devono essere abbandonati, se è possibile. Non ha senso mescolarsi in situazioni pericolose nelle quali si mette a repentaglio la propria pace e sicurezza interiore. Non ha neppure senso “sgridare” ambienti e persone che errano: insisteranno nell'errore con maggior pervicacia, ci renderanno la vita impossibile e non tireremo fuori un ragno da un buco da costoro mentre saremo noi a perderci, perdendo pure la salute. 
La cosa migliore è lavorare su se stessi e con quei pochi che possono capire. Anche qui faccio un esempio, ma senza citare la fonte per ovvie ragioni. 

Diversi anni fa entrò in un seminario cattolico diocesano dell'Italia del nord un ragazzo dalla vita singolare: poco tempo prima, era stato allievo di un guru indù in India dove praticava diverse “filosofie” religiose, perfino quelle tantriche, non rifiutando, pare, di assumere qualche droga. Il tizio ad un certo punto si allontanò dal suo guru e fece ritorno in Italia su uno scassatissimo volo charter. “In quel volo ogni pagina della Bibbia da me letta – mi confessò più tardi – mi parlava della reincarnazione”. 
Con questa “esperienza di vita” entrò nel seminario diocesano. Fu immediatamente amato dal clero che doveva “formarlo”: vedevano in lui il sacerdote ideale del futuro, un uomo aperto a tutte le esperienze e culture. Costui non tardò a farsi conoscere da tutti (quindi pure da me): non amava alcun riferimento cattolico tradizionale ed era d'impostazione molto populista (= il popolo è il depositario dei valori genuini, il popolo è il vero interprete del vangelo). Per giunta, non aveva dimenticato il suo passato da indù: si ritirava nella cappella per praticare nottetempo i mantra! Il clero locale giungeva letteralmente ad idolatrarlo, in primis i responsabili della formazione sacerdotale in seminario. Costui superò (Dio sa come!) gli esami di teologia, probabilmente non capendoci gran che, e fu ordinato prete. Nella cerimonia di ordinazione attirò la simpatia dello stesso vescovo perché, nella parlata locale, lo chiamò semplicemente con il suo nome, dandogli del tu, un po' come si fa con un vecchio compagno di classe in un'osteria. Lo stile "ciabattaro e zingaresco" era il suo modo di essere, assai contrastante rispetto a quel modo popolare eppure signorile di alcuni sacerdoti di antica formazione da me conosciuti. Oggi costui lo chiamerebbero "prete di strada", una definizione assai oscena per il sottoscritto, perché assai prossima a quella di .... "donna di strada"! 
Può mai, un sacerdote costituito per le "cose sacre", per essere a contatto con il divino, definirsi "di strada"? Il solo pensarlo avrebbe fatto rabbrividire di orrore i fedeli di solo due generazioni fa per i quali "la strada" non era affatto scuola di morigeratezza e di elevati costumi (2)...

Qualche anno dopo,  incontrai questo personaggio in una messa episcopale mentre sfoggiava sullo stolone (costoro non amano neppure la casula!) una vistosa collana di denti d'orso. Meravigliato, gliene chiesi il significato: “Me l'hanno regalata in Brasile. – disse – Ogni dente d'orso è un amuleto contro un demonio diverso. Se me la tengo addosso sono protetto, così mi hanno insegnato!”. 

Quando raccontai il raccapricciante fatto ad un monaco benedettino di Fontgombault, costui, scandalizzato, giustamente reagì esclamando: “Ça c'est du paganisme!”. 

Questi fatti sono sufficienti a descrivere il personaggio ma sono pure sufficienti a comprendere l'ambiente ecclesiale che lo ha accolto  (3) e, con viva gioia, l'ha ordinato prete cattolico, quello stesso ambiente che, guarda caso, ha tripudiato all'elezione di papa Francesco...

Dopo qualche anno costui abbandonò il sacerdozio, si sposò e fece un certo numero di figli. “Bene – dissi io – almeno in questa nuova veste non farà più danno”. 
Come al solito avevo una visione troppo rosea della realtà: stasera ho scoperto che costui è “missionario laico” in Brasile e rappresenta ancora la stessa arcidiocesi che un tempo lo ordinò. Dunque l' “amore” tra questa diocesi e il pittoresco personaggio continua calorosamente: similis cum similibus! C'è sinceramente da chiedersi di cosa sarà mai insegnante costui, dal momento che assorbe con estrema convinzione qualsiasi superstizione popolare ritenendola puro vangelo ...

Morale della favola: andare a rimproverare tale personaggio e gli ambienti ecclesiali che lo supportano, in nome di un'ortodossia, di una morale, di un ordine logico e sensato, di una disciplina ecclesiale, non ha proprio senso, per quanto si debba sottolineare che queste posizioni non sono neppure cristiane. Come un contenitore fesso non è in grado di trattenere l'acqua, così costoro non sono in grado di trattenere una buona dottrina e ne hanno viscerale antipatia.
Allontanarsi da costoro significa semplicemente non partecipare alla loro malattia spirituale. Questo principio è valido verso qualsiasi persona o ambiente ecclesiastico destabilizzante. 

Lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti (cfr. Mt 8, 31) ...

© Traditio Liturgica
____________

1) Vedi qui. Il cristiano non è tanto l'uomo della logica e della ratio quanto l'uomo della sapienza. Mentre la logica si muove su un piano naturale, esaurendosi in esso, la sapienza lo trascende. Sarebbe un errore pensare che la sapienza è perciò stesso e necessariamente contro la razionalità, lo spirito contro la carne, il trascendente contro il mondo... Se un ambiente ecclesiale non si pone sul piano della sapienza (che implica un rapporto diretto con Dio e una preparazione ascetica del singolo) cessa di essere Chiesa e diviene qualcos'altro. È quanto, in ampia misura, notiamo oggi.

2) Sostanzialmente, "uomo di strada" significa "uomo di mondo" nel senso ampio del termine mentre "sacerdote" significa "uomo messo da parte", ossia dedicato al sacro. L'attuale imposizione del neologismo "prete di strada" è una violenza semantica al reale significo di "sacerdote". Ciononostante è sentita dal clero stesso come qualcosa di "meglio" di più "elevato" di più umanamente comprensivo rispetto alla definizione tradizionale che pare equivalente a "uomo da sacrestia", ossia a persona umana con mente ristretta da motivi religiosi. Il nuovo vocabolario, dunque, è indice di una rivoluzione e di uno svuotamento che l'Occidente sta continuando a perpetrare contro la sua stessa Chiesa, nell'entusiasmo incosciente dei fanatici progressisti e nell'indifferenza apatica dei conservatori.
Se la "strada" è luogo di incontro, per un sacerdote che esercita il suo dovere pastorale, non è mai luogo in cui sostare perché luogo naturale di dispersione dello spirito. Il punto di arrivo è il tempio, simbolica porta del Cielo. Tutto ciò è drammaticamente PERSO.

3) Potrei citare diversi altri esempi del personaggio in questione ma mi pare più saggio evitarli per non entrare nel gossip, cosa inutile. Quello che è importante, invece, è notare come questa gente attragga la simpatia di un certo tipo di clero, totalmente avulso e opposto agli orientamenti trascendenti e tradizionali. L'arcidiocesi in questione è, purtroppo, completamente allo sbando e a tutt'oggi non mostra alcun segno contrario a tale anarchia. La presenza di papa Francesco, per costoro, ha avuto il significato di un avvaloramento e un incoraggiamento nelle loro già radicali posizioni. Mi scuso se ho utilizzato il termine di "marcio" per indicare questo ambiente ecclesiale ma, sinceramente, non esiste altro modo per definirlo, soprattutto se lo si confronta con un orientamento più cristianamente fondato, autentico e quindi sano. Vi prego di notare come queste analisi non implichino né scandali finanziari né scandali sessuali, che sembrano essere l'unica cosa con la quale si accusano gli ambienti ecclesiali di decadenza. In realtà, la decadenza matura molto prima ed intacca prima di tutto qualsiasi tipo di orientamento tradizionale. Soldi e sesso sono solo l'ultimo stadio di tale decadenza, cosa che ai più, ahimé, sfugge totalmente. La decadenza e la perversione ecclesiale non è un'assenza di pratica morale ma, prima di tutto e soprattutto, una mancanza di tradizione o la trasformazione di quest'ultima (grazie al clericalismo) ad una pura parvenza esteriore!!

4 commenti:

  1. Già mi par di sentire il "popolo" gridare: "ma che importa se recita i mantra o ha gli amuleti! L'importante è che faccia del bene!"
    Ha perfettamente ragione, con certe realtà è inutile perdere tempo, rischiando di perdere noi stessi!

    nikolaus

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il popolo che dice questo si è cristianamente "bevuto il cervello".
      D'altra parte, in quegli anni lontani, questo personaggio la pensava allo stesso modo al punto da sostenere "lecita" l'attività della prostituzione, se la prostituta non aveva altro modo di sostentarsi.
      Contrariamente a ciò, esiste tutta una tradizione che indica nell'Anticristo che dovrebbe venire il più grande "benefattore sociale". Ma costui, appunto, è un Anti-Cristo, ossia un antagonista a Cristo. La beneficienza sociale, senza alcun supporto realmente spirituale non è Cristianesimo!

      Elimina
  2. Oltre ad essere un benefattore sociale sarà pure ecologista, pacifista, sincretista...tutte cose con le quali il "misericordioso" attuale capo della Chiesa sta anestetizzando i sensi spirituali dei pecoroni che lo idolatrano.
    Ioannis

    RispondiElimina
  3. Il papa non è il "capo" della Chiesa, esattamente come Bartolomeo I non è il "capo" dell'Ortodossia, checché ne dicano certi chierici ortodossi in Italia... A costoro piacerebbe essere il "capo" in senso mondano e non è che, nei secoli, non abbiano tentato di farlo (con molto più successo in Occidente) ma il vero capo è solo Cristo che da vita alle membra.
    Possono, costoro, dare vita alle membra nel modo in cui la da Cristo? No di certo, possono al più incanalare questa vita, predisporre i fedeli in modo da attingere a questa vita. Nei casi peggiori, essendo uomini possono nuocere alla Chiesa, magari in buonissima fede, ma lo possono fare, proprio come tutti. La storia è piena di testimonianze poco edificanti di questi "capi".

    La divisione "capo visibile" (il papa) e "capo invisibile" (Cristo), divisione classica, è un bel gioco di parole per mettere di fatto il papa al posto di Cristo nella coscienza dei fedeli. No, così non va affatto!
    Questo equivoco ha funzionato così bene che l'autorità, in Occidente, ha finito per imporsi sulla tradizione, cosa che corre il rischio di avvenire pure in Oriente.
    Come diceva san Gregorio Magno, il papa è il servitore di Cristo ed è il servitore dei servitori (i fedeli) di Cristo. È questo il suo speciale ministero, null'altro!
    E se uno è servitore, non si "inventa" cose nuove, non va contro il palese significato di passi scritturistici, non combina i pasticci che vediamo per piacere al mondo. Il servitore dovrebbe dire: "Piacerà questo a Cristo?". Il grosso problema è che abbiamo un clero che crede in gran parte a se stesso ma non crede più a Cristo. E' da qui che nascono e discendono tutti i problemi...

    RispondiElimina

Si prega di fare commenti appropriati al tema. Ogni commento irrispettoso o fuori tema non verrà pubblicato.