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mercoledì 3 febbraio 2016

Adattamento o rivoluzione?

Inserendo questo scritto di un vescovo cattolico tradizionalista non è mia intenzione polarizzare il discorso esclusivamente sul mondo cattolico e sulla valutazione del Concilio Vaticano II. Ho a cuore l'intenzione di mostrare due cose:
1) I cambiamenti in una religione non sono sempre positivi e possono nascondere gravi insidie;
2) Quando la tradizione religiosa cede il passo all'autoritarismo, o prima o poi questo è soppiantato dalle esigenze del proprio egocentrismo. A seguito di ciò tutto l'edificio religioso crolla. È quanto stiamo vedendo nell'Europa occidentale?
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In vasti ambienti cattolici l’applicazione del progetto descritto dal concilio Vaticano II e lo sforzo di adattamento, sia a causa della difficoltà dell’obbiettivo sia per una concessione allo spirito del tempo, è di fatto andato al di là della semplice espressione d’adeguamento alla mentalità odierna. Ha toccato la sostanza stessa della Rivelazione. Non ci si preoccupa di esporre la verità rivelata in termini tali che le persone la possano comprendere più facilmente; ci si propone, piuttosto, attraverso un linguaggio ambiguo e fiorito, una nuova Chiesa che segue il gusto umano, formata secondo le massime del mondo moderno. Con ciò, si propaga un po’ ovunque l’idea che la Chiesa deve subire un cambiamento radicale nella sua morale, nella sua liturgia e, pure, nella sua dottrina. Negli scritti come nella condotta, apparsi nell’ambito cattolico dopo il Concilio, si diffonde la tesi che la Chiesa tradizionale quale esisteva fino al Concilio Vaticano II, non è all’altezza dei tempi moderni. In tal modo dev’essere completamente trasformata. Così, un’osservazione radicale di ciò che sta accadendo negli ambienti cattolici, ha portato alla convinzione che, in realtà, dopo il Concilio esiste una nuova Chiesa, essenzialmente diversa da quella conosciuta prima del Concilio stesso come l’unica Chiesa di Cristo. 
In effetti, si esalta, come principio assoluto e inviolabile, la dignità umana, ai diritti della quale devono sottostare la Verità e il Bene. Una simile religione inaugura la religione dell’uomo. Essa fa dimenticare l’austerità cristiana e la beatitudine del Cielo. Nei costumi, lo stesso principio fa dimenticare l’ascesi cristiana ed è totalmente indulgente verso lo stesso piacere sensuale, dal momento che è sulla terra che l’uomo deve cercare il suo compimento. Nella vita coniugale e familiare, la religione dell’uomo esalta l’amore e pone il piacere al di sopra del dovere, giustificando, con ciò, i metodi contraccettivi, smorzando l’opposizione al divorzio e favorendo l’omosessualità e la coeducazione senza timore dei susseguenti disordini morali loro inerenti, come conseguenze del peccato originale. Nella vita pubblica, la religione dell’uomo non capisce l’ordine gerarchico e difende l’egualitarismo proprio all’ideologia marxista in contrasto con l’insegnamento naturale e rivelato il quale assicura l’esistenza di un ordine sociale richiesto dalla natura stessa. Nel dominio religioso, lo stesso principio preconizza un ecumenismo che, a beneficio dell’uomo, riconcili tutte le religioni e desidera la trasformazione della Chiesa in una società d’assistenza sociale. Tale principio rende incomprensibile il sacro, poiché non lo si può comprendere se non in un società gerarchica (*). Da qui deriva l’eccessiva preoccupazione della promozione del clero, il cui celibato è visto come assurdo, come il contenuto di una vita sacerdotale singolare, strettamente legata al carattere di una persona consacrata interamente al servizio dell’altare. Nella liturgia si abbassa il sacerdote ad un semplice rappresentante del popolo e i cambiamenti sono tali e numerosi che essa cessa di rappresentare convenientemente, agli occhi dei fedeli, l’immagine della Sposa dell’Agnello, una santa, immacolata. È evidente che il lassismo morale e la dissoluzione liturgica non possono coesistere con l’immutabilità del dogma. In realtà, tali cambiamenti indicano già dei cambiamenti nei concetti delle verità rivelate. Una lettura dei nuovi teologi, considerati quali portavoce del Concilio, dimostra come, in effetti, in alcuni ambienti cattolici, le parole con cui si stabiliscono i misteri della fede, implicano dei concetti totalmente differenti da quelli della teologia tradizionale.

Vescovo Antônio de Castro Mayer 
Bollettino Diocesano, aprile 1972.


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(*) Il vescovo che scrive questi concetti forse tende a vedere nella "gerarchia" più che altro un'immagine strutturata nella Chiesa, una gerarchia istituzionale ma a me fa venire subito in mente Dionigi l'Areopagita che scrive, appunto, la "Celeste gerarchia" e lo stesso Dionigi è pure autore di una Mistagogia sulla liturgia (guarda caso!). Nel momento in cui la scala ascensionale (gerarchia) verso il Cielo viene meno nello spirito umano non ha neppure senso il cosiddetto sacro. Questo spiega in modo lampante la drammatica e rapida desacralizzazione in troppe chiese legata al semplice fatto che, in pratica, non si crede più al Cielo e al percorso ascensionale per accedervi.

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