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martedì 16 febbraio 2016

Ricevo e rispondo

Il mio ultimo post ha creato un certo subbuglio, come aver gettato un sasso in uno stagno, segno che ho toccato dei nervi scoperti in qualche persona.
Ovviamente non è mia intenzione far cambiare idea a nessuno ma, contemporaneamente, nessuno può proibirmi di esporre le mie tesi (che poi non sono mie!). Tali tesi non sono “campate per aria” o “frutto di presunzione” ma prodotto di una lunga e meditata elaborazione, con non pochi testi e non pochi incontri e dialoghi.

Il rischio del blog, lo devo ripetere!, è quello di esporre le cose in un modo che possono parere sommarie e per qualcuno poco preparato shoccanti. Evito meglio che posso la polemica (che non mi è confacente) ma non posso non mostrare la complessità della realtà religiosa, quella complessità che, al contrario, potrebbe essere rifiutata da chi vuole appoggiarsi su “verità sicure ed eterne” che tali sempre sono state e che, nel tempo, si sono organicamente e incessantemente sviluppate alla conoscenza razionale. Passiamo alle considerazioni ricevute alle quali cerco di rispondere, pure nei limiti di questo blog.

Lo sviluppo dottrinale avuto in “Occidente” non è vero che sia occidentale. Esso non è avvenuto in nessun modo con strappi, ma in modo organico e ha valore di Tradizione, dunque valore dogmatico.

Già all'inizio di questa frase si nega, credendola forse diffusa ovunque, una caratteristica propria e peculiare alla teologia latina, almeno da un certo secolo in poi: quella di aver assolutizzato sant'Agostino leggendo nella sua prospettiva (cosa che farà pure l'Aquinate) ogni altro eventuale autore.
Inoltre, già molti anni fa descrivere la Chiesa in questo modo mi creava qualche problema: nella storia c'è stato davvero di tutto e, piuttosto di uno “sviluppo incessante” (concezione magico-meccanicistica) io ci vedrei epoche di oscuramento e decadenza ed epoche di ripresa (realismo storico).
La decadenza e la ripresa in una Chiesa possono anche riguardare la coscienza dogmatica, non solo la moralità di laici e clero. La stessa coscienza dogmatica o la coscienza religiosa in senso generico, può conoscere momenti di ottenebramento. I primi ad affermare ciò sono, guarda caso, proprio i tradizionalisti cattolici e lo applicano a questi ultimi decenni. Da cinquant'anni fa in su essi confidano, piuttosto fideisticamente, in un progresso religioso ineluttabile e continuo, cosa che io verificherei caso per caso.

In tutto ciò temo che non sia per nulla chiaro il nesso tra storia-società-Chiesa. La Chiesa non è una realtà astratta, “in vitro”, che non risente dei contraccolpi della storia e della società. Già un adagio latino ricorda che ad modum recipiendis recipitur e con ciò si vuol esprimere che il messaggio cristiano può subire anche contrazioni, se non vere e proprie distorsioni, a seconda delle menti che lo recepiscono: parlare alle menti barbariche germaniche non era certamente come parlare ai fedeli in santa Sophia di Costantinopoli.
Oggi questo è chiarissimo a molti, almeno a coloro che hanno un po' di formazione culturale. Ma certi tradizionalisti, seppur lo ammettano per l'attualità, sono tutt'altro che disposti a vedere questa legge nel passato fino al punto da porre tra parentesi se non proprio elidere ampi e inevitabili fenomeni di oscuramento.

Uno di questi, l'ho ricordato altrove, è stato il montante clericalismo che inizia ad imporsi dall' XI-XII secolo. Il clericalismo significa restringere, di fatto, la Chiesa all'istituzione clericale, unica detentrice di “potere” e, in realtà, unica espressione autentica della Chiesa. È ovvio che non è mai stato formulato un dogma con il quale si proclamava che i chierici sono l'unica parte viva della Chiesa (ci sarebbe mancato altro!) ma ciò non significa che non si sia operato di fatto un autentico squilibrio che tale, poi, è rimasto. La Chiesa paolina, come compartecipazione all'unico corpo di Cristo, animata dall'unico Spirito, in ambito feudale è completamente oscurata. In questo modo se nei concili antichi aveva diritto di parola anche il monaco-laico, il quale poteva conoscere il soggetto argomentato per averne ricevuto illuminazione da Dio, oramai ha senso solamente il chierico di buona formazione intellettuale. Evidentemente il baricentro si è spostato!

Questo è così vero che:

«[Nel XII secolo latino] il termine laicus non poteva evitare d'essere considerato negativamente, di comportare un'idea d'inferiorità. Abbondano le testimonianze. […] Alcune maniere di parlare dei laici oggi ci shoccherebbero. A quell'epoca le persone non ne venivano colpite perché la gerarchia sociale era generalmente accettata, le attività superiori dello spirito s'imponevano e il modo schietto di parlare, privo di edulcorazioni e di gentilezze borghesi, era legge universale (si chiamava, ad es. “bastardo” il bastardo, ecc.). Non comprendere, essere privi di cultura, significa essere dei bruti animali. È in questo senso molto oggettivo e quasi tecnico che bisogna comprendere gli innumerevoli testi medioevali dove i laici, ossia gli illetterati, sono comparati a bestie e ad asini. I laici erano degli iumenta. Si applicava loro, nel rapporto con i chierici, le immagini di alcuni versetti biblici come “Non legherai assieme il bove e l'asino”.
[…] Cesario di Heisterbach, cistercense, comparava i chierici al giorno e i laici alla notte» (Etudes d'ecclésiologie médiévale, London 1983, p. 325).

Questo tipo di concezione ha influito potentemente nell'ecclesiologia (la visione di Chiesa) ma è debitrice, bisogna avere il coraggio di dirlo, del feudalesimo! In questo modo, delle concezioni sociali di stampo feudale sono state motivate religiosamente. Ricordo il recente caso di un grande monastero tradizionalista francese nel quale esiste la rigorosa separazione tra monaci chierici e monaci laici. Tale separazione, impensabile nel monachesimo antico, è evidentemente di stampo feudale ma viene motivata con una copertura religiosa: “I religiosi sacerdoti sarebbero come Maria e i religiosi laici come Marta”. Una pezza religiosa, questa, che non mi ha MAI convinto e ragionevolmente!

In un contesto totalmente diverso, all'epoca di Gregorio di Nazianzo, non tutto era ovviamente semplice. Ma questo vescovo, divenuto poi arcivescovo di Costantinopoli, non proibiva tout-court ai laici d'intervenire nel dominio religioso. Chiedeva loro la discrezione e il buon senso, come lo avrebbe chiesto, d'altronde, lo stesso san Paolo ai fedeli delle sue comunità. Lo Spirito può illuminare anche l'ignorante al punto che, nella Regula sancti Benedicti, si raccomanda all'abate di ascoltare perfino l'ultimo monaco della comunità.
Quest'ordine neotestamentario e patristico viene stravolto con il feudalesimo (dove bisogna essere necessariamente degli studiosi per avere diritto di parola!) e ulteriormente irrigidito con il periodo postridentino (per paura del Luteranesimo). Il periodo postridentino prevede, addirittura, l'ordinazione sacerdotale forzata della maggior parte possibile dei religiosi.
Il Concilio Vaticano II riscopre il ruolo dei laici nella Chiesa (Ciaula scopre la luna!) ma il modo in cui essi sono considerati, di fatto, non toglie nulla al ruolo dirigenziale e decisionale del clero che, sotto questo aspetto, non è per nulla cambiato. Non si tratta di perorare una presunta “democrazia” nella Chiesa (che non corrisponde all'immagine evangelica) ma la possibilità che Dio possa manifestarvi la sua volontà, in un momento preciso, all'ultimo tra i fedeli che ha, quindi, diritto di essere ascoltato. Al contrario, questo non resta un diritto ma una benevola concessione rilasciata, al più, dall'alto. L'ascolto degli umili, in senso antico, dovrebbe comportare un concetto mistico-carismatico di Chiesa che, francamente, non è facile fiorisca nel nostro contesto, intellettualizzato e rigidamente canonistico.

Sant'Agostino, il Padre occidentale più importante, che sarà punto di riferimento anche nel Medioevo, non aveva un afflato piuttosto "platonico", carattere più che altro "orientale"?

Quest'obiezione ha il difetto di fare un'ampia e ingenerosa generalizzazione: equipara il platonismo agostiniano, sul quale non pongo obiezioni al punto che lo afferma perfino qualche docente universitaria prove alla mano, con un presunto platonismo dei padri orientali.
Non perderò molto tempo su questo tema anche perché mi snerva: più lo si spiega più alcuni fanno finta di non capire e il giorno dopo ripresentano le stesse obiezioni magari avvalorati da qualche grande nome.
Mi limito a ricordare che i pensatori cristiani platonici, in Oriente, sono finiti nell'eresia al contrario di chi, pur usando dei “mattoni di costruzione” provenienti dal platonismo, ha totalmente “deplatonizzato” il Platonismo stesso. A rigor di termini, dunque, se potremo talora definire platonico Agostino (particolarmente nel suo pensiero un po' patologico sul rapporto carne-spirito), non così si deve fare con la patristica greca più rappresentativa e acclarata. Ne vedremo un piccolo esempio poi.

San Tommaso, del resto, dimostra di conoscere anche la teologia orientale e cita autori orientali. A volte un po' di conoscenza può creare problemi, un po' di più li risolve.

La ringrazio di avermi dato, seppur molto gentilmente, dell'ignorante. È vero che ognuno deve sempre imparare perché il processo di conoscenza non è mai finito (e questo riguarda pure lei) ma è altrettanto vero che quanto dice è talmente evidente che non può essermi ignoto.
Tommaso d'Aquino non è un autore moderno in cui l' importante è un pensiero totalmente innovativo. È un autore medioevale per il quale hanno importanza le cosiddette auctoritates tra cui i padri della Chiesa. Anche se presenta la sua teologia con una “carta” differente non può prescindere dai grandi nomi che lo hanno preceduto. Affermato ciò non abbiamo detto tutto, anzi, siamo all'inizio della nostra indagine (che, al contrario, in lei sembra scontata). Come legge Tommaso i padri della Chiesa? Tommaso formula un pensiero, a volte geniale, ma si serve dei Padri non sempre comprendendone la prospettiva perché influenzato da un modo di leggerli precedente a lui. Detto diversamente, egli li legge agostinianamente e sottomette il pensiero dei padri alla filosofia aristotelico-tomista, usandoli nella misura in cui gli sono utili e scartandoli nella misura in cui gli sono d'ostacolo. 
È il cosiddetto uso strumentale delle fonti.
Un esempio è la dottrina della grazia.

Nel pensiero tomista, la grazia di Dio è una realtà soprannaturale ma creata poiché Dio in quanto “increato” non può implicarsi nel mondo e nell'uomo. L' “increaturalità” di Dio, infatti, riguarda solo il suo “essere in sé”, la sua substantia mentre le sue operazioni ab extra devono necessariamente essere create altrimenti, mescolandosi con il mondo, renderebbero indistinto Dio dal mondo. Nel pensiero tomista si cadrebbe, dunque, in un inevitabile panteismo se si accordasse alla grazia tutte le caratteristiche divine.
La grazia creata è la tipica dottrina cattolica dei sacramenti ed è merito di Tommaso d'Aquino l'averla definitivamente codificata.

Volgiamoci, ora, alla patristica greca. Per i padri greci (ma anche per Ambrogio di Milano che fu in contatto epistolare con Basilio!) le attività di Dio non possono che avere il “marchio” divino. Esse sono qualificate con il termine di “energie” o “operazioni” (termine, quest'ultimo, usato da Ambrogio). Gregorio di Nissa usa il termine “vita divina” e la equipara alla “luce” affermando che “Chi è fuori dalla luce o dalla vita è nella tenebra assoluta e nella morte” (PG 46, 284). “Vita” e “luce” sono attributi divini, come la grazia, e non possono che partecipare alla sua caratteristica increata. Per Massimo il Confessore, la grazia ha la caratteristica divina poiché opera la divinizzazione. Se non fosse così non avrebbe il potere di farlo: “Il Verbo mostra operante la grazia che divinizza tutte le cose” (PG 90, 272 B).
La patristica greca in un modo che solo più tardi diverrà ancor più chiaro e verrà sistematizzato, concepisce un aspetto inconoscibile in Dio, la sua substantia, e un aspetto esperibile e partecipato, le sue attività nella creazione. Tale divisione è già chiara in Basilio Magno e non tange, per costui, la cosiddetta "semplicità divina". Per quest'autore, il carattere increato dell'energia divina proviene particolarmente dal rapporto con l'essenza e la potenza divine. La grazia proveniente da Dio pur discendendo dal suo “essere in sé” inconoscibile, se ne distingue, come il sole e i suoi raggi. In questo modo, all'interno di questo pensiero, partecipare alla grazia increata non significa partecipare alla sostanza divina e non si cade nel panteismo.
Accusare la patristica greca più rappresentativa di essere talora espressione del platonismo significa non conoscere in profondità il pensiero di questi autori e misconoscere il fatto che costoro, oltre che autori spirituali, erano le migliori menti accademiche del loro tempo, menti raffinate, tutt'altro che grossolane, che hanno saputo conciliare la cultura del loro tempo (spogliandola dagli elementi eterogenei) con il più alto grado di consapevolezza cristiana!
Per essi, la recezione della grazia è proporzionale alle disposizioni recettive umane. A tal proposito, essi utilizzano il termine “analogia” per designare tale proporzione o misura, variabile a seconda delle persone. Essi affermano che ciascuno riceve la grazia “analogicamente”, ossia nella sua misura, secondo il grado di ricettività (qui non abbiamo la semplice dottrina latina dell' ex opere operato”!). Tale misura non si definisce ontologicamente, in funzione della natura individuale di ciascuno e del suo posto nella gerarchia degli esseri (come nel caso del platonismo e del neoplatonismo!) ma spiritualmente, in funzione delle disposizioni o degli stati personali di ciascuno, relativamente al suo grado di fede, di purezza e di virtù.

Detto ciò dovrebbe essere molto chiaro che Tommaso d'Aquino, pur rifacendosi alle Auctoritates del passato, le innesta in un pensiero che già al suo tempo era innovativo (la teologia tomista non si impose facilmente!) e che sottometteva ad un ordine razionale e filosofico gli stessi autori che citava.


Un'errata interpretazione nata da una conoscenza frammentaria e distorta di tale sviluppo e segnatamente della tradizione tomista, porta a preferire la mancanza di chiarezza e la mancanza di sviluppo che caratterizza gli "Orientali".

Il blog non ci permette di seguire le infinite vicissitudini della storia. Tuttavia la risposta appena data è in grado di mostrare se qui partecipiamo a una conoscenza “frammentaria e distorta” o, piuttosto, all'esposizione di “rotture e continuità” che da sempre hanno caratterizzato almeno un certo cristianesimo. Che la prospettiva dei Padri non fosse in tutto quella tomista è un dato di fatto, esattamente come Tomaso li utilizzasse in buonissima fede fino a quando erano in funzione del suo pensiero. È una “conoscenza frammentaria e distorta”, questa? Direi proprio di no!

Inoltre, un punto nodale in cui si differenza la teologia patristica e quella scolastica è che la prima è apofatica (di Dio non si può mai dire nulla, tranne quello che ci è stato rivelato) e la seconda catafatica (si può indagare nell'intimità divina attraverso il processo di analogia). Questa caratteristica tomista ha, nel passato, un solo autore: Agostino d'Ippona. Al contrario, la scelta corale dei padri greci non è per mancanza di chiarezza ma per fermarsi rispettosamente dinnanzi al mistero che può, dunque, essere solo contemplato. Solo equivocando questi dati elementari si può pensare ai Padri come alla "preistoria" della teologia o ad autori che, tutto sommato, non ci apporteranno gran che.
I Padri non scrivevano per insegnare nelle università, dove ha senso un pensiero ordinato e sistematico, ma per obbedire alla necessità ecclesiastica o pastorale del momento. Non possono, dunque, essere accusati di “minorità intellettuale”. Riguardo al termine “sviluppo” non entro in merito, altrimenti mi attiro le ire di qualcuno che mi legge. Dico solo questo: si può davvero e sempre parlare di “sviluppo”? Inoltre una “comprensione razionale sviluppata” può mai porre chi ce l'ha in una condizione spirituale avvantaggiata rispetto a chi ne è privo? Non si tende a scivolare in un razionalismo teologico?

Molti problemi potrebbero nascere dalla diversità di linguaggio. Bisogna certamente conoscere il linguaggio degli interlocutori in un discorso.

No, non è solo una “diversità di linguaggio” altrimenti siamo troppo ingenui! È un modo diverso di intendere le cose e di disporsi verso esse. Perciò a casa nostra si ha avuto sempre forte ritrosia a parlare di “divinizzazione” - e a ragione! - visto i presupposti filosofici tomisti. Si è preferito il generico termine di “santificazione” finendo per definire santo un uomo dal retto pensiero religioso e dalla retta ed eroica morale. Per la patristica greca, la santità, al contrario, è qualcosa di molto più profondo.
Anche qui, nel tempo, alcuni elementi si perdono e altri continuano ad essere trasmessi...

È assolutamente frutto di presunzione il rifiuto della Tradizione sotto pretesto di un approccio critico verso la stessa.

Innanzitutto bisogna capire di quale tradizione parliamo (di quella postridentina?). Poi se non si ha un minimo di approccio critico verso quanto si ritiene essere più caro, se non altro per approfondire e capire meglio, viviamo, a mio avviso, inutilmente.

C'è bisogno di santi non di teologi, e saranno solo dei santi a riunire i cristiani separati.

Quest'ultima affermazione, fatta da un'altra persona, mi trova perfettamente d'accordo ed è la maniera migliore per terminare questo scritto. D'altra parte, come viene detto in Oriente, l'unico vero teologo non è che il santo, gli altri sono parolai.




3 commenti:

  1. Per T. P.:
    Non pubblico il suo link perché sono libero di farlo, essendo questo il mio blog.
    Ma se lei pensa di rispondere alle mie argomentazioni con questo link, mi spiace, ma non ci ha capito nulla.
    E' vero che l'Ortodossia si appella alla teologia patristica (anche se a volte non lo ha fatto) ma quello che qui esamino non è Ortodossia (con teologia patristica) contro Cattolicesimo (con teologia tomista).
    Quello che qui faccio è mostrare come, nel tempo, l'assunzione di metodologie differenti ha determinato continuità e rotture. Mi fermo lì, non faccio valutazioni ulteriori (o cerco di non farle).
    Ci si ferma, in concreto, ad una constatazione: la teologia patristica rappresentativa (e canonizzata nei primi concili ecumenici, dinnanzi all'approvazione dei legati papali) distingueva il piano della creazione (nella quale si esercita la conoscenza razionale umana) dal piano dell'increato o divino (nel quale NON SI PUO' MAI usare il metodo razionale che si utilizza nella creazione). Questa è una scelta DELIBERATA, VOLUTA, PIENAMENTE CONSAPEVOLE in tutte le sue conseguenze da parte della Chiesa dei primi secoli.
    Il fascino per la filosofia e per la metafisica è cosa che ha coinvolto alcune scuole teologiche occidentali e scende dal nord, tant'è vero che Massimo il Confessore, vissuto molti anni a Roma, teologo greco e pienamente consapevole del pensiero teologico del papa di allora, era in fondamentale accordo con la sede romana.
    Pian piano dal nord scende un'altra teologia (con i suoi pregi e i suoi difetti) e tende ad imporsi ovunque in Occidente. Parliamo di un periodo i cui non si può ragionare in termini di "ortodossia conto cattolicesimo". Ecco le cosiddette variazioni e questi sono fatti.

    Se lei, in nome di un certo spirito o principio di autorità, preferisce turarsi le orecchie e non ascoltarmi è libero, ovviamente. Non sta a me ricordarle che il principio di autorità non può, con il suo mantello, coprire un errore se tale è, come un uso strumentale delle fonti.

    La stessa autorità non può far divenire storicamente vero quello che è semplicemente inventato (si pensi alla falsa donazione di Costantino). Qui sono la filologia e la storia che ci aiutano.
    La prego, quindi, di non far deviare il mio discorso in una sterile e inutile contrapposizione dove, alla fine, mi creda!, ci uscerebbe molto male. A me basta averle dato questa risposta per mostrarle dove sta lei e dove sto io. Non sono il tipo da infierire. Buona vita.

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  2. In questo articolo si può dire che ha riassunto la differenza fra la visione cattolica e orientale. Premetto che può anche non pubblicare il commento se ha dei "confessionalismi". Le dico solo cosa penso del razionalismo che vede in noi. Da cattolico se credo alla dottrina insegnatemi dalla Chiesa lo faccio per l'autorità divina posta nella Sua Chiesa custode della rivelazione e guidata dallo Spirito Santo. (Credo... nella Chiesa Cattolica,... ). Quindi S.Tommaso, tutti i santi dottori e sacrosanti concili. E solo per l'autorità di Dio nella Chiesa, non per indagini teologice personali, essendo io un ignorante. È più ragionevole credere con Fede alla riverazione per autorità divina o credere, qui si con razionalismo, solo dopo personali indagini non esenti dalla fallibilità della mente umana? L'autorità della Chiesa non appartiene solo alla sua tradizione, che potrebbe portare qualcuno all'accusa di essersela auto-conferita, ma è ben presente nella Sacra Scrittura. Il Signore, inoltre, ha confermato tutto ciò tramite rivelazioni a santi mistici, ad esempio padre Pio, S. Faustina, s. Brigida, la Valtorta, la Emmerik, S. Caterina,... Per non parlare di Fatima, Lourdes,... Per un cattolico mettere in discussione i dogmi e la tradizione della Chiesa è superbia che porta all'eresia storicista e relativista con la conseguente perdita della Fede. Lo si vede bene in questi tempi. Per quanto riguarda l'accusa ai cattolici di cercare l'altrui conversione: è vero, ogni vero cattolico (non ecumenico-sincretista) spera sempre che tutti amino, adorino e portino gioia al Signore nella Verità piena. Le dico tutto ciò con fraterna carità e assolutamente senza alcuno spirito di superiorità, apprezzando le sue conoscenza patristica, ma osservando la necessità di un'autorità per comprenderli nel loro vero senso. Questa è la Chiesa. La Chiesa fondata da Cristo su Pietro. Altrimenti si diventa protestanti. È vero lei legge con lo spirito della tradizione ortodossa orientale, ma è evidente la frammentarietà che le impedisce di possedere l'infallibilità (a che patriarca o chiesa autocefala spetterebbe? ). La ringrazio e che Dio ci guidi nel cammino di conversione, santificazione e deificazione per amarlo totalmente nella Verità piena!

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  3. L'ambiente in cui lavoro è universitario.
    Oltre ad essere il mio ambiente di lavoro, l'università è il luogo in cui ricevo un modo di ragionare, di ricercare le cose.
    Per questo quando parlo di tematiche religiose evito i cosiddetti "confessionalismi", come dice lei. Direi che questo atteggiamento mi sembra il suo, non il mio.
    Uno può identificarsi in una confessione o in un'altra ma questo non deve togliere nulla alla filologia e alla storia.
    Con la filologia cerchiamo di capire i testi per quel che sono, spogliandoli da interpretazioni posteriori con le quali vengono più o meno distorti.
    Con la storia cerchiamo di capire i fatti nella loro complessità, senza partire da idee preconcette (siccome siamo "cattolici" dobbiamo aver ragione a tutti i costi).

    Io parlo di "continuità e di fratture", di come il messaggio cristiano si modelli, si alteri o si conservi a seconda del tipo di società, della prospettiva teologica della patristica e del tomismo (senza necessariamente fare una valutazione bene-male) e lei mi viene avanti con padre Pio, Faustina, Brigida, Valtorta (pure pseudo-mistiche!).... Ridicolo!

    Leggendo il suo intervento e quello di persone come lei mi sono detto più volte che figura farebbe uno studente se, in un'aula universitaria, dinnanzi alla spiegazione di un docente, se ne uscisse con le sue asserzioni. Molto grama, direi....
    Letteratura e filologia cristiana erano materie di profonda indagine perfino nella Francia aconfessionale dei primi del '900: girando per i corridoi della Sorbonne si notano grandi quadri con le locandine di allora nei quali si pubblicizzavano corsi su Dionigi l'Areopagita e su altri autori simili, segno che si può applicare un rigore scientifico nell'esame di certi testi.
    Ovviamente indagini di questo tipo possono far emergere che, nel tempo, parte di questi testi sono stati letti in forma distorta (penso alla citazine di Gregorio Magno nella bolla Pastor Aeternus) o ad "usum delphini".
    A quel punto lei non se ne può venir fuori affermando che l'autorità ecclesiastica alla quale crede le dice che queste sono cose vere e imporle al prossimo. Se lo facesse, soprattutto in un consesso accademico, si coprirebbe di ridicolo.
    Come vede, qui non è una questione confessionale (ortodossia contro cattolicesimo) ma di buon senso, oltre che di rigore storico.
    Il fatto che io spieghi e torni a spiegare tutto ciò e siamo sempre "punto e accapo" dimostra che ci sono persone tutt'altro che disposte a capirlo.
    A questo punto, dal momento che per molti secoli è stata dichiarata l'autenticità della falsa donazione di Costantino, perché non ci crede? Potrebbe dire ad un docente di storia che la sua fede le impone di crederci perché l'autorità ecclesiastica per molti secoli ha dichiarato l'autenticità di tale documento...
    Chi parla come lei mi solleva molte perplessità!
    La prego, inoltre, di non portarmi via ulteriore tempo, visto che a nulla serve.

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