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lunedì 8 febbraio 2016

La desacralizzazione dei tempi attuali

Ci sono fenomeni in atto che avvengono ineluttabili, indipendentemente dall’averne coscienza o meno, dall’accettarli o meno, dal parlarne o meno.
Uno di questi è la desacralizzazione del Cristianesimo occidentale (nella fattispecie del Cattolicesimo) che, partendo da una base idealistica progressivamente sempre più sganciata dal sacro, lo fa divenire “agenzia etica”, come correttamente definisce Galimberti in una sua pubblicazione di qualche anno fa, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto.
Trovo con mia piacevole sorpresa che il filosofo afferma dei fenomeni oggettivamente in corso, quali lo svuotamento di prospettiva trascendente nel Cristianesimo occidentale, nell’apparente indifferenza del mondo laico e clericale odierno. Affermare ciò, non significa essere contro il Cristianesimo ma mostrarne un lato problematico del nostro contesto religioso.
Già Nietzsche aveva parlato di una “morte di Dio” all’interno del mondo cristiano del suo tempo. Oggi questo processo si è notevolmente accellerato per cui tale religione ha il “cielo vuoto”, come dice Galimberti e tende sempre più a non collegare o non operare religiosamente con il Cielo (il termine latino “religàre” significa, appunto, collegare o vincolare con la trascendenza) (*).

Piuttosto di prendersela con questo filosofo, alcuni farebbero bene a considerare seriamente certe basi sulle quali si appoggiano. Negare la realtà o mettere il bavaglio a chi ne parla, non significa, infatti, bloccare fenomeni problematici inesorabilmente incombenti. Tali fenomeni non aspettano che di essere riconosciuti, per essere in qualche modo fermati o invertiti.

Segnalo questo dato positivo, anche se non concordo su qualche altra valutazione di Galimberti sul Cristianesimo. Non mi pare infatti corretto pensare al Cristianesimo nella sua totalità, facendo di tutta l’erba un fascio e non distinguere in esso diverse forme concrete in determinati luoghi e in determinati tempi. Perfino lo stesso Cattolicesimo attuale non è ovunque identico e non lo si può generalizzare, per quanto abbia fenomeni comuni e i suoi responsabili tendano ad imprimergli uno stile generale tendenzialmente secolarizzante.

La tendenza generale è, comunque, quella di stringere lo sguardo dell’anima puramente sul materiale, sull’etico, sull’istituzionale, perché lo si ritiene più comprensibile e di maggior impatto, lasciando in secondo piano o misconoscendo totalmente l’aspetto trascendente e spirituale con tutte le sue intrinseche esigenze e ricchezze.

Questo crea tutta una mentalità particolare.

Di qui il mio continuo disagio quando cerco d’interagire con persone o ambienti cattolici, talora di tipo molto tradizionale. In questi ultimi casi mi trovo in forte imbarazzo: pare che i dati normalmente acquisiti dalla storia e pacifici in qualsiasi ateneo, li inquietino talmente da trasformare me, che glieli ricordo, in un nemico o, come talora dicono, in un “luterano”. Evidentemente essi non hanno capito nulla e, peggio ancora, dimostrano di avere un problematicissimo rapporto con la storia (**).

Invece di parlare principalmente sul rapporto del cristiano con Dio e sulla concretezza di tale rapporto, cosa di cui oggi si ha necessità assoluta, costoro si intrattengono soprattutto a discettare sul potere del papa, su cosa il papa può o non può dire, su quello che dovrebbe fare, ecc. E non si può certo tirare fuori la scusante che l’attuale papa argentino sia quanto meno discutibile in certi suoi atti, poiché perfino in un tempo in cui tutto pareva accettabile c’era lo stesso atteggiamento.

Costoro mi fanno ricordare un’osservazione che un buon studente di teologia mi fece anni fa, osservando le nuove acquisizioni nello scaffale di una biblioteca teologica: “Guarda, qui non si parla che di papa e sembra che l’importanza di Cristo nella vita umana sia totalmente secondaria o che Cristo sia in funzione del papa”.
Un’osservazione, questa, solo apparentemente anticlericale e che mostra, in realtà, una decadenza attuale: praticamente la spiritualità non esiste più o, negli ambiti in cui esiste, è equivocata come un  "conforto psicologico".

Così se si cerca di portare la palla al centro, in una discussione con cattolici “tradizionalisti”, si finirà ineluttabilmente per essere violentati e buttati fuori campo; si sarà costretti ad entrare in un fatale e inutile gioco di contrapposizioni dove, a citazioni da me presentate, loro ne spareranno contro altre, come se si fosse in trincea, nel tentativo di vincere una guerra.

Devo dire che quest’atteggiamento impositivo è malato e mostra da subito una debolezza da parte dei miei interlocutori. Qui non solo sfugge il quadro generale (per cui si usano le citazioni come proiettili da combattimento senza capire bene da che contesto sono uscite) ma ci si dispone nel modo peggiore: non si capisce, infatti, che non si tratta di far fuori un presunto “nemico” ma di comprendere meglio se stessi.

E se, infatti, ci si comprendesse meglio, si capirebbe che perfino certi ambiti del “tradizionalismo cattolico”, il che è tutto dire!, finiscono per essere vittima della desacralizzazione dei tempi attuali, non solo i cosiddetti cattolici del dissenso o progressisti

A tutto questo, si deve aggiungere un'altra importante osservazione: un messaggio cristiano già nei secoli fin troppo semplificato, sta finendo, oggi, per divenire totalmente anemico, vuoto di contenuto, soprattutto se inserito in un contesto di contrapposizione polemica in cui viene  ulteriormente depauperato a tutto vantaggio della cosiddetta desacralizzazione.

Il vangelo e la sua ricca sapienza, sono come al solito, da ben altra parte. Chi ha il coraggio e le possibilità di volgersi veramente ad esso?

______________

(*) Alcuni affermano che il Cristianesimo non è una "religio". Questo è vero nel senso che non è l'uomo, con i suoi soli sforzi, ad unirsi a Dio ma è quest'ultimo che, rivelandosi, si manifesta all'uomo. Detto ciò, però, si può utilizzare il termine quando si coglie l'aspetto essenziale del Cristianesimo: unire il singolo a Dio in un'esperienza ineffabile. Questo "religàre" oggi è quasi ovunque offuscato, se non proprio perso.

(**) Una delle cose più inaudite che ho recentemente dovuto sentire è la negazione di una differenza reale tra il primo e il secondo millennio cristiano, negando con ciò che, se esistono delle continuità, nella storia ci sono anche molte fratture, a seconda dei tempi e dei luoghi. Non riconoscerlo, è un'assurda negazione della realtà in nome di un concetto assolutamente ideologico di Chiesa.

8 commenti:

  1. Purtroppo, quello che Lei dice è (quasi) tutto tremendamente vero. Forse (ed è per questo che ho aggiunto il "quasi") la frattura tra il primo ed il secondo millennio non è così totale come sembrerebbe dalle Sue parole; ma è vero che, se fino a non molto tempo erano quanto meno tollerate le (poche) realtà comunitarie occidentali che si sforzavano di mantenere un qualche nesso spirituale con il primo millennio, oggi anche questa tolleranza è venuta meno (almeno, così mi sembra).
    Personalmente, grazie a Dio, io ne ho incontrata una ma, dopo vari anni di frequentazione, mi sono reso conto che la guerra in atto tra i due schieramenti da Lei descritti rende incomprensibile ai partigiani delle due fazioni la proposta religiosa veicolata da detta comunità.

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  2. Poche parole, le sue, ma dense di contenuto. E ognuno che ha un minimo di formazione religiosa e esperienza può immaginare cosa ci sia dietro.
    A dispetto dei ponti, dei movimenti e incontri ecumenici, dei tentativi di capirsi, credo che le molte anime con cui è composto il Cristianesimo si stiano polarizzando in fazioni contrapposte.
    Non è possibile capirsi fino in fondo con chi, pur avendo conservato lo stesso vocabolario, lo intende in modo spesso diametralmente opposto. Il confronto rimane una pura formalità e nulla più poi ognuno, a casa sua, ritiene l'altro "fuori" dall'essenzialità.
    La divisione primo-secondo millennio ha la sua ragione d'essere. Certo non dev'essere intesa come un interruttore per cui, passati dal 999 all'anno 1000 tutto si spegne o si accende, a seconda di dove ci si pone. Le date sono pure convenzioni al punto che, pare, ancora nel XV sec. qualche chiesa orientale chiedeva responsi al papa di Roma e, contemporaneamente, qualche comunità latina non professava il "filioque" nel Credo.
    Poi, però, le scelte istituzionali del X-XI sec. hanno terminato di dare i loro frutti.

    A lungo è rimasta in Occidente la reminescenza dell'unione con l'Oriente al punto che, in certe epoche, paiono riemergere le istanze spirituali che si vedono nel monachesimo bizantino. L'intellettualismo razionalistico e il clericalismo, purtroppo, hanno avuto il sopravvento e oggi io non saprei come la gran maggioranza del mondo cattolico potrebbe intendersi con quello orientale al di là di quanto si dice ufficialmente.
    Questo è così vero che il cattolicesimo è per l'85 per cento più vicino al Protestantesimo che all'Ortodossia. C'è tutta un'affinità culturale che li accomuna, oltre a condividere effettivamente parecchie radici. Comunque sia o versi la Cristianità, non si deve disperare: la Chiesa è prima di tutto "affaire" di Dio. Sia Lui a dare una bella scrollata e rinnovata a questa sua realtà che è pure terrena.

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  3. Il fatto che i cattolici abbiano più in comune con (certi) protestanti rispetto a quanto questi ultimi non lo abbiano con i greco-ortodossi orientali (a parte la negazione del primato di Pietro che accomuna entrambi) penso sia da ricercare nel fatto che l'oriente cristiano si sia staccato da Roma 5 secoli prima di quanto non lo abbiano fatto le regioni cristiane del Nord Europa. Tra il 1000 e il 1500 si sono svolti alcuni concili ecumenci che non hanno potuto coinvolgere l'oriente cristiano, ma solo il cristianesimo occidentale e questo ha influito probabilmente sugli sviluppi e gli approfondimenti della teologia in Occidente. In Oriente tutto si è un cristallizzato all'anno mille, o giù di lì.

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  4. Gentile Francesco,

    capisco l'impeto generoso con il quale vuole precisare le cose ma non le nascondo che questo tipo di intervento mi stanca. La stanchezza nasce anche dal fatto che lei, scrivendo 5 righe, ci mette 5 minuti al contrario di me che le devo rispondere impiegando molto di più e sapendo che, se lei non ha la libertà di spirito per capirmi, non servirà a nulla!

    Pensavo un po' come lei pressapoco venticinque anni fa, ma più che un mio pensiero era la riproposizione, almeno in parte, di luoghi comuni triti e ritriti che violentano, poco o tanto, i fatti storici. Allora non me ne potevo rendere conto come, probabilmente, non se ne può rendere conto lei. Per maturare la coscienza su certi argomenti non serve una spiegazione: ci vuole la pazienza di andare contro un contesto che fa di tutto per negarli.

    Facciamo, dunque, un po' di ordine, anche se in un blog non è possibile dare tutti gli elementi necessari per questo discorso.

    1) Non è tanto la lontananza temporale in cui è avvenuto lo scisma ecclesiastico Oriente-Occidente a determinare la distanza delle due realtà tra loro. Quello che la determina è l'oblio, in Occidente, dell'approccio teologico dei padri Cappadoci con il quale è stato redatto il Credo Niceno-Costantinopolitano. Quest'oblio procede di pari passo con l'unilaterale assunzione della teologia agostiniana, come prevalente mezzo di lettura teologica.
    Agostino è stato un padre della Chiesa, assieme a tutti gli altri ma la lettura "cattolica" comporta una lettura "corale": quanto tutti i padri confessano in comune e da sempre. In ambito trinitario (ma non solo in quello, purtroppo) succede che si assume Agostino come prevalente maestro e si legge con gli occhi di Agostino un po' ogni altro autore.
    È questo metodo che ha favorito il distacco tra l'Occidente e l'Oriente. Le questioni politiche hanno fatto solo da detonatore.
    Certo, all'inizio sembrano cose da poco: in una forbice divaricata le lame, accanto alla vite si sovrappongono. Non così verso le punte! A volte basta uno scarto minimo e agli stessi termini si finisce per dare una valenza assai diversa.
    Chi, tra gli altri, è stato letto con occhiali differenti è stato Dionigi Areopagita, autore assai diffuso nel Medioevo. Ebbene la lettura di Dionigi in Occidente non è la stessa dell'Oriente.
    L'indisposizione a voler fare dialogare questi due sistemi di pensiero - al punto che gli stessi teologi carolingi, assai cocciuti, si scontrarono con il papa di allora, fedele ai principi antichi - ha determinato il resto.

    2) Tralasciando il Concilio di Lione, tra il 1000 e il 1500 c'è stato il Concilio di Ferrara-Firenze che, contrariamente a quanto lei afferma, ha coinvolto l'Oriente cristiano al punto che l'imperatore, pur di essere aiutato contro i turchi, firmò una temporanea unione con Roma.
    Questo concilio fu un'occasione sprecata tra le due parti perché i teologi latini del tempo non riuscivano più a capire quella che era stata la stessa teologia romana nell'alto medioevo. Lo stesso "dialogo" tra la parte latina e greca era divenuto, in alcuni punti come quello sul Purgatorio, un dialogo tra sordi. L'estrangement culturale e religioso si era consumato.
    Al contrario, i bizantini cercarono di capire la stessa teologia tomista perché attorno al XIV sec. avevano addirittura un convento domenicano nei pressi di Costantinopoli e ci furono dei traduttori in greco della Summa Theologica di Tommaso d'Acquino. Ma i presupposti dell'Aquinate, nonostante il genio del suo autore, erano di tipo prevalentemente agostiniano e perciò non potevano fare breccia nel sistema greco-patristico in cui si privilegiava la teologia apofatica.

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  5. 3) L'Occidente, al contrario, preferì seguire un metodo "catafatico" in teologia, ossia un'indagine filosofico-speculativa che in Oriente per ragioni ben precise (e molto antiche e tradizionali!) non si poteva ammettere. Questo metodo catafatico è visibile in nuce nel De Trinitate di sant'Agostino mentre il metodo apofatico è chiaramente riscontrabile in autori come Gregorio Nazianzeno, tanto per fare un solo nome tra i greci.
    Seguendo l'indagine filosofico-speculativa, ma privandosi di autori di grande spessore come fu l'Aquinate, l'Occidente fece decadere la sua teologia al punto che in pieno XV sec. il pensiero religioso si era atrofizzato e formalizzato. Ciononostante emersero sempre qua e là autori che cercarono una via di uscita contro l'intellettualismo formalistico di certe scuole teologiche. La stessa teologia mistica di Teresa d'Avila e Giovanni della Croce fu una luce, sotto questo aspetto, per quanto molto diffidata dalle autorità ecclesiastiche, dati i presupposti che abbiamo fino ad ora indicato.

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  6. 4) L'idea che "in Oriente tutto si è cristallizzato" attorno all'anno mille, non può che nascere da una mentalità che vuole giustificare il "prima" alla luce del "poi" inclinando inevitabilmente la persona a scambiare la vita religiosa con un pensiero vitalistico e necessariamente cangiante (come è chiaro in questi ultimi tempi!): quanto viene dopo è uno sviluppo razionale del prima, sviluppo necessario per approfondire la "verità dogmatica". Obbedendo a questo principio, la Patristica non è che la "preistoria" della teologia e non si può far teologia senza l'uso esteso della "ratio" che la patristica limitava solo a stretti ambiti.
    In realtà, invece di essere "preistoria", i presupposti della patristica greca, hanno continuato a far fiorire figure ascetiche e teologiche (i due aspetti in Oriente vanno sempre assieme!) fino ai giorni nostri. La patristica non muore, come s'insegna ancora, nell'VIII secolo con Giovanni Damasceno, ma continua, seppur in forme diverse, in autori quali Fozio (IX sec.), Simeone il Nuovo Teologo (XI sec.), Gregorio Cabasilas e Gregorio Palamas (XIV sec.), Marco Eugenico (XV sec.) e gli autori spirituali dei secoli seguenti.
    Le forme simboliche teologiche e liturgiche non mutano, in Oriente, poiché non rappresentano "approfondimenti razionali" del mistero ma inviti alla sua contemplazione.
    Al contrario, nel turbolento panorama occidentale, la Chiesa ha cercato di rispondere con i mezzi che trovava nella cultura circostante. L'idea di poter "capire" razionalmente l'evento religioso in sé - quindi in qualche modo pure il "mistero" di grazia - ha sempre tentato il nostro ambito ecclesiale. Lo sviluppo della filosofia occidentale ha, al contrario, dimostrato che attraverso questa via si producono solo ombre della mente umana e, logicamente, si è finiti nell'ateismo.
    L'attuale situazione è un drammatico punto di stallo nel quale ci si rende conto di non poter andare da nessuna parte. Abbiamo due risposte: tra i tradizionalisti cattolici si riprende lo stadio precedente (tomista e tridentino) nell'illusione di sanare la situazione (quando, al contrario, si lasciano intonsi tutti i presupposti che ci hanno portato fin qui); tra i "progressisti" cattolici si giunge ad un logico agnosticismo di fatto in cui la teologia e le sue forme simboliche sono da superare a favore di un'indistinzione con la quale ogni fenomeno religioso si equivale.

    C'è poco da girarvi attorno: l'unica via è quella di riprendere i prudenti e saggi orientamenti dei Padri.

    (Non tratto volutamente la questione del cosiddetto "primato di Pietro" non perché non lo sappia fare ma perché è già fin troppo trattata e spesso, con poca competenza. Inoltre mi sfibra assai parlare di questo tema perché sembra che il Cristianesimo non sia una questione di Cristo, come dovrebbe essere, ma una questione di papa. E questo mi ripugna assai).

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  7. Gentile Pietro C.
    Grazie per questa bella e concisa spiegazione nel Suo ultimo commento.
    È un peccato che i cattolici tradizionalisti (p.es. il blog di Chiesa e postconcilio), quando si propongono questi pensieri chiudano gli occhi e le orecchie. Forse pensano che la Chiesa sia nata a Trento in un consesso di meno di 100 vescovi, o addiruttura nel XIX secolo.
    Purtroppo così facendo trasformano la Fede in ideologia.

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    1. Un giorno parlai lungamente con Maria Guarini e, presa lontano dalla sua "missione", diciamo così, è pure amabile. Ma presa dal sacro furore della sua "missione" si lancia in affermazioni che mi fanno chiedere: "Fa davvero? Si rende conto di quanto dice? E' in buona fede?".
      L'ultima è stata quella di ritenere il cosiddetto "misticismo" una prospettiva dalla quale, alla fine, non si trae gran che poiché l'importante è l'uso della ragione e della razionalità nel Cristianesimo.

      Ho allora scritto il prossimo post.

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