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sabato 13 febbraio 2016

Cosa fa l'unità del Cristianesimo e l'unione delle Chiese

Nell’ultimo post sono stato costretto a fare un intervento che tocca un punto nevralgico, direi il punto più importante, di tutto l’edificio cristiano.
Spesso le persone si chiedono per quale motivo i cristiani siano divisi e perché. Nonostante i plurisecolari tentativi di porre rimedio a tali divisioni, esse persistono e aumentano in seno alle Chiese storiche.
Ci sono quelli che invocano questo o quel dogma, questa o quella disposizione ecclesiastica che una parte accetta e l'altra rifiuta. Ad analizzare in dettaglio tutte le diatribe ci vogliono anni e, se non si ha un valido metodo, non è detto che si riesca a venirne fuori.
È dunque logico che la stragrande maggioranza delle persone sia piuttosto indifferente alle questioni teologiche e dogmatiche e le ritenga oramai dei dettagli di poca importanza o addirittura dannosi per l'umanistissima cosiddetta "fraternità religiosa universale" alla quale si vuole arrivare, costi quel che costi.
Di questo pratico avviso mi pare possa essere pure lo stesso papa Bergoglio il quale non ha dimostrato il minimo interesse per la teologia e ha preferito unire le religioni sotto l'egida del “Credo nell’amore”.

Esiste, però, una minoranza per cui le discussioni e i dettagli teologici hanno importanza ma, in essa, pochi hanno un metodo valido. È dunque facile trovare tra loro un atteggiamento massimalista che canonizza la minima affermazione e la rende universale: tutto ciò che ha detto Pio IX, ad esempio, è universalmente e sempre valido, anche quanto potrebbe essere contestuale al suo tempo.

Se si inizia a parlare con quest’ultimi non si cava un ragno da un buco, perché il loro fine è quello di difendere un impianto ideologico religioso da chiunque possa criticarne anche una minima parte. Sono dunque pronti a far fuori la minima contestazione con una mitragliatrice caricata di citazioni bibliche e magisteriali (più spesso di sole definizioni catechetiche). 

La mia posizione è ben differente. Mi piace citare i Padri per i quali “la nostra non è una lotta per delle definizioni o delle parole ma per conservare delle realtà divine alla portata umana”. La polemica dei Padri aveva questo spessore che, evidentemente, non hanno altri.
Per essi era chiaro che l'espressione religiosa non è valida per se stessa, nella sua materialità, se non è un rimando simbolico ed efficace ad una realtà che la trascende. Perciò tale comprensione è da verificare sempre perché la si può considerare in modo assai diverso da quello patristico!

Ecco il punto fondamentale sul quale cade l'asino: avere un approccio "magico" con tali formule esaurendo in esse tutto il Cristianesimo!

Più semplicemente potremo chiederci: per qual fine Cristo è venuto sulla terra? Il fine è quello indicato da sant'Atanasio di Alessandria: “Dio si è reso uomo in Cristo per rendere, noi uomini, dei”.

Che significa ciò? Significa che, in Cristo, ogni uomo viene progressivamente trasformato in un altro Cristo con la possibilità di vedere, giudicare, scegliere, parlare, vivere come Cristo. Di qui la grande enfasi del battesimo nella letteratura patristica.

Questo processo non è la "conformazione ad un ideale", com'è stato poi, ma l'essere plasmati da Dio con la nostra collaborazione umana in esseri trascendenti, pur vivendo nell'immanenza.

Ecco il fine del Cristianesimo, ecco il fine della fondazione della Chiesa per l'antica tradizione cristiana.
Questo è il fine principale, l'unico fine! Lo potremo definire “mistico” anche perché la cristificazione del cristiano avviene non con atteggiamenti plateali, come i farisei citati nel vangelo che amano essere visti pregare nelle piazze e nei crocicchi delle strade, ma nel nascondimento e nel sacrificio. Spogliarsi dell’uomo vecchio di paolina memoria è duro!

Questa mentalità mistico-ascetica produce un modo di fare teologia o di pensare il Cristianesimo sensibilmente diverso da quello oggi prevalente. È il metodo della patristica: su Dio non possiamo fare chiacchiere inutili perché la nostra razionalità è limitata e non può comprendere un mistero così grande. Ci limitiamo a dare delle definizioni simboliche (e gli stessi dogmi lo sono!) e a fermarci sulle soglie del mistero rivelato ma di cui è possibile esperire la realtà in determinate condizioni.

Questa comprensione patristica era ovunque esistente, nel primo millennio cristiano. Poi, pian piano, in Occidente ha prevalso un approccio razionale che è sboccato nel razionalismo: era importante dare definizioni filosofiche e, in qualche modo, penetrare nella divinità con la razionalità umana.
A quel punto, le definizioni non sono più state un semplice rimando a qualcosa di più grande ma potevano essere considerate il “nucleo” entro il quale si comprendeva pure il mistero stesso. L'innominabile Jahvé non solo è stato nominato ma, in seguito, è stato "compreso" concettualmente.

Questa tentazione teologica in Occidente ha finito per confinare la mistica che, come si sa, afferma l'ineffabilità del divino. Questa stessa tentazione teologica ha fatto ritenere eccellente studiare la teologia in senso razionale, senza necessariamente connetterla con la mistica.
"Studia e capirai", sembra si dica oggi quando, al contrario, per i padri si diceva "vivi Dio e capirai".

A questo punto, il fine del Cristianesimo non diviene la “cristificazione” del credente (affermata solo teoricamente in molto Cattolicesimo e considerata un mito dalla scuola liberale protestante) ma la sua moralizzazione e la sua conformazione ad un “retto pensiero”. Ed ecco, in breve, il Cristianesimo moderno!

Ognuno di voi si accorge che questa base potrebbe essere la stessa di qualsiasi associazione puramente terrena, di un partito e della massoneria stessa. È, in breve, la secolarizzazione del Cristianesimo.

In un sito tradizionalista cattolico (Chiesa e postconcilio) recentemente un signore contestò le mie posizioni (che sono quelle della patristica greca) affermando: “Che significa poi ... osservare le cose all'altezza del Signore? Non significa niente, a mio modesto avviso”.

L'invito di san Paolo alle sue comunità di raggiungere la statura di Cristo è completamente evacuato in questa mentalità e, con ciò, il fine vero del Cristianesimo. Tutto ciò può non significare nulla quando si acceca inconsapevolmente la punta più alta del Cristianesimo e, come una finestra verso il cielo, la si mura. A quel punto, ci si servirà della luce di una candela che, nonostante sia qualcosa, non può essere paragonata alla luce del sole, neppure ad un raggio che filtra attraverso una finestra.

Rendere il Cristianesimo una mera composizione di  citazioni da manualetto (pur belle che siano) è una miseria  ed è cosa da compiangere assai. Sono da compiangere ancor più quelli che materializzano tali citazioni fino al punto da giudicare "eretico" chi ne vede una certa qual relatività.

Forse per questo, in Oriente, non è mai esistito storicamente un "catechismo" con brevi ed icastiche definizioni, nonostante qualche breve tentazione in tal senso.

Manca in tutto ciò la chiarezza dei padri per i quali l'uso della ragione ha un suo campo stabilito oltre il quale bisogna assolutamente portare l'uomo. Solo oltre avviene la cristificazione.
Se tutto ciò è volutamente ignorato, pure Dio diviene un'idea e allora si può essere assai prossimi all'idolatria o utilizzare il Cristianesimo per i capricci di una struttura umana mondanizzata. 

La chiarezza patristica tra l'umano e il non umano, il ragionevole e il trascendente, il relativo e l'assoluto è l'unica fondamentale differenza tra chi vuole essere cristiano e chi, perdendola senza avvedersene, si stacca da ciò facendo una confessione o Chiesa diversa.

A questo punto in che consiste l'unità del Cristianesimo? In questione di accordi politici, di affermazioni razionali con le quali si trova una "via di mezzo" tra due estremi, di spartizione di poteri ecclesiastici? No di certo!
È allora l'esclusiva sottomissione ad un sistema ideologico, ad una filosofia, ad un codice stabilito di formule? Neppure.
L'unità del Cristianesimo è preservare nella Chiesa i mezzi e la mentalità con i quali si può effettuare la "maturità in Cristo", cosa per nulla scontata e, oggi più che mai, misconosciuta.
Laddove si dichiara che tutto ciò "non significa niente", non si è più cristiani. Questo, poi, impressiona perché è fatto da chi si dipinge "paladino" e difensore del Cattolicesimo!

Ognuno di voi vede come siamo ben lontani dalla prospettiva paolina e come il concetto di Chiesa - sia in menti progressiste sia in menti tradizionaliste - è stato progressivamente ridotto a qualcosa di puramente umanistico e materialista!

7 commenti:

  1. A mio modesto parere Lei ha dei pregiudizi ingiusti ma forse giustificabili per la situazione odierna del cattolicesimo fra progressismo e tradizionalismo. L'ortodossia emerge chiaramente coi santi come padre Pio o Santa Teresa d'Avila ma direi anche da Benedetto XVI. Sono i santi che vivono nella totalità e nella verità il Vangelo, il magistero e la tradizione della Chiesa. Se da un lato il progressismo è confuso nel suo falso ecumenismo, i tradizionalisti scomunicano facilmente. La Chiesa non ammette l'esistenza di più Chiese, ma che l'unica Chiesa sussiste in quella cattolica. Ció significa che per esempio le chiese orientali separate sono un pezzo della stessa Chiesa cattolica nei membri in grazia e non colpevoli di scisma. A mio parere sono una buona via i padri della Chiesa, ma non penso che la teologia tomista sia razionalismo. Sant'Agostino paragona il trattare della Trinità come il riempire un secchio di tutta l'acqua del mare, eppure non si tira indietro. Come Dio pur essendo infinitamente amabile va amato con tutte le nostre limitate forze, così un Dio infinito e ineffabile va conosciuto con tutte le forze del nostro limitato intelletto. La vera teologia vuole conoscere Dio con tutte le forze e la ragione donate da Dio, nella consapevolezza della propria limitatezza e dell'ineffabilitá. Racchiudere tutto in un secchio con razionalismo è superbia e questo lo sottolinea bene la teologia cattolica. La ringrazio dunque dell'articolo, riponiamo i reciproci pregiudizi nella consapevolezza che la vera unità può essere solo opera dello Spirito Santo, frutto della preghiera e di una reciproca e cristiana Carità fondata sulla Verità, Cristo Gesù.

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  2. Gentile Giovanni Stocco,

    qui non si ragiona per pregiudizi ma per esperienza. Inoltre, devo sottolineare che la realtà è molto variagata. Il blog non consente di osservare tutte le infinite sfumature presenti in una confessione critiana. L'Ortodossia stessa ha tentazioni che definire fatali significa dire poco: tutte le malattie del clericalismo autoritario e del formalismo sembrano coinvolgerla in alcuni settori. Ad osservare alcuni dei suoi preti non si vola certo con il cuore in Paradiso!
    Eppure le basi generali, le colonne sulle quali nolente o volente poggia l'intero edificio, non sono state ancora infrante. Anche il teologo ortodosso più "progressista" (e ne ho incontrati alcuni!) non può negare che la vita monastica ha una funzione essenziale e primaria nella Chiesa e che il fine della teologia è quello di portare all'esperienza di Dio. Gli stessi testi liturgici, di cui mi occupo assiduamente in questi ultimi anni, hanno questo afflato mistico. I teologi più in vista (pensiamo al romeno Staniloae o al francese Larchet) eccheggiano questa tradizione di santità. Questo è un fatto.

    Un altro fatto, ma di ordine differente, è quello che ci circonda: non è pregiudizio affermare che la liturgia "latina", soprattutto dopo il Vaticano II, si è appiattita, ha perso il suo slancio verticale, ha subito pesanti iniezioni "psicologistiche". Questa è una scelta ufficiale, non è una debolezza personale che si può trovare qui o là.
    Inoltre so per certo che nel mondo Cattolico ci possono essere ottime iniziative in cui la teologia diviene cattedra di preghiera, orientamento per la santificazione. Ma tali iniziative sono, per caso, diffuse capillarmente? Sono popolari? Le faccio un solo esempio: a Roma al Sant'Anselmo fanno dei corsi sulla spiritualità monastica. Ma se uno come me o come lei vorrebbe parteciparvi non gli è consentito, non solo perché è obbligatoria la presenza (e una persona che lavora ha il tempo contato) ma perché il corso è A NUMERO CHIUSO E SOLO PER ALCUNI RELIGIOSI. Tutto ciò è assurdo!
    In compenso dalle cattedre e dalle università (ma anche da molte scuole cattoliche) si diffondo orientamenti contrari, intellettualizzanti, razionalistici, ecc. La media che risulta non è affatto eccellente e, direi, è fuorviante dall'essenziale cristiano.
    E', questo, un pregiudizio? Direi proprio di no, è piuttosto la lettura dei fatti tale qual'è.
    Un altro fatto, assai significativo, è il controllo dell'editoria cattolica che dev'essere orientata tutta in un certo verso. Se io traduco un certo libro nel quale, in modo assai accademico, si invita ad un orientamento tradizionale, verso la santità e la preghiera, in cui si fa appello alla teologia e all'esperienza patristica, posso morire 1000 volte e non mi sarà ancora pubblicato.
    L'editoria cattolica ama pubblicazioni che non mettano in "crisi" il suo sistema, che non facciano troppo pensare i lettori, che mantengano lo "status quo". Anche qui non è un pregiudizio ma un fatto che ho lungamente esperito, purtroppo!

    Nel mio blog io non invito un cattolico a divenire ortodosso (l'ho detto più volte) ma ad osservare cosa fa l'essenziale della Chiesa e cosa non lo fa.
    Rivendicare un'autorità papale rivelata da Dio, in un contesto totalmente confuso, non servirà a nulla perché ognuno si tira il papa dalla sua parte o nega la validità di certi dati tradizionali che un tempo esso affermava. Quello che serve, al contrario, è riprendere coscientemente e radicalmente gli orientamenti prudenti e la sapienza che fu tipica dei Padri e che coinvolse pure tutto l'Occidente, almeno fino ad una certa epoca.

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  3. A proposito dell' "ordine" precedente il Vaticano II, nel Cattolicesimo faccio osservare una sola cosa: se fosse CHIARO e ASSODATO nella teologia e nella mentalità che il misticismo, quale punta più alta della consapevolezza cristiana, è il punto di arrivo del cristiano, il tizio che mi ha contestato il bisogno di "osservare la realtà con gli occhi di Cristo", esisterebbe?
    Direi proprio di no!
    Il fatto che certi tradizionalisti - che si appellano RIGOROSAMENTE al tomismo e all'ordine ecclesiastico preconciliare - possano arrivare a pensare così, significa che INELUTTABILMENTE, nonostante quanto ne avesse potuto pensare l'Aquinate al proposito, il materiale teologico è orientato in modo tale da DIFFIDARE dell'esperienza dei mistici e dall'attenersi solo a precettistiche di ordine razionale e morale.
    Anche qui non siamo dinnanzi a pregiudizi ma a fatti che è bene leggere per quel che sono, giusto per non rendere senza sapore il sale evangelico...

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  4. Ho ricevuto due lunghi messaggi che non pubblico. Preferisco dare una risposta nel prossimo post.

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  5. Condivido questo articolo in quanto fedele al pensiero ortodosso dove "si mostra ma non si dimostra."
    Il problema è:
    Il mondo cattolico di oggi avrà ancora la capacità di far sua la frase sopracitata?
    Siamo due polmoni che respirano ormai in modo diverso.


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  6. Il mondo cattolico ufficiale, oggi, è desistente nella dogmatica (e non solo in quella) il che è come dissestare le fondamenta di un edificio. Non sono di quelli che pensano che ieri andava tutto bene (e lo si vede!) ma almeno constato che l'importanza dell'identità dogmatica era fondamentale, almeno fino a ieri l'altro.
    Questo è un dato tradizionale con il quale si considera che esiste tutta una tradizione che ci precede alla quale non possiamo prescindere.
    Oggi, al contrario, queste cose non interessano più e le si ritiene un ostacolo. Il rischio è quello di scivolare, dolcemente, nell'agnosticismo.
    Se un polmone, seppur a difficoltà, respira ancora, l'altro è bloccato!

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  7. a me sembra difficile quello che propone nel suo post... I Cattolici sono interessati al volemose bene o all'Uniatismo, al massimo...e poi come giustificare 962 anni di separazione con il secolarismo imperante in Occidente?

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